Rocco e il suo fardello

Ancora nel Seicento i medici si conciavano così, invano.

Ma la più curiosa resta quella della prigionia di Voghera. Perché quel Rocco – che magari non è il Rocco di Acquapendente o di Piacenza, ma è comunque un taumaturgo – si lascia morire in cella, senza cercare di spiegarsi, senza far valere le sue conoscenze altolocate? “Sono peggio di una spia”, dice ai suoi accusatori. Cosa c’è di peggio di una spia? Un untore, per esempio.

Mettiamo che ci sia stato davvero almeno un Rocco in giro per la penisola, durante una delle tante epidemie del secondo Trecento (il morbo era rimasto endemico dopo la spaventosa Peste Nera del 1348). Magari ‘curava’ con l’imposizione delle mani, magari aveva capito qualche trucco in anticipo (ad esempio, incidere i bubboni). Magari semplicemente assisteva i malati  con un’umanità sconosciuta ai terrorizzati dottori del tempo, e questo bastava in tante città per far gridare al miracolo. Però, malgrado i miracoli veri o presunti, la peste continua a falciare intere generazioni. Forse a un certo punto questo Rocco, dalla sua postazione in prima linea, potrebbe aver formulato un’ipotesi sul morbo che ancora per secoli non verrà in mente a nessuno: e se la stessi portando un giro io? Se fossi io il portatore sano? A Piacenza, per esempio, la gente non cadeva come mosche finché non sono arrivato io. A quel punto farsi rinchiudere in un carcere, con un qualsiasi pretesto, diventa un comportamento perfettamente spiegabile. Forse Rocco si riteneva davvero peggiore di una spia, e si è lasciato morire così, in quarantena.

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