Maria 12 ci perdona, tutti.

Martina Pinto nella fiction RAI (2003). (Chi è Martina Pinto?)

5 luglio – Santa Maria Goretti (1890-1902)
La modernità è una crosta sottile, ha scritto qualcuno, in cui vivono solo alcuni di noi, e solo in alcuni momenti del giorno; altre ere, anche arcaiche, sono a portata di mano, letteralmente: afferri il telecomando, accendi la tv al pomeriggio, e non sei più nella modernità. Sei da qualche altra parte, molto prima o molto dopo, comunque altrove. Vedi cose che in altre ore del giorno non capiresti: ad esempio, le file per entrare ai processi. Anche d’estate, col caldo che fa, c’è gente che a certi processi vuole proprio assistere, e alla sbarra di solito non c’è lo speculatore che si è giocato i loro risparmi coi bond tossici; più spesso si tratta di un tizio che forse ha ammazzato qualcuno di cui non sono nemmeno parenti. Ma in quel momento del pomeriggio – sarà che hai caldo anche tu – sei in un’altra era e capisci che il concetto di parentela è relativo, chi è mia madre? chi è mio parente? Se i parenti sono le persone che vediamo tutti i giorni, ormai Sarah Scazzi è nostra cugina.

Possibile persino che ce la sogniamo di notte. Prima o poi qualcuno verrà a riportare un miracolo commesso da Yara Gambirasio, una grazia ricevuta da Ylenia Carrisi. Non credo che diventeranno sante: il calendario della Chiesa cattolica e quello della cronaca nera sono trasmessi ormai su due frequenze diverse. Però su quelle frequenze si trasmettono cose non dissimili, e forse all’inizio la frequenza era una soltanto. Poco prima del bivio, dello switch, c’è Maria Goretti: l’ultima santa antica, la prima protagonista moderna di un fatto di cronaca nera. Le sue eredi non sono più protagoniste di lunghe cause di canonizzazione; però i fiori, e gli altarini, dopo pochi giorni crescono già, abbarbicandosi ai cancelli delle case, spontaneamente. Dopo un po’ arrivano anche i primi biglietti, i primi rudimentali ex voto. La modernità è una crosta sottile, se scavi un po’ ti accorgi che sotto c’è ancora un Seicento vivo e pulsante che se la cava benissimo. Non teme la tecnologia, anzi: è cablato, ha le antenne, le parabole, tutto quello che gli serve a produrre e vendere devozione. Evidentemente c’è chi compra.

(... è lei).

Di Maria Goretti si sa tutto e niente, nel senso che quel tutto più volte scandagliato da agiografi e giornalisti è comunque poca cosa: è nata; è vissuta in un contesto di miseria profonda, in questo contesto ha resistito tre volte alle avances di un uomo (oggi lo chiameremmo ragazzino) che viveva nella sua famiglia allargata; la terza volta è stata trafitta con un punteruolo; è morta soffrendo orribilmente e perdonando il suo assassino, anzi, perdonando tutti. Siccome la storia era tutta lì, la si poteva gonfiare di ideologia come un palloncino. Maria poteva diventare il simbolo della purezza cristiana, la sua storia si prestava a racconti imbastiti sulla stessa trama delle antiche leggende di santi: uomo cattivo, vergine pura, punteruolo, perdono, resurrezione. Fin troppo facile (eppure il processo di beatificazione andò per le lunghe). Al punto che il palloncino a un certo punto qualcuno lo sgonfiò e lo rivoltò dall’altra parte, e Maria Goretti diventò il simbolo di come la Chiesa opprimeva le donne, attraverso la diffusione di figure sottomesse e sessuofobe come la bambinella illetterata. È il palloncino che abbiamo visto più volte sventolare a sinistra, ma non è sempre stato così: fino agli anni Cinquanta la Goretti poteva ancora passare come una figura protofemminista. Sì, la bambina che difende il suo corpo dalla prepotenza dell’uomo fu persino raccomandata da Togliatti come modello alle ragazze comuniste. Secondo un’altra fonte fu un giovane Enrico Berlinguer a proporla, insieme a un altro recentissimo prodotto mitologico, la partigiana sovietica Zoya Kosmodeminskaja: la lotta contro il nazismo e contro la prepotenza maschile erano evidentemente da intendersi sullo stesso piano (continua…)

Uno dei due ritratti ufficiali, autorizzati dalla madre (tra loro non molto somiglianti).

Negli anni Ottanta, in un momento di relativa bonaccia ideologica, un appena trentenne Giordano Bruno Guerri sceglie di fare seriamente quello che in questo blog si fa per burla: irrompe nella stanza dei palloncini, prende quello già un po’ ammosciato della Virtù Eroica di Maria Goretti… e lo fa esplodere, bang! spaventando chi sonnecchiava nei paraggi. In Vaticano ancora il suo triplo nome è impronunciabile. Il suo libro, Povera santa povero assassino, fa il botto: è una ricostruzione storica affidabile, vende bene, e costringe la Congregazione per le Cause dei Santi a convocare una commissione, che risponderà ribadendo le tesi del processo di canonizzazione: la Virtù Eroica di Maria Goretti è una Virtù Eroica, punto. Guerri era di un altro parere.

Nel giochino scemo destra-sinistra, su cui Gaber ha scritto la canzone definitiva, G. B. Guerri non può che andare dalla parte di chi ha scritto tante cose su Mussolini e sul Ventennio, tiene una rubrica sul Giornale, ha organizzato celebrazioni per il centenario del futurismo, dirige il museo del Vittoriale. Però rileggere un suo libro degli anni Ottanta ti fa lo stesso effetto di guardare le prime vignette di Forattini degli anni Settanta: dalla distanza sembrano tutti comunisti. Probabilmente è vero il contrario: siamo noi che ci siamo spostati a destra, in moto rettilineo uniforme, tanto che a un certo punto Montanelli è diventato un compagno, semplicemente perché restava fermo mentre noi ci muovevamo. A rileggerla oggi, l’anti-agiografia di Guerri, sembra costruita su un solido impianto marxista: la tesi dell’autore è che Maria Goretti, prima di essere vittima del suo assassino, è, insieme al suo assassino, vittima della miseria, del contesto socio-economico che la produce. La prima metà del libro è tutta appunto concentrata sul contesto, e fa spavento: Guerri documenta una povertà dickensiana, una barbarie alle porte di Roma, in una palude in cui il fatto di sangue è l’esito logico di una catena di circostanze inesorabilmente determinate: il vero responsabile, lo si legge più volte tra le righe, è il padrone che affama la santa contadinella e il contadino assassino. Quanto alla Chiesa, se a un certo punto riscopre la martire è ad uso propaganda: per Guerri è cruciale che, dopo tanti ritardi, il processo si sblocchi durante l’occupazione angloamericana, nel momento in cui la virtù delle fanciulle di Roma e Napoli veniva facilmente scambiata al mercato nero. Bisognava trovare un esempio di eroica resistenza al mercimonio della carne, e Maria Goretti era lì a immediata disposizione.

Quando finalmente si tratta di parlare di Maria come persona, Guerri non nasconde di aver poco da dire: Maria non ha identità, non può averla: non ha studiato, non sa leggere, non aveva le facoltà intellettive necessarie a comprendere i rudimenti della sua stessa religione: sarebbe morta ubbidendo a un Dio che non capiva. Togliatti, lo abbiamo visto, non sarebbe stato d’accordo: Dio o non Dio, Maria non voleva acconsentire a una prepotenza, e questo significa che aveva una coscienza, un coraggio da additare ai giovani. Ma ce lo ebbe davvero, tutto questo coraggio? Scartabellando tra gli atti del processo, Guerri scopre che di fronte al punteruolo Maria aveva esclamato Sì, sì, sì. Quel triplo sì, certificato dal suo assassino (ormai pentito, quarant’anni dopo il fattaccio) aveva creato non pochi problemi ai cardinali durante il processo di beatificazione. Avevano cercato di girarlo in vari modi: “sì” poteva essere considerato la ratifica della frase precedente, “vai all’inferno”? O magari Maria stava acconsentendo a essere accoltellata? Oppure (ci fu chi lo propose) non era proprio un “sì”, magari uno strillo isterico, un “hi hi hi”? Il grido tipico di chi viene minacciato di violenza con un punteruolo…

"Dio non vuole. No! Alessandro, tu vai all'inferno. Sì. Sì. Sì".

A distanza di trent’anni la ricostruzione di Guerri sembra ancora solida: eppure c’è qualcosa nel libro che lo fa sembrare in un qualche modo datato, espressione di un periodo felice in cui si potevano ancora scoppiare palloncini per il gusto di farlo. All’inizio pensavo che fosse un problema di scarsa empatia con la vittima, ma non è affatto vero: Guerri prova sincera pietas per la “povera santa” (ma anche per il “povero assassino”); quella dose necessaria per gettare un po’ di luce sulle frustrazioni sessuali del secondo e su uno dei pochi misteri della prima: perché faceva la Comunione così poco spesso? (Perché fisicamente non avrebbe retto il digiuno eucaristico). A mancare è piuttosto un certo tipo di impostazione che negli ultimi trent’anni è diventata lo standard, quando si parla di vicende di questo tipo. Per Guerri i motivi che portano Maria sul calendario sono complesse circostanze storiche, sociali, politiche, e anche diversi colpi di fortuna (fortuna per i parenti, e persino per l’assassino: smisero tutti di far la fame). Oggi, se una Sarah o una Yara diventano improvvisamente famose, noi non ci chiediamo il perché. La fama si spiega da sola, è autoevidente: una persona diventa famosa perché tutti ne parlano, e tutti ne parlano perché è famosa. Se in un primo momento ancora ci sforziamo di imputare la morbosità dei media, appena sorgono i primi altarini ci arrendiamo: c’è un inconscio collettivo da qualche parte, e i media non fanno che sondarlo; ogni tanto invece è lui che sbuca sotto la crosta sottile della modernità, e si mostra per quel che è: un beghino del Seicento, tale e quale. Ma non andò così anche con Maria Goretti?

Secondo Guerri no, non ci furono altarini né una particolare devozione popolare, prima della beatificazione. La notizia di cronaca anzi rischiava di non essere nemmeno pubblicata sui quotidiani clericali, che la ripescarono in chiave polemica (qualche giorno prima erano morti due amanti suicidi, e qualche quotidiano ne aveva approfittato per lamentare il mancato diritto al divorzio). Per molti anni gli unici miracoli, le uniche apparizioni, Maria le fece ai suoi famigliari. Insomma tutto il carrozzone della piccola Santa sarebbe stato imposto dall’alto: solo quando dall’alto arrivarono le prime agiografie, i primi santini, il popolo rispose dichiarando i primi miracoli, le prime grazie ricevute. Magari è andata così davvero. Ma gli altarini che nascono spontanei alle cancellate delle giovani protagoniste di fatti di cronaca mi fanno pensare che potrebbe essere andata diversamente: che un culto di Maria Goretti, sotterraneo, popolare, potrebbe avere tenuto viva la memoria della bambina fino all’inizio della causa di beatificazione; in seguito gli stessi alfieri della causa avrebbero avuto interesse a cancellare questo tipo di devozione dal retrogusto pagano, che avrebbe potuto creare difficoltà nel dibattimento.

Alla fine sto gonfiando anch’io per quel che posso il mio palloncino: secondo me le religioni esistono prima delle Chiese, che sono un tentativo più o meno goffo, più o meno elegante di dare un’aria strutturata, consequenziale, a qualcosa che nasce già spontaneamente. Per pensarla così mi basta accendere la tv al pomeriggio, c’è la Vita in Diretta e mi sembra una cerimonia. Parlano di qualche bambina scomparsa, e all’improvviso sembra scomparsa anche per me. Cosa voleva dirmi? Quale mio peccato sta espiando? Non è chiaro; Mara Venier fa il possibile per spiegarmi, ma forse certe verità sono accessibili solo a un ristretto cerchio di iniziati.

Leonardo Tondelli

Da Modena. Nel 1984 entra alla scuola media, non ne è più uscito. Da 15 anni scrive su uno dei più verbosi blog italiani, leonardo.blogspot.com. Ha scritto sull'Unità e su altri siti. Sul Post scrive di Dylan e di altri santi del calendario.