Nel frattempo i concittadini di Siena gli offrono la cattedra di vescovo. “A me mi pare che voi siate vescovo e papa e ‘mperadore”, gli dicono, ma Bernardino non vuole veramente essere nessuno dei tre. Si capisce che comandare non gli interessa. L’unica cosa che lo appassiona è predicare. La predica è tutto: alle dame senesi osa dire che è persino più importante della Messa (“E se di queste due cose tu non potessi fare altro che l’una o udire la messa o udire la predica, tu debbi piuttosto lassare la messa che la predica”). La predica è poesia, la predica è preghiera, la predica è il mondo e la sua volontà di rappresentazione. La predica, in una parola, è teatro: quella forma informale di teatro in cui i comici italiani eccellono, da Petrolini a Gaber a Grillo: il monologo senza interruzioni. Continuerà a predicare in un tour infinito attorno all’Italia, fino all’esaurimento fisico, che lo coglierà all’Aquila nel 1455: gli era rimasto in bocca un dente solo.
Di lui ci sarebbe rimasto poco: un trattatello di economia interessante, non fosse per il fatto che è uno dei primi, in cui tesse le lodi dell’imprenditore che contribuisce alla ricchezza della collettività. Un altro tratto in comune con Grillo. Ma la vera eredità di Bernardino è nelle mille e più pagine di prediche volgari tenute sul Campo di Siena in quaranta mattine nel 1427: nella sua città Bernardino, fresco di assoluzione e di rinuncia alla cattedra vescovile, doveva parlare all’aperto, su un pulpito a rotelle manovrabile a seconda della posizione del vento, amplificatore naturale. Nel pubblico un cimatore, Benedetto di maestro Bartolomeo, raccoglie ogni parola del santo su tavolette di cera, con un metodo stenografico a noi sconosciuto. Il risultato è impressionante: come infilare un dvd medievale e trovarci davanti al Beppe Grillo del Quattrocento, che ammonisce, maledice, improvvisa, sghignazza, cita Duns Scoto e fa i versi degli animali. Qualcuno lo considera il più grande autore italiano del secolo: prima di fare quella smorfia, citatemi un altro autore italiano del Quattrocento. Nelle quarantacinque prediche Bernardino non risparmia invettive agli usurai e ai “maladetti sodomiti” che ammorbano Siena e l’Italia tutta, né elogi delle donne, angeli del focolare nonché parte più cospicua del suo pubblico. Tra i suoi discorsi più famosi c’è quello in cui Bernardino parla proprio dell’arte del predicare, spiegando come si fa a parlare “chiarozo chiarozo”. “O donne”, esordisce, “domani vi voglio fare tutte predicatrici”: le sue istruzioni sono così chiare che dal giorno seguente anche le donne saranno in grado di predicare come lui. Lo leggi, ti sembra di ascoltarlo, e sai che sta mentendo. Nessuno sarà mai bravo come lui, lo sa benissimo. La maggior parte si piegherà dalle risate, si commuoverà quand’è il momento, e pochi minuti dopo avrà già scordato il contenuto, perché la gente è fatta così: ha pance per ridere, occhi per piangere, ma non ha memoria. Sicché alla fine dei conti puoi raccontare loro qualsiasi cosa. L’unico concetto che conserveranno è: ma come predica bene Beppe Grillo, pardon, Bernardino.
Advenne che, una volta fra l’altre, avendo udita la predica di questo suo fratello, elli si misse un dì in un cerchio di altri frati, e disse: – o voi, fuste voi stamane alla predica di mio fratello, che disse così nobile cosa? – Costoro li dissero : – o che disse? – O! elli disse le più nobili cose che voi udiste mai. – Ma dici di quello che elli disse. – E elli: – disse le più nobili cose di cielo, più che tu l’udisti. Elli disse…….doh, perchè non vi veniste voi? che mai non credo che elli dicesse le più nobili cose! – Doh, dicci di quello che elli disse. – E costui pure: Doh, voi avete perduta la più bella predica che voi poteste mai udire! – Infine, avendo costui detto molte volte in questo modo, pure e’ disse: – Elli parlò pure le più alte cose e le più nobili cose che io mai udisse! Elli parlò tanto alto, che io none intesi nulla.







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