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Bernardino Cinque Stelle

20 maggio 2012

Ecco il bozzetto, che ne dite?

Nel frattempo i concittadini di Siena gli offrono la cattedra di vescovo. “A me mi pare che voi siate vescovo e papa e ‘mperadore”, gli dicono, ma Bernardino non vuole veramente essere nessuno dei tre. Si capisce che comandare non gli interessa. L’unica cosa che lo appassiona è predicare. La predica è tutto: alle dame senesi osa dire che è persino più importante della Messa (“E se di queste due cose tu non potessi fare altro che l’una o udire la messa o udire la predica, tu debbi piuttosto lassare la messa che la predica”). La predica è poesia, la predica è preghiera, la predica è il mondo e la sua volontà di rappresentazione. La predica, in una parola, è teatro: quella forma informale di teatro in cui i comici italiani eccellono, da Petrolini a Gaber a Grillo: il monologo senza interruzioni. Continuerà a predicare in un tour infinito attorno all’Italia, fino all’esaurimento fisico, che lo coglierà all’Aquila nel 1455: gli era rimasto in bocca un dente solo.

Di lui ci sarebbe rimasto poco: un trattatello di economia interessante, non fosse per il fatto che è uno dei primi, in cui tesse le lodi dell’imprenditore che contribuisce alla ricchezza della collettività. Un altro tratto in comune con Grillo. Ma la vera eredità di Bernardino è nelle mille e più pagine di prediche volgari tenute sul Campo di Siena in quaranta mattine nel 1427: nella sua città Bernardino, fresco di assoluzione e di rinuncia alla cattedra vescovile, doveva parlare all’aperto, su un pulpito a rotelle manovrabile a seconda della posizione del vento, amplificatore naturale. Nel pubblico un cimatore, Benedetto di maestro Bartolomeo, raccoglie ogni parola del santo su tavolette di cera, con un metodo stenografico a noi sconosciuto. Il risultato è impressionante: come infilare un dvd medievale e trovarci davanti al Beppe Grillo del Quattrocento, che ammonisce, maledice, improvvisa, sghignazza, cita Duns Scoto e fa i versi degli animali. Qualcuno lo considera il più grande autore italiano del secolo: prima di fare quella smorfia, citatemi un altro autore italiano del Quattrocento. Nelle quarantacinque prediche Bernardino non risparmia invettive agli usurai e ai “maladetti sodomiti” che ammorbano Siena e l’Italia tutta, né elogi delle donne, angeli del focolare nonché parte più cospicua del suo pubblico. Tra i suoi discorsi più famosi c’è quello in cui Bernardino parla proprio dell’arte del predicare, spiegando come si fa a parlare “chiarozo chiarozo”. “O donne”, esordisce, “domani vi voglio fare tutte predicatrici”: le sue istruzioni sono così chiare che dal giorno seguente anche le donne saranno in grado di predicare come lui. Lo leggi, ti sembra di ascoltarlo, e sai che sta mentendo. Nessuno sarà mai bravo come lui, lo sa benissimo. La maggior parte si piegherà dalle risate, si commuoverà quand’è il momento, e pochi minuti dopo avrà già scordato il contenuto, perché la gente è fatta così: ha pance per ridere, occhi per piangere, ma non ha memoria. Sicché alla fine dei conti puoi raccontare loro qualsiasi cosa. L’unico concetto che conserveranno è: ma come predica bene Beppe Grillo, pardon, Bernardino.

Advenne che, una volta fra l’altre, avendo udita la predica di questo suo fratello, elli si misse un dì in un cerchio di altri frati, e disse: – o voi, fuste voi stamane alla predica di mio fratello, che disse così nobile cosa? – Costoro li dissero : – o che disse? – O! elli disse le più nobili cose che voi udiste mai. – Ma dici di quello che elli disse. – E elli: – disse le più nobili cose di cielo, più che tu l’udisti. Elli disse…….doh, perchè non vi veniste voi? che mai non credo che elli dicesse le più nobili cose! – Doh, dicci di quello che elli disse. – E costui pure: Doh, voi avete perduta la più bella predica che voi poteste mai udire! – Infine, avendo costui detto molte volte in questo modo, pure e’ disse: – Elli parlò pure le più alte cose e le più nobili cose che io mai udisse! Elli parlò tanto alto, che io none intesi nulla.

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  • alessandrosmerilli

    @Giovanni:
    c’è un vecchio articolo pubblicato su laStampa. Il link non funziona comunque l’archivio è liberamente accessibile. Ne copio qui una parte:
    « In un giornale i progetti per un governo fascista .
    Nel ’66 gli estremisti pensavano di andare al potere; poi avrebbero istituito i tribunali speciali “contro i traditori” – Alla riunione di “Raggruppamento italico” erano presenti Alberto De Stefani e l’on. Gonella, deputato del msi .
    (Dal nostro corrispondente). Milano, 23 maggio 1973. Un documento sui piani eversivi dell’estrema destra è venuto alla luce in questi giorni, spulciando alcune copie di « Rivolta di popolo », un foglio riservato ad una stretta cerchia di persone, che lo ricevevano in abbonamento. Sotto il titolo «rivendicazioni di sovranità», il commento che porta la sigla «S», dice fra l’altro: «Ogni italiano ricordi. Chi è servo dello straniero, è straniero! E sarà estraneo nella patria che va verso la libertà. Diffidiamo quindi i responsabili perché esigiamo che quel potere sia affidato a mani sicuramente “nazionali”, sicuramente “cattoliche”, sicuramente “immuni” da venature massoniche. Intendiamo che sia istituzionalizzato il controllo su questo misterioso “centro di sovranità”. E non basta. Chiunque passi per quella porta e si avvii o resti su quella poltrona non si faccia illusioni. Non resterà al comando, non resisterà al potere, non vivrà nel fasto di una perpetua discrezionalità. Non ci interessano gli uomini che passano o che restano. Ci interessa la struttura di questa costituzionalità: la forma e la possibilità di controllo effettivo che ci restituisca questa sovranità». Di fianco al commento, la notizia della riunione del 20 settembre 1966. Essa dice testualmente: «A Roma, nei locali della sede del “Raggruppamento italico”, si è riunito il comitato di reggenza del movimento. Presieduto da S.E. Alberto Ottavio Stefani, presenti i vicepresidenti onorevole Ottavio Gorgini, onorevole G. Gonella (da non confondersi con l’onorevole Guido Gonella, democristiano, ora ministro della Giustizia, n.d.r.) e i reggenti nazionali G. Auriti, A. Milani, P. Sella di Monteluce, il consiglio di reggenza ha deliberato: «1) di rivendicare di fronte al Parlamento e alla nazione l’intangibilità della sovranità nazionale, vulnerata dalla cessione della sovranità monetaria, irrinunciabile strumento di difesa della produttività nazionale. «2) di rivendicare l’integrità territoriale della patria. «3) di rivendicare nei confronti del governo, del Parlamento, del Paese, l’illegittimità delle clausole del dettato di pace. «4) di additare alla coscienza della nazione i responsabili di ogni rinuncia di sovranità come traditori del mandato politico (se lo hanno) o burocratico, e come complici dello straniero per le punizioni conseguenti alle leggi di guerra che — con effetto retroattivo — dovranno a suo tempo essere ripristinate a loro carico; Leggendo attentamente questi documenti, si ritrova tutto il programma del fascismo: un’economia tipicamente italiana (punto 1), un nazionalismo acceso (punii 2-3), l’introduzione dei tribunali speciali (punto 4) di ben triste memoria.(..)
    Gino Mazzoldi
    (24.05.1973) LaStampa– »
    Inoltre Giacinto Auriti coltivava negli anni ’70 amicizie compromettenti :
    https://www.facebook.com/notes/alessandro-smerilli/signoraggio-bancario-che-era-costui/10150160701206508

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