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Il Vangelo che non capisci (stolto!)

25 aprile 2012

Magari è anche il contesto romano, la necessità di conferire al figlio di Dio un’aura di imperiale autorità: se Marco è lo stesso Marco che Pietro chiama suo figlio (=discepolo) nella sua prima lettera (“La chiesa che è in Babilonia, eletta come voi, vi saluta. Anche Marco, mio figlio, vi saluta”), e se è vero che Babilonia in realtà è Roma, il suo Vangelo sarebbe nato nell’Urbe o comunque pensato per i cristiani della comunità romana. Lo lascerebbero pensare gli errori di geografia (la Palestina di Marco sembra un fondale di cartone, con laghi monti e città alla rinfusa), i tentativi non sempre riusciti di spiegare abitudini e ritualità ebraiche che Matteo dà per scontate, e un versetto: “Il Sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il Sabato?” che è difficile immaginare sulle labbra di un Gesù davvero ebreo (nella Genesi persino Dio si riposa, nel primo sabato della creazione). Qualcuno si è spinto a trovare echi di Marco nel Satyricon di Petronio, come se la cena di Trimalcione fosse una parodia delle prime mense cristiane. Marco sarebbe dunque lo stenografo di Pietro: il suo Vangelo sarebbe il tentativo di dare una forma scritta coerente agli aneddoti che Pietro predicava (aneddoti in cui, come abbiamo visto, Pietro non ci fa quasi mai una bella figura). Ma Pietro a Roma potrebbe anche non esserci mai arrivato, “Babilonia” potrebbe essere Antiochia o Persepolis-Ctesifonte, tanto più che il Vangelo è scritto in greco (con qualche latinismo).

The Jefferson's Cut

Oltre a essere il testo più breve, è quello con meno materiale originale. Questo si può spiegare in due modi: il suo Gesù burbero potrebbe essere il più antico, quello da cui hanno attinto gli altri (meno Giovanni), addolcendolo un po’. Ma potrebbe anche essere un bignamino di Luca o di Matteo o di entrambi, in versione semplificata per un pubblico che non aveva dimestichezza con gli usi e i luoghi della Palestina. Il dibattito è sconfinato: comincia praticamente nel terzo secolo e arriva ai giorni nostri. Oggi l’ipotesi più condivisa dai critici è che Marco sia una delle fonti di Luca e Matteo, insieme a un altro testo che non ci è arrivato (la famosa “Fonte Q”). Ma anche Marco potrebbe avere attinto a Q, o viceversa, oppure potrebbero esserci più fonti diverse, è un caos interpretativo e se vi intriga il suggerimento è risolvervelo da soli: tanto i testi dei Vangeli li trovate ovunque, in qualsiasi traduzione. Non c’è neanche bisogno di una copia della Bibbia intonsa e un rasoio, come quello di Thomas Jefferson, che si fece un vangelo personale sforbiciando i versetti che per lui non avevano senso. È il dibattito filologico più antico della Storia ed è completamente gratis, approfittatene! (Wikipedia in questo caso mi sembra un buon punto di partenza; non può esserci tutto ma c’è un sacco di roba). Magari per scoprire che l’ipotesi di partenza, la cosiddetta “priorità marciana”, rimane una delle più probabili e suggestive: in questo caso il Gesù più vicino all’originale sarebbe un predicatore scontroso che salta fuori un po’ dal nulla (ma ha fratelli e sorelle) e nel nulla scompare, senza che nessuno tra gli apostoli e le donne abbia ben capito il senso di tutta la storia.

Dopo Roma, la tradizione vuole Marco in missione nel Nordest per conto di Pietro: dopo aver battezzato il primo vescovo di Aquileia (forse la quarta città italiana per popolazione), un naufragio lo avrebbe sospinto nella laguna veneta. A questo punto una voce gli avrebbe detto: Pax tibi Marce, evangelista meus, dopo il martirio riposerai qui. Chissà Marco come dev’esser stato contento del suo palustre sepolcro promesso, sotto il cielo grigio topo che ha la laguna deserta nei giorni di tempesta (Venezia sarebbe sorta solo qualche secolo dopo). Invece in un qualche modo lo ritroviamo ad Alessandria d’Egitto, di nuovo in missione, martirizzato dai pagani. Le sue reliquie arrivano effettivamente a Venezia nel nono secolo, contrabbandate in un recipiente di carne di maiale che i saraceni avrebbero avuto orrore a perquisire.

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  • pbdq

    un articolo godibilissimo e pieno di spunti come al solito! non conoscevo “The Jefferson’s cut” (ah ah!); mi ha riportato alla memoria un altro montaggio d’autore, forse più estremo, il “Kurt Wise’s cut”. questi arrivò a mettere a confronto due verità inconciliabili: quella che aveva studiato da geologo e quella che veniva dalla Bibbia, scegliendo infine la seconda (e abbandonando l’ipotesi evoluzionista in favore di quella creazionista). un tentativo per decidere fu proprio quello di tagliare una copia della Bibbia lì dove i contenuti non gli sembravano accettabili da un punto di vista scientifico. tagliò molto. ciao!

  • lucagras

    Gran bell’articolo. Mi piace molto la tua conclusione. La prima, intendo, visto che hai fatto proprio come il Vangelo di Marco: hai aggiunto un pezzetto per essere più rassicurante :-)

  • http://daldifuori.splinder.com luzmic

    Bello e interessante come sempre. Solo un’osservazione stupida su un errore di battitura: immagino che alla terza riga arrivi un nuovo gioVane predicatore. Giocane suona un po’ bestemmia ;)

  • alessandrosmerilli

    Secondo l’ipotesi attualmente più accreditata il primo Vangelo fu quello di Marco (la cosiddetta priorità marciana) e Matteo e Luca lo copiarono.
    Affermi che in esso non ci sia alcuna genealogia. Ho controllato, si parla della famiglia di Gesù in due punti :
    da 3:31
    «Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”.
    e da 6:1
    «Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nel tempio. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: “Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? 3 Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Giuseppe, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”. E si scandalizzavano di lui.
    il testo greco dal 3 è :
    οὐχ οὗτός ἐστιν ὁ τέκτων, ὁ υἱὸς τῆς Μαρίας καὶ ἀδελφὸς Ἰακώβου καὶ Ἰωσῆτος καὶ Ἰούδα καὶ Σίμωνος; καὶ οὐκ εἰσὶν αἱ ἀδελφαὶ αὐτοῦ ὧδεπρὸς ἡμᾶς; καὶ ἐσκανδαλίζοντο ἐν αὐτῷ. (il punto e virgola in greco antico vale il nostro punto interrogativo)
    Il testo greco di Matteo 13:55 è simile e pare proprio copiato :
    οὐχ οὗτός ἐστιν ὁ τοῦ τέκτονος υἱός; οὐχ ἡ μήτηρ αὐτοῦ λέγεται Μαριὰμ καὶ οἱ ἀδελφοὶ αὐτοῦ Ἰάκωβος καὶ Ἰωσὴφ καὶ Σίμων καὶ Ἰούδας; καὶ αἱ ἀδελφαὶ αὐτοῦ οὐχὶ πᾶσαι πρὸς ἡμᾶς εἰσιν; πόθεν οὖν τούτῳ ταῦτα πάντα;
    “non è il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria, ed i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? Le sue sorelle, poi, vivono tutte qui fra di noi! Come può fare, dunque, tutte queste cose?”
    non fosse che per due differenze, una veniale ( Marco mette al penultimo posto tra i fratelli Giuda e all’ultimo Simone mentre Matteo fa il contrario), l’altra più sostanziale e intrigante concerne la parola τέκτων che, come riveli nel tuo precedente post “il patrigno di Dio” è traducibile come falegname o muratore. Che senso ha definire il giovane prodigioso che insegna nel tempio ὁ τέκτων, ossia il falegname? Senza che in nessuna altra parte del suo Vangelo Marco ne parli o semplicemente accenni al mestiere di quel giovane così sapiente? Inoltre Marco parla della madre di Cristo (e dei fratelli e delle sorelle) ma non dice una parola su suo padre che sarà putativo finché si vuole se riferito a lui ma non alle sorelle e ai fratelli.
    Allora mi è venuta in mente l’ultima parte della celebre narrazione della morte di Cesare, scritta da Svetonio oltre un secolo dopo le idi di marzo e qualche decennio dopo il Vangelo di Marco :

    82.2… tribus et uiginti plagis confossus est uno modo ad primum ictum gemitu sine uoce edito, etsi tradiderunt quidam Marco Bruto irruenti dixisse: καὶ σὺ τέκνον;
    … fu trafitto da ventitré pugnalate, avendo emesso solo un gemito, senza articolare parola al primo colpo, anche se alcuni tramandarono che disse a Marco Bruto che lo assaliva: “Anche tu, figlio?”.
    Cesare con gli intimi parlava in greco, dunque non disse “tu quoque fili mi”come generazioni di studenti hanno erroneamente appreso, ma καὶ σὺ τέκνον.
    E τέκνον (figlio) non è molto differente nel suono e nei caratteri da τέκτων (falegname). Ora, se colui che trascriveva su un papiro il Vangelo di Marco si fosse distratto un attimo, se la sua sedia in quel momento avesse traballato e lui avesse tirato un moccolo indirizzato al falegname ( τέκτων) inetto che gliela aveva venduta, non può essere che invece di trascrivere correttamente τὸ τέκνον τῆς Μαρίας (il figlio di Maria) avesse invece scritto ὁ τέκτων, ὁ υἱὸς τῆς Μαρίας (il falegname figlio di Maria)?
    Anche Matteo deve avere avuto qualche dubbio. L’ha risolto mettendo al genitivo τέκτων e facendolo diventare il padre di quel giovane che così divenne : τοῦ τέκτονος υἱός (il figlio del falegname), del quale peraltro non fa il nome e il fatto è indubbiamente strano visto che sono di seguito puntigliosamente citati i nomi della madre e di tutti i fratelli.
    Alla fine il nome del falegname nato da un refuso fu trovato : Giuseppe, tipico, basti pensare al Geppetto di Collodi, così come sono tipici i nomi Rocco (in globish Rocky) per i pugili e Battista per i maggiordomi. In attesa di essere fatto a peperini da una schiera di agguerriti filologi mi permetto di ipotizzare che Giuseppe ὁ τέκτων (il falegname o muratore) non sia mai esistito e la sventurata Maria del Vangelo di Marco fosse una prolifica ragazza madre.