Aboliamo la Pasqua?

In effetti, quand’è che si festeggia la Pasqua? È una di quelle classiche cose che ci stanno davanti ma che non sa nessuno. Quelle classiche cose su cui il Post si scrivono gli articoli. E dunque, allora. Siccome il 14 di Nisan doveva essere un plenilunio, la Pasqua di resurrezione si festeggia la domenica successiva al primo plenilunio successivo all’equinozio di primavera, chiarissimo, no? Questo fa sì che non ci sia mai una Pasqua cristiana antecedente il 22 marzo e successiva al 25 aprile. Per il resto, non c’è che da affidarsi ai calendari. Certo, se avessero vinto i quartodecimani oggi sarebbe tutto più semplice. Credo che ne avrebbe tratto giovamento anche l’industria delle uova di Pasqua, che uno non sa mai esattamente quando deve comprare, allora rimanda, finché un bel giorno non si sveglia con le campane.

Da Wikipedia: distribuzione della Pasqua nel calendario Gregoriano. Per calcolarla ci vogliono degli algoritmi che solo a guardarli ti spaventano.

Il fatto è che ormai il calendario solare ha vinto. Una festa legata ai mesi lunari non riusciamo a controllarla: oscilla nelle nostre agende, ci sbalestra gli impegni, non ci consente di organizzarci. Pensa a quanto sarebbe bella una Pasqua fissa, per dire, a metà aprile. Sarebbe tutto più definito e programmabile: il carnevale, la quaresima, i ponti. Invece di questo stress rapsodico, soffriremmo di quel tipico stress standard da Preparazione della Grande Festa, come nei primi venticinque giorni di dicembre. Credo che lo preferirei. Anche a scuola, dipendesse da me le vacanze di Pasqua le abolirei (ci ho anche fatto una piccola campagna). Lascerei soltanto il lunedì dell’Angelo per contentino ai vescovi, e ricompenserei gli studenti con le vacanza di primavera all’europea: 10-15 giorni fissi, meglio se tra 25 aprile e primo maggio, così evitiamo anche di avere un anno con tre ponti e l’anno dopo con nemmeno uno. Sarebbe una bella razionalizzazione, secondo me. E forse ci lascerebbe anche un po’ più tempo per goderci la Pasqua.

Si sa che i primi cristiani vivevano nell’attesa del ritorno di Cristo – questione di mesi, di anni, di giorni. Il momento più probabile era appunto la veglia pasquale. Cominciava con le letture dell’Antico Testamento: la creazione, il sacrificio di Isacco, il passaggio del mar Rosso. Quando verso mezzanotte era chiaro che Gesù non sarebbe tornato quell’anno, il sacerdote impartiva l’eucarestia e si tornava a casa, chi deluso, chi un po’ sollevato: il mondo, questo mondo imperfetto e peccatore, anche per quell’anno non era finito. E non è finito nemmeno oggi 8 aprile 2012 – ma forse quest’anno ci tocca aspettare i comodi dei Maya.

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