22 febbraio – Cattedra di San Pietro.
Sì, inoltre oggi è anche il mercoledì delle ceneri, l’inizio della Quaresima, polvere eravamo polvere ritorneremo eccetera. Ma quella delle ceneri è una ricorrenza mobile, che oscilla nel calendario e quest’anno coincide – ambigua ironia – con la festa che celebra la cattedra del più glorioso dei Santi, il primo degli Apostoli e fondatore della Santa Sede, San Pietro primo Papa. La coincidenza ci suggerisce di buttare un po’ di cenere su tanta gloria: dopotutto Pietro è un uomo come noi, e tra i suoi primati ce n’è uno in particolare che ce lo rammenta: siamo al cospetto del più grande gaffeur dei Vangeli. Proprio così. Nessuno fa tante figuracce come lui, anzi è discutibile che nei Vangeli altri a parte lui facciano figuracce. Sembra proprio che sia il suo specifico: a volte è come se a Gesù servisse una spalla comica. L’esempio più estremo è in Giovanni (13,8-9), l’evangelista filosofo, che però quando si tratta di Pietro è capace di montare dei veri e propri siparietti:
PIETRO: Tu lavarmi i piedi? Giammai.
GESÙ: Se non ti lavo, non avrai parte alcuna con me.
PIETRO: Ah, allora anche le mani e la testa, grazie.
Altre volte l’impressione è che a Gesù serva semplicemente un tizio ottuso, di quelli che si incontrano spesso nei dialoghi filosofici, e servono semplicemente a far rifulgere meglio la sapienza dell’interlocutore; quando replicano il più delle volte lo fanno soltanto per permettere al Maestro di prender fiato e molto spesso in realtà non dicono niente, se il dialogo fosse una videointervista li vedresti annuire in controcampo. Il classico esempio di battuta di dialogo che può toccare a Pietro è “spiegaci la parabola”: come il dottor Watson, il più delle volte Pietro non ha capito bene, non ha capito niente, e questo oltre a essere funzionale a introdurre nel racconto una spiegazione, ce lo rende immediatamente simpatico. L’esatto opposto di Paolo di Tarso, che ha capito tutto senza neanche conoscere Gesù: Pietro viceversa c’era sin dai tempi della Galilea, e sin d’allora non si raccapezzava, chiedeva spiegazioni, continuava a non raccapezzarsi, rimediava figuracce. Non è un caso che Pietro sia uno dei pochi Santi su cui si è sempre potuto scherzare, dal folklore popolare (cfr. Jovine, Signora Ava) alle vignette fino alle pubblicità del caffè. Pietro è uno di noi.
Quando conosce Gesù, e si rende conto dei suoi poteri, gli si getta ai piedi e lo supplica: “allontanati, perché sono un peccatore”. Però poi lo segue: Lui solo ha parole di vita eterna (e all’occorrenza sa come si combina una pesca miracolosa). Sul monte Tabor ha l’incredibile privilegio di vedere il suo Maestro trasfigurato nella gloria, tra Elia e Mosè: la sua reazione è la più pedestre che si possa immaginare. “Maestro, qui si sta proprio bene, restiamo? Posso fare tre tende”: il pescatore si preoccupa che le apparizioni bibliche possano prendere freddo. Nell’orto degli ulivi è un disastro ambulante: vuole vegliare su Gesù ma invariabilmente si addormenta; quando arrivano le guardie del Sinedrio sfodera la spada, stacca un orecchio a un servo, finché non è lo stesso Gesù a calmarlo. L’istinto barricadero, già ribadito poche ore prima a cena (“se anche gli altri ti abbandoneranno io non ti abbandonerò!”, “Ti seguirò anche in prigione e fino alla morte!”) gli passa d’un tratto nella portineria del sommo sacerdote, quando Pietro rinnega il Maestro tre volte prima che il gallo canti, senza bisogno di torture, di minacce e nemmeno di giudici: Pietro si fa mettere sotto torchio da una serva. L’episodio è uno dei pochi a essere ricordato in tutti e quattro vangeli, il che ci lascia capire che non esiste, nemmeno nella Chiesa primitiva, una corrente che cerchi di addolcire, di profumare in un qualche modo le fecali figure di Pietro: Pietro è un rodomonte che in tutto il suo romanzo tira un solo colpo di spada e stacca l’orecchio a un poveretto senza colpe; il classico duro-e-puro che alla prima minima difficoltà nega tutto e se la dà a gambe: costui è Pietro già nei primi racconti ancora non scritti, ovvero quelli che probabilmente ha messo in giro lo stesso Pietro. Il quale probabilmente aveva nel repertorio numeri simili a quelli di certi predicatori che raccontano sempre di quando vivevano nel peccato e nell’ignoranza di Gesù: probabilmente l’ex pescatore faceva qualcosa del genere, deliziava il suo pubblico raccontando tutte le sue figuracce in presenza del Dio vivente. (“Ehi, raccontaci ancora di quando hai provato anche tu a camminare sulle acque e a momenti affogavi”).
Se Pietro è così umano, troppo umano, cosa ci fa sulla cattedra più importante della Chiesa? Ma sono proprio i suoi difetti a renderlo, oltre che simpatico, una prova vivente della grazia di Dio che esalta gli umili e arricchisce i poveri in ispirito. In realtà sul primato di Pietro si discute da millenni: i cattolici si basano sull’interpretazione metaforica di Matteo 16,18: “Tu sei una roccia e su questa roccia edificherò la mia Chiesa”. Pietro prima si chiamava Simone: da lì in poi prenderà il nome di Cefa, “Roccia” in aramaico, “Pierre” in francese: l’italiano “Pietro” perde un po’ di significato nel passaggio dal latino. Simone ottiene il prestigioso nomignolo in una delle rare volte in cui risponde correttamente a un’interrogazione del Maestro: “Chi voi credete che io sia?” Simone “the Rock” risponde: “Il Cristo, il figlio del Dio vivente”. Per i protestanti la vera “roccia” sulla quale Gesù voleva fondare la sua Chiesa non è la persona fisica di Simone, ma la verità che lui per primo riconosce: che Gesù, appunto, è il Messia. Un’altra possibilità, poco accreditata ma non del tutto improbabile, conoscendo i due personaggi, è che Simone abbia preso l’ennesima topica e che Gesù se ne stia prendendo gioco: oh, ancora con questa storia del Cristo, ma sei duro eh, sei proprio un sasso, d’ora in poi ti chiamerò Sasso. Poi si sa, alla gente piace interpretare e fa ancora più casino. (Continua…)


Pietro sarà anche di coccio, ma quando incontra Gesù per la prima volta dice: “Sulla tua parola getterò le reti”: come a dire “se lo dici tu, mi fido completamente, rischio tutto”. Lui e i suoi soci (Giacomo e Giovanni) avevano pescato tutta la notte e non avevano preso niente, e Gesù per lui era un perfetto sconosciuto. Poi le reti si riempiono fino all’inverosimile, ma loro, invece di godersi la pesca prodigiosa, lasciano tutto per seguirlo.
il link alle vignette non funziona.
Insomma, Pietro e’ un mitomane rozzo e violento. E fanaticamente attaccato alle superstizioni ebraiche, tipo il mangiare kasher. Poi arriva un ufficiale dell’esercito di occupazione, e lui diventa buono e buonino, uno di noi, insomma. Mangia perfino il maiale, guarda come e’ simpatico. E soprattutto non e’ piu’ ebreo. Che bel mondo sarebbe, se tutti gli ebrei facessero come Pietro.
Magari si puo’ aiutarli, che dici?
Questa cosa di postare qualcosa di più di un teaser, sul blog principale, funziona, almeno con me: si segue il link molto più volentieri.
Dei dodici Pietro non era il più forte, il più sapiente, il più potente: era un umile ed ignorante pescatore di una remota provincia dell’impero. Ma amava Gesù, di una amore impetuoso, dell’amore dei bambini; il primo ad estrarre la spada, a gettarsi in acqua, a capire chi Lui fosse veramente. Per questo è stato scelto Pietro, per pascolare le sue pecore, per guidare tutti noi. Domandiamoci ancora una volta: dove è stato il suo tradimento? Una volta Pietro non ha seguito il suo cuore. Ha ragionato, si è nascosto, ha seguito un suo schema mentale. Ha giocato all’agente segreto, ha finto e ha tradito. Il suo posto era accanto a Lui, sarebbe stato accanto a Lui. Ma ancora non aveva capito, teneva più alla sua vita che a Gesù.
Se non sarete come bambini non entrerete mai, Lui aveva detto.
Pietro ha smesso di essere un bambino capace di stupire e di seguire. Finchè uno sguardo, il canto di un gallo gli hanno fatto ricordare chi era, ed ha pianto. Come un bambino.
Sì, ok, ma la cattedra?
La cattedra è un falso carolingio, pimpatissimo da Bernini in epoca barocca, e adesso sta a San Pietro.
Yossi, se vieni a cercare dell’antisemitismo fin qui secondo me sei in crisi d’astinenza, magari prova prima con CasaPound.
“Dio non voglia” è una specie di bestemmia. pietro il mammone non aveva compreso la sottomissione umana alla volontà divina (può capitare). o forse non capiva l’impossibilità di comprendere il pensiero divino, il disegno divino, per una mente umana… la superbia dell’uomo
Eppure sugli stereotipi antigiudaici ed antisemiti dentro il Nuovo Testamento esiste una bibliografia sterminata. Ma possiamo gettarla alle ortiche, adesso abbiamo Leonardo Tondelli da Modena, che ha scoperto la parola “kosher” all’interno di Atti degli Apostoli.
P.S.: ti stanno facendo a fette su questo blog http://allegrofurioso.blogspot.com/2012/02/il-patetico-leonardo.html
Sì, Yossi, avevo notato che Nahum è di nuovo in fermento. Io fossi in te non lo seguirei su quella china: il fatto che non ci sia la parola “kosher” negli Atti degli apostoli non significa che Pietro non stesse seguendo i precetti del Levitico, astenendosi dal cibarsi dagli animali impuri. Ho usato “kosher” in questo senso: mi sono sbagliato?
Il fatto che nel Nuovo Testamento ci siano stereotipi antisemiti significa che ce ne sono in questo post? O non dovrebbe più essere consentito scrivere pezzi sul Nuovo Testamento? Non ti dovrebbe sfuggire che il punto di vista mio non è lo stesso dell’evangelista Luca.
Qualche giorno fa un tizio è venuto qui a lamentarsi perché avevo dato a Giovanni Bosco del pedofilo. Bastava leggere il pezzo in questione per capire che era vero il contrario, ma leggere è faticoso, specie quando si è arrabbiati. Nahum ha lo stesso problema, e ce l’ha molto spesso: ogni volta che mi cita mi travisa, in modo sistematico. A volte glielo faccio notare, a volte ho cose più interessanti da fare.