Il tempo non basta più

Il 24 settembre dell’anno scorso, Cesare, un uomo che non conoscevo, mi ha mandato una mail per parlarmi di Stefano, il suo compagno di vita da venti anni. Cesare mi raccontava del linfoma non Hodgkin di Stefano e delle loro peripezie: gli otto cicli di chemio, le ferie terminate e l’impossibilità di usufruire dei permessi previsti dalla legge, ma anche l’eccellenza dell’assistenza delle strutture pubbliche e la solidarietà dei colleghi di lavoro. Ci siamo scritti per un po’ di volte, Cesare e io. Gli ho raccontato dell’impegno pubblico e forte del presidente Renzi, gli ho detto delle complesse procedure parlamentari, l’ho incoraggiato a tenere duro perché questa sarebbe stata finalmente la volta buona.

Gliel’ho detto e lo credo. Perché so, lavorandoci dall’interno, che il Partito Democratico ha ben chiara l’importanza di questa legge, e dunque questa volta certamente ce la faremo. C’è un gruppo di persone valenti che sta lavorando a questo obiettivo con determinazione, attenzione e cura: dal Segretario del Partito Renzi a Maria Elena Boschi, da Micaela Campana a Monica Cirinnà, da Sergio Lo Giudice a Luigi Zanda, da Walter Verini, a Donatella Ferranti, a Giorgio Tonini. E anche quei colleghi che esprimono posizioni diverse, lavorano affinché il proprio punto di vista sia preso in considerazione senza che il risultato finale sia messo in pericolo. Quindi, questa volta, ce la faremo.

Il punto è: quando. Perché in questa vicenda, dall’inizio della legislatura, sono successe tante cose. Il mondo si è mosso in avanti con balzi da gigante: dal referendum irlandese alla sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, abbiamo appreso che i diritti dei gay – nel mondo occidentale – sono considerati a pieno titolo diritti umani. Che l’uguaglianza tra i cittadini è un valore universale. Che l’amore non può essere misurato a peso, perché l’amore è amore. Punto.

Ma sono successe cose anche da noi. Per esempio, abbiamo approvato alla Camera una legge contro l’omofobia che si è totalmente arenata al Senato. Abbiamo visto migliaia di emendamenti presentati per rallentare o fermare il percorso della legge sulle Unioni civili. Abbiamo visto piazze riempirsi per dire “no” a questi diritti. E il problema è che queste legittime mosse di rallentamento hanno sempre avuto la meglio. Da italiano che ha vissuto all’estero per tanti anni, trovo che la battaglia di chi è contrario all’uguaglianza sia combattuta nel nostro Paese con strumenti evidentemente più efficaci che altrove. Chi si oppone lo fa con una forza e una persistenza che hanno dell’incredibile, mentre chi è favorevole sembra fermarsi a un generico e vago sostegno di principio che non riesce a incidere sulla realtà.

Qualche giorno fa ho avuto uno scambio di opinioni su questo argomento con il mio amico Luca Sofri, il direttore de Il Post. In un mio post mi ero chiesto dove stesse il Paese, in questa battaglia politica. Perché nel mezzo, tra la piazza dei cattolici integralisti e le manifestazioni del Pride, sembra non esserci nulla. Al contrario del coinvolgimento popolare che abbiamo visto in Irlanda, qui da noi chi non ha un impegno diretto su queste questioni sembra tacere o astenersi, non prendere posizione. In questo caso, insomma, il famoso “silenzio delle persone perbene” è assordante come mai. Sofri mi ha rassicurato rispondendomi che le cose cambieranno da sé, che stanno in fondo già cambiando, e dunque che questa situazione non durerà a lungo. “L’Italia, dopo il Kentucky,” dice Luca “è semplicemente il prossimo paese della lista”.

Può anche darsi che abbia ragione. Ma il punto resta comunque lo stesso: quando? Perché tra le varie cose che sono successe da un po’ di tempo in qua, è successo che il 25 giugno Stefano è stato ucciso dal suo linfoma. Cesare mi ha scritto ancora e cosa ho potuto fare io, oltre che raccogliere la sua rabbia, la sua disperazione, il suo legittimo rancore. Perché poi alla fine non si può non chiedersi – appunto – cosa ciascuno di noi possa fare, individualmente, per cambiare le cose. Gandhi, la Grande anima, ebbe a dire: “Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo”.

Ho ricevuto la mail della morte di Stefano il 28 giugno, domenica scorsa. Nel leggerla, tutto il lavoro che abbiamo fatto in questi anni per raggiungere l’obiettivo mi è sembrato semplicemente inadeguato. Non in senso assoluto, ma in relazione ai risultati di chi ha lavorato nella direzione opposta. È vero che costruire è infinitamente più laborioso e faticoso che distruggere, ma vero è anche che ciascuno di noi – individualmente – non deve aver fatto abbastanza, se ci troviamo oggi con l’Italia solo paese occidentale nella cartina del Patto di Varsavia dei diritti.

E dunque, leggendo la lettera di Cesare ho pensato che era arrivato il momento di fare qualcosa in più per sostenere tutti coloro che stanno lavorando a che l’Italia finalmente raggiunga il Kentucky, o almeno ragionevolmente gli si avvicini. Compiere un’azione che è parte della migliore tradizione pacifista e non violenta (e radicale, come mi ricorderebbe di dire Roberto Giachetti). E così da lunedì mattina, 29 giugno, ho deciso di sospendere di assumere cibo fino a quando non avremo una certezza sulla data della cessazione di questa grave violazione dei diritti umani che si consuma nel nostro Paese.

È notizia di ieri l’ultima aggressione omofoba a Polignano a Mare, vicino Bari, ma la legge sull’omofobia è ferma in Senato dal 19 settembre 2013, data della sua approvazione alla Camera. La legge sulle unioni civili corre sempre il rischio di fermarsi allo stesso modo. Ecco: vorrei sostenere il cammino di entrambe le leggi con un gesto pubblico e politico, ma allo stesso tempo profondamente personale.

Sperando così di aprire un dibattito nel Paese che sottragga questo tema all’idea che si tratti della battaglia di una minoranza e lo restituisca alla dignità di una questione nazionale, che investe il modo di essere e la natura stessa della nostra democrazia. E chiedendo apertamente l’appoggio delle tante persone di buona volontà che fino a oggi hanno magari pensato che bastasse aspettare, che le cose sarebbero andate per il meglio da sole. Non è così.

Perché per alcuni – come Stefano, che non ho mai conosciuto – il tempo si esaurisce, e non basta più.

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