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Far politica senza un senso del futuro

6 aprile 2012

L’accordo sulla riforma del mercato del lavoro è stato, io credo, il capolavoro della strategia negoziale di Mario Monti. Come accade nelle migliori trattative sindacali, in questo caso Monti ha sparato altissimo con la prima bozza e poi ha chiuso al punto dove, secondo me, pensava di chiudere sin dal principio. Con una riforma del lavoro che nessuno aveva mai sognato di poter nemmeno nominare, né da destra né da sinistra. Alla fine ci troviamo con una riforma certamente non perfetta che però qualcuno doveva fare e che in qualche modo è fatta.

Continuo a pensare tuttavia che le proposte di Pietro Ichino sarebbero state più tutelanti sia per i lavoratori stabili (la flexsecurity ichiniana si sarebbe applicata solo ai nuovi ingressi) che per i neoassunti (che avrebbero trovato protezioni molto più efficaci contro il precariato con un contratto unico). È stata una superba idiozia quella di aver tacciato per anni Ichino e chi la pensava come lui di essere “di destra”, senza capire che la destra vera è quella – l’abbiamo vista in questi giorni all’opera – che vuole continuare ad avere forme di precariato che consentano alle imprese di usare il lavoro come carne da cannone. Viene dunque oggi da chiedersi se sia stato “di sinistra”, non avendo autonomamente messo mano alla riforma, essersi resi complici di quella stessa destra o se non fosse invece “di sinistra” il tentativo di Ichino, Boeri, Garibaldi & c., che hanno cercato di trovare modalità che realisticamente e concretamente si materializzassero in diritti e dignità per chi lavora.

E io credo che qui si sia visto anche un limite pesante delle nostre ali politiche, che sono state costrette a giocare un ruolo talmente previsto dal copione da essere ormai ai limiti dello stereotipo. Noi del PD abbiamo sostanzialmente abbracciato la causa dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato e il PdL quella degli industriali. Così facendo abbiamo tenuto in vita la classica contrapposizione tra capitale e lavoro e abbiamo perso due formidabili occasioni. Il PD, accettando di aumentare le flessibilità in entrata per diminuire un minimo quella in uscita, ha perso la chance di farsi portabandiera dei diritti dei giovani, che invece sono stati alla fine considerati merce di scambio al fine di ottenere maggiori garanzie per i lavoratori già sotto contratto a tempo indeterminato. Il PdL, invece, fiancheggiando quella parte di imprese che tifa per la totale deregulation all’ingresso, ha perso l’opportunità storica di farsi portatore di una nuova cultura imprenditoriale: quella che considera il capitale umano aziendale non come un limone da spremere ma come la più strategica delle risorse aziendali.

Se insomma SeL, IdV e Lega che in questo processo di riforme hanno rappresentato in modo puro e semplice le istanze del ’900 (immagino Di Pietro stia già organizzando un viaggio di partito a Berlino con mattoni, cazzuola e calcestruzzo) anche i partiti che hanno contribuito alla trattativa hanno dimostrato in modo plastico che il mondo nuovo non ha una gran rappresentanza, almeno non dalle forze politiche come le conosciamo oggi. La rappresentazione del lavoro che abbiamo avuto in questi giorni, anche dalle televisioni e dai giornali, è stata sostanzialmente corrispondente con quella del lavoro metalmeccanico in fabbrica: abbiamo visto cantieri navali, fabbriche automobilistiche, impianti di produzione di beni di consumo. Di lavoro intellettuale free-lance nessuno ha parlato, nessuno ha parlato del praticantato negli studi professionali o del precariato nei call center, nessuno ha parlato della nostra emigrazione intellettuale. Nessuno ha parlato di nuove forme imprenditoriali in rete, nessuno ha mai parlato di tecnologia. Si sono visti un sacco di bulloni ma pochissimi chip sia dalle parti di Santoro che da quelle di Formigli. L’intera rappresentazione del mondo del lavoro per com’è e per come sarà più avanti in questo secolo è completamente mancata.

In questo senso la bistrattatissima Fornero, che invece andrebbe applaudita per aver compiuto un tipico caso di “mission impossible”, mi è sembrata molto più preoccupata di disegnare un quadro che resistesse al passaggio del tempo di altri, più chiaramente concentrati sulla’”ora e subito”. Nell’agenda del 2013 resta dunque un problema strutturale della politica italiana: quello di essere uno strumento di gestione di una società che cambia molto più velocemente di quanto probabilmente non si veda da Montecitorio e che è destinata a cambiare ancor più velocemente in futuro.

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  • spago

    @ Piti non mi pare che la proposta Ichino rendesse licenziabili così facilmente se non negli scenari apocalittici di chi ragiona tenendo sempre presente che “tutto ciò che può andare male ci andrà”.. voglio dire rende più facile licenziare senza passare dal giudice, ma lo rende anche più costoso. Quindi perchè un imprenditore o un datore di lavoro dovrebbero farsi del male buttando via i propri soldi per licenziare qualcuno se non stretamente necessario? Inoltre anche il licenziato per capriccio con la riforma Ichino avrebbe un sostegno molto forte al reddito per tre anni, legato strettamente alla ricerca di nuovo lavoro e alla formazione. Adesso sai quante tutele ha un co. co. pro.? Sostanzialmente zero. Mi pare che questo dia parecchio ai lavoratori e cambi parecchio le condizioni dei cosìdetti precari, o no? Voglio dire cambia anche il loro staus, la loro condizione esistenziale e psicologica di precarietà, quindi anche il loro potere contrattuale. Inoltre devi sempre ricordare che una delle ragioni di quella riforma è anche sostenere aziende ed imprese: dargli la possibilità di essere più adattabili e flessibili, renderle più competitive, e cancellare l’incertezza e il costo dei passaggi in tribunale. Tutto ciò è cosa buona e giusta, nel senso che l’unico contesto in cui davvero possono aumentare i posti di lavoro, i diritti, il benessere, ecc.. è quello di una società con un’economia increscita. Bisogna creare lavoro, ma non in modo autoritario mettendo la gente a fare dei lavori che non servono e sono disfunzionali (altrimenti possiamo semplicemente assumere tutti i disoccupati come guardie forestali in calabria), piuttosto creando crescita così che nascano posti di lavoro veri e utili.

  • piti

    spago, in primo luogo ti ringrazio per il tono cortese, che apprezzo molto e spero di essere in grado di ricambiare come merita.

    In breve. Se si insiste molto per avere una certa scappatoia di legge in una data direzione, vorrà ben dire che quel tutto male possibile che accadrà, che tu citi da Murphy, evidentemente lo si vuole con forza. Se io dico che voglio a tutti i costi avere il diritto di tagliare la testa a tutti quelli con il nick che comincia con “spag”, tu ti sentiresti tranquillo? E perché io ci tengo tanto a una norma siffatta?

    Poi, sappiamo benissimo, è elemento costitutivo della vita, che le cose si ottengono non con la forza esercitata, quasi mai almeno. Ma con la minaccia, che anticipa la forza e la rende spesso di inutile esercizio, bastando il suo prodromo. Allora, lasciare carta bianca a una sola parte nel decidere vuol dire lasciare il potere di minacciare l’altra. Inutile elencare la sfilza di abusi che un potere poco o niente condizionato può esercitare. Tu dici che con Ichino il licenziamento costava?
    bene, credimi: una volta INFRANTO UN PRINCIPIO, si comincia dandogli un prezzo. Poi, pian piano, sul prezzo ci si accomoda, e si svaluta.
    Io sarei contrario, e certo perplesso, anche di fronte a uno scambio “zero vincoli a licenziare” in cambio di “dieci anni di paga come indennizzo”. Perché in breve, il diritto infranto resta tale, e sul resto si lima, si taglia, ci si inventa riformisti, moderati, tutti i nomi ipocriti che sappiamo tutti, e si perde la contropartita.
    Poi, che i giovani non abbiano tutele dai contratti che oggi vanno per la maggiore, certo, hai ragione. Ma a me combattere il tempo determinato con un tempo indeterminato libero da vincoli, no, scusa, proprio no.
    Ti dico una cosa ancora. Un esempio. Nel mio Comune cederanno, forse, un ramo d’azienda: ottanta persone di un dato settore verranno esternalizzate contro la loro volontà e si troveranno da pubblici dipendenti a lavoratori del settore privato. Tralasciando il fatto che passare nel privato oggi è un rischio molto forte, con la certezza poi di un danno pensionistico enorme, sono persone spesso sopra i cinquant’anni che subendo un nuovo contratto (stipulando è termine più libero della verità dei fatti) con Ichino sarebbero prive del 18. Persone di 53 anni, per dire, cui ne mancano oltre dieci alla pensione, che di botto potrebbero essere buttate in mezzo alla strada, in cambio di una elemosina. E il costo dell’elemosina sarebbe rapidamente ripagato dal risparmio che la società conseguirebbe assumendo al loro posto giovani malpagati. Ecco, io non credo che Ichino, oltre al resto, vada bene perché scopre delle situazioni troppo delicate.
    E infine davvero: ma crediamo mica che la crescita, che sappiamo tutti che serve, passi attraverso l’espediente miserevole del licenziamento senza giusta causa ma senza reintegro? Davvero pensiamo una roba così ridicolmente reazionaria?
    Ciao, e grazie ancora per la pacatezza.

  • piti

    “Il PdL, invece, fiancheggiando quella parte di imprese che tifa per la totale deregulation all’ingresso, ha perso l’opportunità storica di farsi portatore di una nuova cultura imprenditoriale: quella che considera il capitale umano aziendale non come un limone da spremere ma come la più strategica delle risorse aziendali.”
    Strano, eh? Niente niente il senso ultimo delle destre è esattamente quello, il limone dico. Ma siccome questo implica ammettere la innominabile contrapposizione, meglio fare la vispateresa e stupirsi che il partito padronale agisca da partito padronale.

  • spago

    @ Piti grazie della risposta.. però devo dirti che io faccio fatica a vedere il restare a lavorare in un posto contro la volontà del tuo datore di lavoro come un diritto. Penso che nel 99% dei casi al reintegro sia preferibile l’indenizzo e il subentro di un sistema di welfare. Penso che sia preferibile per l’azienda, che m’importa molto tutelare. Ma anche per il lavoratore, che in presenza di un sistema di tutele e sostegni non dovrebbe avere paura se perde il lavoro anche a cinquant’anni avendo famiglia. Penso che sostituire l’obbligo di farsi carico del lavoratore dato all’azienda creandole un danno con una tutela data dal sistema sociale pubblico sia meglio. E che far pagare buona parte del prezzo ai datori sia una tutela contro il fatto che abusino di questo sistema. Per me in una relazione anche di lavoro ci dev’essere l’accordo di entrambe le parti, altrimenti si divorzia. Può essere un dramma esistenziale, ma fa parte della vita, non è una cosa da impedire in modo autoritario, ma bisogna sostenere chi si trova a vivere il dramma. Tu dici: è un pendio scivoloso s’inizia così e chissà coem si va a finire (slippery slop). Io rifiuto tendenzialmente questo tipo di argomento: porto un esempio eccessivo: allora lo stato non dovrebbe legalizzare la vendita degli alcolici. S’inizia legalizzando una droga come l’alcool e mettendo paletti stretti. Poi i paletti cedono, dopo l’alcool chissà cosa segue e diventeremo una società di drogati. Forse legalizzare la vendita di alcolici è un modo da parte dello Stato di sostenere e propagandare l’acolismo.. Io sono antiproibizionista e sempre per la legalizzazione (alcool droga prostituzione aborto eutanasia divorzio.. tutto). Allo stesso modo penso che piuttosto che il farwest odierno, fatto di contratti fuffa cui non si applica l’articolo 18, sia meglio una proposta più concreta come quella di Ichino. Non condivido il tuo mettere davanti questioni di principio, perchè per me si deve sempre mettere davanti la realtà odierna. Oggi c’è l’articolo 18 e parechci milioni di precari senza tutele. Con Ichino quei milioni di precari verrebbero a stare meglio.
    La crescita poi passa anche verso la riduzione dell’incertezza del diritto e dei passaggi in tribunale, sì, anche da questo oltre che da moltissime altre cose. P.S. io lavoro co.co.pro. non ho un’azienda e non voglio licenziare nessuno se mai ti fosse venuto il dubbio :)

  • piti

    Spago, pensa alla FIAT che lascia a casa gli iscritti a sindacati sgraditi alla proprietà. Cosa potrebbe un contratto a t.i. come quello di Ichino, di fronte a una intimidazione così volgare? La FIAT paga qualche soldo, si libera di essere umani non conformi all’ortodossia aziendale, ne spaventa decine di migliaia. No, scusa, non ci sto.
    Non so, non capisco cosa significhi restare al lavoro se il datore non ti vuole. Dobbiamo piacere in tutto e per tutto a un imprenditore che torna padrone, con buona pace di Scalfarotto, gentile a ospitarci, ma imbarazzante nel fingere di ignorare queste cose? Che un sindacalista, o un sindacalizzato, non deve poter lavorare, e nel frattempo portare avanti le proprie lotte? Ma siamo arrivati non dico a subire, dico ad accettare di subire questo? E questo sostenuto in area diciamo progressista?
    Spago, è un piacere parlare serenamente con te su questa pagina, è giusto sottolinearlo, ma non riesco a concordare in niente.
    A poi bisognerà, vivaddio, alzare lo sguardo dal qui e ora. E se io lo alzo, vedo quindici anni, gli ultimi, come minimo, di promesse di sviluppo e occupazione in cambio di flessibilità, di moderazione salariale, di riduzione del welfare. Tutto è avvenuto, e abbondantemente. Eppure, i dati su occupazione e reddito sono quello che sono, disastrosi. E allora? Si può ancora credere alla favole tutto fuorché disinteressate di fonte diciamo padronale, perdete un dito oggi che avrete un braccio in più domani, e il domani non arriva mai, e se arriva è sempre e solo foriero di ulteriori pretese verso chi lavora? Si può credere alla classe che ha alterato la spartizione della ricchezza, depauperando il lavoro oltre la decenza, nel momento in cui, per bocca dei suoi tecnocrati chiede sempre e solo sacrifici? Ma possibile che lo veda solo io un abominio così nitido e così equivocato?

  • spago

    @ Piti ma il fine ultimo non è tutelare il sindacato, ma il lavoratore. E anche il datore di lavoro allo stesso tempo. Io non penso che si debba fare come vuole il “padrone”, ma neppure come vuole il dipendente. Bisogna cercare l’accordo fra le parti, ottenuto contrattando. Restare al lavoro contro la volontà del datore per me non è un diritto, è un assurdo. Così come lo sarebbe impedirti di andartene. I soli indenizzi economici in entrambi i casi sono sufficenti a dare un peso a queste scelte. Se mi licenzio senza preavviso posso creare un danno all’azienda e ci rimetto qualche soldo, ma saresti favorevole alla possibilità che il datore mi facesse causa e venissi reintegrato? O paventi la possibilità che i dipendenti abbandonando tutti senza motivo e improvvisamente i loro posti facciano fallire migliaia di aziende? Un’economia vivace, in crescita, dove i posti di lavoro aumentano, dove c’è concorrenza fra imprese, dove arrivano aziende dall’estero (nel campo dell’auto quante ce ne siamo perse? la Toyota per esempio) dove i lavoratori si possono spostare e scegliere fra diverse offerte, di fatto garantisce ai lavoratori potere contrattuale rispetto ai datori e spinge il punto di equilibrio verso il meglio per entrambi. Di fatto dico, ridimensionando il ruolo in ciò del sindacato. Oggi tutto questo non c’è e a me sembra di vivere in un contesto statalista, burocratico, ad alta pressione fiscale, con poco o niente di liberale. Perchè quella situazione si realizzi appena un po’ occorre una trasformazione del sistema del welfare, meno imperniato sulla famiglia e più di stato, e una serie di misure per rendere più agevole lo spostamento delle persone. E mille altre cose.. Ma poi occorrono anche misure per lasciare che i lavoratori siano licenziati tanto quanto che siano assunti, così come occorre lasciar fallire le imprese tanto quanto favorirne la nascita. Entrambe queste cose sono nel senso dell’efficenza e della crescita del sistema economico e industriale. Essendo a favore di una maggiore anarchia in questo campo, ciò di cui mi preoccupo è se mai costruire una rete di protezione per chi fallisce o è licenziato, e un efficace sistema di formazione e prima ancora un ottimo sistema d’orientamento. Non vedo quale diritto è leso se vengo licenziato ma sono tutelato in tutto e per tutto. E ci vedo anche un favorire il poetere cintrattuale del dipendente rispetto al datore: psicologicamente perchè non avrebbe addosso la pressione che ha oggi, chi deve accettare qualsiasi cosa piuttosto che niente e concretamente perchè non ci sarebbe più il niente. Ma davvero al fondo sta la convinzione che non è vero che tutti i padroni sono lì a fotterti e che Murphy ha fatto solo una battuta divertente.

  • piti

    @spago, due cose mi sento di sottolineare.
    1) Sarà un limite mio, una diffidenza da vecchio che ne ha viste quante bastano per non crederci, ma io al mercato prendi-e-lascia non ho mai creduto. Men che meno in Italia, ma abbastanza ovunque. La trovo un’astrazione scolastica, un paradosso, come se nella realtà, per fare un esempio, davvero Achille non raggiungesse mai la tartaruga. A scuola possiamo passarci due ore di filosofia stimolanti. Ma poi fuori, la tartaruga non scappa.
    2) Sì, io credo che la maggior parte dei padroni abbia, per ruolo sempre e per mentalità spesso, l’idea di fottere (un po’, abbastanza, molto, moltissimo, del tutto: dipende) i dipendenti. E in ogni caso le leggi che pongono dei limiti si fanno per quella parte di società che ha cattive intenzioni. Io non credo che tu sia un ladro o un omicida, non ti conosco ma ne sono certo. Eppure non sarei favorevole a una legge che abolisse il codice penale, i tribunali, le carceri, perché se non tu, altre persone sono ladri o omicidi. E allora il reintegro serve da deterrente per i cattivi padroni.

  • ziobenito

    Anche se tutti… NOI NO!!

    NOI oggi non sfileremo per le strade e le piazze sventolando luridi stracci rossi, NOI non andremo ad ascoltare qualche vecchio rincoglionito narrare commosso le sue “eroiche” gesta partigiane, NOI non parteciperemo a nessun seminario sulla “resistenza” e sui suoi falsi valori.

    Non lo faremo perché oggi come ieri e come per i mille anni a venire IL FASCISMO SIGNIFICA PER NOI ONORE E FEDELTÀ!

    NOI non siamo dei vigliacchi traditori che hanno svenduto gli ideali di Patria e Bandiera per una schiavitù mascherata da libertà!

    Durante il Ventennio l’Italia era una Nazione a cui tutto il mondo guardava con ammirazione e rispetto, caratterizzata da opere artistiche e architettoniche di altissimo livello e tecnologie per l’epoca eccezionali. Lo Stato era efficiente e l’economia fiorente (due milioni di miliardi di attivo nel 1926). Soprattutto, il Popolo italiano aveva dei saldi valori, orgoglio e amor Patrio.

    E adesso? Guarda, partigiano infame, dove ci ha condotti quel tuo vile atto di tradimento che ami tanto chiamare “resistenza”.
    Un’Italia allo sbando, in mano a gentaglia senza dignità e senza valori, in balia del libero dilagare delle più ripugnanti depravazioni, omosessualità, pedofilia, droga, ateismo, islam, femminismo, promiscuità sessuale. Un’Italia preda di potenze economiche straniere e terra di conquista per africani, zingari e altre razze bastarde.

    MA IL GIORNO DELLA RISCOSSA È VICINO!

    Negli arditi cuori di noi CAMICIE NERE la Rivoluzione Fascista è ancora viva!

    La nostra storia non si è fermata a Piazzale Loreto, i nostri ideali non si sono spenti con le carneficine partigiane, la nostra voce non si è zittita con le leggi liberticide emante dai vincitori.

    Il nostro pensiero, la nostra forza e la nostra azione sono un trinomio eterno, capace di spezzare le catene della menzogna, della prevaricazione, dell’ingiustizia.

    La nostra fede è immortale, capace di rinascere dalle sue stesse ceneri perché essa è unica, imperitura, universale!

    Non è lontano il giorno in cui ci vedrete nuovamente marciare su Roma e sul Mondo per restituire all’Italia onore e grandezza!

    IL FUTURO È FASCISTA!
    CAMERATI SEMPRE PRESENTI! A NOI!

  • piti

    C’è un medico in sala?