Il Post
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Né l’una né l’altra

5 gennaio 2012

Stimo Susanna Camusso come una tra le personalità più intelligenti e preparate di questo paese. Per questo mi stupisce grandemente quando dichiara a Repubblica che “l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ha una funzione deterrente per i licenziamenti senza giusta causa. Per questo non può essere né aggirata né modificata”. Questa affermazione è tecnicamente sbagliata e il segretario generale del più grande sindacato italiano non può fare errori così gravi senza far nascere il sospetto che lo faccia consapevolmente.

L’articolo 18 protegge i lavoratori da licenziamenti senza giusta causa (quelli cioè discriminatori, capricciosi o fondati su contestazioni disciplinari infondate) o senza giustificato motivo (dove le ragioni economiche sulla base delle quali l’imprenditore licenzia sono considerate infondate o dove non siano stati rispettati i criteri di scelta per individuare i lavoratori da licenziare in caso di ristrutturazione).

Con la proposta Ichino si vuole modificare l’articolo 18 (sottolineo: solo per i contratti futuri, non per i contratti già esistenti) solo per il secondo caso (il giustificato motivo),
estendendo invece a tutti i nuovi ingressi sul mercato del lavoro la protezione dell’articolo 18 contro i licenziamenti per giusta causa. Questo significherebbe l’impossibilità di licenziare in modo del tutto discrezionale una persona, rischio al quale – ad esempio – oggi è esposto quotidianamente qualsiasi precario che lavori con una falsa consulenza ottenuta previa l’apertura di una partita iva.

Oggi, insomma, l’articolo 18 difende contro la giusta causa solo coloro che ne sono già coperti. Mi piacerebbe chiedere dunque a Susanna Camusso qual è la funzione deterrente sui licenziamenti che l’attuale articolo 18 svolge nei confronti dei milioni di giovani italiani e italiane che di garanzia oggi non ne hanno nessuna perché lavorano con un contratto precario (senza nemmeno i diritti basilari alla malattia, alle ferie o alla maternità). Vorrei capire quale è la strategia della CGIL per dare a questi ragazzi il diritto che spetta a tutti i lavoratori in un paese civile, che non è l’inamovibilità dal posto di lavoro ma la dignità del proprio lavoro. In questo paese troppa gente, specie tra i giovani, non ha purtroppo né l’una né l’altra.

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  • atiloppi

    Grazie. Finalmente! Sono pochi mesi che demagogicamente la CGIL fa finta di essersi accorta dell’esistenza dei precari e in realtà non fa (e non ha fatto) assolutamente nulla in proposito. Se la situazione è questa, oggi, è anche colpa dei sindacati.

  • zooei

    Sono d’accordissimo, complimenti per l’articolo.
    Tra l’altro, a me la proposta Ichino, per quel che si è letto finora, piace.

  • tonio

    Paradossalmente il precariato è di fatto ciò che permette ai lavoratori di serie A di godere dell’art. 18 com’è oggi. Ragionando per estremi, una forza lavoro formata interamente da precari renderebbe del tutto vano l’art. 18. Quindi, va bene discutere sulle garanzie a tutela dei lavoratori, che hanno un contratto vero, ma sarebbe onesto, di pari passo, togliere circa quattromilioni di precari da quel ruolo di ciambella di salvataggio della produttività nazionale, che fa comodo un po’ a tutti. Questa “peggiore Italia” è formata da lavoratori senza diritti e senza onori, che simulano una legalità del rapporto lavorativo che di fatto viene elusa. Allora, quando si discute di riformare il mercato del lavoro, sarebbe onesto non dimenticarsi di chi oggi sopporta il peso maggiore della crisi occupazionale, facendo da cuscinetto tra domana e offerta, e svanendo nell’aria dopo l’uso.

  • http://paper.li/paolocorno snotgreen

    L’articolo 18, per come è scritto a tutt’oggi costituisce sostanzialmente una forma di tutela per coloro che svolgono attività sindacale in azienda: si intende evitare che il “rompiballe” venga licenziato con un qualunque pretesto. La cosa in se è giusta, ma se vogliamo parlare di riforma dell’articolo 18 dobbiamo considerare questo aspetto, altrimenti gli uni continueranno a dire in maniera faziosa che questo articolo frena l’espansione delle aziende, gli altri che si tratta di una tutela per qualunque lavoratore. In realtà la seconda parte dell’articolo 18 potrebbe essere modificata in maniera più liberale se d’altro canto avessimo (finalmente) una legge seria sulla rappresentanza sindacale. Fino a quando i sindacati intenderanno una legge sulla rappresentanza come una forma di ingerenza nella propria sovranità, credo che questa discussione non potrà essere portata avanti in maniera serena.

  • http://www.giordani.org Riccardo Giordani

    Io sono iscritto alla CGIL e sono anche rappresentante sindacale. Ma sono anche un convinto sostenitore delle proposte di Pietro Ichino. Siamo in minoranza, ma esistiamo.

    La strategia dichiarata della CGIL per dare dignità al lavoro di tutti è incentivare l’assunzione a tempo indeterminato mantenendo l’attuale art. 18. La flessibilità dovrebbe essere rappresentata solo da contratti di ingresso di durata limitata. Chi dirige la CGIL non può veramente pensare che sia una strategia attuabile.

    In realtà la CGIL si limita a seguire una miope strategia di contrasto alla riforma, al solo scopo di inseguire un consenso ignorante e decadente. Augurandosi segretamente di fallire, perché il danno sarebbe enorme. Esattamente come a Pomigliano.

    La CGIL è un patrimonio da non disperdere. Va salvata, cercando in ogni modo di produrre in essa la svolta di cui ha bisogno.

  • monty4329

    La CGIL e’ una lobby che difende, ovviamente, gli interessi dei propri iscritti. Cioe’ quasi esclusivamente pensionati e dipendenti di grandi imprese private e pubbliche. Inoltre, e’ un braccio del PD, cui porta voti e da cui riceve sostegno politico. Molto lineare, e trasparente.
    ***
    Se poi un dirigente elevato del PD si stupisce, prendiamo atto ma fa francamente un po’ ridere.

  • luco

    Ma dare maggiori diritti ai precari per levarli a chi gli ha già come può essere un miglioramento? Lo è per i precari, non per gli altri. O addirittura porterà ad avere tutti precari (nel senso di stabilità del lavoro, non di trattamento contrattuale). Ma allora, mi chiedo, non è che tutto questo serve solo a mettere sempre più gli uni contro gli altri i lavoratori? Quelli che già hanno dei diritti da quelli che li vogliono (giustamente?).
    E ancora, come ha detto giustamente Damiani, L’articolo 18 si applica alle aziende con più di 15 dipendenti. Davvero le aziende con più di 15 dipendenti (non tante) hanno bisogno di tutta questa mobilità? E non diventa meno controllabile, da un punto di vista, diciamo, etico? Ci siamo già dimenticati dei casi Finmeccanica? Cosa può succedere in un paese chiamato Italia levare l’articolo 18?

  • luco

    *a chi li ha già

  • http://www.massimocali.com massimocali

    Modificare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori non e’ un’eresia. Non solo perché ci aiuterebbe a recuperare competitività rispetto agli altri paesi con cui dobbiamo confrontarci sui mercati internazionali, ma anche perché a ben vedere l’articolo 18 non ha mai impedito alle aziende di licenziare. Se vogliono licenziarti lo fanno comunque e non ti resta che trattare la cifra della buonuscita, con o senza l’intervento di un giudice. Semmai l’articolo 18 è un deterrente a licenziare con leggerezza e questo principio va salvaguardato. Come? Obbligando le aziende, come dice il professor Ichino, a garantire per un congruo periodo di tempo il reddito del lavoratore licenziato in attesa che trovi una nuova occupazione. Obbligando altresì le aziende a supportarlo attraverso le società di outplacement che con opportune attività di formazione e di aggiornamento lo aiutino ad individuare nel più breve tempo possibile nuove opportunità di lavoro. E al termine di questo periodo, se non sarà stato possibile trovare una nuova occupazione al lavoratore, dovrà intervenire lo stato con il reddito minimo garantito. In cambio il lavoratore licenziato, e chiunque si trovi suo malgrado senza lavoro, potrà essere impiegato in attività socialmente utili o per realizzare quelle infrastrutture che sono un motore straordinario per lo sviluppo e il sostegno occupazionale. Serve quindi una modifica allo Statuto dei Lavoratori che tuteli tutti e non solo quelli che un lavoro sicuro ce l’ hanno già. Che definisca con chiarezza quali saranno gli ammortizzatori sociali e le giuste tutele per i lavoratori licenziati e che definisca le nuove tipologie contrattuali che, salvo casi eccezionali, dovranno essere a tempo indeterminato. Ovviamente è necessario un confronto aperto fra governo, sindacati, imprenditori e partiti politici ma temo che non sarà sufficiente: chi siederebbe al tavolo delle trattative per rappresentare i precari? I sindacati infatti tutelano principalmente, se non esclusivamente, i lavoratori a tempo indeterminato. Non escluderei quindi il ricorso ad un referendum. Gli italiani, quando si è trattato di decisioni importanti sul loro futuro e su quello dei loro figli, hanno sempre dimostrato molta saggezza.