Contro Nesi

Ho da poco finito di leggere il libro vincitore del Premio Strega di quest’anno, “Storie della mia gente“, l’ultimo lavoro di Edoardo Nesi. È il racconto del tramonto dell’industria tessile a Prato e anche una denuncia potente contro la politica nazionale (spalleggiata da economisti come Francesco Giavazzi, cui è dedicato un intero capitolo del libro) che, a detta di Nesi, ha svenduto la piccola industria italiana consegnandola, senza opporre nessuna resistenza, mani e piedi alla globalizzazione che l’ha poi uccisa. In pratica, secondo Nesi, gli italiani pensavano che saremmo andati a vendere ai cinesi le nostre Ferrari e i vestiti di Armani e invece sono stati i cinesi a mettersi a vendere a noi le loro merci a basso prezzo, uccidendo così interi distretti industriali e, alla fine, in qualche modo, l’economia italiana.

Ho finito la mia lettura apprezzando molto la scrittura elegante e le affascinanti citazioni dell’autore ma insieme con un’enorme perplessità, anche un certo fastidio, sul contenuto di questo libro. In questa storia dolente ma non per questo meno arrabbiata, Nesi non nasconde mai il fatto che la vicenda del distretto tessile di Prato (come di altre realtà italiane nate dalle ceneri del dopoguerra) sia stata una specie di prolungato e generosissimo Natale. Lo sviluppo di quelle aziende era stato infatti “una lunga e fortunatissima cavalcata che… aveva trasportato tutti, capaci e incapaci, industriali e dipendenti, ben oltre i loro limiti”. Un sistema dove gli industriali “industriali non erano e non erano mai stati”. “Ma la cosa davvero bella, la cosa assolutamente strepitosa era che non bisognava essere un genio per emergere, perché il sistema funzionava così bene che facevano i soldi anche i testoni, purché si impegnassero; anche i tonti, purché dedicassero la vita al lavoro”.

Ecco, io non vedo proprio dove stia la sorpresa, anzi mi pare che questa “apologia dell’incapace” sia pure abbastanza irritante. Non capisco come si possa non pensare che prima o poi quelli più capaci avrebbero cercato (con ogni diritto) di utilizzare le proprie abilità e di emergere anche in un mercato più largo di quello – anteriore non solo all’ingresso della Cina nel WTO ma forse anche a quello dell’Italia nella CEE – di cui romanticamente ci racconta Nesi nel suo libro. E non capisco nemmeno cosa avrebbe dovuto fare la politica per impedire a quelli un po’ meno tonti di emergere.

Perché è vero che con la globalizzazione sono emersi pesantemente i cinesi, ed è pure vero che l’economia cinese è “il braccio armato di una dittatura”. Ma l’emergere dell’economia cinese non è certo un problema soltanto italiano. Ed è anche vero che proprio quelle Ferrari di cui parla Nesi, beh, quelle in Cina non le fabbrica nessuno. “Quali prodotti avremmo dovuto inventare per non farceli subito copiare dai cinesi? Forse le gabardine fatte con la tramontana, le flanelle con l’acqua chiarissima del Bisenzio, il loden con l’olio degli ulivi di Filettole?” Probabilmente sì. Nel mondo fatato descritto da Nesi, in cui l’unico problema era produrre abbastanza per soddisfare la domanda e le fatture venivano tutte pagate puntualmente in dieci giorni, non era previsto “nessun costo di ricerca e sviluppo” e si rideva “a crepapelle dell’idea di dover assumere un dirigente esterno”. Niente ricerca, niente innovazione, niente talento, niente concorrenza.

Il disagio, l’ansia sottile che ho provato man mano che procedevo nella lettura sono nati dalla visione, che emerge nitida e precisa dalle pagine del libro di Nesi, dell’Italia che non voglio. Dell’Italia che ho detestato quando vivevo all’estero, e che fatico ad accettare oggi, e che credo la sinistra italiana dovrebbe lasciarsi senza nessun rimpianto alle spalle. L’Italia lamentosa e nostalgica, attaccata a privilegi anacronistici, incapace di leggere il tempo che viviamo e accettarne – gestendole – la velocità e le dinamiche, senza una sola idea di futuro e incurante di investire sulla propria innovazione, con un sistema imprenditoriale parcellizzato e un mondo del lavoro rigido, pronta ad alzare le barricate intorno a tutele minime che non si sa davvero chi potrà sostenere e finanziare, ma mai a scommettere su se stessa e sulla propria capacità di produrre eccellenza.

L’Italia corporativa, quella che guai a toccare una rendita di posizione, quella per cui una fortuna economica guadagnata cento anni fa deve tassativamente essere una fortuna guadagnata per sempre, per sé e per le future generazioni: l’Italia del “Mario Rossi & Figli”, quella senza tassa di successione, quella di chi eredita la fabbrichetta (o lo studio notarile) senza avere il talento del padre e del nonno. Quella dei monopoli, delle barriere all’ingresso delle professioni, quella che quando entri nel giro non puoi più uscire, ma se esci dal giro o non ci sei mai entrato nessuno si preoccuperà mai di te. Quella dei precari per sempre, quella da cui i giovani fuggono verso paesi che non assicurano loro nessuna garanzia, in cerca soltanto dell’opportunità di poter realizzare se stessi e il proprio progetto di vita.

Mi auguro che il Premio Strega sia un riconoscimento esclusivo alle indubbie qualità letterarie dell’autore. Non l’avallo di una visione politica ed economica con la quale ancora molta parte dell’Italia, e penso sia un enorme problema, avrà, purtroppo, solidarizzato leggendo.

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