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Perché ci serve uno shock generazionale

30 maggio 2010

La proposta del PD, approvata dall’Assemblea nazionale la scorsa settimana, di dare uno “shock generazionale” all’università anticipando la data di pensionamento obbligatorio dai 72 ai 65 anni ha sollevato un vespaio di polemiche, a dimostrazione che il ricambio generazionale è molto più facile a dirsi che a farsi. Devo dire subito che, non foss’altro che per esserne vittima, in linea di massima detesto le generalizzazioni e gli stereotipi, e trovo che tutte le discriminazioni siano odiose, incluse quelle basate sull’età. Se potessi scegliere il paese dove vivere, me ne andrei in un posto dove ciascuno viene valutato secondo le sue capacità e dove ogni posto di lavoro viene assegnato a chi lo merita di più, che sia uomo o donna, bianco o nero, giovane o vecchio. L’assenza di discriminazioni, infatti, è possibile soltanto in un mondo rigidamente meritocratico, dove a ciascuno vengono attribuite responsabilità soltanto sulla base del proprio valore individuale e dove nessuno viene aprioristicamente considerato idoneo o non idoneo ad ottenere un lavoro, esercitare un diritto o svolgere una funzione sulla base delle caratteristiche che il senso comune gli attribuisce in quanto appartenente a una categoria. Un mondo senza stereotipi, dove non è vero che le donne sono tutte sensibili e gli uomini tutti competitivi, gli svizzeri tutti precisi e gli spagnoli tutti appassionati, gli anziani tutti equilibrati e maturi e i giovani… beh, i giovani loro-sì-che-ci-sanno-fare-col-computer.

Ma l’Italia non è questo posto: è un posto dove i giovani, più di tutti, sono aprioristicamente discriminati ed esclusi. Basti pensare a quanti lavoratori oggi sotto i trentacinque anni hanno la realistica attesa di una pensione o possono acquistare una macchina a rate senza farsi firmare una fidejussione dei genitori. O basti pensare che a 45 anni gente come Maria Chiara Carrozza, la presidente del Forum del PD sull’Università (una “nuova leva”, secondo la definizione di Mario Pirani), figli grandi e una brillante carriera alle spalle, deve lottare per quello che io chiamo scherzosamente il “diritto alla mezz’età”, che poi è semplicemente il diritto al rispetto che si deve a chi in ogni parte del mondo sarebbe considerato nel pieno della maturità, magari in grado di formare e guidare un governo come accade a Londra, a Washington o a Madrid.

L’Italia, e non solo la sua università, ha disperatamente bisogno di uno shock generazionale. Che non vuol dire “rottamare” gli anziani, al contrario. L’esperienza è una risorsa rara e preziosa che può essere utilizzata in mille modi o maniere. Ma un paese che si rispetti ha il dovere di investire sul proprio futuro e di consentire un fisiologico ricambio nell’esercizio delle responsabilità. Ciascuno è figlio del proprio tempo: se sei cresciuto e ti sei formato quando le mogli erano assoggettate ai mariti per legge, puoi decidere di elaborare il concetto della parità dei generi o puoi decidere di farne a meno e tenerti i tuoi punti di riferimento. Il rischio che si corre avendo un premier di 74 anni è che capiti di essere governati da uno che quello sforzo possa aver ben deciso di non farlo, e si vede qual è il ruolo delle donne in questo paese: quest’anno siamo al 72° posto nel Gender Gap Index del World Economic Forum, saldamente dopo il Botswana (39°) e l’Uzbekistan (58°). Complimenti.

Per lo stesso motivo non è pensabile che il sapere in questo paese sia trasmesso quasi esclusivamente da persone che si sono formate prima dell’invenzione della telescrivente. Andare in pensione a 65 anni è un destino normale per ogni lavoratore (establishment a parte, si intende) e comunque, se vivessimo in un sistema davvero basato sul merito individuale, non sarebbe difficile identificare quei talenti straordinari che a 65 anni meritassero di restare in servizio per continuare a servire didattica e ricerca: Rita Levi Montalcini esempio tra tutti. In un sistema sano e che tiene in qualche modo in conto il proprio futuro si dovrebbe poter fare affidamento su un contratto a tempo indeterminato a 30 anni e, eventualmente, godere di un contratto di consulenza a 70: l’Italia è il luogo dove accade incredibilmente il contrario. Bisogna invertire questa tendenza, non c’è altra scelta.

9 commenti

  1. Finchè saranno gli anziani a dover decidere che a una certa eta bisogna andare a casa e lasciare spazio ai giovani possiamo stare freschi!

    Purtroppo il parlamento è un sistema autoreferenziale, o meglio autopoietico.

    Chi vuole approfondire l’autoreferenzialità nei sistemi sociali legga questo articolo:

    http://www.anakedview.com/autopoiesis_referenzialita_sistemi_sociali.html

  2. Pingback: Perché ci serve uno shock generazionale « Blog del circolo online del PD “Barack Obama”

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  4. pidario says:

    Preferirei senz’altro una proposta che permetta di conservare la docenza sino ai 72 anni (anche senza alcun limite d’età) solo per quelli (e qualcuno senz’altro c’è) che la meritino.
    Non abbiamo bisogno di shok né di “sciocchezze” ma di persone competenti qualunque sia la loro età.
    Per quanto attiene il nostro Premier non è certo l’età il problema.

  5. francescorocchi says:

    Io sono tra quelli che di questo shock generazionale sono sospettosi (e ho 32 anni).
    Perche’ negli USA o in altri paesi hanno prof. cosi’ giovani? Perche’, premiando il merito, scelgono persone attive, con idee fresche e innovative, che tendenzialmente sono giovani.
    La proposta PD e’ tipicamente italiana: anziche’valorizzare i capaci, cancello i vecchi con un colpo di penna. Cosi’ con le statistiche sull’eta’ siamo a posto, e non tocchiamo minimamente l’accademia e i suoi balordi sistemi di reclutamento. Insomma, pura immagine (“Giovani pure noi! Evviva!”).
    In altre parole: nel resto del mondo si ASSUME presto, da noi si vuol PENSIONARE presto. E’ con le pensioni che si vogliono favorire i giovani? Sicuri?
    Ma se uno e’ incapace, perche’ aspettare che compia 65 anni di eta’ per mandarlo via?
    Come sappiamo che i 65enni saranno sostituiti da gente capace?
    La proposta PD non ha nulla da dire, in questo.

  6. giuliano says:

    Da prof universitario over 50 ritengo che molte proposte su universita’ e ricerca del documento PD all’assemblea nazionale siano condivisibili, anzi veramente buone. Primo fra tutti, il concetto, che a mio avviso sottende l’intero documento, cavallo di battaglia se cosi’ possiamo chiamarlo di Ignazio Marino e di noi che, semplici militanti, l’abbiamo propagandato, con successo, devo dire, nei congressi dei circoli e poi nella battaglia delle primarie di ottobre, di considerare il settore dell’universita’ dell’alta formazione della ricerca un tema di interesse strategico nazionale e di porlo al centro dell’azione di governo, proprio per avere maggiori possibilita’ di superamento della fase di crisi, migliorando il livello di innovazione e ammodernamento dell’intero paese: questo significa sostanziale aumento delle risorse a disposizione, non risparmio o addirittura tagli indiscriminati!!. Molte proposte condivisibili, dicevo, non tutte. Quella che come vedi, caro Ivan, e come vedono tutti, e’ l’unica forse che campeggia su pagine di giornali, il pensionamento a 65 anni, cioe’, la proposta eponima potremmo dire, non mi trova del tutto d’accordo. Tra l’altro vorrei far sapere a tutti che molte universita’ gia’ utilizzano 70 anni come tetto massimo, rifiutando a TUTTI il biennio di proroga che faceva arrivare per consuetudine fino a 72 anni Non e’ questo il luogo per svolgere una discussione in parte politica in parte tecnica ( lo faro’ partecipando ai lavori del forum tematico PD, se mi sara’ consentito), solo faccio notare : la proposta “in pensione a 65” andrebbe in vigore subito e per tutti? Non si rischia un improvviso “buco” di migliaia di prof? (senza contare che molti non avrebbero la possibilita’ di raggiungere i 40 anni di contribuzione). che garanzie si hanno che in questi tempi di tagli violenti all’universita’ le risorse sarebbero reinvestite in reclutamento? Altrimenti, se dovesse cominciare a valere “da ora in poi” i benefici sarebbero di molto rinviati. Il principio di “ricambio generazionale” lo approvo, probabilmente va pero’ implementato con misure ad hoc GARANTITE (gradualita’, certezza di risorse, incentivi al merito, ..). poi, chi valutera’, come peraltro scrivi, i docenti migliori che potranno rimanere? in italia non abbiamo una educazione al merito e alla competenza, ci basiamo soprattutto su appartenenza familiarita’ continuita’ …. queste stato di cose DEVE essere cambiato (lo stesso dicasi per l’assegnazione di finanziamenti a progetti: chi controlla i valutatori? abbiamo visto tutti che cosa e’ successo per il FIRB Futuro in ricerca, in Campania ho visto io come e’ andata ad esempio la L.5 di finanziamento regionale alla ricerca, ecc ..)
    Infine i ricercatori: sono tutti all’altezza di diventare prof? (certo, molti prof non sono all’altezza neanche di .. tornare ricercatori, nel senso di livello di qualificazione piu’ basso, ma questo e’ un altro discorso). L’idea di una tenure track all’americana non e’ sbagliata in se’ (proposta gelmini .. oops, tremonti) ma va armonizzata con altre misure (mobilita’ verso PA e aziende private, ecc ..) che da noi non esistono proprio.
    concordo molto con francescorocchi, specie auando scrive “nel resto del mondo si ASSUME presto, da noi si vuol PENSIONARE presto. E’ con le pensioni che si vogliono favorire i giovani?” Il vero problema e’ la valutazione del merito e della competenza: io sono per cominciare a “imporre” questi comportamenti virtuosi prima di decidere di “pensionare a 65 anni”

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