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	<description>La Scuola Holden è una scuola di Scrittura e Storytelling dove si insegna a produrre oggetti di narrazione per il cinema, il teatro, il fumetto, il web. Tra i fondatori della scuola Alessandro Baricco, attuale preside.</description>
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		<title>Quando il cibo unisce: buio e burro d&#8217;arachidi</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Apr 2013 09:18:58 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2013/04/Quando-il-cibo-unisce-buio-e-burro-darachidi.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1127" src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/04/Quando-il-cibo-unisce-buio-e-burro-darachidi.jpg" alt="" width="620" height="412" /></a>Circa un anno e mezzo fa, la foodblogger Jennifer Perillo scrive sul suo blog “In Jennie’s Kitchen”  <a href="http://www.injennieskitchen.com/2011/08/for-mikey/">che suo marito è morto</a>: si tratta di un attacco di cuore improvviso, che non le lascia neanche il tempo per salutarlo. Molti follower le chiedono come possono dimostrarle la loro vicinanza in un momento così difficile e lei risponde in maniera inaspettata: è un bel po’ di tempo che si ripromette di preparare il dolce preferito di Mikey, suo marito, ma alla fine non l’ha mai fatto.</p>
<p>Così, chiede a chi ne ha voglia di preparare il dolce al burro d’arachidi che suo marito amava tanto e di condividerlo con i propri cari il venerdì stesso. “Abbracciateli come se non ci fosse un domani, perché oggi è l’unica garanzia sulla quale possiamo contare” scrive. E aggiunge la ricetta per la Peanut Butter Pie.</p>
<p>Il cibo è unione, sembra dirci: nonostante le diversità, nonostante le distanze, nonostante i confini che indubbiamente ci separano, il cibo, alla fin fine, ci rende tutti uguali, tutti vivi e tutti mortali nello stesso identico modo. Come disse E. M. Forster, gli eventi principali nella vita di un essere umano sono cinque: nascere, mangiare, dormire, amare e morire. Mangiare e amare, però, sono quelli che più ci avvicinano gli uni agli altri.</p>
<p>Forse Jennie non si aspettava davvero che qualcuno avrebbe risposto, ma ciò che sembrava imprevedibile accade: <a href="http://blog.foodnetwork.com/fn-dish/2011/08/chocolate-covered-peanut-butter-pie-recipe/">decine e decine di persone dal mondo dei food blogger</a> preparano il dolce per Mikey e postano la ricetta sul loro sito; commentano e lasciano un link al dolce che hanno preparato; spargono la voce su Facebook, dove nasce addirittura un evento:  “<a href="http://www.facebook.com/events/213820718667119/">Peanut Butter Pie Friday for Mikey and Jennifer Perillo</a>”; ne parlano su Twitter e invitano altri blogger a seguire il loro esempio e a mettersi a cucinare: “Jennie, ricorda sempre quanto amore ti circonda. La luce di quell’amore ti farà andare avanti” dice Gail Dosik, “Un dolce per Jennie, un dolce per Mikey, un dolce per tutti noi” scrive Jen Yu, “Qualcosa di bello sta accadendo oggi. Sono così orgogliosa di fare parte di questa grande, folle famiglia del cibo” twitta Paula, “Siamo qui per nutrirti a nostra volta, in ogni modo possibile” dice Kat Kinsman. E c’è addirittura chi crea un <a href="http://whiteonricecouple.com/films-documentaries/video-creamy-peanut-butter-pie-mikey-jennifer-perillo/">video</a>  e lo dedica a Jennie.</p>
<p>Alcuni la conoscono di persona, ma molti soltanto attraverso il blog. Non importa: la comunità on-line partecipa, anche da distante, e mentre centinaia di persone aprono un barattolo di burro d’arachidi tutti pensano a Jennifer, al fatto che il suo dolore avrebbe potuto essere il dolore di chiunque, anche di loro stessi. È una sorta di veglia funebre moderna, ma anche un inno alla vita che si diffonde tramite il web, e che scalda il cuore.<br />
Che il cibo sia qualcosa che abbiamo tutti in comune, ovviamente, lo sanno in tanti, soprattutto gli artisti. Steve McCurry, ad esempio, fotoreporter statunitense di fama mondiale, ha dedicato un’intera sezione del suo <a href="http://stevemccurry.wordpress.com/2012/08/20/food-for-thought/">blog</a> a fotografie legate al cibo provenienti da tutto il mondo: c’è chi taglia serpenti, chi vende pane seduto a terra,  chi vende datteri e chi pranza con l’acqua alle caviglie. Ma non importa: perché tutti stanno mangiando, tutti stanno onorando la vita sotto forma di cibo. E McCurry non è il solo artista ad essersene accorto. Robin Kahn, ad esempio, ha partecipato ad una mostra allestendo una tenda con all’interno alcune donne della comunità Sahrawi e invitando il pubblico ad entrare e ad assaggiare un piatto di couscous, per poi chiacchierare con loro. Ha chiamato questi happenings “<a href="http://www.essentaste.com/copertina/a-cena-in-un-campo-profughi-the-art-of-sahrawi-cooking/">Couscous Events</a>”, creando un luogo protetto per superare le differenze culturali.<br />
Oltre i confini, dunque: non solo quelli fisici, non solo quelli disegnati sulle mappe o oltrepassati grazie al web. A volte, infatti, il cibo diventa mezzo per superare barriere di tipo diverso, come nel caso dei ristoranti <a href="http://www.danslenoir.com/">Danslenoir</a>, che sono sempre più popolari e si trovano ormai nelle più grandi città di tutto il mondo: Parigi, New York, Londra. Sono un vero e proprio fenomeno, forse anche mediatico e commerciale, che nasce, però, da un’idea particolare: avvicinarsi a un mondo a noi vicino eppure allo stesso tempo estraneo e spesso ignorato. Si tratta di cenare completamente immersi nel buio, senza sapere in anticipo quale sarà il menù, affidandosi esclusivamente a quattro dei cinque sensi. Ad aiutare i clienti del ristorante ci sono guide non vedenti, che li accompagnano durante un’esperienza che dice molto di più di tanti discorsi sull’uguaglianza: senza vedere per una sera, costretti a capire se quello che stiamo mangiando è carne o pesce, il cibo diventa ancora una volta veicolo per avvicinarci agli altri, e al loro mondo.</p>
<p>Perché le differenze ci sono, così come la sofferenza: lottiamo, combattiamo, facciamo guerre e poi moriamo. Non ci possiamo fare nulla. Proprio per questo, forse, l’unica cosa che ci resta è il cibo, che diffonde il nostro amore e che ci tiene in vita nonostante tutto.</p>
<p>- Lucia Gaiotto -</p>
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		<title>Breaking Bad tra decessi, designer e accuse</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Mar 2013 10:21:40 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Attenzione: spoiler!</p>
<p><img class="size-full wp-image-1097 alignleft" title="breaking bad 02" src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/03/breaking-bad-02.jpg" alt="" width="246" height="565" /></p>
<p>C’eravamo lasciati con il primo articolo, anticipando il lato lugubre della serie tv Breaking Bad. Man mano che escono le puntate si nota che l&#8217;escalation di morti aumenta e va di pari passo con l&#8217;abbandono della moralità da parte dei protagonisti e con l&#8217;infittirsi della trama che coinvolge i personaggi in una spirale verso la violenza. Così si passa dalle 3 vittime della prima stagione alle 247 complessive delle prime cinque. Un numero considerevole per una serie tv che non si piega al genere noir o horror.</p>
<p>Emilio Koyama è stata la prima vittima della prima stagione, a ucciderlo un’intossicazione di gas procuratagli da Walter White. L’assassinio di Koyama è solo il primo di una lunga lista, un atto impulsivo compiuto per autodifesa, molto diverso dal secondo, quello del compare di Koyama. Quest&#8217;ultimo viene strangolato sempre da Walter dopo qualche giorno di prigionia nella cantina di Jesse Pinkman, il co-protagonista e socio di malaffare di White.</p>
<p>L’elenco delle morti che si susseguono nelle puntate della serie è stato schematizzato in formule chimiche dal designer John Larue, curatore del blog “The Droid You&#8217;re Looking For”, visibile all’indirizzo <a href="http://tdylf.com/about/">http://tdylf.com/about/</a>. Larue si è ispirato a un lavoro già svolto con la serie Dexter. Il progetto su Dexter è stato svolto dal grafico Shahed  Syed e lo vediamo all’indirizzo <a href="http://www.shah3d.com/folio/dexters-victims-2/">http://www.shah3d.com/folio/dexters-victims-2/</a>. Bizzarro lo schematizzare i decessi di una serie tv, ma il passo successivo lo fa Larue con il riferimento alla tavola periodica (sul lato sinistro della tavola l&#8217;elenco dei responsabili dei crimini, su quello destro i simboli che indicano le cause dei decessi), in linea con la chimica della serie. Ma è proprio sulla chimica che ci si sofferma per forza durante la visione di Breakin Bad. Infatti dietro ogni buona serie tv, ci sono copioni, consulenti tecnici, ricercatori e produttori instancabili che si assicurano che il gergo sia giusto, la scienza accurata e che i riferimenti alla cultura pop siano precisi. Per Breaking Bad abbiamo dietro a questa accortezza due personaggi, <strong>Gordon Smith</strong> e <strong>Jenn Carroll</strong>, i quali si assicurano che ogni formula molecolare pronunciata del personaggio sia perfetta. Smith e Carroll non sono però scienziati: Smith è l’assistente degli sceneggiatori e Carroll è la coordinatrice degli script. Smith e Carroll passano ore di lavoro su ogni copione, consultando opere di riferimento e contattando fonti scientifiche ed avvocati per assicurarsi che tutte le trame di Breaking Bad siano plausibili. Il processo di editing che avviene sui copioni è lungo e deve subire una serie di verifiche.</p>
<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2013/03/breaking-bad-01.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1099" src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/03/breaking-bad-01.jpg" alt="" width="293" height="613" /></a></p>
<p>Mettendo insieme grafica e chimica, spulciando in rete, si nota come in un blog sulla salute, la serie tv Breaking Bad sia stata usata per sensibilizzare i visitatori on line sui rischi della metanfetamina. Il blog è quello di Nursing Schools, qui: <a href="http://www.nursingschools.net/">http://www.nursingschools.net/</a>. In America i cristalli di metanfetamina sono diventati una droga da party perché aumentano la libido e creano euforia. La metanfetamina adduce assuefazione immediata che porta ad incrementare le dosi assunte. La prima sezione del blog Nursing Schools fa un veloce riassunto di quanto accaduto nella serie, attraverso le stagioni, mediante la rappresentazione grafica della formula della metanfetamina: C10 N H15.</p>
<p>La seconda sezione illustra gli effetti dei cristalli: psicosi e paranoia, corrosione dei setti nasali, danneggiamento dei vasi sanguigni al cervello, ipersalivazione e bruxismo, caduta dei denti a causa dei composti chimici, nausea, diaforesi, ipertensione, tremori, tachicardia, miocardite, convulsioni ed elevata temperatura corporea, rischio di HIV, epatite e disfunzioni sessuali. Nel blog si parla anche del fatto che la metanfetamina è una droga relativamente economica: 0,1 g a 5 dollari. Gli effetti di una quantità così esigua ed economica possono arrivare anche a 24 ore. Il grafico mostra infine un aumento dei consumatori di metanfetamine dal 2008 al 2009.  Il blog affronta quindi un’accusa implicita o meno: dal primo anno di messa in onda al secondo il numero di dipendenti è aumentato.</p>
<p>Attraversando i decessi che avvengono durante le puntate della serie, gli schemi di bravi grafici e designer, i blog d’informazione contro l’abuso di sostanze che usano la grafica della serie e infine la accusano implicitamente riguardo l’aumento di consumatori, abbiamo scandagliato altri punti di curiosità che avvolgono la serie Breaking Bad. Ma la ricerca di elementi bizzarri non finisce qui. Mostreremo parodie divertenti e “senza veli” nel prossimo articolo.</p>
<p style="text-align: right;">Stephania Giacobone</p>
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		<title>Breaking Bad, un mix esplosivo</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Feb 2013 11:29:14 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2013/02/breaking-bad.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1075" src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/02/breaking-bad.jpg" alt="" width="600" height="450" /></a><br />
Un uomo di mezza età, in mutande, pistola alla mano, vicino ad una roulotte che sprigiona un fumo rosa. Walter White è un professore di chimica in una scuola superiore del Nuovo Messico. Nel giorno del suo cinquantesimo compleanno gli viene diagnosticato un cancro non operabile ai polmoni, con un&#8217;aspettativa di vita di due anni, decide di sfruttare le sue conoscenze chimiche per preparare metanfetamine e, con l&#8217;aiuto del suo ex-studente Jesse Pinkman, di diventare uno spacciatore di alto livello nel tentativo di assicurare un futuro economico alla moglie Skyler e ai figli Walter Junior e Holly.</p>
<p>Questa accade nella prima puntata della prima stagione di Breaking Bad &#8211; Reazioni collaterali. Un inizio molto particolare e intrigante che seduce le aspettative del pubblico di una serie televisiva statunitense creata e co-sceneggiata da Vince Gilligan (sceneggiatore in diversi episodi delle serie X-Files e The Lone Gunmen, in ambito cinematografico insieme a Vincent Ngo ha sceneggiato il film Hancock di Peter Berg) e trasmessa dall&#8217;emittente via cavo statunitense AMC dal 20 gennaio 2008. In Italia va in onda in prima visione il 15 novembre 2008 sul canale satellitare AXN e in chiaro, il 4 ottobre 2010, su Rai 4.</p>
<p>Le avventure del Prof. Walter White hanno ricevuto ottime recensioni da parte della critica, principalmente per la sceneggiatura, la regia e le interpretazioni di Bryan Cranston nei panni del professore e di Aaron Paul che interpreta l’ex-studente Jesse Pinkman; la serie ha vinto numerosi premi, tra cui sei Emmy Award, cinque Satellite Award, tre Saturn Award, tre WGA Award e due TCA Award. Tuttavia il successo di una serie tv si può misurare oltre che in termini di audience, candidature e vittorie agli Emmy Awards o dal numero di stagioni in cui riesce a mantenere il prime-time televisivo anche un altro modo: l&#8217;impatto che ha sul pubblico e il numero e la qualità dei tributi che i fan realizzano. Breaking Bad come si può notare analizzando i video su youtube e vimeo, di tributi ne colleziona quotidianamente. Si tratta in molti casi di rivisitazioni che giustappongono alcuni momenti significativi dell&#8217;opera accompagnati da musiche che ne esaltano la chiave di lettura scelta. Questi prodotti dei fan hanno accumulato in poco tempo centinaia di migliaia di visualizzazioni. Propongo per dare l’idea quello che punta sul ritmo e crea un amatissimo rap con le scene e le battute delle prime due stagioni, le visualizzazioni sono al momento 640.551, si può vedere a questo <a href="http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&amp;v=WsqdmqRgrIc">link</a>. Un altro <a href="http://vimeo.com/34773713">video</a> prodotto dai fan è quello dedicato al protagonista della serie, Walter White, un tributo alla vita del professore. Interessanti questi tributi alla serie per capire quanto il pubblico sia interessato a viverla profondamente oltre che seguirla passivamente in tv.</p>
<p><a href="http://www.grantland.com/story/_/id/6763000/bad-decisions">Lo sceneggiatore Vince Gilligan</a> voleva creare una serie in cui il protagonista subisse un capovolgimento e che diventasse antagonista, una concezione diversa da quella che seguono di solito i registi delle serie tv, i quali si aggrappano a personaggi stabili che difficilmente subiscono modifiche o evoluzioni, personaggi da commedia dell’arte che incarnano tipi psicologici, nei quali lo spettatore rintraccia la sicurezza di trovarsi sempre di fronte ai soliti conosciuti: “la televisione è storicamente brava a tenere i suoi personaggi in una stasi autoimposta in modo che gli spettacoli possano andare avanti per anni o addirittura decenni. Quando ho capito questo, il passo logico successivo è stato quello di pensare a come poter fare una serie in cui l&#8217;impulso fondamentale sia verso il cambiamento […]Breaking Bad è l&#8217;unica serie costruita sul presupposto scomodo che c&#8217;è una differenza inconfutabile tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ed è l&#8217;unica in cui i personaggi hanno il controllo reale sul modo in cui scelgono di vivere.”</p>
<p>Quindi Breaking Bad è un lavoro sui personaggi che vengono tratteggiati con minuzia e che acquisiscono indipendenza dal sceneggiatore, il quale non può più domarli. La sfaccettata personalità del professore protagonista sottolinea il lavoro di ricerca psicologica.</p>
<p>Oltre alla parte di sceneggiatura, chi c’è dietro alle riprese di una serie di così grande successo? Lo rivela Michael Slovis, direttore della fotografia della serie. Innanzitutto il tempo, questa concezione così espansa sul set di una produzione tv o cinema: ogni episodio di Breaking Bad viene girato in 8 giorni, e il tipico giorno lavorativo è di 12 ore, ma in realtà ne vengono trascorse sul set quasi 13. Non tutte le riprese peculiari e insolite dello show vengono dalla sceneggiatura: alcune fanno parte della lista d’inquadrature del regista, altre vengono inserite dal direttore della fotografia. Nell’intervista si parla anche dello stile di ripresa a spalla (a mano) che caratterizza tutta la serie: “in effetti questo stile mi è sempre piaciuto in quanto aiuta a creare la tensione, ma anche la spontaneità, dello show”, rivela Michael Slovis. Anche l’illuminazione segue le tonalità psicologiche dei personaggi e si manifesta in modo poco naturale. Le informazioni date da Michael Slovis si possono ritrovare <a href="http://www.feelmaking.it/2012/07/curiosita-visive-su-breaking-bad/.">qui</a>.</p>
<p>Ma le curiosità sulla serie non finiscono qui. Nei prossimi articoli verranno proposti link e riflessioni sulle parodie che si porta dietro una serie di successo, i motivi della buona riuscita del prodotto e un’altra considerazione: ma quanti morti ci sono in Breaking Bad?!</p>
<p>Classificazioni dei decessi in una serie che racchiude attraverso le puntate… 247 cadaveri!</p>
<p>- Stephania Giacobone -</p>
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		<title>Tra le pagine di Grey&#8217;s Anatomy: Shonda Rhimes racconta</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jan 2013 13:31:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Basta mettersi comodi sul divano, accendere la tv e in un attimo ci si ritrova a Seattle, accanto ai medici e ai pazienti del Seattle Grace Hospital, a vivere gli amori, le sofferenze, la vita stessa di personaggi che scambiamo &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/host/2013/01/30/tra-le-pagine-di-greys-anatomy-shonda-rhimes-racconta/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/01/greys_anatomy.jpg" alt="" title="grey&#039;s_anatomy" width="620" height="414" class="aligncenter size-full wp-image-1049" /></p>
<p>Basta mettersi comodi sul divano, accendere la tv e in un attimo ci si ritrova a Seattle, accanto ai medici e ai pazienti del Seattle Grace Hospital, a vivere gli amori, le sofferenze, la vita stessa di personaggi che scambiamo ormai per nostri amici. Ma cosa c’è dietro di loro? Come sono nati? Chi li rende vivi? Cosa li fa cambiare?<br />
Grey’s Anatomy è una serie televisiva incentrata sulle vicende personali e lavorative della dottoressa Meredith Grey e di tutti gli specializzandi che, come lei, stanno cercando di diventare chirurghi. In onda dal 2005, la serie è arrivata ad ascolti record e continua ad essere seguita da più di 11 milioni di spettatori ogni settimana, nonostante si sia ormai giunti alla nona serie. Ha vinto inoltre numerosi premi, tra cui tre Emmy e tre Golden Globe.</p>
<blockquote><p>«<em>Non volevo una serie che parlasse di chirurgia. Volevo parlare di persone che desiderano essere dottori; persone che stanno cercando di diventare chirurghi nonostante le loro vite complicate. Non volevo una serie sui pazienti, ma su ciò che provano i dottori nei loro confronti»</em></p></blockquote>
<p>racconta <strong>Shonda Rhimes</strong> a proposito dell’<a href="http://www.youtube.com/watch?v=TctdVWdznm8">idea iniziale</a>, quella da cui è nato tutto.</p>
<blockquote><p>«<em>Ero affascinata dai chirurghi, dall’idea di mostrare persone che sanno cosa devono fare, perché se sbagliano qualcuno può morire. Volevo mostrare la competizione che nasce tra i medici, volevo mostrare donne molto forti, ma anche persone che non sono eroiche tutto il tempo. Forse lo sono in sala operatoria, ma al di fuori diventano come tutti gli altri»</em></p></blockquote>
<p>Uomini e donne con le loro paure, gioie e preoccupazioni: per questo i personaggi di Grey’s Anatomy ci sono così vicini, per questo <a href="http://www.youtube.com/watch?v=0ZpAPEGc9VI">potrebbero abitare nel nostro stesso quartiere</a>: perché amano, soffrono, si aiutano e si ostacolano, con le contraddizioni comuni a tutti noi. Ciò è particolarmente vero per gli specializzandi. Non a caso, Shonda ha detto di considerarli parti diverse di se stessa, della sua personalità.</p>
<p>Tutti ci riconosciamo in Meredith e nei suoi problemi, quindi. Ma forse ci riconosciamo un po’ meno nel fatto che tutte le donne di Grey’s Anatomy abbiano trovato uomini bellissimi, affascinanti, che si preoccupano per loro e che le amano davvero. <a href="http://www.youtube.com/watch?v=XGPtlHflpUA">Gentiluomini</a>, insomma. Perfino uno come Alex, in fin dei conti, è un bravo ragazzo, che ha sofferto solo più degli altri. Forse il motivo è che il pubblico di Grey’s Anatomy è prevalentemente femminile. Forse. Ma su questo, Shonda avrebbe qualcosa da dire.</p>
<blockquote><p><em>«Tutti gli uomini di Grey’s Anatomy sono come vorrei che gli uomini fossero. Nella vita reale, nessun uomo dice mai ciò che vorrei che mi dicesse: è una delusione continua. Questo è il motivo per cui mi è piaciuto scrivere il discorso di Burke per il matrimonio con Cristina ed è sempre lo stesso motivo per cui mi sono messa a piangere quando stavo scrivendo della morte di Danny: sembrava così reale». </em></p></blockquote>
<p><em></em>Scrivere per rendere realtà i propri sogni, quindi. Al punto da far diventare semplici parole attori in carne e ossa:</p>
<blockquote><p><em>«Mentre scrivevo, non avevo nessun attore particolare in mente ed è per questo che fare il casting è stato magnifico. Scrivevo semplicemente i personaggi e li lasciavo fare ciò che pensavo avrebbero fatto; e poi, eccoli lì, ed erano esattamente come avrebbero dovuto essere»</em></p></blockquote>
<p>Il dottor Shepherd in particolar modo, tanto che quando Patrick Dempsey entrò per il <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Bsb2L2sGBb8">casting</a>, Shonda Rhimes non fece che fissarlo, priva di espressione. Dempsey iniziò a pensare che non avrebbe mai funzionato e che probabilmente Shonda lo odiava, quando invece nulla poteva essere più lontano dal vero<em>: </em></p>
<blockquote><p><em>«Era così bello che riuscivo solo a pensare alle battute di dialogo che avrei potuto scrivere per lui».</em></p></blockquote>
<p><em></em><br />
Perché la scrittura è la base di tutto il resto: è ciò che rende vivi i personaggi, ciò che li fa incontrare, amare, separare, morire. A volte perfino oltre e contro la volontà di Shonda Rhimes. D’altra parte, è lei stessa a dire che non è stato per niente facile scrivere che, se avesse dovuto scegliere, Cristina avrebbe preferito passare la giornata in sala operatoria, piuttosto che con Burke.<em> </em></p>
<blockquote><p><em>«Ma era la verità e non avevo scelta. Così come <a href="http://www.greyswriters.com/2005/11/from_shonda_rhi_1.html">non avevo scelta </a>quando ho lasciato che Derek scegliesse Addison. La gente vi dirà che avevo una scelta, ma non ce l’avevo. Ho sofferto. Davvero. Sono stati i personaggi a farmelo fare». </em></p></blockquote>
<p>Proprio così, perché se i personaggi sono davvero vivi, ad un certo punto seguono la loro strada e non c’è nulla che possa impedirglielo, nemmeno l’autore che li ha creati.</p>
<p>A meno che non si mettano in mezzo le esigenze di mercato, ovvio. E allora lo sceneggiatore deve farsi il suo spazio, cercando il giusto compromesso. Vi ricordate la scena in cui Meredith, Cristina e Izzie fanno la doccia insieme in un triangolo da sogno per qualunque ragazzo? Siamo nella puntata Apocalisse, seconda serie. Bene. Vi siete chiesti perché iniziare così un episodio in cui si parlerà di morte e vite in pericolo? Forse no, ma Shonda Rhimes sì. E il motivo ha a che fare con il <a href="http://www.greyswriters.com/2006/02/more_from_shond.html">Super Bowl</a> , l&#8217;incontro che assegna il titolo di campione della National Football League.</p>
<p>Nel 2005, infatti, la ABC ha dato fiducia alla serie annunciando che sarebbe andata in onda subito dopo l’evento sportivo più seguito della televisione americana e Shonda Rhimes, quindi, ha dovuto pensare ad un episodio che facesse restare tutti senza fiato. Un episodio pieno di adrenalina, che non si potesse smettere di guardare fin dall’inizio. Stiamo parlando della famosa scena della doccia.</p>
<blockquote><p>«Sapevo che era la sera del Super Bowl. Sapevo che tre ragazze che s’insaponano a vicenda avrebbero potuto far sì che qualche fan del Super Bowl restasse a guardare l’episodio. Non sono stupida. Ma volevo che quella scena non fosse gratuita, che acquistasse un senso diverso una volta visto l’episodio della settimana dopo».</p></blockquote>
<p>Puntata in cui, dopo che Meredith ha rischiato la vita a causa di una bomba, Izzie e Cristina le lavano il volto sotto la doccia, tutte tre ancora con i camici addosso.</p>
<blockquote><p>«Quello che volevo dire era: credete che il sesso a tre tra ragazze sia reale? Proprio no. Questo è il modo in cui le donne si prendono cura le une delle altre».</p></blockquote>
<p>L&#8217;episodio del SuperBowl è stato visto da 38,1 milioni di spettatori: forse perché nessuno si è dimenticato di cosa fosse necessario per il mercato, ma anche e soprattutto perché tutti hanno tenuto e tengono conto episodio dopo episodio di ciò che vogliono i dottori del Seattle Grace, di ciò che è loro necessario. Solo così è possibile renderli vivi, tanto da poter pensare di andare all’ospedale del quartiere e di trovarli ad aspettarci, veri, innamorati, eroici, spaventati e bellissimi.</p>
<p>- Lucia Gaiotto -</p>
<p>Photo credits: <a href="http://www.shutterstock.com/gallery-842284p1.html?cr=00&amp;pl=edit-00">s_bukley</a> / <a href="http://www.shutterstock.com/?cr=00&amp;pl=edit-00">Shutterstock.com</a></p>
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		<title>Sugo all&#8217;acrilico: il cibo si fa arte</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Dec 2012 10:21:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Broccoli che diventano alberi, fette di salmone che ricordano il mare al tramonto, rocce di baguette, grattacieli creati con gli asparagi, strade di prosciutto. Carl Warner si occupa di paesaggi, ma non di quelli che osservano tutti. Fotografo di origine &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/host/2012/12/19/sugo-acrilico-cibo-arte/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2012/12/cibo-arte.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1015" src="http://www.ilpost.it/host/files/2012/12/cibo-arte.jpg" alt="" width="500" height="395" /></a>Broccoli che diventano alberi, fette di salmone che ricordano il mare al tramonto, rocce di baguette, grattacieli creati con gli asparagi, strade di prosciutto. Carl <a href="http://www.carlwarner.com/">Warner</a> si occupa di paesaggi, ma non di quelli che osservano tutti. Fotografo di origine australiana, Warner crea i suoi mondi con attenzione e pazienza, partendo dal cibo come materia prima e ricorrendo all’uso del computer solo per quanto riguarda gli effetti di luce e il montaggio. Guardando distrattamente le sue foto è facile non rendersene conto, ma osservando con più attenzione ecco che le cascate rivelano acque costituite di tagliatelle: un modo per <a href="http://vimeo.com/17319047">giocare con il cibo</a> e per illudere l’occhio, sulle orme di Escher.</p>
<p>Una fotografia, quella di Warner, che ha avuto il suo successo nell’ambito pubblicitario, ma che non si distanzia poi molto dai ritratti dell’Arcimboldo, a ben pensarci, e che con il tempo potrebbe anche diventare arte.<br />
Come quella della giovane e talentuosa Stephanie Gonot, anche lei affascinata dal cibo al punto da fotografarlo in maniera quasi <a href="http://www.essentaste.com/copertina/stephanie-gonot/">ossessiva</a>. Nel suo caso, però, i paesaggi scompaiono e ne prendono il posto panini trafitti da spilli, banane bruciacchiate, sigarette spente su dolci zuccherini e coni gelato fatti sciogliere sui seni. Una fotografia pervasa da una furia distruttrice, che spesso prende di mira gli alimenti dei fast food, ma che lo fa senza mai perdere la dimensione giocosa ed erotica, che pervade tutte le immagini di Stephanie.<br />
Ma il cibo non si limita a farsi fotografare. Judith G. Klausner, ad esempio, scolpisce i biscotti Oreo rendendoli camei in miniatura e ricama fette di pane tostato, <a href="http://jgklausner.com/series/from-scratch">sulle quali compaiono muffe e tuorli di filo giallo</a>. Con le sue opere, Judith vuole portare all’attenzione della gente il fatto che, attualmente, il cibo è forse meno saporito e meno sano di una volta, ma per cucinare tre pasti al giorno c’è bisogno di una persona che se ne occupi a tempo pieno, e questa persona è sempre stata una donna. “<em>La cucina casalinga, così come il cucito e il ricamo, sta riguadagnando popolarità. Tuttavia, la disponibilità del cibo industriale è ciò che ci permette di fare carriera, creare cose nuove e scegliere. Le mie opere parlano di scelte. Come donna del ventunesimo secolo, posso scegliere di passare la mia giornata a fare il pane, o di comprarlo al supermercato dopo una lunga giornata di lavoro. Posso scegliere di passare le mie serate a ricamare. Posso scegliere di unire tutte queste cose e chiamarle arte</em>.” Ecco quindi perché la sua scelta ricade sul ricamo, così come sugli Oreo, rispettivamente simbolo di un passato idealizzato e di un prodotto industriale onnipresente nelle dispense degli americani.<br />
Il cibo come modo per riflettere, quindi, e per trasmettere un senso: sono molti, infatti, gli artisti che lo portano letteralmente al centro della scena. “Mangiare è sopravvivere, assaporare è evolversi”, questo l’ingrediente principale delle performance di <a href="http://www.foodcreation.jp/">Ayako Suwa</a>, food artist giapponese che dà vita a ristoranti temporanei, aperti da un paio d’ore a tre giorni, dove nessuno se li aspetta: in una galleria d’arte contemporanea, in un sottopassaggio della stazione dei treni, in una stanza vuota di un edificio in costruzione. I guerrilla restaurants di Ayako sono contenitori per le sue performance, vere e proprie cene i cui menù si basano sulle emozioni. Ayako, infatti, crea i piatti a partire da rabbia, gioia e tristezza: sono ben 128 le emozioni che ha rappresentato finora attraverso il cibo. Tra le più famose, “il gusto persistente del pentimento con emergenti sfumature di rabbia”, incarnato da una serie di ciliegie americane con aceto balsamico e alghe. Ayako lavora con ingredienti quotidiani, ma li trasforma in qualcosa di diverso, che non ha più nulla a che fare con il cibo di partenza e che spesso necessita di una buona dose di coraggio per essere assaggiato: un cibo sensuale, sessuale, che ha un forte legame con il corpo e con gli istinti primordiali.</p>
<p>Per <a href="http://www.vanessabeecroft.com/">Vanessa Beecroft</a>, invece, il cibo comunica un disagio e viene spesso privato della sua gioia e del suo gusto. La carriera dell’artista italiana inizia, infatti, con “Il libro del cibo”, diario su cui annota quotidianamente, per ben otto anni, cosa ingerisce e cosa non avrebbe dovuto ingerire. Un’ossessione che si fa arte e un’arte che riflette sul corpo, in particolare quello delle donne, e sull’uso che ne fa il mondo della moda e dello spettacolo: le modelle di Vanessa, infatti, sono sempre nude e algide, costrette a posare per ore senza potersi muovere, quasi ombre di se stesse. Da ricordare, in questo senso, la performance “vb52” del 2003 avvenuta al Castello di Rivoli, in provincia di Torino, dove la Beecroft ha organizzato un vero e proprio banchetto rinascimentale con le dame dell’aristocrazia torinese al posto delle sue solite modelle. Donne riunite per due giorni attorno a una grande tavola di cristallo per consumare cibi insipidi, portati a tavola con un ordine dato solo dalla differenza cromatica: per iniziare il bianco di uova, cavoli, pane e latte; a seguire l&#8217;arancio di mandarini e carote, il verde, e infine il viola di melanzane e prugne.<br />
Che l’arte sia cibo per l’anima l’hanno detto in tanti, ma che il cibo possa diventare il nucleo di un’opera artistica continua a sorprendere, nonostante i <a href="http://www.laculturadelcibo.it/categoria.php?IDs=70">predecessori</a> illustri di tutti i grandi artisti contemporanei.</p>
<p>I precetti cromatici di Vanessa Beecroft, ad esempio, non sono poi così bizzarri se si pensa al <a href="http://www.railibro.rai.it/articoli.asp?id=484">Manifesto della Cucina Futurista</a>. “<em>Pur riconoscendo che uomini nutriti male o grossolanamente hanno realizzato cose grandi nel passato, noi affermiamo questa verità: si pensa, si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia</em>”, così recitava Marinetti. E così recitano molti altri artisti, ancora oggi: tutti convinti, ognuno a suo modo, che il cibo non sia mai soltanto cibo.</p>
<p>- Lucia Gaiotto -</p>
<p>Immagine presa <a href="http://www.cibo.tv/quando-l%E2%80%99arte-incontra-il-piacere-della-tavola">qui</a>.</p>
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		<title>Sari Rosa Shocking, Corpo nell’Arte e difesa dei diritti</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Nov 2012 09:52:43 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2012/11/Gulagi-gang.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-987" src="http://www.ilpost.it/host/files/2012/11/Gulagi-gang.jpg" alt="" width="577" height="250" /></a>Fra i luoghi comuni più infantili che si possono sentire, troviamo anche quello che indica il rosa come il colore delle “femminucce”. Beh, non la pensano così le Gulabi Gang, di cui si è discusso durante il secondo appuntamento del seminario <em>What’s body?</em> organizzato dal laboratorio <a href="http://sguardisuigeneris.blogspot.it/">Sguardi sui generis</a>, nato all&#8217;Università di Torino nel 2010: un gruppo attivo in India e tutto al femminile, che si propone come scopo la difesa delle donne vittime di soprusi e ingiustizie.</p>
<p>Tutto nasce attraverso la storia personale della sua fondatrice, Sampat Pal Devi. La Gulabi gang originarie dell’Uttar Pradesh, ma che svolgono attività di attivismo militante e di controllo in tutta l’India del Nord. Il gruppo venne fondato nel 2006 appunto da Sampat Pal Devi, madre di cinque figli, ex dipendente pubblico nel settore della salute e ex sposa-bambina, come risposta ai diffusi abusi domestici e alle altre violenze ai danni delle donne. Le Gulabis fanno visita ai mariti che hanno compiuto gli abusi e li picchiano con il “laathis”, il ramo di bamboo finchè non promettono di smetterla di violare le loro donne. Nel 2008 hanno preso d&#8217;assalto un ufficio di energia elettrica nel distretto di Banda, colpevole di aver tagliato la luce alle loro abitazioni e di aver preteso bustarelle per riattivare la corrente. Non trovando il responsabile, le donne inferocite hanno chiuso a chiave dentro l’edificio i dipendenti. Tra i suoi successi, il gruppo è riuscito a riportare a casa dei propri mariti undici ragazze che erano state buttate fuori di casa dalle suocere per dote non sufficiente. Il gruppo si batte per impedire i matrimoni con le bambine, ma non si oppone a quelli combinati tra le famiglie, troppo radicati nella tradizione e nella situazione economica dell’India rurale; ha però creato scuole di alfabetizzazione e di cucito, per dare un mestiere alle ragazze più povere. Il movimento si è esteso, creando una rete di oltre 100.000 persone in tutto il paese, è inoltre ben visto dai media locali. La loro storia viene descritta nel sito ufficiale <a href="http://www.gulabigang.in/">http://www.gulabigang.in/</a>.</p>
<p>Come si legge nell’articolo de <a href="http://www1.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200802articoli/30551girata.asp">La Stampa</a> del 27 febbraio 2008, la Gulabi Gang &#8220;<em>è considerata una delle gang più agguerrite e temute dell’India settentrionale: rapida e feroce, si sposta tra i villaggi e le campagne brandendo coltellacci e bastoni, e togliendo il sonno a ufficiali di polizia e proprietari terrieri. Urla, minacce, pugni, impiegati terrorizzati, caserme assaltate.</em>”.</p>
<p>L’India è un Paese dove ogni 29 minuti viene commessa una violenza sessuale e dove le figlie femmine vengono fatte sposare poco più che bambine. Secondo gli ultimi sondaggi nell&#8217;Uttar Pradesh ben il 54 per cento delle donne nella fascia d&#8217;età compresa tra i 15 e i 49 anni non ha mai frequentato la scuola. La percentuale é molto più bassa per gli uomini della medesima fascia d&#8217;età dei quali solo il 21 per cento non é scolarizzato. <a href="http://www.girlpower.it/mondo/storie_di_donne/gulabi_gang.php">La condizione della donna indiana</a> é un grave esempio di disparità di trattamento e di sottomissione, prima nella famiglia di nascita e poi in quella acquisita con il matrimonio. La Gulabi Gang, dove Gulabi sognifica Rosa, si batte per cambiare la situazione della donna in India e per migliorare il paese per tutti. Interessante sono al proposito due siti, <a href="http://www.thefrisky.com/2012-09-13/the-gulabi-gang-meet-the-faces-of-indias-feminist-movement/">TheFrisky.com</a> dove si legge la storia e le azioni del gruppo, e <a href="http://dailypink.pinkattitude.net/lifestyle/the-pink-gang/">DailyPink.Pinkattitude.net</a>  che tratta anche la questione dal punto di vista occidentale: “<em>La Gulabi Gang ha diviso l’opinione pubblica internazionale, e se dovessimo basarci su criteri propri dei paesi civilizzati potremmo discorrere a lungo sulla questione che alla violenza non si risponde con la violenza, che la giustizia deve essere distinta dalla vendetta e via dicendo. Personalmente ritengo un’argomentazione sufficiente il fatto che la rivoluzione rosa sia indubbiamente molto più efficace di tante altre soluzioni politicamente corrette già tentate. Oltretutto, un paese in cui gli organi preposti al controllo sono pervasi dal cancro della corruzione e la maggior parte della popolazione vive con 75 centesimi di euro al giorno merita quantomeno una revisione della morale comune.</em>”.</p>
<p>Esistono molti lavori dove viene raccontata la realtà del movimento, ad esempio l&#8217;opera realizzata nel 2012 di Nishtha Jain intitolata <a href="http://www.imdb.com/title/tt2196638/">Gulabi Gang</a>, e il documentario italiano <a href="http://www.cinemaitaliano.info/news/07100/speciale-piemonte-movie-glocal-film-festival.html">Pink Gang</a> del 2010 diretto da Enrico Bisi, regista piemontese: “<em>Stavo girando un documentario in India nel 2007 e ho sentito parlare per la prima volta di Sampat Pal e del suo gruppo di donne, ma non ho voluto approfondire. Poco tempo dopo mi sono trovato di nuovo di fronte a lei e alla sua storia, ed è iniziato il lavoro di approfondimento.</em>”.</p>
<p>Una reazione quindi basata essenzialmente sulla fisicità, sulla reazione concreta alla violenza. Guerriere che indossano il sari rosa, colore della femminilità: secondo studi che ritroviamo nel libro di Natasha Walter, <a href="https://chiaramentelibera.wordpress.com/tag/natasha-walter/">Bambole viventi</a>, il rosa fino agli anni Venti era il colore usato per i bambini poiché rappresentava il rosso (colore della forza) non ancora sviluppato. Una trasformazione cromatica assimilabile a quella del corpo umano che cresce e si trasforma: un tema che molti artisti hanno voluto interpretare. Un esempio è  il libro <em>Il corpo nell&#8217;arte contemporanea</em>, scritto da Sally O&#8217;Really: al proposito si legge su <a href="http://culturalblog.it/libri/1829/%E2%80%9Cil-corpo-nell%E2%80%99arte-contemporanea%E2%80%9D-di-sally-o%E2%80%99reilly-2/">Cultural Blog</a>: &#8220;Il corpo nel corso degli ultimi decenni ha vissuto una nuova forma in campo artistico passando dal tradizionale mezzo di comunicazione strettamente legato alla forma e all’anatomia, a una irrinunciabile fonte di integrazione con il mezzo, la tecnologia, la tecnica e la sperimentazione attraverso la video arte, l’happening e la performance”.</p>
<p>Un altro esempio sono le performance di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=vDg_KWJh1g8">Marina Abramovic</a>: come per altri artisti, la performance è per lei un momento di catarsi e liberazione, affermazione della propria identità.</p>
<p>Il corpo e lo sguardo (come rappresentarsi ed essere rappresentati), il corpo costretto ad adattarsi, il corpo e la sessualità, il corpo e la sua mercificazione (erotizzazione del corpo e dei corpi, immaginari e modelli imposti, pubblicità, media), il corpo al lavoro (distinzioni di genere nelle professioni), rapporto con il mio corpo (ricerca su sentimenti di imbarazzo, adeguatezza e inadeguatezza, il corpo nello spazio), il corpo e i desideri (estetica del corpo, invidia, rapporti tra bellezza e bruttezza, quali standard imposti), il corpo costretto (retaggi familiari, cattolici), il corpo e la forza (immaginari nel cinema, nei colori rosa/azzurro), il corpo in rapporto con gli sport e i loro immaginari: un elenco di riflessioni e immagini, che sembrano completare il cammino delle donne del Gulabi Gang, che per difendere la propria dignità femminile si trovano a dover trasformare anche la propria immagine, i propri gesti, le proprie storie.</p>
<p>Donne e diritti, rispetto della dimensione corporea, interpretazione della propria fisicità: tematiche su cui ognuna di noi dovrebbe interrogarsi. Per questo vi segnaliamo un primo grande appuntamento per iniziare questo percorso avrà luogo con la presentazione al Torino Film Festival de <em>Lo schermo del potere</em> di A. Gribaldo e G. Zapperi, <strong>mercoledì 28 novembre, alle ore 17.00</strong>, nella sala eventi della Bibliomediateca del Museo Nazionale del Cinema.</p>
<p>- Stephania Giacobone -</p>
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		<title>A cena con gli insetti</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Nov 2012 08:02:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Se vi sembra buono, mangiatelo. Il fatto è che a me pare tutto squisito” dice Andrew Zimmern, chef, critico gastronomico e conduttore televisivo statunitense, noto in Italia per il suo programma culinario Orrori da gustare. Convinto che il miglior modo &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/host/2012/11/22/a-cena-con-gli-insetti/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2012/11/a-cena-con-gli-insetti.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-969" src="http://www.ilpost.it/host/files/2012/11/a-cena-con-gli-insetti.jpg" alt="" width="620" height="465" /></a><br />
“<em>Se vi sembra buono, mangiatelo. Il fatto è che a me pare tutto squisito</em>” dice Andrew Zimmern, chef, critico gastronomico e conduttore televisivo statunitense, noto in Italia per il suo programma culinario Orrori da gustare. Convinto che il miglior modo per conoscere una cultura sia scavare a fondo nella sua cucina, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Id-joLxJWk4">Zimmern esplora mondi come quello del Messico</a>, assaggiando stomaco di maiale, cavallette, armadillo al forno e una manciata di cimici vive.</p>
<p>“I<em>nsegno a mio figlio che il cibo esiste in molte forme, proprio come il linguaggio, la religione o il colore della pelle. A sette anni, reagisce meglio a orecchie di maiale croccanti, risotto con inchiostro di calamari e coniglio grigliato piuttosto che a lezioni sull’uguaglianza da parte del sottoscritto</em>” scrive nel suo articolo <a href="http://www.jamesbeard.org/blog/eating-extreme-how-broadening-your-culinary-horizons-can-help-improve-our-food-system">Eating to the Extreme</a>.</p>
<p>La natura umana è condizionata in gran parte da pregiudizi e tabù culturali che ci portano a considerare alcune abitudini alimentari insolite, se non addirittura disgustose o ripugnanti. In America nessuno mangerebbe mai un pipistrello, ma nelle montagne a nord della Tailandia i bambini sono i primi a correre verso il wok non appena sentono sfrigolare le creature da noi associate a Dracula, deliziose con citronella, zenzero e peperoncino; d’altra parte, lo stesso Zimmern, nonostante tutti i suoi sforzi, racconta di non essere riuscito a convincere un membro di una tribù in Uganda ad assaggiare il formaggio: “Per lui, non era chiaro perché lasciamo andare a male latte perfettamente fresco.”.</p>
<p>Ciò che consideriamo delizioso o addirittura normale dipende quindi dalla nostra prospettiva, principio in cui crede anche Vittorio Castellani, più conosciuto come Chef Kumalé: food writer, giornalista, event designer, food consultant e soprattutto “gastronomade”. Sul suo sito, tra le altre cose, si parla proprio di tabù alimentari, prendendo ad esempio la <a href="http://www.ilgastronomade.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=933:delizie-cinesi-e-tabu-alimentari&amp;catid=58:articoli&amp;Itemid=106">Cina</a>: dai famosi nidi di rondine alla pinna di pescecane, per arrivare alla zampa d’orso. Tutti piatti serviti in occasione di eventi importanti, che celano profondi significati culturali. La zampa d’orso, ad esempio, viene ritenuta un alimento fortificante: gli orsi leccandosi le zampe rilasciano la loro saliva, considerata dai cinesi una delle tre sostanze preziose di ogni creatura vivente (le altre sono il respiro e il seme vitale).</p>
<p>“Credo che la gente dovrebbe considerare il cibo di tutti i tipi, non soltanto quello appetibile e sexy” scrive Zimmern, e non per sfoggio di coraggio, ma addirittura per necessità ambientale. Ci limitiamo, infatti, a portare in tavola mucche, maiali, polli e pochi altri mammiferi, quando potremmo avere a disposizione una dieta ben più varia, che non metterebbe a rischio di estinzione nessun animale. In particolare, potremmo avere a disposizione ben 1400 specie d’insetti commestibili.</p>
<p>L’entomofagia è forse uno dei tabù più grandi, specialmente per gli occidentali. Eppure, parlando di cibo del futuro si finisce spesso a parlare proprio degli insetti, alla base della catena alimentare e responsabili dell’impollinazione dei raccolti, come spiega l’entomologo ecologista <a href="http://www.ted.com/talks/lang/it/marcel_dicke_why_not_eat_insects.html">Marcel Dicke</a>.</p>
<p>In vista di un considerevole aumento della popolazione mondiale, gli insetti potrebbero diventare fondamentali per la nostra stessa sopravvivenza: si è infatti scoperto che hanno un valore nutrizionale più elevato della carne, oltre a contenere molte proteine, ad avere meno bisogno di acqua e a non danneggiare l’ambiente con emissioni gassose. I costi d’allevamento, inoltre, sarebbero molto più bassi.</p>
<p>Dopotutto, l’ottanta per cento della popolazione mondiale mangia regolarmente <a href="http://www.ilturista.info/blog/9769-Mangiare_insetti_le_ricette_per_gustarli_viaggiando_per_il_mondo/">insetti</a>:  formiche tostate, tarantole arrostite sul fuoco, cicale fritte, larve di vespa cotte in salsa di soia e zucchero, scorpioni allo spiedo. Si tratterebbe solo di adeguarsi, come qualcuno sta già facendo. L’Accademia di Scienze Naturali di Filadelfia, ad esempio, ha organizzato il party “<a href="http://www.salon.com/2012/10/05/weird_news_philly_museum_benefit_serves_python_worms_and_crickets_at_event/">Cucina dalle Collezioni</a>” in cui piante e animali presenti nella collezione del museo sono stati serviti come cena ai coraggiosi che hanno deciso di partecipare: nel menù, tra le altre cose, grilli, vermi, pitoni e alghe. In Italia, è addirittura <a href="http://tv.wired.it/news/carlo-cracco-ecco-come-cucino-gli-insetti-wired-backstage.html">Carlo Cracco</a> a introdurre gli insetti nella sua cucina. Lo chef dell’omonimo ristorante a due stelle Michelin consiglia gamberetti su letto di larve secche, uova impanate con buffalo bugs, cavallette brasate al vino rosso e crema di riso venere ai vermi.</p>
<p>Superare i propri limiti e i propri preconcetti, dunque, per esplorare nuove culture e per salvare l’ambiente, forse. Non facile, certo. Se pensiamo, però, che la <a href="http://rocketfizz.com/index.php?page=shop.product_details&amp;flypage=yagendoo_VaMazing_zoom2.tpl&amp;product_id=42&amp;category_id=1&amp;option=com_virtuemart&amp;Itemid=80">Rocket Fizz Soda Pop &amp; Candy Shop</a> ha lanciato dal Texas un’intera linea di bevande analcoliche al gusto di bacon, ali di pollo, mais dolce, burro di noccioline e marmellata, con un discreto successo negli Stati Uniti del Sud, mangiare insetti risulta, in fin dei conti, solo una delle tante possibilità che l’uomo ha trovato per nutrirsi.</p>
<p>- Lucia Gaiotto -</p>
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		<title>Una rettifica dovuta</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Nov 2012 08:06:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Abbiamo ricevuto alcune segnalazioni di lettori di HOST che si sono sentiti colpiti e offesi dall&#8217;articolo &#8220;Papa Yo: videogame oltre il gioco&#8220;, che abbiamo pubblicato ieri. Chiaramente, con un incipit provocatorio il nostro intento non era offendere i videogiocatori o &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/host/2012/11/15/una-rettifica-dovuta/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Abbiamo ricevuto alcune segnalazioni di lettori di HOST che si sono sentiti colpiti e offesi dall&#8217;articolo &#8220;<a href="http://www.ilpost.it/host/2012/11/14/papa-yo-videogame-oltre-il-gioco/">Papa Yo: videogame oltre il gioco</a>&#8220;, che abbiamo pubblicato ieri.</p>
<p>Chiaramente, con un incipit provocatorio il nostro intento non era offendere i videogiocatori o chi lavora nel settore, ma semplicemente esaltare la qualità del lavoro di Vander Caballero.</p>
<p>Il risultato però non è stato quello previsto, considerando che quello che voleva essere un brano ironico è stato percepito come un insulto: di questo vogliamo scusarci. A volte si sbaglia, non è un male ammetterlo: è una buona cosa che voi lettori ci facciate notare quando commettiamo degli errori, serve a noi per capire come migliorare e come offrirvi dei pezzi sempre migliori.</p>
<p>Abbiamo rieditato il pezzo, lasciando comunque l&#8217;articolo on line. Questo perché pensiamo che la storia di &#8220;Papa &amp; Yo&#8221; sia comunque interessante e ci sembra bello poterla ancora condividere con voi.</p>
<p>Vi ringraziamo per il vostro aiuto.</p>
<p>- La redazione di HOST -</p>
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		<title>Papa &amp; Yo: videogame oltre il gioco</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Nov 2012 12:27:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Uno legge videogiochi e pensa subito che in essi si trovi solo un pretesto per passare, giocando, un po&#8217; di tempo. Un modo leggero per intrattenersi, magari senza che in essi si possa nascondere un significato profondo. Eppure, non è &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/host/2012/11/14/papa-yo-videogame-oltre-il-gioco/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2012/11/Papo-Yo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-919" src="http://www.ilpost.it/host/files/2012/11/Papo-Yo.jpg" alt="" width="600" height="600" /></a>Uno legge videogiochi e pensa subito che in essi si trovi solo un pretesto per passare, giocando, un po&#8217; di tempo. Un modo leggero per intrattenersi, magari senza che in essi si possa nascondere un significato profondo.<br />
Eppure, non è sempre così: se si parla di Papo &amp; Yo, di Vander Caballero, e della casa di sviluppo Minority, non c&#8217;è da sorprendersi se il tono dei commenti (che trovate <a href="http://www.eurogamer.net/articles/2012-08-15-papo-and-yo-review">qui</a>) possa cambiare completamente:</p>
<p><strong>ExplodingClown</strong><br />
<em>Sold. Looks lovely, tries something different, and brings more to the table than &#8216;kill the baddies&#8217;/'you da man&#8217;. Got to be worth supporting that.</em></p>
<p><strong>enfilade</strong><br />
<em>I think this looks really interesting, and I hope the quality of the game itself matches its ambition.</em><br />
<em>I&#8217;ve seen people on this site criticise the game for being emotionally heavy-handed, self-indulgent, or pretentious. But why should games not be thought provoking? Why should they not be emotionally &#8216;difficult&#8217; to digest? I was certainly disappointed by how easily previews of the game were dismissed &#8211; if we really desire new experiences, surely exploring the individual and the experiential is one of the best ways to find them?</em></p>
<p>Ma se il videogiocatore medio sembra non volere altro che combattere nemici tanto casuali quanto privi di personalità, com&#8217;è che qualcuno sembra essere attirato proprio dalla mancanza di elementi simili? Forse è il caso di fare un passo indietro.</p>
<p>C&#8217;erano una volta i blockbuster videoludici. E c&#8217;erano solo quelli. Le grandi case di produzione sviluppavano giochi di ogni genere, ma i costi di distribuzione rendevano rischioso investire tempo e denaro in prodotti troppo innovativi. Gli anni 80 e 90 avevano visto lo sviluppo dei primi generi videoludici, ma dal 2000 in poi suddetti generi sono rimasti pressoché immutati: ci sono gli Sparatutto, o FPS, gli Strategici in Tempo Reale, o RTS, i Giochi di ruolo, i Picchiaduro, i giochi sportivi, ma niente di veramente nuovo. Al massimo, sono nate delle miscele ben riuscite di generi preesistenti.</p>
<p>Poi è successo qualcosa di “strano e imprevedibile”: col passare degli anni, i videogiocatori sono invecchiati. Alcuni, sono persino diventati più maturi, e quando tornano a casa dal lavoro, dovendo scegliere tra il vedere un nuovo film o il riprendere in mano un controller, scelgono il film.</p>
<p>Non potendo correre il rischio di investire in giochi più sperimentali, o semplicemente differenti, le case di produzione hanno scelto di tagliare fuori dal loro mercato i videogiocatori più “anziani”, per continuare a puntare su di un target di età più basso.</p>
<p>Poi è arrivato <a href="http://store.steampowered.com/">Steam</a> e, a seguire, le altre piattaforme di distribuzione digitale. Tagliando i costi  di gestione dei magazzini e quelli di distribuzione, molti piccoli sviluppatori indipendenti hanno potuto immettersi nel mercato e dire la loro riguardo il futuro dei videogiochi. Tra questi autori “indie” c&#8217;è <strong>Vander Caballero</strong>.<br />
Caballero aveva già lavorato per la EA Games, sviluppando giochi come Army of Two o Need for Speed, ma aveva qualcosa di più personale da raccontare.</p>
<p>“<em>Nell&#8217;industria dei videogiochi siamo bravi a mostrare certe emozioni” ha spiegato Caballero durante la recente ViewConference “rabbia, paura, desiderio di potere, funzionano molto meglio nei videogiochi che in altri media. Di contro, ci sono emozioni che i videogiochi non riescono ancora a trasmettere, come l&#8217;amore o il lutto. Per quanto riguarda queste emozioni, il cinema è ancora molto più avanti dei videogames</em>”.</p>
<p>Con questa idea in mente, e con una forte storia personale alle spalle, Caballero ha sviluppato <strong>Papo &amp; Yo</strong>, un gioco che spiega, in maniera allegorica, <em>cosa significhi avere un padre alcolista</em>.<br />
In Papo &amp; Yo, il giocatore veste i panni di Quico, un ragazzino che vive nelle favelas e che ha due grandi amici: un piccolo robot di nome Lula e un enorme mostro arancione che si chiama, per l&#8217;appunto, Monster. Ma se Quico può sempre fare affidamento su Lula, lo stesso non si può dire nel caso di Monster: il gigantesco essere arancione è pigro e affettuoso, ma ha anche una forte dipendenza dalle rane e ogni volta che ne mangia una perde il controllo, trasformandosi in una sorta di creatura demoniaca. Starà a Quico trovare una cura per il suo amico.<br />
Guidando Quico e Lula, il giocatore si ritrova a capire cosa significhi voler bene a una persona pericolosa, e quanto sia doloroso fare i conti con certi ricordi (non a caso, persino lo psicanalista di Caballero compare all&#8217;interno del gioco).</p>
<p>Un po&#8217; troppo per la comunità dei videogiocatori? Possibile. Ma, come fa notare un altro utente di eurogamer.net :</p>
<p><strong>jabberwocky</strong><br />
<em>Gotta love these downloadable games that try something different instead of sticking a gun on a character and letting him loose in a corridor filled with enemies. It shows that imagination isn&#8217;t dead and that its not true that the only games we&#8217;re interested in are military shooters.</em><br />
<em>There&#8217;s more games on PSN and XBLA that interest me than half the full price games that get churned out.</em></p>
<p>Papo &amp; Yo è un esempio di come i videogiochi siano un media potente e ancora inesplorato, un media capace di intrattenere anche chi ha smesso da tempo di trovare originali i “Boss Fight” o le meccaniche di combattimento.</p>
<p>C&#8217;erano una volta i blockbuster videoludici, e probabilmente ci saranno ancora a lungo. Ma è bello vedere che il mercato, ora, può offrire anche una chance di riflettere sulle esperienze altrui.</p>
<p>- Dino Tappatà -</p>
<p>Immagine presa <a href="http://www.sidequesting.com/video-game-review/papo-yo-review-that-old-feeling/">qui</a>.</p>
<p>- ATTENZIONE: l&#8217;articolo è stato modificato su segnalazione di alcuni lettori. Le motivazioni le trovate <a href="http://www.ilpost.it/host/2012/11/15/una-rettifica-dovuta/">qui</a> -</p>
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		<title>What’s body?</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Oct 2012 12:27:35 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Il corpo delle donne]]></category>
		<category><![CDATA[Lorella Zanardo]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Malfi Chindemi]]></category>
		<category><![CDATA[pensiero Simona De Simoni]]></category>
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		<description><![CDATA[Attualmente il corpo femminile è davvero libero? Quest’interrogativo mi gira in testa da giorni. Navigo in rete, leggo articoli, all’indomani dell’uccisione di Carmela Petrucci, diciassettenne di Palermo ammazzata per difendere la sorella, Lucia, da un’aggressione da parte del suo ex, &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/host/2012/10/31/whats-body/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2012/10/Il-corpo-delle-donne.jpg"><img class="alignleft  wp-image-896" src="http://www.ilpost.it/host/files/2012/10/Il-corpo-delle-donne.jpg" alt="" width="242" height="381" /></a>Attualmente il corpo femminile è davvero libero? Quest’interrogativo mi gira in testa da giorni. Navigo in rete, leggo articoli, all’indomani dell’uccisione di Carmela Petrucci, diciassettenne di Palermo ammazzata per difendere la sorella, Lucia, da un’aggressione da parte del suo ex, la risposta sembra essere scritta su tutte le prima pagine dei quotidiani. Il corpo e la vita di una donna vale l’attacco di gelosia di un uomo? Vale lo sfruttamento eccessivo in pubblicità volgari e sessiste? Quanto vale e qual è la concezione di validità secondo gli uomini e le donne stesse? Quanta violenza viene ancora perpetrata, direttamente o indirettamente sul corpo femminile? In rete ci sono molti blog che danno la possibilità di informarsi a riguardo. Sul blog di <a href="http://femminismo-a-sud.noblogs.org/">Femminismo a sud</a>  vediamo un’interessante campagna che si basa sull’indagine fra la gente. La frase di apertura della campagna è: “Violenza sulle donne è…” La campagna ha avuto un grande successo e si sono raccolti parecchi spunti interessanti dai pannelli che i lettori mandavano.</p>
<p>Nel maggio 2009, una regista, Lorella Zanardo, metteva in rete un documentario intitolato Il corpo delle donne, visibile al link <a href="www.ilcorpodelledonne.com">www.ilcorpodelledonne.com</a> e su <a href="http://www.youtube.com/watch?v=EBcLjf4tD4E">YouTube</a>. Attraverso questo lavoro, realizzato con Cesare Cantù e Marco Malfi Chindemi, Lorella Zanardo si ribella alla dittatura dei media usando le stesse immagini televisive che quotidianamente offendono la dignità femminile.</p>
<p>Attraverso i commenti che le lettrici del blog ilcorpodelledonne.com le inviano, Lorella Zanardo intuisce che il silenzio delle donne è solo nella sfera pubblica, mentre nell&#8217;ambito privato sono in atto cambiamenti profondi che la società e la politica non sono in grado di riconoscere.<br />
Dice Lorella Zanardo nel libro scritto seguendo la struttura del dvd: &#8220;<em>Se con il documentario mi ero proposta di lavorare sulla consapevolezza delle donne, di stimolarla e se possibile di approfondirla, a partire dai danni provocati dalla tv, il libro contempla anche la proposta di un metodo concreto su come educare i più giovani a una visione critica dei media: un percorso formativo per cambiare, da subito e concretamente</em>&#8220;. Il corpo delle donne è innanzitutto la storia di una donna che ha finalmente detto basta all&#8217;abuso mediatico del corpo femminile. Ma come lei ci sono altre donne che non abbassano la testa davanti al sessismo dei media.</p>
<p>Un lavoro molto interessante sull’argomento è stato svolto invece da due giovani scrittrici, Alessandra Gribaldo e Giovanna Zapperi, che con il libro Lo schermo del potere. Femminismo e regime della visibilità, edito da Ombre Corte in uscita nel 2012, indagano lo sfruttamento del corpo femminile che i media fanno quotidianamente in pubblicità e film. Su <a href="http://sguardisuigeneris.blogspot.it/2012/10/recensione-di-lo-schermo-del-potere.html">lo schermo del potere</a> è interessante leggerne la recensione scritta da Simona De Simoni:<br />
“<em>Di fronte alla mole impressionante di immagini femminili stereotipate e iper-sessualizzate che ogni giorno riempiono quotidiani, rotocalchi, tv, siti web, etc&#8230; etc&#8230; si provano sentimenti contrastanti. Spesso, tuttavia, le reazioni mainstream a questo stato di cose suscitano altrettanto sconcerto. Lo schermo del potere propone una riflessione articolata sul rapporto che intercorre tra cultura visuale in senso lato e genere.</em>&#8221;</p>
<p>Chiamando in causa alcune tra le maggiori teoriche femministe, le autrici riconducono l&#8217;immagine alla categoria più ampia di “tecnologia del genere”, fattore produttivo di soggettività in cui si intersecano diversi assi della differenza quali, ad esempio, genere, razza e classe. L&#8217;operazione consente di collocare il problema della rappresentazione in un terreno attraversato da rapporti di potere ben definiti entro cui si muovono i soggetti: l&#8217;immagine femminile – lo schermo del potere evocato dal titolo – si rivela così essere uno spazio ambiguo su cui le gerarchie si riflettono e in cui, al contempo, possono venire capovolte e ridefinire. In questo modo la dinamica binaria tra “donne vere” e “immagini false” risulta sopravanzata e sostituita dalla considerazione di relazioni molteplici tra soggetti, desideri, bisogni e rappresentazioni calate in un contesto politico e sociale determinato.</p>
<p>Ed è grazie ad un laboratorio, <strong>Sguardi sui Generis</strong>, nato all&#8217;Università di Torino nel 2010 con l&#8217;intento di costituire uno spazio di discussione e crescita sulle questioni di genere, un contenitore aperto, dunque, che si pone il duplice obiettivo di approfondire la formazione teorica e di favorire, al contempo, l&#8217;affermazione di una soggettività collettiva capace di confrontarsi e intervenire sulle problematiche di genere più attuali, che la semplice riflessione privata assume un aspetto seminariale con l’inaugurazione del progetto, What’s body?, una serie d’incontri per parlare del corpo femminile, come viene strumentalizzato dai media, che ruolo ha nel lavoro, come si trasforma attraverso il fitness o la chirurgia plastica. Una data del seminario prevederà l’incontro con le autrici de Lo Specchio del Potere. Ecco cosa scrivono le partecipanti al seminario:<br />
“<em>Cos&#8217;è il corpo? In prima istanza questa domanda potrebbe suonare banale, eppure non esiste una risposta univoca, chiara e chiarificatrice. A pensarci bene, il più scontato degli oggetti non è poi così ovvio e la questione non è aggirabile: il corpo infatti non è opzionabile. Non si sceglie di possederne uno e non si scelgono i suoi connotati. Se mai, si può scegliere che farsene del corpo – e con esso di sé. Siamo convinte che questa scelta non sia soltanto individuale, ma che chiami in causa gli altri, le relazioni, gli affetti, i desideri, la politica e i conflitti. Per questo vogliamo costruire una riflessione collettiva, perché forse il corpo non è nulla al di fuori di ciò che noi stesse/i ne facciamo. Non esiste una ricetta o un protocollo per interrogare il corpo e interrogarsi sul corpo, bisogna inventarsela e noi vogliamo provarci.</em>&#8221;</p>
<p>Il progetto in itinere è iniziato con il primo incontro giovedì 25 ottobre e andrà avanti durante tutto l’anno accademico con incontri e discussioni, il percorso è visibile su questo <a href="http://sguardisuigeneris.blogspot.it/">sito</a>. E voi, che rapporto avete col vostro corpo? Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Pensiamo al nostro corpo.</p>
<p>- Stephania Giacobone -</p>
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