Il Post
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Le cose.

18 aprile 2012

Qualunque cosa può essere uno strumento, disse Chigurh. Cose piccole. Cose che non noteresti neppure. Passano di mano in mano. La gente non ci fa caso. E poi un giorno si fanno i conti. E dopo niente è più come prima. Be’, uno dice. È solo una monetina. Per esempio. Non ha niente di speciale. Di cosa potrebbe essere uno strumento? Vedi qual è il problema. Che si separa l’atto dalla cosa. Come se le parti di un certo momento della storia fossero intercambiabili con quelle di un altro momento. Come potrebbe essere? Be’, è solo una monetina. Sì. È vero. Siamo sicuri?
Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi

Oggi su Host vorremmo farvi parlare delle cose.

Cerchiamo racconti, riflessioni e pensieri sugli oggetti: gli strumenti che hanno fatto la storia, le cose che si tengono o si portano dietro per una vita, qualcosa a cui siete legati al di là della sua reale funzione.

Potete scrivere, postare le vostre fotografie o i vostri filmati su Facebook, su Twitter usando l’hashtag #hostleader, oppure qui sotto nello spazio commenti.

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  • http://segnalididonne.blogspot.com/ @aurifio

    Be’, per me è un invito a nozze parlare di “cose”. Anche perché io ci parlo, con loro: non con tutte, per fortuna, ma con quelle che sento mie e che uso quotidianamente o che tengo nei cassetti da una vita e che sono il filo conduttore materiale della mia esistenza. Ho ad esempio uno schiaccianoci di legno a forma di soldato impettito e serioso che sta con me dalla fine degli anni ’70, quando vivevo ad Amburgo e frequentavo la DDR, dalla quale proviene. In vita sua, non gli ho mai concesso di schiacciare una noce, in compenso io e lui chiacchieriamo spesso insieme, in particolare la notte e ovviamente in tedesco. Ogni tanto, alla conversazione si aggiunge un cuscino a forma di cuore, regalo di un antico fidanzato che nel frattempo ho perso di vista ma che, grazie anche a quell’oggetto morbido che risiede stabilmente sul mio letto, è rimasto nel mio di cuore. E poi, ci sono le matite, che tempero, uso per sottolineare i libri e poi ritempero, e non butto via nemmeno quando non ce la fanno più a star dietro al loro compito; allora, le ripongo in un cassetto, dal quale ogni tanto le tolgo – tutte insieme – per contarle e ricordarmi dove le ho trovate, comperate, raccolte. Abbiamo passato insieme una vita, non potrei mai separarmi da loro

  • larenard

    Le cose sono solo cose.
    Mia nonna teneva tutto e non comprava mai niente, con la manopola di un vecchio rubinetto ad esempio, aveva fatto il piedistallo ad una madonnina di Lourdes. Sta ancora lì, sopra il televisore. Non comprava mai niente mia nonna, la carta dei pacchi di natale a foderare i libri di scuola.
    Noi compriamo e compriamo ancora. Compriamo e amiamo cose. Ma è per avere nuovi ricordi che affolliamo la nostra vita di oggetti? Allora le cose nuove di oggi saranno i ricordi di domani, ma quante di queste rimarranno? Si può amare il mobile Ikea come si ama l’armadio costruito dal bisnonno, con le sue iniziali incise sopra? MM le iniziali. Il prezzo del ricordo è allora il prezzo della cosa? No, il ricordo non ha prezzo. E se non possedessimo nulla? Dimenticheremmo tutto? -No. E allora perchè possedere tanto? A che serve? -Le cose servono ti dicono, tieni bene le tue cose, non sgualcirle.
    I bambini rompono i giocattoli apposta. -Si, perchè hanno capito tutto. Anche se poi crescono e se ne dimenticano.
    Sarà perchè i giocattoli rotti li buttiamo sempre via.

    L

  • davide4roses

    aggiungerei un’altra citazione di McCarthy, tratta da Sunset Limited:
    “Credo nel valore delle cose. Di un sacco di cose. Le cose culturali, per esempio. I libri, la musica, l’arte. Cose di questo genere. […] Queste sono le cose che per me hanno valore. Sono la base della civiltà. O quantomeno un tempo avevano valore. Probabilmente oggi non ne hanno più così tanto. […] Io ho smesso di dar loro valore, entro un certo limite. Non saprei neanche spiegarle bene perché. Quel mondo è in gran parte scomparso. E fra poco lo sarà del tutto.”

    Lui parla di valore, e la cosa più difficile, credo, è capire proprio di quale valore si parla. Quello economico, o di borsa, sembra impazzito: dopo aver letto che il New York Times, uno dei quotidiani più famosi al mondo che esiste da 161 anni, ha un valore in borsa inferiore all’app Instagram (che esiste da 560 giorni), non so più a cosa credere.

    Mi sembra che stia davvero scomparendo il mondo di cui parlava McCarthy.

  • http://australopiteko.wordpress.com/ australopiteko

    Io ho una specie di ossessione per una cosa in particolare. Le graffette (o attach, se vogliamo usare il termine inglese). Mi capita di trovarle ovunque, per strada, sul marciapiede, perfino una rosa plastificata sulla scaletta di un’aereo. Così è nata una piccola collezione che è diventata una biografia personale, perché ogni graffetta che trovo è corredata da un piccolo bigliettino, con il giorno, l’ora, il luogo, e le sensazioni del momento, quello che sto facendo, eventualmente con chi sono. Le graffette sono il mio object trouvé per eccellenza. Residuali, dimenticate, ma non ancora del tutto inutili.

    Mi stupisco di quante graffette si possano trovare in giro. Di come le persone siano indifferenti a questo piccolo oggetto, di così poco valore se preso singolarmente, di come sia facile e quasi normale poterle perderle, dimenticarle ovunque, senza nemmeno accorgersene, o non dandone peso. Mi immagino che da qualche parte, forse in Cina, ci sarà una grande fabbrica, che ogni giorno riceve ferro vecchio e ne sforna migliaia, ma che dico, centinaia di migliaia. Vorrei visitare una fabbrica di questo tipo, un giorno.

    Le mie sono solo poco più di un centinaio, sono lì catalogate in un barattolo per ogni anno, chissà a quali persone sono appartenute in precedenza, in quante mani sono passate, quanti fogli hanno pinzato, prima di diventare parte della mia vita.

    Oggi la mia collezione è terminata. Quando quel gesto, che è sorto spontaneo, di raccoglierle per la strada, anche nei momenti più bizzarri e meno opportuni, è diventato qualcosa di innaturale e automatico, ho smesso di farlo. Quando ho iniziato ha pensare a tutto quello che erano e rappresentavano per me, ho smesso di raccoglierle. Adesso ne vedo ancora, non passano inosservate, sono tentato di raccoglierle, ma sono frenato dal farlo perché non sono più il mio object trouvé.

    Fateci caso domattina per strada, guardate per terra anziché stare con la testa per aria, secondo me ne troverete anche voi.

  • ludovica

    Le cose
    Avevo un blog fino a quando la piattaforma sulla quale s’arrabattava a vivere è stata risucchiata dal mare vorticoso delle leggi di internet. Su quella piattaforma, che m’immagino come una zattera grande tanto da sembrare terraferma fino a quando non ci si allontana abbastanza da vedere quali enormi onde la minaccino, c’era una pagina virtuale sulla quale scrivevo i miei pensieri. Mi sembrava una cosa mia, un luogo reale, quel blog, ed invece non lo era affatto. O meglio vivevo, pensavo, scrivevo e depositavo lì i miei pensieri come li stessi riponendo in una cassaforte inviolabile. Di quella cassaforte solo io possedevo la chiave. I pochi casuali visitatori che non incoraggiavo minimamente a tornare, non potevano che immaginare chi fossi e perché scrivessi in quel modo. E poi naturalmente c’erano alcune care persone cui avrei ceduto volentieri la chiave e che accoglievo con sorrisi di benvenuto come fossero apparsi alla mia porta. Illuminanti, passeggeri sconosciuti eppure affini, specchi e riflessi del mio ego, intelligenti controparti, osservatori acuti e soli, fastidiosi istigatori di sani dubbi, amici veri (pochissimi), mio padre. Lì scrissi della fine del blog, quando avevo deciso che questo luogo non luogo non faceva per me. Che razza di oggetto era poi? Una stanza, un pupazzo al quale parlare, una coperta a quadrettoni blu e verdi da tirarsi su fino a sopra le spalle? Che storie aveva da tramandare? Che cosa sarebbe riuscito a trattenere? Di che materia era fatto?
    Ma lui, o la cosa, continuò ad esistere fino al naufragio definitivo della piattaforma, quando neppure i brandelli di legno più caparbi riuscirono a resistere all’assalto di acqua e sale.
    E via, nulla più, pagina inesistente. Salvo che ne ho fatto copia di quelle parole, duplice, triplice copia, per una paura meschina di perdere preziose frasi, lettere nere su fondo bianco, che scorrono veloci sotto ai nostri occhi e vengono spazzate via da un clic del mouse. Le ho nascoste in cartelle sul desktop di un portatile. Cartelle disordinate ed indisponenti: sembrano giocare a nascondino appena le cerchi (No, non sono qui e neppure qui!)
    Che poi basterebbe si corrompesse la scheda madre, il computer che s’ammazza, come correndo a scavezzacollo giù da un dirupo di terra argillosa, via, via sempre più veloce, via, via, ancora più forte, dai che ora si schianta e per sempre!, e zac tutto potrebbe evaporare. Questa tossica ferraglia su cui appendiamo aspirazioni inconfessabili d’essere unici ed universali, d’esistere ora e per sempre, è fragile quanto il bruco che muore diventando farfalla. Che senso ha tenere quelle parole come prova della mia esistenza? Il loro odore non si è forse già estinto?
    Non le ho forse pettinate, ed infiocchettate, non ho forse dato loro una leggera spinta, amorevole ma decisa: via parole, spargetevi per il mondo e seminate? Commuovete, date vita, provocate, stringete mani, toccate visi, solleticate orecchie, incuriosite, innamoratevi, litigate e guardatevi negli occhi!
    Tutto quello che di più intimo mi appartiene, non mi appartiene in verità. Neppure l’urina, o il fegato, o i reni, o il cuore mi appartiene. Neppure la pelle e i peli che la bucano. Neppure la cornea o il nervo ottico. Migliaia e migliaia di cellule svolgono il loro lavorio silenzioso, nascono, si replicano, muoiono, controllano difetti, cercano di contenerli, per sopravvivere, per farci sopravvivere, ripetono operazioni complesse e meravigliose. E la mia coscienza non può coordinarle, ma solo essere grata.
    Tutto quello che mi appartiene, non mi appartiene.
    Ce l’ho in prestito, l’ho ricevuto da altri.
    L’ho ricevuto da Paolo e Mariola, da Cecilia e Giovanni, dai cuccioli Giacomo ed Ettore, dal mio Emilio, dall’inseparabile Francesco, dai nonni Carlo, Silvia, Giovanni e Sofia, e da Giulia e Silvia, e da Laura, e da José e Silvia, da Davide ed Ale e da Ottavia ed Alessandro, e da Martina, e da Giacomo junior, Francesco e Melida, e da Piero e Ludovica anche lei junior, e da Amsicora e Manu, dalla seconda Cecilia, quella che è ora in Brasile, e da Venance la francese, da Antonio che legge da Roma e George che vive a Minneapolis, e da Blue e da molte altre persone che non posso qui tutte nominare.
    L’ho ricevuto dal lago questa mattina, un lago quieto, geometria d’acqua e piede di montagne ancora spruzzate di neve. L’ho ricevuto al tramonto, col sole che s’allunga dietro a nuvole grigie e rosa. L’ho ricevuto in faccia, quando le fitte gocce di pioggia si sono tramutate in grandine nervosa. L’ho ricevuto sulle labbra, la sera di un primo bacio sotto ad un lampione, in bilico tra il cofano di una macchina e il marciapiede. L’ho ricevuto negli abbracci che hanno sapore di pelle e capelli.
    Quello che possiedo non mi appartiene: ogni cosa su di me transita e cammina, a volte con grazia, a volte con fatica. A volte le cose riempiono i miei appetiti, a volte svuotano le mie stanze, a volte si prendono molto spazio, a volte si stringono in un punto. E queste cose diventano parole e le parole diventano cose, in un cerchio che si ripete costante, e s’insinua, come aria, tra me e voi, e ci avvicina fino a quasi toccarci per poi separarci ancora.

    E la cartella azzurra in cui pulsano gli avanzi di blog? Quella forse la vedrò emigrare, zampillando, attraverso i circuiti microscopici della suddetta ferraglia tossica. Mi parrà allora di sentir mormorare, io non ci torno da quella lì! E via, si scomporrà in milioni di lettere, poi bit, poi atomi, nuclei ed elettroni, poi quark, poi… poi non avrà più nome, pur continuando ad esistere.

  • davro

    Cose. In italiano più che in altre lingue si dice cose per dire quel che ho e quel che penso e quel che provo. Per gli stranieri è una fortuna: se non ti ricordi come si chiama un oggetto puoi dire quella cosa che fa e va e nessuno ti guarda come uno scemo. Come dementi gli italiani usano tante volte cose che ho sentito cose che voi di Host non potete neppure immaginare. Qualcosa di importante sta avvenendo in Italia e non passa inosservato.
    Le cose stanno prendendo il potere, si sono ammutinate allo spirito approfittando della nostalgia dei più anziani e del rigetto del passato da parte di giovani e rinnegati. Le cose sono state usate e si sono moltiplicate, ora hanno invaso i corpi, le famiglie, il Paese. Quando ero giovane, vent’anni fa, c’erano molte più persone; oggi molte più cose, e persone che si dividono in gruppi a seconda delle cose che usano. Cosa triste ma a me le cose non piacciono, le amo con prudenza e diffidenza, ho sempre l’impressione che una cosa sia il residuo del momento, fatto per diluire infinitamente le memorie di un attimo, fino a non sentire altro che il vuoto, ma forse è solo che non sono un romantico.

  • cat5

    Non hanno più senso per me.Lo hanno perso.Per molti anni, fin da bambina, fino dall’età in cui si inizia a raccogliiere ricordi, le cose, tutte, ma soprattutto le più piccine e semplici avevano avuto un valore inestimabile, cassetti, buste, scatole riempite con piccoli frammenti di sentimenti, belle giornate, vacanze , piccoli e grandi amori, amicizie vere.Poi è arrivato il giorno in cui le cose non vanno come credevi, e si interrompe all’improvviso una fase della vita, se ne va fisicamente un pezzo di corpo, si sente il buco vero.E hanno perso valore.Mi sono liberata di tutto,Anche e soprattutto di quelle preziose, di valore.IO AVEVO E HO I RICORDI , quelli della memoria, del cuore, ricreo gli odori e le voci, le immagini tornano al primo pensiero , subito, immediatamente.Le cose invece non avevano vita, sono diventate ancore troppo pesanti da portare dietro.Non mi servono più.Quello che ho visto, vissuto, amato è dentro , comunque.Posso vivere senza, voglio vivere senza.Posso continuare a camminare senza nessun appiglio, usando tutto, non avendo bisogno di niente.C’erano le cose.Ora ci sono io.

  • passante

    Solo una monetina, ma anche solo una poesia. Prendete una canzone famosa e immaginate che il testo non sia firmato da un idolo naz-pop kitsch-chic ma da uno studente di liceo sconosciuto. Sai le risate e i ma chi si crede di essere? Il riconoscimento pubblico ufficiale regala dignità a chiunque, rende scrittore un Volo, cantante un Jovanotti degli anni ’80, regista, attore, cavaliere del lavoro, al punto che oggigiorno non è più nemmeno l’establishment intellettuale a selezionare ma il pubblico stesso, e si creano celebrità a tavolino, investendo in promozione e sostegno mediatico.

  • host

    Host in difficoltà di scelta…

  • http://segnalididonne.blogspot.com/ @aurifio

    ottimo segno, direi… Su dai, fatti coraggio, caro Host, e scegli :)