Il Post
RSS share on Twitter share on FaceBook

L’Italia, gli altri

31 gennaio 2012

Quando andiamo fuori dall’Italia o leggiamo i grandi giornali esteri, la sensazione è che gli altri non si preoccupino affatto di come vengono visti.
In Italia, invece, il nostro giornalismo è molto attento a cosa si pensa di noi: siamo preoccupati di ciò che dice l’Europa, di ciò che dicono i mercati, di ciò che pensano Francia, Germania e Stati Uniti. Der Spiegel scrive che siamo tutti Schettino, per tutti gli altri siamo mandolino, mafia e pizza… Anche se poi in pochi assumono posizioni, com’è successo venerdì con il titolo de Il Giornale “A noi Schettino a voi Auschwitz”.

E allora, come se ci sentissimo sempre sotto osservazione e avessimo il bisogno costante di rapportarci all’opinione altrui per ricevere indicazioni utili o per capire dove stiamo andando, ci chiediamo:
- Quanto Berlusconi era o non era apprezzato all’estero?
- Se Monti viene “approvato” dai mercati e dall’Europa, allora vuol dire che “abbiamo fatto bene”?

I giornali veicolano continuamente questo tipo di impressioni.

In quanti hanno pensato, leggendo sul caso del Concordia: che figura tremenda davanti agli altri Paesi, chissà cosa diranno di noi?
Nel contempo, quando ne parlano male, c’è un’ondata emotiva enorme, come se ci sentissimo traditi. E Der Spiegel non è nuovo a questo tipo di exploit.

Ispirati da alcuni nostri follower, ci siamo domandati: siamo l’unico Paese che si interroga sul proprio posto nel mondo o è una distorsione giornalistica? Se così è, quando abbiamo iniziato a preoccuparcene? E poi, che idea hanno gli stranieri del Paese (l’Italia) che hanno scelto per vivere? Cosa raccontano i loro giornali stampati in Italia?

E allora vi chiediamo:

Tra come ci vedono da fuori, tra come vogliamo sembrare, tra l’Italia che gli immigrati sperano di trovare e gli emigrati di abbandonare, qual è la NOSTRA percezione del Paese che abitiamo?
Sempre che esista e non sia solo l’insieme delle idee che di noi hanno all’estero.

Diteci la vostra su Facebook sulla pagina de IlPost.it, oppure su Twitter, usando l’hashtag #host: aiutateci a scrivere il prossimo contributo di questa rubrica.

Immagine presa qui.

TAG: , , , , , , , , , , , ,
  • http://spigolature-emmons-ave.blogspot.com century21

    Per me appare tutto molto normale.
    Sui giornali non appare più nemmeno l’ombra a un personaggio internazionale di spicco. Tutto ciò che fa notizia arriva dal web. ma per questo non occorre comprare e leggere un giornale. La corrente giornalistica italiana è sempre più decadente.
    Il giornalista diventa sempre più qualcuno la cui priorità è mettersi a lustro perché è necessario che egli appaia.
    Certe vicende banali trasformate in telenovela’s è la conferma.
    Ma di questo non posso recriminare se è la gente quello che vuole.
    Recrimino invece perché il giornalista non è che si sforza più di tanto per offrire qualcosa di nuovo. un vero peccato….

  • http://andimabe.blogspot.com andima

    beh la domanda “che figura tremenda davanti agli altri Paesi, chissà cosa diranno di noi?” sinceramente non me la sono posta, per rassegnazione? per mancanza di complessi di inferiorità? No, semplicemente perché sembrerebbe troppo semplicistico che una tragedia possa rappresentare un intero paese o che da una tragedia si possano dedurre interi studi sociologici sul un paese, la sua cultura, il suo essere, i suoi difetti, etc.

  • Luca Ferrari

    Gli italiani si dividono in due categorie
    Quali siano però..

  • host

    “dovunque oggi gli uomini sono consapevoli che in qualche modo essi devono avere a che fare con questioni più intricate che quelle che qualsiasi chiesa o scuola li ha preparati a comprendere. Sempre più essi sanno che non possono comprenderle se i fatti non sono disponibili velocemente e stabilmente.
    Sempre più essi sono sconcertati perché i fatti non sono disponibili; e si chiedono se il governo basato sul consenso possa sopravvivere in un tempo nel quale la costruzione del consenso è una impresa privata e priva di regole. Poiché in senso preciso la crisi attuale della democrazia occidentale è una crisi nel giornalismo”

    Come sembrano attuali, eppure sono parole che Lippman scrisse, ne L’opinione pubblica, quasi un secolo fa. Impossibilità di arrivare ai fatti, distorsione delle propagande… Ma oggi c’è un fenomeno nuovo: un’opinione pubblica parzialmente informata e condizionata, diventa la costante intorno alla quale si determinano scelte editoriali.

    Hai ragione CENTURY21, ma è davvero tutta colpa dei giornalisti?

    E proprio su queste parole, ANDIMA, una tragedia non solo non può, ma non deve determinare “interi studi sociologici su un paese, la sua cultura, il suo essere, i suoi difetti”, ma può farlo con la visione delle altre comunità?

  • http://andimabe.blogspot.com andima

    @Host
    No, sicuramente, sbagliano anche le altre comunità, secondo me, nel far di un’erba un fascio; l’articolo del Der Spiegel non è per nulla condivisibile, aggrappandosi a stereotipi e luoghi comuni (che pur hanno spesso la loro fondatezza e dovrebbero servire da autocritica, in generale) ma non nasce dal nulla: voglio dire, se son stati capaci di pensare qualcosa del genere è perché negli anni non si è trasmessa un’immagine migliore. Certo, hanno usato la provocazione o il titolo/frase che richiama, e viene da pensare quale sia la nostra immagine in generale, beh da più di 4 anni all’estero posso dire che l’immagine dell’Italia all’estero è riassumibile in pochi tag: sole, arte, storia, cultura, pasta, pizza, mangiare, gesticolare, mafia, Berlusconi, corruzione. A seconda del grado di informazione delle persone, della loro esperienza o connessione con il belpaese e della confidenza che avranno voi, uno o più di quei tag salterà fuori, a cucinarli bene saltano fuori diverse frasi, alcune dolci, altre amare.

  • piana ombretta

    Per sapere quale idea gli Italiani hanno del loro paese basta visitare Pompei,o Genova ma anche Roma. Per sapere quale idea hanno gli Italiani del loro modo di essere è sufficiente guardare un film di Alberto Sordi, o ascoltare la storia di quel tenore che a Milano viveva di stenti, ma che ora, che è emigrato a Parigi, lavora all’Opéra. Per vedere l’italia, basta sfogliare le giornate di sole che sono state scritte in questo inverno fino all’altro ieri, e sapere che di quei ragazzi che continuano a lavorare per ridare il mare a Genova cancellando le tracce dell’alluvione, nessuno scriverà mai niente, se non per vedere commuoversi una nonnina che sicuramente comprerà il quotidiano. Per capire l’idea che noi abbiamo di noi stessi, basta osservare la geografia della nostra nazione: una striscia di terra che si sottrae al mare, a forma di stivale. Magari siamo la forza che permette all’Europa di cammiinare e ci dipingiamo sempre come l’ultima ruota del carro! Non correggiamo gli errori gravi commessi e ci buttiamo fango addosso da soli. Guardiamo in alto, ammiriamo i paesi che guidano, ma quell’equilibrio che tutti ricercano non sta nel riconoscere il giusto valore delle singole parti che compongono il tutto? Noi siamo la parte posta più in basso, siamo il meridione, siamo il calore e la vita! Noi siamo quelli che camminano, che mettono in moto le idee, che fanno girare l’arte e la musica o la letteratura! Noi continuiamo a creare, continuiamo ad andare. Dovremmo saperlo anche nelle nostre parole. Le verità critiche che vengono dall’estero dovrebbero essere una spinta, un’opportunità, non una prigione che ci inscatola e ci costringe. dovremmo fare più silenzio, perché i nostri gesti possano parlare di nuovo più delle nostre parole … Graffiti.

  • tonio

    Piana Ombretta, credo che i nostri meriti siano rintracciabili fino al rinascimento. Dopodiché ci siamo affidati al genio del singolo, all’intuizione solitaria, al sogno dell’incompreso e alla sua personale tenacia. Mi spiace, ma io non vedo un popolo che insieme decide un obiettivo, che ricomprenda la partecipazione di tutti per conquistarlo. Ancor più grave è che non ne ha consapevolezza. Le grandi doti che tu menzioni, forse le abbiamo individualmente, ma non siamo capaci di legarle insieme in modo da costruire una catena, dove ogni anello tiene stretti a sé gli altri, inevitabilmente. All’estero ci guardano in un modo forse troppo stereotipato, che è duro a morire: l’inaffidabilità, la superficialità, l’inadempienza precedono la passione, la creatività, l’abilità. Queste ultime qualità esistono, ma finiscono col perdersi oppure non vengono riconosciute. Fuori dai confini non hanno molta fiducia in noi e il nostro errore più grande e quello di imitarli. Noi difficilmente riconosciamo un merito ad un connazionale, non siamo neanche indifferenti, peggio, siamo diffidenti. Siamo noi i primi denigratori di noi stessi e al contempo facciamo ponti d’oro all’idea, al progetto, alla guida che viene da fuori patria. Anche questo concetto di patria, ma quanto tempo c’abbiamo messo ad elaborarlo? Ma ti sembra normale? Questa fatica a comprendere, non ti sembra rivelare un rifiuto verso l’identità nazionale?

  • http://ventefioca.wordpress.com/ gianpaolo castellano

    Anche io propendo per due categorie di italiani: coloro che sanno accettare le critiche, migliorarsi, confrontarsi, credere ad un sogno e quelli “che no”, che preferiscono l’affaruccio da bottegai – detto senza offesa alla categoria – o che ancora preferiscono evadere le tasse oggi piuttosto che dover ringraziare domani gli operai “parassiti” della Provincia, perchè semplicemente hanno tolto la neve dalle strade.