Buoni consigli per non farsi stuprare

In questi giorni non si fanno che leggere in giro consigli e insegnamenti rivolti alle giovani donne su come non farsi stuprare e su come mettersi al riparo dalla violenza maschile. Come se le donne, per la loro incolumità, dovessero attenersi ad un livello più elevato di comportamento. E come se, non rispettandolo, venissero velatamente accusate di complicità con quanto di male può loro accadere.

Dopo l’accusa di stupro contro due carabinieri di Firenze, il sindaco Dario Nardella ha parlato di «gravissimo episodio», ma ha proseguito dicendo che è «importante» imparare «che Firenze non è la città dello sballo». Ieri, dopo lo stupro di una ragazza finlandese a Roma, sul Messaggero è partita una campagna per rendere Roma «una città più sicura per le donne». Tra le proposte ci sono quella dei taxi dedicati e quella di più taxi «nei luoghi della movida» (se poi una non si può permettere un taxi pazienza), un aumento della videosorveglianza, la trasformazione dei gestori dei locali in «sentinelle» e l’affissione di cartelli «in cui si raccomanda alle donne di evitare passaggi da sconosciuti e di tornare a piedi da sole percorrendo strade buie». Si propongono poi campagne di comunicazione «per mettere in guardia turiste e studentesse che arrivano per la prima volta a Roma» e una maggiore illuminazione pubblica. Sempre sul Messaggero, Lucetta Scaraffia ha scritto che per le donne è meglio «evitare le situazioni pericolose», arrendersi alla «necessità di riconoscere i rischi e le debolezze del destino femminile» e di accettare protezione (Scaraffia dice anche che «non si deve mai dire, di una donna stuprata, che se l’è andata a cercare», ma tutta la sua tesi si basa sul «però»). Altri articoli di questi giorni hanno una prospettiva simile e parlano della necessità di «educare le ragazze alla diffidenza».

Oltre ad essere insegnamenti inefficaci (le donne vengono stuprate da sobrie e da ubriache, con la gonna o con i pantaloni, da sconosciuti per la strada ma soprattutto da chi conoscono bene – il 62,7 per cento delle violenze è commesso da un partner attuale o precedente) questi avvertimenti (tolti dal loro giustificato contesto privato) mandano un messaggio molto chiaro e molto sbagliato alle ragazze: non potete commettere alcun errore, altrimenti qualsiasi reato commesso contro di voi sarà, almeno in parte, colpa vostra. Sottintendendo che ad essere stuprate sono quindi le donne “ubriache”, “troppo fiduciose verso l’umanità”, “poco diffidenti”, “incoscienti” o “incaute”. Ma davvero c’è qualcuno che pensa che saranno le-donne-dall’impeccabile-condotta a fermare gli stupratori? O che lo faranno solo delle misure securitarie? E davvero si vogliono schiacciare le donne tra un branco di potenziali stupratori (messaggio che mi rifiuto di insegnare a mia figlia, così come quello di una cultura della paura) e un branco di protettori e di cavalieri di un mondo sicuro ed evoluto? Infine: è previsto qualche messaggio pubblico per i ragazzi e gli uomini se non quello che possono permettersi di essere meno cauti delle loro coetanee e che non sono messi in discussione in alcun modo? E qualche forma di educazione, per tutte e tutti, a partire dalla scuola?

Certamente non si devono incoraggiare le persone, tutte, a fare delle cose pericolose o a mettersi in situazioni rischiose, ma la versione istituzionalizzata del “non accettare una caramella dagli sconosciuti” o del “non prendere la strada del bosco” suona davvero ridicola. Ignorante del fatto che al centro della violenza contro le donne c’è proprio quella libertà femminile che si vorrebbe circoscrivere o sorvegliare («La libertà delle donne è il cuore dello scontro», scrive oggi sul Manifesto Bia Sarasini). E infine colpevole: perché è un nuovo vecchio trucco per non assumere il problema, per non fare mai i conti tutte e tutti insieme, e trasferire la colpa: a un generico ambiente cittadino poco sicuro o alla poca cautela femminile.

Lo stupro non solo non è un problema di ordine pubblico. Lo stupro e la cultura dello stupro non si combattono mettendo al centro dei discorsi sempre e solo le donne. Ma mettendoci finalmente gli uomini, scrivendo articoli sull’origine e sul soggetto della violenza contro le donne e cominciando a parlare pubblicamente innanzitutto di “questione maschile”, altro che femminile.

Oggi ho ripensato a questo video: perché rovescia la solita situazione e perché spiega bene il pensiero implicito che sta dietro ai buoni consigli per non farsi stuprare:

Aggiornamento di venerdì 15 settembre: Vincenzo D’Anna, senatore di Ala, in quella che Repubblica definisce una “provocazione” e che invece, portata agli estremi, rende molto visibile quello che ho cercato di spiegare qui sopra:

«Sono abbastanza vecchio per ricordarmi donne più accorte. Una donna aggredita da un cingalese alle tre di mattina un tempo non ci sarebbe mai stata. La donna porta con sé l’idea del corpo, l’idea della preda. Se si trova in una zona di periferia, sola in mezzo alla strada, può anche essere oggetto di un’aggressione. Non giustifico gli stupratori gli darei 30 anni di carcere, ma serve attenzione e cautela da parte delle donne. Se cammina un uomo solo alle tre di notte non gli succede niente, se cammina una bella ragazza, magari vestita in modo provocante, e si trova in determinati ambienti, si espone. Qui tutti vogliono fare tutto. Io non sono un maschilista, ma il corpo della donna è oggetto e fonte di desiderio da parte dell’uomo. È un istinto, sarà primordiale, sarà ancestrale, quello che volete. Molte volte servirebbe un minimo di cautela. Le donne lo devono pensare che c’è gente in giro che può fargli del male. Le donne hanno un appeal che è diverso dagli uomini, potrei parlare degli ormoni, dell’aggressività. Certe volte un tipo di abbigliamento, un tipo di contesto, fa pensare a dei soggetti che siano una manifestazione di disponibilità da parte della donna. Serve un poco di buonsenso, un poco di cautela, alle donne non farebbe male».

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