Gipi http://www.ilpost.it/gipi Disegnatore Mon, 20 Feb 2012 10:59:09 +0000 en hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.1.1 Filmini http://www.ilpost.it/gipi/2012/02/20/filmini/ http://www.ilpost.it/gipi/2012/02/20/filmini/#comments Mon, 20 Feb 2012 10:53:39 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/gipi/?p=200 Continua...]]]> Sabato cominciamo a girare.
Che cosa? Forse non importa neppure.
C’è stato un tempo in cui mi bastava mettere le mani su una videocamerina x per non sentire più il mal di schiena. Una volta mi è stato fatto presente che era agosto, c’erano 40 gradi e io stavo sotto il sole da sei ore, sul cemento di una stazione. Non me n’ero accorto: avevo una videocamerina x in mano (una Canon xl1 per gli appassionati) e mi sembrava la cosa più bella da tenere in mano, se si escludono parti anatomiche umane.
E’ successo lo stesso (il contrario), un’altra volta. Su un tetto, a gennaio, e c’era un microfono che congelava appena lo lasciavo sulle tegole, da solo.
C’erano anche due amici avvolti in delle coperte e nel girato si vede e si sente tutto il freddo che avevano.

Insomma c’è stato un tempo in cui mi divertivo, e tanto, a filmare le cose. Era un gioco, fatto con mezzi zero e tutta la serietà possibile, come si deve fare, secondo me, quando si gioca.
Con una mia cara amica che non c’è più, a volte parlavamo di questo, di come fosse bello fare “i filmini”.

Poi queste cose le ho dimenticate, perché uno invecchia a tradimento, proprio quando è convinto che non stia accadendo. Ti dici solo che “le cose sono cambiate” ma in realtà quello cambiato sei tu. E pensi di essere diventato più serio e invece hai solo fatto un passetto verso il posto dove non ci si diverte più.

Sabato arriverà una troupe di coraggiosi volontari da Milano. Avremo una bella attrezzatura: una Canon C300 appena sfornata e tutte le ottiche Zeiss necessarie, ed i rig per maneggiarla. Pure un fonico volontario. Un miracolo.

Ci saranno due attori molto bravi, che hanno ricevuto solo una mezza pagina di sceneggiatura senza dialoghi dove gli viene raccontato, più o meno, chi saranno per tre giorni. Improvviseranno. Nella scena hanno i loro nomi, Gabriele e Lino. i personaggi, intendo, hanno i loro nomi. Ci saranno gli amici che da sempre mi affiancano in ogni pazzia economicamente fallimentare.

Gireremo scene slegate tra loro, alcune su un lago, altre in un edificio abbandonato, in una stazione, e non abbiamo permessi e temiamo che ci venga a prendere la polizia. A loro dovremo spiegare (e bene) che stiamo solo giocando.
Scopo del gioco è girare una seria a puntate. Una roba vicina ai marciapiedi, come direbbe quella che fu Loredana Bertè.
Questa prima parte è una specie di trailer, un test tecnico delle attrezzature ed anche un check di compatibilità umana tra me e gli altri commandos che si sono voluti affiancare a questa operazione.
Perché a dirigere saremo in due: io e Roan Johnson.
Roan è un pisano anche lui, anche se non sembra. Ha fatto un film uscito da poco: I primi della lista.

Naturalmente ci sarà da spendere soldi, perché le persone che lavorano devono mangiare e dormire e mettere benzina, quindi alla fine del gioco non avrò più un euro in banca, ma questo è già successo altre volte.

Però abbiamo una storia da raccontare, degli attori bravi e dei commandos. In teoria dovremmo essere a posto.
Però se ci fate gli auguri siamo contenti.

Altro:
Visto che qui c’erano delle righe vuote ne approfitto per fare i complimenti ai Taviani’s Brothers. Che vinsero a Berlino un premio prestigioso. Ed anche a Vicari e Fandango che con Diaz si sono portati a casa il premio del pubblico.

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Ioedio http://www.ilpost.it/gipi/2012/02/16/gipi-dio/ http://www.ilpost.it/gipi/2012/02/16/gipi-dio/#comments Thu, 16 Feb 2012 11:38:15 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/gipi/?p=198 Continua...]]]> Era da tanto che non leggevo i dieci comandamenti. Se non fossi finito in una trasmissione radio, come ospite, per errore, con la trasmissione di Sanremo in diretta davanti a me, solo due giorni fa, non credo che lo avrei fatto, neppure oggi.

Ma a Sanremo quest’anno Dio si porta moltissimo. Non solo a Sanremo, naturalmente. È mia personale opinione che presto ci troveremo a trasportare grosse pietre da piantare in cerchio, in qualche prato, per erigere dolmen e propiziare gli dei del gratta e vinci però insomma, ero là, seduto vicino alla Cuccarini e c’era Dio un po’ dappertutto.
E oggi, a distanza di due giorni, è con i dieci comandamenti in testa che mi sono svegliato. Sì. I dieci comandamenti della Bibbia. Quelli. Ecco un breve riassunto per i nati dopo lo zero.

Un giorno un tipo va su una montagna e un essere invisibile ma grossissimo e con il vocione gli incide con una specie di dito laser invisibile (ma grossissimo) un ipad di pietra che quest’uomo portava sempre con sé. Ecco dieci regole che se sgarri muori.

Così, più o meno, sono nati i dieci comandamenti.
A un bambino ics che si avvicini al catechismo verrà spiegato che questi comandamenti recitano così:
(prima che me lo facciate notare: sì, tutti questi testi sono copiati da wikipedia.)
Dicevo, dicono così:

1. Non avrai altro Dio all’infuori di me.
2. Non nominare il nome di Dio invano.
3. Ricordati di santificare le feste.
4. Onora il padre e la madre.
5. Non uccidere.
6. Non commettere atti impuri.
7. Non rubare.
8. Non dire falsa testimonianza.
9. Non desiderare la donna d’altri.
10. Non desiderare la roba d’altri.

Questa mattina non mi sono svegliato pensando di uccidere qualcuno e quindi infastidito dalla presenza del comandamento “non uccidere”, altre volte è capitato, ma oggi no. Mi sono svegliato pensando a quanto Dio avevo sentito nell’aria nella trasmissione di Sanremo prima serata, mentre ero finito, per sbaglio, in una trasmissione radio dove ero convinto avremmo parlato di cinema.

Oddio: quanto dio avevo sentito nell’aria.
È un modo brutto di dirlo, sembra un profumo, un odor di santità, non era così.
Dio era nell’aria come una canzonetta, un motivetto, un “trend” (e non userò mai più questa parola per tutta la vita, Dio, te lo giuro, fulminami col tuo ditone laser se dovessi ricaderci!).

Dio era presente in testi di canzoni, nelle parole del cantante conduttore, sottolineato dalle partecipi ovazioni del pubblico pagante, quando veniva citato.
“Dio c’è” recitavano scritte storiche su centinaia di cartelli stradali, quando ero ragazzo, seconde come diffusione solo a un enigmatico “Pietro ti amo Mauro” che inquietava le mie notti di ragazzino, lasciandomi per sempre senza risposta: Pietro, a sua volta, amava Mauro? Lo amò mai? O morì Pietro, di dolore per amor mancato dopo aver vergato sui cartelli della penisola intera il nome dell’amato?

E Dio c’era. A Sanremo, questo è sicuro. Lui (Dio, non San Remo) vi direbbe che certo che c’è, è ovunque e io non avrei certo le palle di rispondergli a tono, ma vorrei sottolineare che a Sanremo, l’altra sera, c’era di più. È per questo che mi sono trovato a pensare ai dieci comandamenti.

Se c’è una cosa che mi piace della religione cattolica moderna è la sua possibilità di customizzazione. Nessuno, io per primo, vorrebbe una religione antiquata come quella professata in molti paesi del medio oriente, o qualche altra roba che implichi dedizione e sacrifici e rigidità. Insomma, siamo nel 2012, l’anno del contatto, non è che possiamo continuare a interpretare le parole di Dio come nel medioevo.
La religione cattolica è fatta per essere customizzata. Nasce così, in quella forma adatta, modulare. Uno dei comandamenti più interessanti, per esempio, è quello che dice “Non nominare il nome di Dio invano”.
Questo è uno dei primi esempi di customizzazione religiosa di alto livello, in altre parole una trasformazione del senso di un dettato religioso ai fini di una sua migliore e più efficace utilizzazione in ambito moderno messa in atto non dalla base ma dall’élite religiosa stessa. (Potete respirare).

Insomma, i capi della religione cambiano di loro volontà un comandamento arrivato direttamente dal cielo. Spiegano anche bene perché lo fanno: perché così si capisce meglio. Come dargli torto? Questa è modernità.

Il comandamento originale infatti recitava: “Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra.”

Questo è stato trasformato in “Non nominare il nome di Dio invano”.
Meglio. Più semplice, conciso, facile da portare. Inoltre, se scelleratamente si fosse scelto di aderire al messaggio originale vergato in laser su retina di pietra non avremmo avuto opere d’arte meravigliose ad arricchire il nostro cuore. Quindi io sto con i pretoni che secoli addietro, decisero di modificare quel comandamento e di permettere ai vari Michelangelo e Bernini di farmi drizzar il pisello ancora oggi, dopo secoli, con i loro lavori. Thank you pretoni, god bless you all.

Insomma, capite? Noi non siamo degli arabi retrogradi! La nostra religione è migliore delle altre. La religione cattolica spacca proprio perché adattabile alla modernità.
Customizzabile è la parola.

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Due euro e novanta http://www.ilpost.it/gipi/2011/12/14/due-euro-e-novanta/ http://www.ilpost.it/gipi/2011/12/14/due-euro-e-novanta/#comments Wed, 14 Dec 2011 09:21:40 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/gipi/?p=194 Continua...]]]> Ho preso ad andare tutte le mattine a fare colazione in questo barrino. Un barrino, in pisano è un piccolo bar. Ora lo sapete.
A quell’ora, nel bar, che sta su una statale, niente di rustico o romantico, ci sono le persone che vanno a lavorare. Sicuramente ci sono due ragazze che lavorano da una parrucchiera. Almeno tre muratori e un elettricista. Forse un maestro di scuola. Alcuni pensionati, una signora che cammina come un pistolero.
Non ho parlato con nessuno di loro, sono una comunità, per conto proprio, io sono nuovo. Entro, mangio i cornetti e bevo il cappuccino. Spesso c’è una lotta per l’unico quotidiano disponibile: il Tirreno.

Tutti mandiamo sguardi al tavolo che ospita il giornale e a chi lo sta leggendo, sembriamo iene in attesa che il leone di turno si allontani dalla carogna. Se il leone di turno è la signora con il telefonino dentro l’orecchio l’attesa è inutile. Legge molto lentamente. Almeno per la durata che passa tra la domanda di un cappuccino e un cornetto di pasta sfoglia, un altro cornetto di pasta sfoglia, un bicchier d’acqua, ed un “quant’è? Due euro e novanta .”
Se c’è lei a leggere il giornale è inutile gironzolare per la savana.

Ieri non c’era il Tirreno. C’era “Il Giornale” sul tavolo. Non so perché. C’era uno sciopero?
“Il Giornale” non lo toccava nessuno. Qualcuno ha letto i titoli della prima pagina, ma restando in piedi, dondolando sulle piante dei piedi, cappuccino e cornetto in mano, sguardo dall’alto, sui caratteri della prima pagina. Non ero io, era un signore. Non lo avevo mai visto prima.
Questa mattina però era tornato il Tirreno. Ma era occupato. Ho fatto la iena per un po’, poi ho preso la gazzetta dello sport.

Una settimana fa una ragazza era stata aggredita. Una delle due inservienti della parrucchiera. Non ho capito quale delle due. La sera prima era tornata a casa, aveva parcheggiato l’auto e stava camminando verso il cancellato di casa quando due mani l’hanno afferrata, da dietro. Nella mia immaginazione le mani le sono finite sulle tette ma questo è un dettaglio che ho immaginato io, credo.
Nessuno sa perché quelle mani la abbiano afferrata da dietro, in piena notte, se per rapina o peggio, fatto sta che lei ha mollato una gomitata, si è divincolata ed è scappata in casa. L’ombra che l’ha assalita è scomparsa senza emettere un fiato, senza fornire nessun elemento di riconoscimento.
Nel barrino, la mattina dopo, la signora che cammina come un pistolero ha detto che quando c’era “lui” queste cose non succedevano, perché Mussolini e Hitler (mi è piaciuto che abbia aggiunto Hitler, Hitler, poverino non lo cita mai nessuno in queste occasioni) non permettevano che queste cose succedessero. In più, ha aggiunto, le ragazze stavano a casa. Alle undici di sera, a casa, a quei tempi. Mica in giro a farsi stuprare.
La signora che sembra un pistolero è di bassa statura, ha le gambe arcuate come se avesse cavalcato l’Arizona in lungo e in largo e porta scarpe basse e calze opache chiare.
Ha una voce baritonale molto potente, un accento pisano marcato, ma di quel pisano di provincia, che ha sempre un fondo di lamento per la vita intera, come se soffrisse per l’esistenza stessa della materia o per la mancata scoperta (ancora!) del suo contrario.
“Oioi” e “oimmena” che si infilano tra parole e frasi. Suoni che danno ritmo al discorso, ma un ritmo negativo, fatto di sconfitta, pause dalle quali si intravede una fine triste, distante e ineludibile, in un qualche reusorio pieno di rimpianti.
Oioi.

Quando Mussolini e Hitler si sono palesati sulla statale, a riportare l’ordine, io stavo bevendo il cappuccino con il cornetto di pasta sfoglia. Non che lo ricordi con precisione, ma visto che faccio colazione allo stesso modo, da sempre, posso testimoniare senza pericolo di cadere in fallo.
“Ne è sicuro? Pasta sfoglia?”.
“Assolutamente Brigadiere. Pasta sfoglia.”
Era mattina, molto presto, ancora mi dormivano le cispe accucciate nella lacrima dell’occhio e mi sono ritrovato con Hitler e Mussolini intorno.
Non ho resistito. La bocca si è mossa da sola ed ho pregato la signora non di chetarsi, non mi permetterei, ma di rimandare l’elogio del nazifascismo a più tardi. Magari alle dieci. Non a quell’ora. Non appena svegliato, per favore, le ho chiesto.
Si è scusata. Ha aggiunto pure che lei di quelle cose, tra l’altro, non ne sapeva nulla, che al tempo del fascismo non era neppure nata e che insomma, diceva così per dire.
Io, che apprezzo sempre l’utilizzo del nazismo nelle frasi “così per dire” l’ho ringraziata del buon cuore.
E poi tutti hanno parlato dell’aggressione alla parrucchiera, sottolineando che non si vive più, che “quelli lì” non fanno più far vita a nessuno. Oioi. Ti pigliano, ti stuprano, di notte e di giorno, oimmemei.
Le due mani nella notte, erano, chiaramente, di quelli lì.

La statale del barrino, quella dove abito, è una via molto trafficata. Intorno a me, nelle famiglie dei vicini, tutti hanno avuto dei morti per cancro. Si respira aria di camion tutto il giorno e si può essere investiti con facilità ma nessuno era mai stato aggredito o stuprato. Eppure, oimmemei, non si vive più, da quando ci sono quelli lì.
La discussione è durata tanto. Non so quanto in verità perché a un certo punto ho pagato e sono uscito. Secondo me “quelli li” erano tunisini. Ma è un’ ipotesi. Io li odio i tunisini.

Questa mattina non c’erano discussioni di sorta. Tutto era pacifico. All’inizio il giornale era nelle mani di un signore e mi sono accontentato della Gazzetta dello sport, dove c’era una storia interessante di calciatori e cocaina.
Le persone sono arrivate, le solite, come sempre, anche la pistolera.
Hanno parlato del freddo, della neve che forse arriverà ed era ora, visto che questo non sembra neppure un inverno, e queste nuove tasse che ci rovineranno tutti , ohioi, ed ognuno ha fatto colazione come gli piaceva. Io ho preso un cappuccino e due cornetti di pasta sfoglia.
Ho salutato. Non c’era motivo di trattenersi, non c’erano discussioni interessanti alle quali partecipare.
Ieri a Firenze sono stati uccisi due ragazzi senegalesi. Un terzo ferito gravemente, sta tra la vita e la morte.
Il terzo, devo aggiungere, quello tra la vita e la morte, sparato da una 357 magnum, abita proprio lì.
A pochi metri dal barrino.
Due euro e novanta.

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The party http://www.ilpost.it/gipi/2011/03/28/the-party/ http://www.ilpost.it/gipi/2011/03/28/the-party/#comments Mon, 28 Mar 2011 05:08:57 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/gipi/?p=185 Mentre mi trastullo con il cinema Nanni lavora. Questo è l’ultimo figliolo nato.

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Un attimino http://www.ilpost.it/gipi/2011/03/27/un-attimino/ http://www.ilpost.it/gipi/2011/03/27/un-attimino/#comments Sun, 27 Mar 2011 12:26:29 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/gipi/?p=183 Continua...]]]> C’è un salotto con un tavolo dove sta cenando un gruppo di raffinati di sinistra.
Si spalanca una porta. Entra uno sconosciuto con un passamontagna che mette un ordigno sul tavolo.
E’ una bomba a tempo, lo si capisce dal timer che porta numeri rossi.

“Tra un attimino questa bomba esploderà!”. Grida il passamontagna.

“Tra un attimino?” Ripetono i presenti.
Un attimino?!”. “Ha detto un attimino?”
Vogliono sincerarsene.
Santo cielo, ha detto veramente un attimino?
Si.
Ridono.
Bum.

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La mia bandiera http://www.ilpost.it/gipi/2011/03/18/la-mia-bandiera/ http://www.ilpost.it/gipi/2011/03/18/la-mia-bandiera/#comments Fri, 18 Mar 2011 14:15:25 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/gipi/?p=171 Continua...]]]> Noi quella notte eravamo finiti in Versilia.
Al margine meridionale della Versilia in verità, perché quel tratto di costa, per noi, aveva confini ulteriori e mai ci saremmo avventurati nella Versilia alta, nella Forte dei marmi dei ricchi, per esempio.
Ci fermavamo prima, a Torre del lago.
Avevamo ballato e bevuto e fumato e fatto cazzate a non finire nella discoteca vicino al mare prima e sulla spiaggia, con il rumore delle onde nel buio, poi.

Al ritorno, andando verso Pisa, in quel periodo, chiunque tornasse dalle feste del litorale si fermava a farsi cappuccio e cornetto ad un bar che si chiamava Bar Notturno, e noi non eravamo certo dotati di un carattere tale da fare eccezione. Il Notturno stava aperto tutta la notte e verso le tre, le quattro del mattino, c’erano transessuali e delinquenti e ubriachi fuoriusciti, magari incazzati neri, da qualche discoteca, di quelli che se li guardavi ti ritrovavi a litigare e fare a schiaffi in un secondo.

Noi entrammo e di quell’entrata, ad essere sincero, non ricordo nulla.
Poi c’era un televisore acceso e Ale “il nasuto” (lui lo ricordo) si ritrova (appunto) con il naso in su a fissare immagini in bianco e nero di una roba fumante.

Io e gli altri ridiamo e abbiamo la schiuma del cappuccio sulle labbra e le brioche che, appena fatte, sono la cosa più buona del mondo.
Fa calduccio e si sta bene nel bar, mentre fuori s’appresta all’arrivo il babbo natale con le sue renne gelide.
Per quanto mi riguarda, non mi distinguo dagli amici ne per la condizione alcolica ne per l’amore per il cappuccino e la sua schiuma, presente anche sul mio labbro superiore a fare un baffo bianco. E non mi distinguo neppure nel guardare allo schermo del televisore, adesso, dove sono arrivato seguendo il profilo del nasuto, su, fino agli occhi e all’arcata delle sopracciglia, sorprendendomi per la loro inclinazione inusuale a fare la forma tipica delle sopracciglia di chi si sia improvvisamente fatto triste.

Perché è triste il nasuto in questa notte di riparo dal gelo, con il cornetto tanto buono che lui stesso (ora ricordo) in seguito volle dedicargli addirittura una canzone chitarra e voce? Perché è triste lui, mosso da quella muscolare gioia di vivere che non gli permette momenti di melanconia o di sofferenza per la disgrazia altrui? Cosa succede? Dalla fronte del nasuto vado a mettere gli occhi sulla trasmissione della RAI.
C’è un treno che fuma. Non un treno a vapore, non fraintendete. Non è il locomotore a fumare. È un vagone.
Ora mi viene a mente che già una volta avevo visto un vagone fumare. Ero bambino allora e mi aveva fatto tanta impressione. Mi aveva fatto impressione anche il nome del treno che portava quel vagone, lo avevo sentito pronunciare tante volte, era diventato quasi un modo di dire, quasi uno stile: “Italicus”.
Ricordo anche che anni dopo dalla ferrovia lo vidi dal vero quel vagone abbandonato. Stava sui binari, non vorrei dire cazzate, non ricordo con precisione, ma sulla ferrovia tra Firenze e Bologna mi sembra. Da qualche parte, dopo Prato, verso i paesi di Benigni, credo. Lui dovrebbe ricordarlo.

C’era questo relitto di vagone con le costole di fuori, tetto squarciato. Nero di bruciato e ruggine sopraggiunta poi. Ci stette per anni e più volte lo vidi. Un giorno, non ci fu più. C’era il suo binario morto, senza niente sopra.

Siamo al bar Notturno di Torre del lago. Notte vicinissima al natale.
C’è questa trasmissione che parla di un treno che è scoppiato. Saltato in aria, bomba, chiaro, in un tunnel. Dice la televisione che il danno è stato ancora maggiore proprio perché l’esplosione è avvenuta in una galleria. Ricordo di aver pensato che dovevano averlo fatto apposta.
Qualcuno dice: “vai, un’altra”. E tutti pensiamo alla stazione di Bologna. Io aggiungo ai pensieri la storia a fumetti che Andrea Pazienza ha fatto, per quella stazione.
Quella storia, nella prima parte almeno, ci somiglia un po’: Un mezzo tossico preso da questioni di spaccio e consegne e ritiri e soldi che si alambicca il cervello per trovare il modo di fare la giornata e pensa a come e quando e chi, e lo fa alla stazione di Bologna, alle dieci e qualcosa del due agosto del millenovecentottanta e salta in aria, lasciando i suoi problemi a metà di un balloon.

Negli anni a venire, tutte le volte che sono passato da Bologna, con il treno, ho sempre avuto in mente la frase “Bomba alla stazione di Bologna”. Queste parole le sentivo come se qualcuno me le sussurrasse all’orecchio.
Arrivavo con il treno, fischiavano le ganasce dei freni sulle ruote di ferro originale ed io guardavo al finestrino le pensiline, le persone in attesa di salire ed ecco: siamo a “bomba alla stazione di Bologna”. Mi si è cambiato il nome del posto, proprio.

L’ultima volta che sono passato da quella stazione, un anno fa, stavo andando ad incontrare il produttore del mio futuro primo film. Pensate voi quanti pensieri potevo avere per le bombe di trent’anni prima, eppure mi sono girato, ho cercato (gli occhi l’hanno cercato, sopratutto, come avrebbero fatto per un vizio o un tic) il vecchio orologio fermo alle dieci e qualcosa ed ho sentito la solita frase: sono arrivato a “bomba alla stazione di Bologna”.
Poi sono entrato in un hotel con cinque stelle.

Quella notte di tanti anni prima, con i nostri baffi bianchi, uscendo di nuovo nel freddo del 23 dicembre del 1984, stringendoci nei giubbotti per farci più fini al vento ghiaccio dell’alba, parlammo di quanto si doveva essere merde per mettere una bomba in un treno di pendolari, di notte, gente che torna a casa propria, in Italia, dalla Germania, proprio sotto natale.

Credo che a quel punto qualcuno abbia acceso una sigaretta ed abbia detto una frase come “siamo in Italia” e poi, probabilmente, venne fatta una lista cinica e in quella lista c’erano treni e piazze e stazioni, pure un aereo. Credo che a quel punto (vado ad ipotesi di memoria) ci sia presa una rabbia inesprimibile, senza destinatario, una rabbia che trovava spazio e si perdeva tra le righe di pagine di verbali e assoluzioni di mandanti e rimandi e spese processuali a carico dei familiari delle vittime.
Erano gli anni ottanta. Le cose esplodevano, la gente moriva.
Io sono cresciuto allora. Forse è per questo che, per quanto mi piacerebbe (Dio solo sa quanto mi piacerebbe) non riesco a fare pace, e festa, con la mia bandiera.

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Voglio comprarmi una persona http://www.ilpost.it/gipi/2011/03/05/voglio-comprarmi-una-persona/ http://www.ilpost.it/gipi/2011/03/05/voglio-comprarmi-una-persona/#comments Sat, 05 Mar 2011 14:53:59 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/gipi/?p=168 Nanni e io. Again.
Lui all’animazione e io al sonoro come si suole.
Anche stavolta ognuno ha fatto quello che voleva all’insaputa dell’altro. Anche stavolta Giacomo mi ha sorpreso e fatto felice.

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Ascanio Celestini http://www.ilpost.it/gipi/2011/02/27/ascanio-celestini/ http://www.ilpost.it/gipi/2011/02/27/ascanio-celestini/#comments Sun, 27 Feb 2011 18:12:25 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/gipi/?p=165 Io cammino in fila indiana, Ascanio Celestini. Pubblicato su Repubblica il 26 febbraio 2011.

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Se http://www.ilpost.it/gipi/2011/02/12/se/ http://www.ilpost.it/gipi/2011/02/12/se/#comments Sat, 12 Feb 2011 20:37:56 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/gipi/?p=162 Continua...]]]> Se fossero stati poveri.
Se invece di champagne fosse scorso Tavernello, uscito dalla bocca dell’erogatore in plastica (e senti, erogatore, come suona, pensalo al gusto, di bicchiere di plastica ed accostalo ad un “flute”). Se si fosse arrivati alla villa (no, non alla villa, alla roulotte) con l’ Apecar invece che con l’audi otto clima, 22 gradi, gran sedile morbidone, vetri nero fumo.
Se i tre vecchi si fossero comprati Cialis e Viagra con le collette alla stazione e con le insistenze dei semafori rossi, invece che con i proventi degli affari del Mibtel, se le ragazze, avessero messo piede su un tappetaccio trovato in discarica (e ripulito, certo) e avessero dovuto trovar posto tra un frigo da campeggio e un tavolino di roulotte in formica marrone (non scivolando, piedi di loto, tra i saloni, scusi dove posso trovare il presidente? Di là. Grazie. Un sorriso.)
Se alla voce fosse stata, non un’ Apicella, ma una matrigna con pezzola secca secca per fame e non per dieta dissociata e la sua bocca, alla prima “a” della canzone, apertasi, avesse rivelato numero sei denti d’oro più due in totale di otto, dei quali sei d’oro (appunto) e due di nascita, e se le ragazze di diciassette anni, quasi diciotto fossero state non brasiliane, quindi quasi negre, insomma, d’altro mondo (fino a poco tempo prima ancora sottosviluppato e quindi, nella mente di chi si misura in conto in banca ancora, a tutti gli effetti, terzo mondo sottosviluppato) e quindi, insomma, negre, quasi negre. Va bene, quasi, o concedo.
Se fossero state invece italiane, della città natale, proprio bianche come il latte scremato uht pastorizzato, data di scadenza della prossima settimana.
E se i tre vecchi, con i loro cazzi scuri (non chiari come quelli che spesso si hanno in occidente, peni chiari) se i tre vecchi si fossero presi per proprio diletto in mano le natiche e le gnocche delle giovani italianissime chiarissime e si fossero appartati poi, dopo averle fatte ballare, al ritmo dei chitarri e strusciatisi fino al punto di dire basta strusciarcisi, vieni con me.
E se in cambio di questi accoppiamenti tra vecchi neri e bianche fragranti italianine, le femmine in erba si fossero aggiudicate che so, lezioni di chitarra Gipsy o cucina macedone.
Se fosse stato questo il loro sogno, delle ragazze dico, imparare la cucina macedone e montenegrina e saperla accompagnare con il conseguente giro di chitarra.
Se fosse stato quello il loro sogno, invece che diventare soubrette veline ballerine attrici. Che ognuno infine c’ha i suoi gusti e chi l’ha detto che vada bene farsi passare degli sconosciuti tra le cosce ai fini di successo nel mondo infame dello spettacolo e non lo sia per apprendere ogni segreto del Pindzhur (che è un antipasto composto da pomodori e peperoni e melanzane fritti o cotti al forno molto apprezzato in Macedonia).
Ecco, se la situazione fosse stata questa: delle giovani italiane, che desiderose di accedere agli impenetrabili segreti della cucina macedone, per ottenere ciò fossero andate a farsi trombare (scusate il parolone) da tre rom quasi ottantenni, ecco, dico, se fosse stata questa la situazione, quale sarebbe stata, lo chiedo a voi, sostenitori della libertà individuale misurabile solo ed esclusivamente in disponibilità economica. Lo chiedo a voi, quale sarebbe stata infine, vedendo traballar quella roulotte, di notte, luce giallognola attraverso la plastica delle finestre e voce di secca secca cantante che si sparge per il campo intorno. Quale sarebbe stata, chiedo, la vostra reazione?

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Ricompensati http://www.ilpost.it/gipi/2011/02/11/ricompensati/ http://www.ilpost.it/gipi/2011/02/11/ricompensati/#comments Fri, 11 Feb 2011 16:51:27 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/gipi/?p=148 Signor Direttore, non so se può interessare ma due suoi dipendenti, io e Giacomo Nanni, produssero in congiunzione il sottocitato video.

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