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	<title>Giovanni Robertini</title>
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	<description>Autore televisivo, ha collaborato a brand:new e Avere Ventanni (Mtv); a L&#039;Infedele e Invasioni Barbariche (dov&#039;è ora) per La7. Ha pubblicato il libro &#34;Il Barbecue dei panda - L&#039;ultimo party del lavoro culturale&#34;</description>
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		<title>Il dissing del PD e l’arte del rap</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Oct 2012 11:34:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questa settimana in rete è nata una polemica tra rottamatori e rottamanti, tra i giovani e la vecchia guardia. Ma sarebbe più corretto dire tra new school e old school, come usano i rapper, visto che è di loro che &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giovannirobertini/2012/10/11/il-dissing-del-pd-e-larte-del-rap/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa settimana in rete è nata una polemica tra rottamatori e rottamanti, tra i giovani e la vecchia guardia. Ma sarebbe più corretto dire tra <em>new school</em> e <em>old school</em>, come usano i rapper, visto che è di loro che stiamo parlando. La miccia che ha acceso il tutto è stata un’intervista a Paola Zuckar, manager del nuovo rap di successo da Fabri Fibra a Marracash, al termine della proiezione di <em>The Art Of Rap</em>, documentario del musicista americano Ice T che racconta il genere musicale con l’obiettivo dichiarato di rendere all’hip hop il valore artistico che si merita.</p>
<p>Alla domanda del giornalista di una web tv se fossero maturi i tempi per un documentario sulla scena rap italiana, la Zuckar ha risposto che quello degli anni Novanta – per molti “l’età dell’oro” dell’hip hop italico – non fosse davvero all’altezza, bensì un esperimento un po’ grossolano, e che solo oggi si può parlare di una vera nascita del genere in Italia. Nonostante la successiva smentita della manager che se la prendeva con i tagli ad hoc del servizio su un discorso più ampio, il video della Zuckar ha fatto il giro della rete scatenando accese risposte da parte di molti iniziatori del genere nostrano, da Esa a Dj Skizo, e dai loro fan. Il comune denominatore delle risposte dell’<em>old school</em> è stato un grosso Vaffa alla mancanza di rispetto dello Zuckar, e la riaffermazione dell’importanza degli anni Novanta del rap, soprattutto per l’attitudine genuina e non compromessa, lontana anni luce dalle regole commerciali dei loro fratelli minori.</p>
<p>Non voglio entrare nel merito della questione Zuckar, ma prenderla ad esempio per parlare di altro. Da sempre nel rap, italiano e non, è viva l’arte del <em>dissing</em> &#8211; ovvero la trasformazione di offese personali e prese in giro in rime su basi ritmate &#8211; che ha il suo epigono nelle esibizioni sul palco di rapper che si insultano l’un l’altro improvvisando al microfono nelle cosiddette <em>battles</em>, battaglie, dove per vincere non servono i cazzotti ma basta rappare meglio dell’avversario. Il <em>dissing</em> fa parte del genere, ed è anche divertente finché, come per il football, tutto rimane sul campo di gioco. Fuori invece sono semplici (e spiacevoli) insulti, che trovano nei social network e nei forum di internet terreno fertile per attecchire e moltiplicarsi.</p>
<p>Il fatto che questa fresca polemica abbia chiamato in causa rottamatori e rottamati fa nascere un facile ma pericoloso parallelismo con il dibattito sulle primarie del Partito Democratico. La battaglia di <em>dissing</em> tra Renzi e D’Alema (e mettiamoci pure Vendola) non ha nulla a che fare con il rap, o meglio, ha sì a che fare, ma solo nel suo lato peggiore, quello degli insulti gratuiti e ripetuti senza né rime né il sostegno di una base ritmica ad hoc. È uno spettacolo che, come a me, non piace a molti che hanno a cuore le vicende e le sorti del Pd.</p>
<p>Eppure, mi chiedevo, se si scannano ci sarà un motivo e quel motivo sarà prendere voti, <em>à la guerre comme à la guerre</em>, creando e rinforzando le proprie fazioni. Un mio amico mi diceva che la politica non è una cosa da signorine, ma non mi bastava, mi faceva arrabbiare ancora di più. Qualcosa non mi tornava, non riuscivo a capire se il mio fastidio per queste continue liti interne fosse solo un capriccio di fronte alla realtà della lotta politica. Mi sentivo escluso da questo inizio incazzato di corsa alle primarie.</p>
<p>Poi ho visto al cinema <em>The Art of Rap</em>. Ice T intervistava tutti, quelli della vecchia e della nuova scuola, omoni sorridenti e fieri della propria professione cui veniva chiesto che cosa era davvero l’hip hop. E se e in che modo il rap fosse un’arte. Nonostante molti di loro venissero dal ghetto e non fossero andati all’università, nelle risposte si respirava un’aria di profonda saggezza filosofica &#8211; come quella dei vecchi bluesman americani – dettata unicamente dall’esperienza personale.</p>
<p>A un certo punto Ice T chiedeva ad un rapper della <em>old school</em> – doveva essere Krs One o i Public Enemy, non ricordo con precisione – come mai il rap a differenza del jazz o del blues non fosse stato riconosciuto come arte ma semplicemente come un fenomeno musicale e di costume. L’intervistato iniziava rispondendo che i rapper hanno avuto sempre la fortuna di parlare ad una comunità e di farne parte. Dall’esterno erano riconosciuti come una comunità coesa in grado di influenzare la società americana. All’interno invece aveva vinto una forma d’individualismo esasperato, che aveva portato i musicisti a farsi guerra l’uno con l’altro. Questo nel breve periodo aveva funzionato, il campo di battaglia era grande e c’era spazio per tutti: le liti creavano attenzione, fidelizzavano i fan all’uno o all’altro artista. Alla lunga però questa continua battaglia aveva frammentato la comunità, e soprattutto distrutto la storia del movimento rap. Nessuno che fosse stato chiamato a ritirare un premio ai Grammy Award avrebbe mai ringraziato quelli da cui aveva imparato a fare rap, anzi sarebbe salito sul palco come se fosse stato il primo e unico a fare quel tipo di musica. C’era solo il nuovo, concludeva il saggio rapper: «Senza storia, senza sentire e far sentire agli altri che si fa parte di un percorso, senza ringraziare quelli prima e dopo di noi, senza tutto questo è impossibile per il rap essere riconosciuto come arte».</p>
<p>Ecco, mi piacerebbe che anche il Pd – che è vecchio quanto l’hip hop! -tenesse in considerazione la propria arte (che poi è la politica). E che ringraziasse sul palco chi c’è stato prima e chi verrà dopo, non per una retorica del <em>volemose bene</em>, ma pensando al lungo periodo, quando dopo Renzi ci sarà sicuramente qualcun altro di nuovo, ma molti vorrebbero che ci fosse ancora anche il Partito Democratico. Con tutta la sua storia.</p>
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		<title>Il rap di Ferrara spiegato ai bianchi</title>
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		<pubDate>Thu, 24 May 2012 13:07:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Non stupisce che uno sgamato di comunicazione politica come Giuliano Ferrara sia diventato rapper per un giorno: con cuffie e occhiali da sole neri il direttore del Foglio ha messo in rima, sotto uno sgangherato beat hip hop, un editoriale &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giovannirobertini/2012/05/24/il-rap-di-ferrara-spiegato-ai-bianchi/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non stupisce che uno sgamato di comunicazione politica come Giuliano Ferrara sia diventato rapper per un giorno: con cuffie e occhiali da sole neri il direttore del <em>Foglio</em> <a href="http://www.ilpost.it/2012/05/23/il-rap-di-giuliano-ferrara/">ha messo in rima</a>, sotto uno sgangherato beat hip hop, un editoriale che invitava Berlusconi a non mollare Monti. Ha registrato il tutto in bassa qualità con la webcam del computer e l’ha immediatamente messo in rete sul sito del suo giornale. A un primo ascolto si potrebbe pensare alla <em>boutade</em> estemporanea o all’impazzimento dell’estroso giornalista. Ma così non è, per una serie di ragioni.</p>
<p>In tempi di euforia twittarola, mentre il linguaggio politico sdoganava l’hardcore di Beppe Grillo tirandolo fuori dal guscio della comicità e mentre la politica in televisione, tra satira e talk show, sembrava impantanata in modelli anni Novanta, il giornalismo d’opinione – quello dei corsivisti da prima pagina cartacea, per intenderci – sembrava patire l’impasse del pensiero veicolato alla parola scritta. Gli unici capaci di resistere al nuovo che avanza (e barbaro non è…) sembravano i “tweet lunghi” o “editoriali brevi” come <em>L’amaca</em> di Serra e <em>Il Buongiorno</em> di Gramellini pronti a essere scansionati e diffusi su Facebook tra i vari <em>I like</em>, oppure le oratorie su inchiostro di Travaglio, che grazie al mix di humor paninaro e invettiva sono diventate uno standard a cui mirare e magari copiare. E quando gli altri editorialisti sopravvissuti si domandano che fare, inseguendo chi la tv chi la rete, Mc Giuliano Ferrara gioca divertito a fare Eminem scavalcando – chissà quanto consapevolmente – a destra e a sinistra gli avversari.</p>
<p>Il rap oggi in Italia è sicuramente il genere musicale più di successo: lo confermano le vendite e i <em>sold out</em> ai concerti dei vari Club Dogo, Fabri Fibra e Marracash. Nonostante questo è una musica ancora osteggiata da radio, stampa e televisione. Vuoi per il target di ragazzini che rappresenta vuoi per il contenuto a volte troppo esplicito e volgare dei testi, il canale di diffusione dell’hip hop è la rete che determina vita, celebrità e morte dei vari rapper. Se le marche di bibite e abbigliamento considerano – a suon di sponsorizzazioni &#8211; il genere una gallina dalla uova d’ora, la comunicazione “adulta” lo snobba credendolo una moda passeggera per teenager. Ma questa situazione è un’anomalia tutta italiana.</p>
<p>In America, patria dell’hip hop nonché modello culturale di Ferrara, il rap degli inizi era una forma di comunicazione da cui la comunità wasp sembrava essere estromessa, essendo considerata “musica nera per i neri”, pomposa e autoreferenziale, inneggiante a delinquenza e misoginia. Ma questa divisione durò poco, come raccontano David Foster Wallace e Mark Costello nel saggio <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8887765162/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;tag=wittgenstein-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8887765162">Il rap spiegato ai bianchi</a></em>. Alla fine nella comunità bianca, borghese e colta, prevalse la paura fascinosa (e il fascino pauroso) per quello che il rap raccontava, riassumibile nell’espressione “la strada”. Narrare con autoreferenzialità quello che succede in strada significava per i rapper creare una sorta di patto di fiducia con il pubblico che riconosceva per vere e credibili le storie raccontate nelle canzoni, sia che si trattasse di papponi nei ghetti – come facevano Notorious B.I.G. e Tupac Shakur – sia che si trattasse di imbracciare metaforicamente un Uzi e fare la rivoluzione – come rappavano i Public Enemy.</p>
<p>Parlare e farsi capire dal popolo, dalla gente comune, è un mito ossessivo che ha portato Ferrara a vedere in Berlusconi un rapper inconsapevole: Mc Silvio con il suo “Fight The Communist&#8221; ha unito il più oltranzista gangsta rap di prostitute, festini, denaro e potere, al political rap; era pomposo e autoreferenziale; ma soprattutto era capace di creare quella paura fascinosa che lo fece avvicinare anche a persone molte diverse da lui. Ora che Silvio Berlusconi è in affanno e la sua stagione sembra essere al tramonto, è necessario affilare nuove forme di comunicazione, imprevedibili e spiazzanti. Quelle che ci sono paiono spuntate, non in grado di parlare a chiunque sia. Il rap di Ferrara non sarà certo l’arma della svolta – qualitativamente troppo scarso al limite della burla – ma rappresenta chiaramente (e amplifica con il beat forte del rap!) la domanda che vale la pena porsi oggi: come dobbiamo parlare quando parliamo di politica?</p>
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		<title>La Lega non fa più paura</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 17:47:33 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Stamattina mi chiedevo se avesse ancora senso scrivere un reportage su una manifestazione della Lega, nello specifico quella che stavo raggiungendo in Piazza Castello ore dieci. Il lavoro mi aveva già portato negli anni a Pontida, a Venezia e pure a Pecorara, alla festa della zucca, sempre al seguito di Bossi e compagnia. Ho sviluppato quindi una certa familiarità con copricapo vichinghi, “Secessione! Secessione!”, ampolle padane, canne da pesca al posto delle aste da bandiera, trattori, dialetti del nord e fazzoletti verdi. Più o meno lo stesso scenario che si riproponeva oggi, con qualche minima variante: più applausi per Maroni, un Borghezio isolato come un black bloc, qualche fischio a Bossi e i manifestanti che hanno sostituto per necessità la salamella col Big Mac del fast food di piazza del Duomo. Era pur sempre lo stesso film di folklore padanista con gli stessi attori, solo più vecchi (di giovani neanche l&#8217;ombra) e più incazzati col mondo: un&#8217;incazzatura triste, con meno dito medio e più bestemmie, borbottate tra le sciarpe con lo sguardo rivolto a terra.</p>
<p>Per dare un senso al mio essere lì ho iniziato a fare delle fotine col cellulare e a <a href="https://twitter.com/#!/GRobertini">twittarle</a> con tanto di didascalia ironica, così almeno da far sorridere i miei amici. Ho fotografato i trattori in piazza Duomo come nel film “Ragazzo di Campagna” con Pozzetto; Castelli col loden (la dida era “loden all&#8217;ignoranza”), Maroni superstar, Calderoli versione Fantozzi sulle piste da sci, Borghezio con l&#8217;ascia da guerra in una mano e il sacchetto del Pam nell&#8217;altra; e ancora foto ai cartelloni più originali (pochi) e ai manifestanti più buffi (e ce ne erano eccome). Poi sono arrivato in piazza Duomo, undici passate, un bellissimo sole e una temperatura che neanche primavera. Mi siedo sui gradini, pronto ad ascoltare i comizi e inizio a smanettare con le applicazioni del mio telefonino. Giochicchio con Hipstamatic, quella app che ti permette di fare le foto vintage, riproducendo in digitale l&#8217;effetto delle vecchie pellicole e delle ottiche di una volta. Scatto foto come un pazzo, a tutte le facce e alle centinaia di bandiere. Poi mi risiedo, stesso gradino, e riguardo le foto, queste nuove eppure vecchie e “invecchiate”, retrò.</p>
<p>E mentre Bossi parla dal palco realizzo una cosa, piccola ma fondamentale: quella di oggi è una manifestazione nostalgica, “vintage”. Come un raduno di Woodstock fatto vent&#8217;anni dopo, con gli stessi partecipanti che sognavano di cambiare il mondo e che oggi sperano, replicando il rito, che qualcosa cambi (ma in fondo non ci credono più davvero…). Come hippie delusi e un po&#8217; suonati anche i leghisti risuonano l&#8217;album di Pontida, cantano in coro la hit “Secessione! Secessione!” e sventolano bandiere ingiallite. In molti urlano e si incazzano ma la sensazione non è quella di una nuova rabbia, ma semplicemente dell&#8217;effetto prolungato dell&#8217;acido di Pontida che si sono calati anni fa. La Lega è un rito stanco, che sopravvive grazie alla consapevolezza di essere stati qualcosa di grande e alla paura già realizzata che la loro esperienza leghista diventi sempre più marginale. Come lo spirito fricchettone anche quello secessionista si sta trasformando in un revival permanente, in una “ossessione per il passato” che il critico musicale Simon Reynolds ha descritto bene in Retromania: “Non solo non è mai esistita una società così ossessionata dagli artefatti culturali del nostro recente passato, ma non è mai esistita prima d&#8217;oggi una società in grado di accedere al nostro recente passato in modo così facile e diffuso”.</p>
<p>Le mie foto vintage sono sul telefonino, il passato è presente. E il futuro? Torno a casa e ripesco il libro di Reynolds: “La presenza del passato nelle nostre vite è incrementata a livello incommensurabile”. E si tratta di una presenza insidiosa: “Il passato non può fare altro che superare il presente, non solo in quantità ma anche in qualità”. Sarà, ma questo passato senza futuro della Lega oggi per fortuna non spaventa più. Neanche in foto.  </p>
<p><img src="http://www.ilpost.it/giovannirobertini/files/2012/01/IMG_0223.jpeg" alt="" title="IMG_0223" width="600" height="600" class="aligncenter size-full wp-image-93" /></p>
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		<title>Per un futuro ipnagogico</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 21:56:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Hypnagocic pop è stato la vera novità musicale del 2011, almeno stando alle autorevoli opinioni consuntive di fine anno di critici come Simon Reynolds, quello di “Retromania”, e David Keenan di The Wire. Ogni notte prima di addormentarci sperimentiamo una &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giovannirobertini/2012/01/03/per-un-futuro-ipnagogico/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Hypnagocic pop è stato la vera novità musicale del 2011, almeno stando alle autorevoli opinioni consuntive di fine anno di critici come Simon Reynolds, quello di “Retromania”, e David Keenan di The Wire. Ogni notte prima di addormentarci sperimentiamo una fase intermedia tra il sonno e la veglia, il così chiamato “stato ipnagogico” che può essere caratterizzato da allucinazioni molto vivide e intense.</p>
<p>Il pop ipnagogico definisce quindi il suono che evoca un immaginario particolarmente intenso, quello degli anni Ottanta, riuscendo a ricostruire &#8211; anche senza averle vissute &#8211; le atmosfere di un passato fatto di colonne sonore di blockbuster, new age appannata e reminescenze disco. Già, perché i protagonisti di questo nuovo suono, da Neon Indian a Washed Out passando per James Ferraro e Memory Tapes, hanno poco più di ventanni e nella loro adolescenza non ci sono stati né Miami Vice né i jukebox con le monetine dei bar della Riviera. Quella ipnagogica è una nostalgia indiretta, filtrata dall&#8217;accumulo di materiale anni Ottanta disponibile in rete.</p>
<p>Non si tratta di revival, ma di un riciclo del revival che spoglia gli anni Ottanta dell&#8217;accumulo ideologico della cultura post moderna, riconsegnandogli una verginità e una purezza sconosciute. Un po&#8217; come ascoltare per la prima volta “Boys” di Sabrina Salerno senza pensare a (in ordine): Berlusconi, la musica commerciale, l&#8217;edonismo consumista, la crisi dei valori, il corpo delle donne, le vacanze di Natale dei Vanzina, Domenica In e ancora Berlusconi. Solo e semplicemente “Boys Boys Boys” con il suo plastico edonismo di spiagge al tramonto e con l&#8217;ottimismo selvaggio del bikini. Si tratta di una forma salvifica di revisionismo, utile soprattutto a noi trenta quarentenni più o meno di sinistra.</p>
<p>I “soliti vecchi” ci hanno detto a ragione e fin alla nausea che siamo cresciuti negli anni peggiori. Non solo, ci hanno detto anche che per venire fuori da quegli anni occorreva essere cinici e spietati. Per poi finire a commentare che la nostra è una generazione perduta, che non ce la farà mai a misurarsi con le altre. Saranno anche nel giusto, ma possiamo noi cancellare il nostro passato? No, possiamo però lavorare a costruire una nuova nostalgia “utopica”, un&#8217;allucinazione ipnagogica che restituisca verginità al passato, anche a quello lunghissimo del berlusconismo. Potrebbe essere il nostro modo di ricucire col futuro, senza darsi per spacciati.</p>
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		<title>Portami a Porta a Porta!</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 13:36:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ho visto le migliori menti di una generazione che non è la mia – anagraficamente ma anche ideologicamente – lamentarsi (indignarsi?) per la partecipazione del premier Monti a Porta a Porta. Corrado Stajano sul Corriere è “deluso e amareggiato”, la &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giovannirobertini/2011/12/05/portami-a-porta-a-porta/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho visto le migliori menti di una generazione che non è la mia – anagraficamente ma anche ideologicamente – lamentarsi (<em>indignarsi?</em>) per la partecipazione del premier Monti a Porta a Porta. Corrado Stajano sul Corriere è “deluso e amareggiato”, la notizia lo fa “trasalire” perché “Porta a Porta non è il popolo italiano”. Michele Serra su Repubblica parla di “errore della continuità”, dal momento che il salotto di Vespa rappresenta da sempre “il primato del Palazzo sulla società”. Ermanno Rea sul manifesto “rabbrividisce” per questa “caduta di stile” che ci ricorda “quanto siano fuori luogo certi entusiasmi, encomi e panegirici nei confronti della sua persona prodigatigli a larghe mani da stampa e televisioni”.</p>
<p>Che Bruno Vespa e il suo programma muovano sentimenti di fastidio e – diciamolo – di schifo e rigetto, non è una novità. Non occorre essere snob, radical chic, o banalmente anti berlusconiani, è sufficiente un senso critico al minimo sindacale che abbia in memoria plastici di Cogne, contratti con gli italiani, eccetera eccetera.</p>
<p>Detto questo dove dovrebbe andare Monti, ammesso e concesso che la partecipazione a un talk show non sia un reato ma requisito base di una moderna democrazia? Da Fabio Fazio? A Ballarò con Floris? Nel Servizio Pubblico di Santoro o all’Ultima Parola di Paragone? Anche no, dai. Per una serie di ragioni che è superfluo spiegare, dal pericolo di accreditarsi verso programmi “squisitamente di parte” a quello ancora più forte di presentarsi in un contesto “di nicchia”. Anche se non sarà – come dice il mio amico Piccinini – “il più grande spettacolo dopo il più grande spettacolo dopo il weekend”, la partecipazione del premier Mario Monti a Porta a Porta ha un suo valore e una giustezza specifica che ha a che fare con la “continuità necessaria”. Ovvero, è cambiato il governo, non l’Italia. Per quello ci vuole tempo e non basta Monti: lui, come ha precisato ieri in conferenza stampa, è qui per salvare il paese dal baratro economico e stop. Nel mentre, aspettando che l’Italia magicamente si deberlusconizzi, non c’è tempo da perdere. Questa difficile manovra ha bisogno del consenso degli italiani e Vespa è il mezzo per provare a ottenerlo, non il fine. Porta a Porta ha una caratteristica specifica che con molta probabilità è la stessa che ha mosso Mario Monti e il suo staff in questa perigliosa scelta: il pubblico.</p>
<p>Gli spettatori di Vespa non sono in media – come rivelano le analisi di composizione del pubblico – istruiti come quelli dell’Infedele, informati come quelli di Ballarò o benestanti come quelli di Fazio. È un pubblico che in termini tecnici (e un po’ classisti) si definisce “più basso” e che quindi forse non si è visto la diretta della conferenza stampa ieri su Sky e La7, forse non ha letto i quotidiani stamattina né le discussioni sui blog. È quindi un pubblico che va informato, perché, come ricorda Monti, questa manovra economica – pesante e complessa, va spiegata per essere accettata. Sono sicuro che lui sarà in grado di farlo, non solo “nonostante Vespa” ma anche “grazie a Porta a Porta”.</p>
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		<title>We are the 98 percent e il coraggio di Fassina</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 13:05:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Parafrasando con inaspettata ironia il motto di Zuccotti Park, We are the 99 percent, il responsabile economico del Pd Stefano Fassina chiude il cerchio alle polemiche di questi giorni. Le sue parole circa le posizioni del partito sul mondo del &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giovannirobertini/2011/11/25/we-are-the-98-percent-e-il-coraggio-di-fassina/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Parafrasando con inaspettata ironia il motto di Zuccotti Park, <em>We are the 99 percent</em>, il responsabile economico del Pd Stefano Fassina chiude il cerchio alle polemiche di questi giorni. Le sue parole circa le posizioni del partito sul mondo del lavoro e sulle ricette economiche dell’Europa sono riportate da Repubblica di oggi: “Nel Pd ci sono due linee, una – quella di Ichino, per intenderci &#8211;  ha il 2 per cento, l’altra il 98 per cento”. Un bel coraggio, anzi meraviglioso. </p>
<p>Sento spesso parlare di “sano pluralismo”, ma credo che in questo momento di casino totale il pluralismo nel Pd sia più che altro “tossico”, almeno per la base più allargata. Parlo degli elettori che “simpatizzano” con i democratici e che leggendo sul Corriere del 23 ottobre il titolo “Pd, diciassette correnti in un partito solo” hanno avuto un moto d’animo paragonabile all’indignazione. E senza essere “indignados”. Perché sappiamo tutti che il Pd è un partito, non un movimento di protesta. Non siamo in mezzo a <em>Occupy Wall Street</em>,  qui non si tratta di “incontrarsi e discutere per vedere se è possibile trovare le ragioni per impegnarsi in una protesta condivisa” come ci racconta Roberto Saviano nel suo reportage da Zuccotti Park. Un partito non può essere “una forza centrifuga – sempre Saviano su OWS – dove ciò che unisce è l’obiettivo, non la visione del mondo”. </p>
<p>Nel partito un leader c’è e si chiama Pierluigi Bersani, e sarebbe utile sentire una sola voce. Esiste pure un programma e una linea politica da seguire. Fassina ricorda che “il governo Monti non è il governo del Pd. Ci convivono forze politiche con idee e culture contrapposte, su cui il governo è chiamato a trovare un bilanciamento. Tenere chiaro il profilo del Pd è la migliore assicurazione per la durata di Monti”. </p>
<p>Ecco, se ci fosse un microfono umano anche qui, come tra le tende piazzate nel centro di New York, il mantra da ripetere alle persone vicine sarebbe proprio questo: “Tenere chiaro il profilo del Pd è la migliore assicurazione per la durata di Monti”. Il resto è noia, ovvero paginate di giornali su gossip, divisioni, correnti, imbarazzi e possibili scenari. Quanto alla richiesta di un nuovo congresso, oggi produrrebbe solo l’effetto di accontentare gli addetti ai lavori affamati di polemica per riempire pagine di giornale. Il sentimento del 99 per cento (nel senso di <em>I’m the 99 per cent</em>), i simpatizzanti a cui non piace più essere chiamati “militanti”, è riassumibile oggi  nella frase di morettina memoria: “No, il dibattito no!”.</p>
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		<title>Pregi e difetti del governo Salinger</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 13:47:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[È facile prevedere che il nuovo governo Monti non passerà molto tempo al trucco &#038; parrucco degli studi televisivi, o sulle cadreghe di marca dei talk show politici di prima serata. Come lo scrittore J.D. Salinger anche l’esecutivo appena formato &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giovannirobertini/2011/11/17/pregi-e-difetti-del-governo-salinger/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È facile prevedere che il nuovo governo Monti non passerà molto tempo al trucco &#038; parrucco degli studi televisivi, o sulle <em>cadreghe</em> di marca dei talk show politici di prima serata. Come lo scrittore J.D. Salinger anche l’esecutivo appena formato mostrerà a breve la sua natura schiva e riservata, veicolando il proprio messaggio ad agenzie, conferenze stampa e impegni di natura istituzionale. Insomma, i nostri “nuovi” non saranno più protagonisti ma solo spettatori dei vari Ballarò e Servizio Pubblico. Sui pregi di questo <em>niet</em> alla (sovra) esposizione mediatica è inutile dilungarsi, il rischio sarebbe di ripetere per l’ennesima volta quello che il 99 per cent dei telespettatori italiani pensa da tempo, ovvero: “Era ora! Fine del teatrino! Adesso lavoreranno invece di andare sempre in tv!”.<br />
Sui difetti invece è giusto spendere qualche parola. Per ora – ma siamo freschi, il governo ha giurato ieri – il popolo del telecomando rischia di trovarsi di fronte tre novità, nei confronti delle quali è meglio che cominci subito a sviluppare gli anticorpi giusti: </p>
<p>- Come messo in evidenza ieri sera dalla puntata speciale de <em>L’Infedele</em> – nello specifico nel botta e risposta tra Mucchetti (<em>Corriere della Sera</em>) e Sallusti (<em>Il Giornale</em>) – i giornalisti smetteranno di accapigliarsi su chi sia, nei commenti, più o meno parziale o schierato, più o meno lucido o confuso, e passeranno direttamente a vedere da quale conto corrente arrivi la rispettiva busta paga. Quindi se Mucchetti lavora al Corriere significa che, facendo Passera parte della quota di sindacato del giornale (con un misero 2%), Mucchetti è pro Monti. Ma non solo: è pro banche, pro loden, pro capelli grigi, pro Bocconi. Stesso allora dicasi per Gad Lerner, avendo Banca Intesa e quindi Passera interessi in Telecom e quindi in La7. Avviso ai telespettatori: in caso di una discussione come questa cambiate canale, almeno che non crediate alla favola santoriana che un giornalista per essere libero (ma libero davvero, come nella canzone di Gigi D’Alessio) non debba avere un editore, e che un editore non debba fare i propri interessi ma mettersi al mattino la calzamaglia di Robin Hood.</p>
<p>- Altro rischio è che ora i talk show politici diventino semplicemente un’arena di training per le elezioni che verranno, quando non si sa. Comunque occorrerà preparasi, e quindi ecco i vari ex ministri scrivere col pennarello in proprio nome sulle sedie delle tele-tribune e iniziare a fare campagna elettorale con lo scopo non di stimolare il dibattito politico, ma di tenersi in allenamento per quando torneranno in campo. Questo naturalmente ostacolerà l’ingresso, anche solo mediatico, di nuovi protagonisti politici che non troveranno neanche uno strapuntino su cui appoggiarsi. </p>
<p>- Se i giornalisti, come ieri da Lerner, andranno a compensare in numero la diminuita presenza dei politici di questo governo Salinger potrà accadere qualcosa d’inedito, che ha già dato i primi segni durante una puntata di <em>Servizio Pubblico</em>, quella in cui Feltri e Travaglio, anziché scannarsi come al solito, si lisciavano il pelo complimentandosi a vicenda della comunanza di idee. Se il nuovo esecutivo sembra – stando ai sondaggi – unire la maggioranza degli italiani, provoca invece l’effetto opposto nei quotidiani nazionali, divisi al punto che gli estremi – <em>Il Foglio</em> e <em>Il Fatto</em>, <em>Libero</em> e <em>Il Manifesto</em> – tendono ad avvicinarsi. L’effetto per noi telespettatori sarebbe un po’ quello di trovarsi di fronte a una nuova serie di cartoon in cui Tom va a cena da Jerry e Titti si fidanza con Silvestro. </p>
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		<title>Un governo senza l&#8217;X factor</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2011 19:22:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un articolo di Marcello Musto pubblicato dal Manifesto ci ricorda il disappunto espresso dal giornalista del New York Tribune Karl Marx in occasione della nascita di uno dei primi casi di governo tecnico della storia, il gabinetto Aberdeen nell&#8217;Inghilterra del &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giovannirobertini/2011/11/13/un-governo-senza-lx-factor/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un articolo di Marcello Musto <a href="http://eugeniopari.wordpress.com/2011/11/13/il-governo-tecnico/">pubblicato dal Manifesto</a> ci ricorda il disappunto espresso dal giornalista del New York Tribune Karl Marx in occasione della nascita di uno dei primi casi di governo tecnico della storia, il gabinetto Aberdeen nell&#8217;Inghilterra del 1852.</p>
<p>Marx era preoccupato che la politica cedesse del tutto campo all&#8217;economia e che i governi non discutessero più di quali indirizzi economici adottare ma fossero gli stessi indirizzi economici a generare la nascita dei governi al posto della democrazia.</p>
<p>Ma più di tutto stupisce la terminologia che Marx usava per definire i governi tecnici: li chiama i “governi di tutti i talenti”.</p>
<p>Oggi la parola “talento” ci porta alla mente suggestioni solo apparentemente lontane dalla politica, ovvero i televisivi “talent show”. Da “Amici” a “X Factor” passando per “Italia&#8217;s got Talent”, eccoci ora al nuovo format, il cui titolo di lavorazione è “Governo&#8217;s got Talent” (o preferite “X Governo”)?</p>
<p>Ovvero, chi seleziona oggi i nostri talenti in corsa per il Governo Monti?</p>
<p>Dal momento che il pubblico da casa non può né votare né tele votare, sarà la giuria a decidere chi tra un Salvatore Settis o un Paolo Baratta ha l&#8217;X factor per diventare ministro. I giurati non sono né Morgan né Arisa e i concorrenti sono oggetto di trattative al buio (non teletrasmesse), togliendo allo spettatore anche la semplice possibilità di assistere al voto: “Per te il governo continua”, oppure “La tua avventura a X Governo finisce qui”.</p>
<p>Insomma, come nuovo format si potrebbe dire che televisivamente non regge, e soprattutto non conquista il pubblico, non lo tiene attaccato davanti al teleschermo. Unici espedienti acchiappa-pubblico sono la possibile presenza di “ex famosi” come Pietro Ichino o il ripescaggio di concorrenti delle altre edizioni come Giuliano Amato.</p>
<p>Sarà per questo che &#8211; caduta del Sultano Berlusconi a parte &#8211; questa importante fase della politica italiana non riesce ad accendere il nostro interesse come dovrebbe e a suscitare un reale dibattito politico. Gli italiani davanti a un governo tecnico si trovano privati non solo del voto, ma della possibilità di essere almeno spettatori e giudici di quello che sta succedendo.</p>
<p>AL contrario, <a href="http://www.nytimes.com/2011/11/12/us/politics/taste-for-reality-tv-seen-in-popularity-of-debates.html">come racconta Michael D. Shear sul New York Times</a> (segnalato dal fantastico <a href="http://nomfup.wordpress.com">Nomfup</a>), negli Stati Uniti i dibattiti politici in televisione hanno accresciuto il loro interesse presso il pubblico, perché il pubblico stesso &#8211; educato da anni di talent e reality &#8211; li considera come una performance ed è portato subito a esprimere il proprio giudizio e a schierarsi. </p>
<p>Forse sarà vero quello che cantava Gil Scott-Heron: “The revolution will not be televised”, la rivoluzione non verrà teletrasmessa. Anche se in molti dubitano che in questo caso si tratti di rivoluzione…</p>
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		<title>Colpa dei soliti idioti, pure l’Apocalisse</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 07:57:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[i soliti idioti]]></category>
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		<description><![CDATA[In queste giornate di diluvio universale, scampata l’emergenza, chi può dovrebbe chiudersi in casa, circondandosi degli affetti &#8211; famigliari e non &#8211; e di un po’ di calore dato da beni di consumo a facile reperibilità. Come un caffè caldo, &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giovannirobertini/2011/11/07/colpa-dei-soliti-idioti-pure-l%e2%80%99apocalisse/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In queste giornate di diluvio universale, scampata l’emergenza, chi può dovrebbe chiudersi in casa, circondandosi degli affetti &#8211; famigliari e non &#8211; e di un po’ di calore dato da beni di consumo a facile reperibilità. Come un caffè caldo, dei videogiochi, polenta e sushi, romanzi tosti e filmini sconci.<br />
E invece c’è chi si ostina a fare la danza della pioggia, soprattutto dalle prime pagine dei giornali, soprattutto da sinistra.</p>
<p>Leggi <em>La Repubblica</em> e trovi Concita De Gregorio che dopo essere stata a vedere il film <em>I Soliti Idioti</em> <a href="http://www.ilpost.it/2011/11/03/ripartiamo-dai-seienni/">si indigna di brutto</a>, fino a provare “un senso di sgomento e sconfitta” perché i ragazzi si scompisciano di risate davanti alla comicità volgare invece di andare a vedere il nuovo capolavoro di Sorrentino. Arriva a dire, la De Gregorio, che a questo punto con i ventenni – target di maggioranza de <em>I Soliti Idioti</em> – “non ce la faremo più, è troppo tardi”. Li dà per persi, rincoglioniti senza ritorno, e aggiunge un messaggio di speranza: “ripartiamo dai seienni, proviamo con i cartoni animati”.<br />
Con l’Apocalisse in arrivo, inizia così a farsi un po’ di spazio sull’Arca di Noé di Quelli che Ben pensano: speriamo che i ventenni sappiano nuotare.</p>
<p>Leggi <em>La Stampa</em> e trovi Gramellini pronto a trasformare l’Arca di Noè nell’Ikarus, la barca a vela di lusso vintage di dalemiana memoria. Gramellini <a href="http://www.wittgenstein.it/2011/11/03/la-democrazia-non-basta/">scrive che</a> “per realizzare una democrazia compiuta occorre avere il coraggio di rimettere in discussione il diritto di voto”. E così propone di sottoporre il voto a “un esame preventivo di educazione civica e di conoscenza minima della Costituzione”, concludendo il suo <em>Buongiorno</em> (che più che un Buongiorno sembra un Vaffa) con un paraculissimo “E adesso lapidatemi pure”.<br />
(Tranquillo Gramellini, anche per lapidarti ci vuole il patentino, e l’esame per prenderlo non ci interessa).<br />
In questo caso a salvarsi dall’Apocalisse di sicuro-sicuro ci sono solo l’economista Zingales e l’onnipotente Mario Monti. Il resto a studiare, oppure meglio che si costruiscano una zattera.</p>
<p>Per fortuna non solo i peggiori, ventenni e non, sono oggetto delle attenzioni dei giornalisti, ma anche la cosiddetta futura classe dirigente: leggi <em>Il Corriere della Sera</em> e trovi Aldo Grasso, che grazie al suo X factor ha scalato l’hit parade del giornale passando dall’ultima alla prima pagina con il suo nuovo editoriale “Padiglione Italia”. In questo caso l’obiettivo è Giorgio Gori, colpevole non tanto della sua “discesa in campo a fianco di Matteo Renzi” ma di essere chiamato dai suoi amici “Smiling Shark”, lo squalo che sorride. Grasso ci tiene a portare il gossip (quella dello squalo chissà dove l’ha sentita!) in prima pagina sul <em>Corriere</em> e citando <em>L’Espresso</em> (ma pure Telese e Travaglio) ricorda l’<em>affaire</em> sentimentale dell’uomo Magnolia con la Ventura e i “programmi-manganello” da lui prodotti come <em>Sgarbi Quotidiani</em> e <em>Fatti e Misfatti</em> di Liguori.<br />
Ora l’Arca di Noé da barca a vela di lusso si trasforma in gozzo radical chic, e lascia a terra Gori e i vari “fighetti di sinistra”, quindi probabilmente pure il sottoscritto, anche se lavora per Endemol.</p>
<p><em>Post Scriptum. Noi fighetti “le manganellate” di Grasso le sopportiamo quando sono fatte a ragione nei suoi articoli di critica televisiva. Ma parlare di presunte corna, liquidando Gori come un nemico culturale della sinistra per aver fatto l’Isola dei Famosi, questo no, non ci va giù. Come direbbe Ruggero de I Soliti Idioti: “Dai, Cazzo!”<br />
</em><br />
Quello che colpisce di questi tre pezzi di giornalismo, tutti scritti nella settimana delle alluvioni, è la fretta nell’analisi che si trasforma in giudizio sommario, una sorta di eliminazione da reality show: “Per te la vita continua, per te no”.<br />
Quasi che l’Apocalisse sia davvero alle porte, e l’intelligenza – che ai tre non manca – suggerisce che per salvarsi sia meglio essere in pochi sulla barca, salpando il prima possibile e tirando su il pontile per non far salire gli altri. Del resto, l’esempio berlusconiano è spesso quello del transatlantico che affonda per troppo carico.<br />
Stupisce ancora più della fretta, la mancanza del dubbio, come se ci fosse una sorta di “pessimismo magico” che rende alcuni invincibili davanti alle calamità: in salvo non perché sono riusciti a contenere il disastro, ma perché non è colpa loro. Loro l’avevano detto.<br />
Colpa della peggiocrazia, dei fighetti.<br />
Colpa dei <em>Soliti Idioti</em>.</p>
<p>- <a href="http://www.ilpost.it/2011/11/03/cose-i-soliti-idioti/">Cos&#8217;è <em>I soliti idioti</em></a>, Un&#8217;antologia di video e le informazioni necessarie per sapere di cosa si tratta</p>
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		<title>I nuovi paninari della Leopolda</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 21:10:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[leopolda 2011]]></category>
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		<description><![CDATA[Un po&#8217; l&#8217;avevo intuito leggendo il reportage di Concita De Gregorio su Repubblica, dalle descrizioni dell&#8217;arredo del palco, dove basta un cesto di frutta per “sottolineare il carattere familiare della convention” o un portatile Apple a garantire l&#8217;essere contemporanei, o &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giovannirobertini/2011/10/30/i-nuovi-paninari-della-leopolda/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un po&#8217; l&#8217;avevo intuito leggendo <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/10/29/il-wiki-partito-di-renzi-che-mette-paura.html">il reportage di Concita De Gregorio su Repubblica</a>, dalle descrizioni dell&#8217;arredo del palco, dove basta un cesto di frutta per “sottolineare il carattere familiare della convention” o un portatile Apple a garantire l&#8217;essere contemporanei, o un frigo vintage della Smeg a “suggerire l&#8217;idea di una politica che entra nelle case”.</p>
<p>Poi, nella lunga giornata di domenica &#8211; dove era impossibile non imbattersi nel Big Bang fiorentino che si aprisse la tv, il telefonino o il computer &#8211; a fare luce su un mio pensiero mi hanno aiutato sia il manifesto <a href="http://www.ilpost.it/2011/10/29/a-cosa-serve-la-leopolda/">“A cosa serve la Leopolda”</a> &#8211; pubblicato dal Post e redatto da Antonio Campo Dall&#8217;Orto, Giuliano Da Empoli, Giorgio Gori e Riccardo Luna &#8211; sia i tweet degli amici di Rivista Studio che commentavano a modo loro il raduno politico.  </p>
<p>Nel manifesto spiccava questa frase:</p>
<blockquote><p>Il sorpasso in borsa di Apple ai danni di Microsoft ha segnato il primato del capitalismo culturale. Un sistema nel quale il valore estetico e di esperienza dei prodotti conta almeno quanto il loro contenuto tecnologico. Possibile che, in un contesto del genere, l&#8217;Italia non riesca a trovare la sua strada?</p></blockquote>
<p>Tra i tweet di Rivista Studio vi segnalo questi:</p>
<blockquote><p>Macbook e iPhone, in sala svariati iPad. La zona dove c&#8217;è meno Apple è la sala stampa (modelli di pc mai visti prima)</p>
<p>Appunti di stile dalla Leopolda: molte giacche, pochissime cravatte. Molti jeans, molti cardigan, ora tocca al dolcevita blu navy di Delrio</p>
<p>Sentito alla macchinetta del caffé: &#8220;sembra di stare a Mtv&#8221; detto con sopracciglio alzato e piglio snob. Nostalgia canaglia</p>
<p>Scurati jobsiano, lupetto scuro, denim, in piedi</p>
<p>Zingales camicia rigata, manica rotolata appena sopra il polso, sgabello, iPad. Contemporaneo. Si vede che sta in ammerica</p></blockquote>
<p>Eccoci, ci siamo, bentornati paninari! Dagli anni Ottanta ne è passato di tempo, siamo passati dal Big Mac con i cetrioli al Mac con il wireless, ma i punti di contatto tra vecchi e nuovi “galli di ddio” (vecchio slang per indicare i paninari più paninari degli altri) sono più di quello che sembrano:</p>
<p>Come i vecchi paninari, metropolitani e cultori dell&#8217;America, anche i nuovi aderiscono a uno stile di vita legato al consumo, che celebra il buon capitalismo. La novità è il passaggio dal capitalismo edonista, fatto di anfibi Timberland e calze Naj Oleari, a quello culturale fatto di tablet e scarpe Masai della Mbt, di cui si esalta &#8211; come dice il manifesto Leopoldino &#8211; il valore non solo tecnologico ma estetico e di esperienza dei prodotti.</p>
<p>I paninari degli anni Ottanta con il loro essere apolitici rappresentavano un punto di rottura con i super politicizzati anni Settanta. I nuovi invece rappresentano la distanza da un vecchio modo di fare politica, “i brontosauri” secondo il nuovo slang, evoluzione del vecchio “i sapiens” di paninara memoria.</p>
<p>Se ai vecchi paninari stavano sulle palle i ciàina, ovvero i cinesi &#8211; così venivano chiamati i militanti della vecchia sinistra post 1977 &#8211; i nuovi vedono come fumo negli occhi le gerarchie partitiche stile PCI/DS e il ciàina in questione è D&#8217;Alema.</p>
<p>Il disimpegno del vecchio paninaro si è evoluto verso la ricerca di un nuovo tipo di impegno (ancora non ben delineato) del paninaro contemporaneo.</p>
<p>Il punto di ritrovo dei vecchi paninari era il fast food, quello dei nuovi è lo slow food, ovvero la trattoria vintage.</p>
<p>I nuovi “gini” o “truzzi”, ovvero chi per stile di vita non rientra nella categoria dei paninari, sono quelli che non hanno facebook o twitter, o ancora peggio hanno una polverosa tessera del sindacato. Per essere “gini” una volta bastava non avere il Moncler.</p>
<p>I vecchi paninari andavano in vacanza a Courmayeur o a Santa Margherita, i nuovi a New York, possibilmente al Village o a Brooklyn.</p>
<p>I vecchi erano machisti e chiamavano le donne “sfitinzie”. Anche i nuovi paninari lo sono, ma sono circondati da molte meno donne.</p>
<p>I vecchi miti erano Rocky e Rambo, i nuovi Marchionne e Steve Jobs.</p>
<p>Prima si guardavano i Duran Duran su Videomusic, ora si scaricano sull&#8217;iPod, ma sempre e comunque i Duran.</p>
<p>Se i vecchi paninari inaugurarono i tempi dell&#8217;edonismo e della superficialità, i nuovi ne celebrano i funerali. Sarà per questo che prediligono il nero e il blu scuro.</p>
<p>I vecchi paninari non diedero il nome a nessun movimento (mai si è parlato di “paninaresimo” o “paninarismo”). Per i nuovi è presto dirlo, ma possiamo scommettere.  </p>
<p>Si potrebbe andare avanti, ma voglio solo ricordare che nella città dove vivo e sono nato, Milano, i nemici storici e protagonisti di numerose risse con i paninari furono i punk.</p>
<p>E se esistono e mi invitano, io alla Leopolda dei nuovi punk ci vado.</p>
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