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	<title>Giovanni Fontana</title>
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	<description>È a Londra, dove studia Relazioni Internazionali, dopo aver lavorato in Palestina e Burkina Faso. Ripartirà. Intanto ha una bici viola che si chiama Viola. Il suo blog è Distanti saluti</description>
	<lastBuildDate>Fri, 30 Nov 2012 16:49:16 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Perché il voto all&#8217;ONU sulla Palestina è una cosa buona</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Nov 2012 15:54:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Fontana</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Il problema del conflitto israelo-palestinese è sempre stato che le due parti non hanno mai voluto la pace: per essere garbati, questo pensiero si formula con &#8220;non sono disposti a fare le concessioni necessarie alla pace&#8221;, che però vuol dire la &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giovannifontana/2012/11/30/perche-il-voto-allonu-sulla-palestina-e-una-cosa-buona/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il problema del conflitto israelo-palestinese è sempre stato che le due parti non hanno mai voluto la pace: per essere garbati, questo pensiero si formula con &#8220;non sono disposti a fare le concessioni necessarie alla pace&#8221;, che però vuol dire la stessa cosa. Più precisamente, non hanno mai voluto la pace nello stesso momento: ogni tanto una delle due parti si è mostrata più disposta a trattare, ma questa buona disposizione non è mai venuta in contemporanea.</p>
<p>Questo non è un caso: da sempre il conflitto arabo-israeliano è un conflitto che non si basa sulla conciliazione, ma sulla dimostrazione di forza. L&#8217;Egitto non avrebbe mai accettato la pace con Israele, se Israele non si fosse dimostrato invincibile, nel &#8217;48, nel &#8217;56, nel &#8217;67. Ma Israele non avrebbe accettato la pace con l&#8217;Egitto se, nel &#8217;73, non avesse avuto la dimostrazione che gli egiziani non avrebbero perso per sempre. Si può dire la stessa cosa della Giordania, e di tante piccole vicende nelle quali la pace è sempre stata una resa al realismo: non c&#8217;è modo di liberarcene, dovremo conviverci.</p>
<p>Per questo, e per quanto cinico possa sembrare, ciascuna delle due parti rimaste – Israele e Palestina – è sempre stata disposta a fare concessioni nel momento di maggior forza (contrattuale, non necessariamente militare) della parte avversa. È un circolo vizioso nel quale, ineluttabilmente, quando una mano si avvicina l&#8217;altra mano si allontana, ed è un meccanismo che difficilmente verrà spezzato dalle due parti in causa, specie se si considera la totale sfiducia reciproca maturata negli anni. È perciò una coazione a ripetersi che si può (e si deve) infrangere solo con degli interventi esterni.</p>
<p>In questo momento la parte meno disposta alle trattative è certamente Israele – tengo un momento da parte Hamas, su cui tornerò. La società israeliana ha vissuto il rifiuto dell&#8217;accordo di Camp David-Taba del 2001-02 come un tradimento dei proprî migliori sforzi, e il successivo lancio della seconda intifada come la dimostrazione che i palestinesi non fossero veramente interessati alla pace. Da lì in poi, i partiti più inclini alle trattative hanno continuato a perdere consensi (nelle ultime elezioni il partito laburista, quello che aveva governato Israele per i primi trent&#8217;anni di vita, quello erede di Ben Gurion, Golda Meir e Rabin, è sceso sotto al 10%), e l&#8217;opinione pubblica ha maturato un cinismo ben rispecchiato nella politica di Benjamin Netanyahu nei confronti del processo di pace: processo di pace? Quale processo?</p>
<p>Anche nello spiegare questo passaggio ci vuole un bagno di cinismo: la costruzione del Muro e la conseguente, virtuale, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_Palestinian_suicide_attacks">fine</a> del terrorismo suicida ha privato l&#8217;Autorità Nazionale Palestinese (ANP) del proprio potere contrattuale. È per questo che la promessa della fine degli attentati, che negli anni &#8217;90 era stato il principale impegno che i palestinesi avevano messo sul piatto, non conferisce la forza che aveva in sede di trattativa. Per questo in Israele si sono avvicendate due politiche: quella di Sharon e Olmert che si poteva, icasticamente, riassumere in «non ci possiamo fidare dei palestinesi, decidiamo noi cosa sarà Israele e cosa Palestina senza consultarli», e quella di Netanyahu che, altrettanto icasticamente, si può riassumere in: «non ci possiamo fidare dei palestinesi, facciamoli crescere economicamente e si dimenticheranno che gli manca uno Stato».</p>
<p>In questo senso Netanyahu sa che Israele non potrà mai aspirare, territorialmente, a niente più dello status quo – escludendo, ovviamente, deportazioni di massa, Ramallah o Jenin non potranno mai tornare sotto il controllo israeliano come prima degli Accordi di Oslo. Perciò il rimandare ogni trattativa è il modo migliore per evitare qualunque concessione. Allo stesso tempo, e proprio in ossequio al meccanismo richiamato sopra, l&#8217;ANP è disposta ad accettare concessioni e compromessi come mai era stato nella storia. Questa disposizione alla trattativa non può essere sempre pubblicizzata, perché non incontra il favore dell&#8217;opinione pubblica (come del resto è stato per ogni precedente trattativa, anche quelle poi andate in porto), ma è un dato di dominio pubblico almeno dalla <a href="http://www.distantisaluti.com/un-commento-ai-palestine-papers-le-colpe-disraele/">pubblicazione dei &#8220;Palestine Papers</a>&#8220;.</p>
<p>Perciò torniamo all&#8217;inizio: l&#8217;unica soluzione è l&#8217;intervento esterno di qualcuno, principalmente gli Stati Uniti ma il mondo in generale, che spezzi il circolo vizioso e avvicini – anche controvoglia – la mano meno tesa, in questo momento quella d&#8217;Israele. È questo il quadro in cui si inscrive il voto di ieri sull&#8217;ammissione della Palestina come Stato osservatore all&#8217;ONU. Delle varie obiezioni di parte israeliana a quel voto, nessuna tiene conto di questa attitudine. Nessuna mette in conto il rifiuto, a parole (o meglio, a silenzio) e nei fatti (con l&#8217;ininterrotta costruzione delle colonie), degli israeliani a qualunque trattativa. Tutti fanno presente l&#8217;unilateralità della decisione: in cambio di quel pezzo di legittimazione, che poteva essere usato nelle trattative, non è stato chiesto niente ai palestinesi.</p>
<p>Eppure ricordate quale fu la strada che, dopo Camp David, percorsero gli israeliani? Proprio quella dell&#8217;unilateralità. Il ritiro di Sharon da Gaza, fondato sull&#8217;idea che qualunque trattativa bilaterale fosse impraticabile, rispondeva a questa logica d&#8217;incomunicabilità. Così come la costruzione del Muro disegnava unilateralmente un confine – in diversi tratti oltre la <em>green line</em>, quindi illegale, ma sempre un confine. La stessa sfiducia, oggi, la vivono i palestinesi, e la vive la comunità internazionale, nei confronti d&#8217;Israele. È per questo che qualunque passo verso il riconoscimento palestinese è un passo che spinge Israele al tavolo dei negoziati, verso quella che sembra sempre di più una trattativa verticale e non orizzontale.</p>
<p>Due fratelli che non si parlano direttamente, che non si fidano l&#8217;uno dell&#8217;altro, e che necessitano di un terzo interlocutore – il mondo – per convivere nella stessa casa. È questa terza persona che deve farsi carico delle richieste dei due, così da evitare di personalizzarle: configurare la nascita dello Stato palestinese come una richiesta che fa il mondo, e non soltanto i palestinesi, è anche l&#8217;unico modo per impedire l&#8217;innestarsi della spirale di recriminazioni: ma loro hanno queste colpe!, anche voi avete quest&#8217;altre!, e così via. Tutto vero, ma che non aiuta. Se l&#8217;unico modo che i due fratelli hanno per parlarsi, e per convincersi che non c&#8217;è altra via alla convivenza, è attraverso la legazione del terzo coinquilino, che così sia.</p>
<p>Poi c&#8217;è Hamas sul quale si aprirebbe un discorso ben più lungo e complesso. Intanto c&#8217;è un dato: questo riconoscimento diplomatico è una vittoria di Mahmud Abbas (Abu Mazen), e lo è ai danni di Hamas, che ha sempre predicato l&#8217;inutilità di qualunque trattativa con un mondo al servizio degli ebrei, e che ora infatti <a href="http://uk.reuters.com/article/2012/11/30/uk-palestinians-meshaal-idUKBRE8AT0EO20121130">cerca</a> di ascrivere a sé – e all&#8217;aver &#8220;vinto&#8221; il conflitto a Gaza – i meriti della risoluzione. Nel momento in cui si dovesse convincere Israele a sedere al tavolo della trattativa, questa legittimazione risulterebbe ancora più importante. La speranza è sempre quella che un eventuale accordo di pace siglato da Fatah possa spingere un Hamas più debole a riconoscere Israele usando Abbas come capro espiatorio per le concessioni fatte: la <a href="http://www.ilpost.it/2010/09/01/guida-trattato-israele-palestina">partita</a> principale, e cioè il braccio di ferro delle concessioni, non è su Gaza (controllata da Hamas) dove non ci sono più colonie, ma sulla Cisgiordania (controllata da Fatah).</p>
<p>Se si mettono assieme tutte queste cose, il riconoscimento di ieri è un piccolo (piccolo, piccolo) passo verso la pace in Israele e Palestina. Non una pace condivisa, non un cammino di riconciliazione – quello forse (forse) verrà dopo –, non l&#8217;abbraccio catartico fra due fratelli litigiosi. Solo la realistica considerazione che non essendoci modo di liberarsene, bisognerà conviverci. Insomma, come disse una volta Shimon Peres, che prima ancora di cercare la luce in fondo al tunnel, bisogna trovare il tunnel.</p>
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		<title>La mappa bugiarda su Israele e Palestina</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Nov 2012 15:35:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Fontana</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando lavoravo a Betlemme, ai tempi della prima guerra a Gaza, appesa a una parete del centro in cui facevo il volontario c&#8217;era questa mappa: Sembrano quattro cartine molto efficaci a mostrare la progressiva sottrazione di territorio a un futuro &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giovannifontana/2012/11/19/la-mappa-bugiarda-su-israele-e-palestina/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando lavoravo a Betlemme, ai tempi della prima guerra a Gaza, appesa a una parete del centro in cui facevo il volontario c&#8217;era questa mappa:</p>
<p><a href="http://www.ilpost.it/giovannifontana/files/2012/11/Israele-Palestina.jpg"><img class="size-full wp-image-918 aligncenter" src="http://www.ilpost.it/giovannifontana/files/2012/11/Israele-Palestina.jpg" alt="" width="600" height="400" /></a></p>
<p>Sembrano quattro cartine molto efficaci a mostrare la progressiva sottrazione di territorio a un futuro Stato palestinese, ricordo di aver pensato. Eppure sono una frode. Una bugia creata da chi, certamente in malafede, ha giustapposto quelle quattro cartine compilate – basta conoscere un po&#8217; la storia – usando criterî completamente diversi per stabilire cosa si intenda per “terra palestinese”, mescolando così mele e pere, al fine di dare un&#8217;idea distorta dell&#8217;evoluzione dei fatti.</p>
<p>La cosa peggiore è che, per descrivere l&#8217;erosione di territorio palestinese nel corso di questi decenni, non ci sarebbe bisogno di menzogne o fabbricazioni, basterebbe ricordare <a href="http://www.ilpost.it/2011/05/20/cosa-sono-i-confini-del-1967/">cosa sono i territorî del &#8217;67</a>, o parlare della costruzione di un numero sempre maggiore di colonie israeliane al di fuori della <em>green line</em>: in quattro parole, basterebbe dire la verità. Se si combatte per una <a href="http://www.distantisaluti.com/non-basta-ma-e-giusto/">causa giusta</a> – la creazione di uno Stato Palestinese –, non bisogna usare esagerazioni o montature a fini propagandistici: altrimenti, almeno per me, si è perso in partenza.</p>
<p>Siccome, specie in questi ultimi giorni, vedo riaffiorare sempre più spesso questa mappa, faccio ora quello che persi l&#8217;occasione di fare, al tempo, con i bambini coi quali lavoravo: provo a spiegare alle tante persone benintenzionate e in buona fede che diffondono quell&#8217;immagine, perché queste quattro cartine sono un&#8217;impostura.</p>
<p><strong>Perché è un imbroglio (in breve)</strong><br />
Come detto, in queste quattro cartine si usano criterî completamente incoerenti per colorare di verde o di bianco le terre palestinesi e israeliane. In particolare, è ciò che viene definito &#8220;terra palestinese&#8221; a variare ogni volta al fine di suggerire l&#8217;idea di questo scenario fittizio: nella prima mappa è “terra palestinese” qualunque posto dove non ci siano ebrei (ma magari neanche palestinesi); nella seconda si considera “terra palestinese” quello che l’ONU aveva proposto alle due parti; nella terza si considera “terra palestinese” quella che era occupata dalla Giordania; nella quarta si considera “terra palestinese” quella che Israele riconosce come tale.</p>
<p>Cambiando completamente il punto di vista, si simula uno svolgimento cronologico che non ha nulla a che vedere con la realtà e che, anzi, nell&#8217;ultima immagine sembra proprio andare a detrimento delle rivendicazioni palestinesi, rinnegando gli accordi di Oslo – quelli del premio Nobel per la pace a Rabin e Arafat, quelli rigettati solo dai nemici del &#8220;due popoli, due Stati&#8221; – che sono l&#8217;unica concessione che i palestinesi hanno avuto da sessant&#8217;anni a questa parte.</p>
<p><strong>Perché è un imbroglio (più approfondito)<br />
</strong>IMMAGINE UNO: (1946) la prima immagine di quella mappa, del ’46, considera &#8220;territorio palestinese&#8221; tutto quello che non è abitato da ebrei, anche le zone disabitate, cioè la maggior parte, come tutto il deserto del Negev (andato poi a Israele proprio perché disabitato). Se si evidenziassero come territorio palestinese solo i villaggi palestinesi e come ebreo tutto il resto, verrebbe una mappa uguale e contraria. Tutto ebreo – tutto bianco – e poche macchie arabe. Sarebbe, ovviamente, una frode anche quella.</p>
<p>IMMAGINE DUE: (1947) l’unica onesta. È il progetto di partizione della Palestina, la risoluzione 181 del novembre &#8217;47, che – occorre ricordarlo – Israele accettò e Stati Arabi e palestinesi non accettarono. Se entrambe le parti avessero accettato la partizione, ora avremmo un territorio diviso a metà fra Palestina e Israele.</p>
<p>IMMAGINE TRE: (1948) innanzitutto si parla di 1949-1967, quando invece è semplicemente l’esito della guerra che gli Stati Arabi dichiararono a Israele, e vinta dagli israeliani. Perciò è la situazione del 1948. Ed è quella attualmente riconosciuta dalla comunità internazionale. Al contrario di ciò che sembra suggerire la mappa, non c’è alcuna evoluzione dal ’46 al ’67: nel ’49, all&#8217;indomani della guerra, siamo già in questa situazione.</p>
<p>Anche qui, se uno volesse usare lo stesso criterio a parti invertite, e disegnare una mappa di quello che sarebbe stato l&#8217;esito se gli Stati Arabi avessero vinto la guerra, dovrebbe disegnare una mappa completamente verde: 100% di territorio palestinese, 0% di territorio israeliano. Solo che, a far così, ci si renderebbe conto che Israele, vincendo la guerra, ha sottratto ai palestinesi – con mezzi ben più che discutibili – il 20% del territorio rispetto alla 181; ma se gli israeliani avessero perso la guerra, Israele avrebbe perso, non il 20, ma il 100%. Naturalmente non è così, né in un senso né nell&#8217;altro, che ragiona chi vuole la pace.</p>
<p>IMMAGINE QUATTRO (1993): la più bugiarda di tutte, che gioca sull&#8217;equivoco di cosa può voler dire “terra palestinese” nella maniera più brutale e menzognera, sostituendo a &#8220;cosa è terra palestinese&#8221; o &#8220;cosa la comunità internazionale considera terra palestinese&#8221;, addirittura &#8220;cosa gli israeliani considerano terra palestinese&#8221;.  Ciò che è più offensivo è che, se quella fosse pacificamente la “terra palestinese”, la pace si farebbe domani, tradendo le aspettative di quattro milioni di palestinesi.</p>
<p>Se queste fossero le richieste dei palestinesi, cioè ritrarsi in un territorio fatto di enclavi e senza soluzione di continuità, e concedere a Israele più della metà delle proprio terre post-&#8217;48 (quindi l&#8217;80% del territorio mandatario), l&#8217;accordo sarebbe già firmato: neanche il più cinico degli israeliani, neanche Avigdor Lieberman, potrebbe sperare di meglio (per dire, a Camp David-Taba, nel 2000-01, gli israeliani avevano proposto ben più del doppio di questo territorio).</p>
<p>Quell&#8217;immagine è un incomprensibile miscuglio della Zona A e Zona B degli accordi di Oslo del 1993 (fra l’altro considera già palestinese anche la Zona B, quando essa è tuttora sotto dominio militare israeliano). In realtà, i palestinesi rivendicano come propria – e io credo legittimamente – molto di più di quell&#8217;immagine: per lo meno la zona C degli accordi di Oslo, come viene riconosciuto loro dalla comunità internazionale. Per giunta, la mappa sbaglia la data (2000 anziché 1993), probabilmente confondendo gli accordi di Oslo con i non-accordi di Camp David.</p>
<p>Ciò che più indigna è che, adottando il punto di vista del più falco degli israeliani, questa mappa considera gli accordi di Oslo come il punto di arrivo di una progressiva involuzione, anziché come l&#8217;unica concessione che i palestinesi hanno ottenuto negli ultimi sessant&#8217;anni, e l&#8217;unico spazio di autogoverno che sono riusciti a ritagliarsi.</p>
<p>Per spiegare più chiaramente questo raggiro, se si usasse la definizione di “terra palestinese” dell’immagine 4 per tutte le altre immagini si avrebbe questa situazione:<br />
<a href="http://www.ilpost.it/giovannifontana/files/2012/11/Israele-Palestina-2.jpg"><img class="size-full wp-image-932 aligncenter" src="http://www.ilpost.it/giovannifontana/files/2012/11/Israele-Palestina-2.jpg" alt="" width="604" height="402" /></a></p>
<p>mappa 1 bianca (i palestinesi non esistono)<br />
mappa 2 bianca (i palestinesi non esistono)<br />
mappa 3 bianca (i palestinesi non esistono)<br />
mappa 4 (in realtà datata 1993 e non 2000) con quel 41% della 181, di terra palestinese, in verde.</p>
<p>In sostanza, una situazione particolarmente felice e in ottimistica progressione (dallo 0% al 41%) per le speranze palestinesi di avere uno Stato. Non è così: e non c&#8217;è bisogno di mentire per aggiungere &#8220;purtroppo&#8221;.</p>
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		<title>Reazioni dei toscani all&#8217;accorpamento delle province</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Oct 2012 15:15:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Fontana</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[In Toscana, più che in ogni altro posto, il campanile è il campanile è il campanile. Segue una tassonomia delle reazioni dei miei corregionarî, che da ore non stanno commentando altro che il ddl che accorpa Firenze-Pistoia-Prato, Siena-Grosseto, Massa Carrara-Lucca-Pisa-Livorno. Pisani: disperati &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giovannifontana/2012/10/31/reazioni-dei-toscani-allaccorpamento-delle-province/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In Toscana, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=9hMufUlfD_M">più</a> che in ogni altro posto, il campanile è il campanile è il campanile. Segue una tassonomia delle reazioni dei miei corregionarî, che da ore non stanno commentando altro che il ddl che accorpa Firenze-Pistoia-Prato, Siena-Grosseto, Massa Carrara-Lucca-Pisa-Livorno.</p>
<p><strong>Pisani:</strong> disperati e lamentosi, non poteva capitare niente di peggio: piuttosto che stare assieme a Livorno si vende la mamma, anzi perfino la Torre.<br />
<strong>Livornesi:</strong> simmetrici e opposti ai pisani – ahahah, cari pisani, vi uniscono a noi (siete, e siete sempre stati, una provincia minore!).<br />
<strong>Carrarini:</strong> disgustati dall&#8217;essere messi assieme a quei plebei dei livornesi e dei pisani.<br />
<strong>Massesi: </strong>come i carrarini, ma meno elitarî, e almeno la gente smetterà di pensare che &#8220;Massa-Carrara&#8221; sia una città.<br />
<strong>Lucchesi:</strong> tanto, dicono gli altri, i lucchesi si faranno gli affari loro come al solito. Loro sono sconvolti dal rischio di perdere la loro &#8220;lucchesità&#8221;, del resto qualcuno li ha mai considerati veramente toscani?</p>
<p><strong>Fiorentini:</strong> Ora volete dirci che è mai esistita una qualunque provincia in Toscana a parte Firenze?<br />
<strong>Pratesi:</strong> Dopo aver consegnato mezza città ai cinesi pur di staccarsi da Firenze, si ritrovano sotto i fiorentini, passati neanche vent&#8217;anni. Sconforto in città.<br />
<strong>Pistoiesi:</strong> scampato il pericolo Lucca, tutto va bene. Perfino Firenze. Anzi, rifacciamo il Granducato!</p>
<p><strong>Grossetani: </strong>unici tapini a essere stati sotto Siena per secoli, minacciano vendette marittime: «dobbiamo stare sotto Siena solo perché ha più storia di Grosseto? Allora i senesi sulle nostre spiagge non ce li vogliamo più». (ma non ce li volevano già prima)<br />
<strong>Senesi:</strong> mi rifiuto di scrivere qualunque cosa riguardi i senesi.</p>
<p><strong>Aretini: </strong>degli aretini non so nulla, e non ne voglio sapere – la <em>vox populi</em> dice che sono, ovviamente, rimasti da soli perché non li ha voluti nessuno.</p>
<p>(sono bene accetti contributi e integrazioni (tranne che dai pisani))</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Quello che Beppe Grillo direbbe di Beppe Grullo</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 15:45:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Fontana</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[“Ci sono due modi di non essere né di destra né di sinistra: un modo di destra e uno di sinistra” (Serge Quadruppani) Siccome nessuno ha scritto un pezzo su Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle come lo scriverebbe &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giovannifontana/2012/05/09/quello-che-beppe-grillo-direbbe-di-beppe-grullo/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right"><em>“Ci sono due modi di non essere né di destra né di sinistra:<br />
un modo di destra e uno di sinistra”</em> (<em><a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=6524">Serge Quadruppani</a></em>)</p>
<p>Siccome nessuno ha scritto un pezzo su Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle come lo scriverebbe Beppe Grillo stesso, allora ho deciso di scriverlo io. Ho provato a ricalcare il linguaggio di Grillo, stilemi, nomignoli, ipotesi cospirative, fallacie logiche e insinuazioni. <span style="text-decoration: underline">Niente di quello che è qui scritto rispecchia, né nelle idee né nello stile, le opinioni di chi scrive</span>.</p>
<p>È una parodia utile, credo, a mostrare come questo genere di qualunquismo paranoico sia deleterio e, in ultima analisi, inevitabilmente reazionario.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center"><big>Mo&#8217;  vi mento 5 Stalle<br />
</big></p>
<p>È cominciata la <strong>caccia alle streghe.</strong> I poteri forti hanno deciso. Lo status quo va mantenuto, costi quel che costi. Politicanti e pennivendoli si sono messi a lavorare senza sosta per far prendere qualche voto al <strong>Mo&#8217; vi mento</strong>. È lo specchietto per le allodole buono a riciclare il riciclabile, a conservare al potere la partitocrazia corrotta. La casta dei partiti ha mangiato la foglia, pronta ad aggiungere un posto alla ricca tavola dei rimborsi elettorali e delle nomine politiche.<strong> Tutto deve cambiare perché nulla cambi</strong>.</p>
<p>Lo sapevano già gli antichi romani, ripeti all&#8217;infinito una bugia e diventerà una verità. Il <strong>Movimento 5 Stalle</strong> fa paura, fa paura anche se raccoglie il letame sparso dagli altri partiti. Fa talmente paura che lo facciamo candidare in tutta Italia, gli facciamo noi la campagna elettorale, mobilitiamo tutti i nostri accoliti per votare quei quattro busoni eterodiretti dei grillini. O meglio, <strong>i grilletti</strong>: quelli che vengono sparati dal loro Grande Capo, <strong>Beppe Grullo</strong>, assieme alle sue cazzate sulla pelle dei cittadini. Sono i grilletti delle sue <strong>armi di distrazione di massa</strong>.</p>
<p><strong>Sono tutti d&#8217;accordo</strong> per inchiodarsi alle loro poltrone, come politicanti ormai in carriera, assieme ai loro compari che gli hanno regalato <strong>titoli su tutti i giornali.</strong> Pensate che i giornalai abbiano parlato dell&#8217;enorme crescita dell&#8217;astensione? Della sconfitta del PDL? No, gli scribacchini come loro solito si sono prostituiti al miglior offerente, per nascondere sotto al tappeto quello che non gli conviene far sapere. Il Grande Capo fa <strong>la verginella</strong>, non ne sa niente. Lui è il campione dei cittadini informati. Però viene sorretto da tutti i poteri della prima e della seconda repubblica.</p>
<p>Per non scontentare nessuno, hanno reso omaggio a tutta la casta: sono più efficienti di <strong>Veltrusconi</strong>. Il primo sindaco l&#8217;hanno preso a Sarego, dove <strong>dominava la DC</strong>: ci vogliono far credere che tutta quella gente che votava <strong>per clientela</strong> ora sia improvvisamente rinsavita? A Parma, dove comandano le Coop e non si muove foglia che il PCI non voglia, il grilletto di turno prende un voto su cinque. Chissà quanti surgelati avrà dovuto comprare <strong>Puzzarotti. </strong>In Sicilia, la terra della Mafia (ma dove la crisi, ben sfruttata dal Mo&#8217; vi mento, fa molto peggio), tutti i candidati non hanno aspettato un secondo per usare i celebri <strong>espedienti democristiani</strong>: Antonio Pesce detto Grillo, Giuseppe Culicchia detto Grillo. Sono diventati tutti grilli, o forse tutti grulli, là in città.</p>
<p>Qualche spirito libero, reo di aver criticato il Mo&#8217; vi mento, è stato subito zittito dai <strong>media di regime</strong>. Con un riflesso pavloviano gli sgherri hanno difeso il loro padrone, riempiendosi la bocca di parole come &#8220;libertà&#8221;. Ma quale libertà? Quella di <strong>morire schiacciati</strong> da una pressa sul proprio posto di lavoro? Intanto, però, si stracciano le vesti e gridano al &#8220;terrorismo&#8221; per un banchiere colpito alle gambe da qualche squilibrato, guarda caso, <strong>il giorno prima delle elezioni</strong>. Pensano di essere riusciti a <strong>distogliere l&#8217;attenzione</strong> dall&#8217;unica vera rivoluzione, quella che li spazzerà via tutti.</p>
<p>Ci hanno ammaestrati ad andare dietro a <strong>un vecchio miliardario</strong>, che guida il suo partito <strong>come guida l&#8217;automobile</strong> (ma per quello non potrà essere condannato). Una balena che a forza di mangiare sulle nostre teste, ha più pancia di Trimalcione. Fagocita il nostro denaro da trent&#8217;anni, sempre professionalmente contro corrente, sempre sulla cresta dell&#8217;onda. Nel frattempo <strong>Casaleggio A$$ociati</strong> passa a ritirare il pizzo. Sono molto associati, sono associati a delinquere. È arrivato il momento di riscuotere la cambiale firmata col<strong> sangue dei sudditi</strong>. Loro non ce lo permetteranno, non gli conviene, <strong>ce lo permetteremo noi</strong>.</p></blockquote>
<p>- <strong><a href="http://www.ilpost.it/giovannifontana/2011/05/19/faticosa-analisi-di-un-post-di-beppe-grillo/">Faticosa analisi di un post di Beppe Grillo</a></strong></p>
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		<title>Israele, gli attivisti cacciati, e il divieto di criticare gli uni e gli altri</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 13:35:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Fontana</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In queste ore Israele si sta adoperando per impedire l&#8217;arrivo di centinaia di attivisti pro-palestinesi della &#8220;flytilla&#8221;. Ad alcuni è stato già negato l&#8217;imbarco, altri sono stati rimpatriati dall&#8217;aeroporto di Tel Aviv, ad alcuni turisti è stato fatta firmare un&#8217;impegnativa &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giovannifontana/2012/04/15/israele-gli-attivisti-cacciati-e-il-divieto-di-criticare-gli-uni-e-gli-altri/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In queste ore Israele si sta adoperando per impedire l&#8217;arrivo di centinaia di attivisti pro-palestinesi della &#8220;flytilla&#8221;. Ad alcuni <a href="http://roma.repubblica.it/cronaca/2012/04/15/news/israele_blocca_attivisti_in_partenza_da_fiumicino-33334382/">è stato</a> già negato l&#8217;imbarco, altri <a href="http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/israel-blocks-entry-to-first-pro-palestinian-fly-in-activists-hundreds-more-expected-1.424321">sono stati rimpatriati</a> dall&#8217;aeroporto di Tel Aviv, ad alcuni turisti è stato fatta firmare <a href="http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/israel-forces-tourist-to-pledge-to-avoid-pro-palestinian-activities-as-condition-for-entry-1.424385">un&#8217;impegnativa</a> in cui si giurava di non essere attivisti pro-palestinesi. A molti ancora succederanno cose simili.</p>
<p><a href="http://www.ilpost.it/giovannifontana/files/2012/04/Cari-attivisti2.jpg"><img class="size-full wp-image-792 alignleft" src="http://www.ilpost.it/giovannifontana/files/2012/04/Cari-attivisti2.jpg" alt="" width="275" height="404" /></a>È molto probabile che le idee politiche di alcuni di questi attivisti siano sciocche o semplificate, ma questo non assolve il provvedimento – anzi lo aggrava: perché parliamo di un delibera preso sulla base di un reato d&#8217;opinione. Queste persone non vengono respinte per la loro acclarata pericolosità: sono individui incensurati che vogliono partecipare a una manifestazione nei Territorî Occupati.</p>
<p>Non mi interessa approfondire qui il punto di vista legale, ci sono tante cose che gli Stati nel mondo hanno diritto di fare e noi non condividiamo, e perciò le contestiamo. Ma vale la pena ricordare che questi attivisti non vogliono mettere piede in Israele, vogliono andare in Palestina e per farlo sono costretti a passare da una frontiera israeliana: che sia Ben Gurion, Allenby (Giordania), o il Sinai (Egitto). Non a caso alcuni mediatori hanno proposto a Israele di caricare gli attivisti su un pullman per Betlemme, accertandosi che non mettessero piede su territorio israeliano. Israele ha rifiutato.</p>
<p>Il governo israeliano ha accompagnato questi provvedimenti con una lettera che dice, sostanzialmente: <em>ci sono governi che fanno molto peggio, perché ve la prendete con noi?</em> Questa lettera è la perfetta definizione di &#8220;benaltrismo&#8221; – il fatto che altri Stati facciano <em>peggio</em> non legittima eventuali misfatte d&#8217;Israele –, ma al tempo stesso dice cose tristemente vere. Non ci sono dubbî che – in moltissime persone – c&#8217;è un&#8217;enorme sproporzione di attenzione fra le violazioni che compie Israele e quelle, spesso ben più gravi, che perpetrano molti altri Stati al mondo, fra cui quelli citati nella lettera.</p>
<p>Qualcuno dice che ciò succede perché da Israele ci si aspetta di più: Israele è una democrazia, è uno Stato occidentale, etc. Ma in realtà le critiche più feroci vengono spesso da persone che di Israele e dell&#8217;Occidente (talvolta perfino della democrazia) hanno opinioni tutt&#8217;altro che positive. E questo è il grande equivoco che si trovano a vivere tante persone di sinistra, o anche liberali, incastrati fra i due fronti di ultrà israeliani e palestinesi.</p>
<p>Costretti dalla <a href="http://www.distantisaluti.com/gli-idioti/">solita strategia</a> dei primi, a dover sempre accompagnare ogni legittima critica a Israele con un contraltare palestinese, per poi sentire quelle considerazioni contestate sulla base della canaglieria di chissà chi altro. Ma vivendo sempre il sottile malessere del rendersi conto di come gli unici disposti ad ascoltare quelle stesse critiche siano quelli ai quali – di tali violazioni – non interessa davvero nulla quando non c&#8217;è sopra il  timbro con la Stella di Davide.</p>
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		<title>Buoni e cattivi esistono, Kony o non Kony</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 15:43:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Fontana</dc:creator>
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		<category><![CDATA[invisible children]]></category>
		<category><![CDATA[joseph kony]]></category>

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		<description><![CDATA[Il fatto che un video che parla di una questione umanitaria, un video di 30 minuti (mezz&#8217;ora!) sia stato visto da cento milioni di persone non ha soltanto – come notato da molti – messo in dubbio i canoni di &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giovannifontana/2012/03/13/buoni-e-cattivi-esistono-kony-o-non-kony/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il fatto che un video che parla di una questione umanitaria, <a href="http://www.ilpost.it/2012/03/08/il-documentario-contro-joseph-kony/">un video di 30 minuti</a> (mezz&#8217;ora!) sia stato visto da cento milioni di persone non ha soltanto – come notato da molti – messo in dubbio i canoni di chi lavora nella comunicazione sui nuovi media («oltre i 120  secondi lo spettatore perde attenzione!»), ma ha costituito una sorta di Undici Settembre anche per chi lavora nell&#8217;ambito della cooperazione: un evento con cui – per  il bene o per il male – necessariamente confrontarsi.</p>
<p>Da questa  settimana, ciascuna ONG dovrà affrontare Kony  2012 e prendere una posizione, specie rispetto a come esso ha sconquassato le prudenze, spesso  motivate, di moltissime organizzazioni che lavorano nella cooperazione internazionale. Non sono ancora riuscito a farmi  un&#8217;idea definitiva sulla faccenda, se non la considerazione banale che  siano fenomenali (direbbero negli Stati Uniti, a Roma direbbero &#8220;paraculi&#8221;:  avendo probabilmente ragione entrambi) nella comunicazione. Cos&#8217;è Kony  2012? Se lo si considera uno spot è eccezionale, se lo si considera un  documentario è pessimo. Siccome non è nessuno dei due, ma qualcosa  del tutto nuovo, bisognerà forse aspettare qualche tempo per vedere  quanto beneficio e quanto detrimento questo qualcosa di nuovo porterà.</p>
<p>In molti hanno sollevato delle critiche ragionevoli, su cui non ho molto da dire, anche perché ne condivido buona parte. Altre sono state meno ragionevoli, ma comunque meno diffuse. C&#8217;è stata però una critica che ho letto quasi ovunque, la quale invece necessita di replica: non soltanto per la solennità convinta con cui viene spesso formulata – questo capita a tutti i luoghi comuni –, ma perché essa mette in dubbio il concetto stesso che fonda l&#8217;umanitarismo. Sto parlando di &#8220;non esistono buoni e cattivi&#8221;, una formulazione che schiaccia verso l&#8217;irrilevanza etica ogni comportamento, minando di fatto le ragioni di qualunque intervento umanitario.</p>
<p>In realtà, l&#8217;obiezione più immediata sarebbe: va bene, non esistono persone buone al 100% e persone cattive al 100% (opinione non troppo originale, avete mai sentito qualcuno dire il contrario?), ma ci sono persone <em>più </em>buone e persone <em>più </em>cattive, come manifestiamo ogni volta che critichiamo – o celebriamo – il comportamento di qualcuno. Di quelle ci occupiamo, tanto dovrebbe bastare. Ma c&#8217;è di più: in alcune occasioni – e spesso sono proprio le circostanze di cui si occupano le persone che lavorano per i diritti umani – la realtà è molto più vicina a una divisione, per quanto manichea, fra buoni e cattivi, che non all&#8217;inesauriente e indistinto &#8220;non esistono buoni e cattivi&#8221;.</p>
<p>È il caso di Joseph Kony – rapitore e sfruttatore di 66 mila bambini soldato, per citare uno dei dodici capi d&#8217;imputazione per crimini contro l&#8217;umanità con il quale è ricercato dalla Corte Penale Internazionale – che alla definizione di &#8220;cattivo&#8221; si avvicina tanto quanto fermare quegli stessi crimini si avvicina alla definizione di &#8220;buona causa&#8221;. C&#8217;era uno sketch di Benigni sull&#8217;impossibilità di definire negativamente chicchessia, neppure Mussolini: «Ma che deve fare uno perché se ne possa parlare male? Anche il Mostro di Firenze l&#8217;avrà detto &#8220;buongiorno&#8221; a qualcuno qualche volta».</p>
<p style="padding-left: 30px"><em>Non c&#8217;è modo, e forse neanche ragione, di valutare la coscienza delle persone. Esse si valutano dalle azioni che compiono. L&#8217;insieme delle azioni che uno compie, assieme al contesto in cui sono maturate, sono ciò che determina se una persona è buona o cattiva (egoista/sociopatica).</em></p>
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		<title>Tanja</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 22:57:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Fontana</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Quella che segue è solo una storia, ed è una storia che ha due morali. Come tutte le storie, racconta solamente una fotografia e quella sua parte di verità. In più è successa quattro anni fa, e non l&#8217;ho mai &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giovannifontana/2011/12/12/tanja/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quella che segue è solo una storia, ed è una storia che ha due morali. Come tutte le storie, racconta solamente una fotografia e quella sua parte di verità. In più è successa quattro anni fa, e non l&#8217;ho mai raccontata per intero, quindi alcuni particolari potrebbero non essere precisi, anche se confido che lo siano. Mi sembra però utile a descrivere un fenomeno che si è mostrato in tutta la chiarezza con quello che è successo a Torino: ovvero il fatto che gli zingari siano l&#8217;unico gruppo etnico per il quale il razzismo è, tutto sommato, accettato in società. Un fenomeno di disumanizzazione che non avviene per nessun’altra etnia, o meglio: che quando avviene per altri gruppi incontra – giustamente – una fortissima censura.</p>
<p>Perché ancora più grave della fiaccolata anti zingari, ancora più grave del ginecologo delatore che riferisce ai genitori della verginità della figlia, ancora più grave di questi genitori indecenti ossessionati dalla &#8220;purezza&#8221; di una ragazza, forse anche più grave dell&#8217;idea di giustizia fai-da-te e di responsabilità collettiva, c&#8217;è il fatto che una sedicenne, di fronte a una situazione di difficoltà, ha pensato che il miglior bersaglio come capro espiatorio di un&#8217;accusa di stupro fossero gli zingari. E, si badi, se anche si desse il caso che fra i rom ci sia un tasso di violenze sessuali maggiore rispetto al resto della popolazione, questo non dovrebbe cambiare nulla, come vorrei che questa storia spiegasse. È una storia che risale al periodo in cui decisi di lavorare al tendone che la Protezione Civile allestisce a Roma ogni inverno per i senza tetto, i barboni. Le persone che ci venivano erano delle più diverse, molti immigrati, tanti con problemi d&#8217;alcol, qualcuno non aveva più una casa perché cercava qualcosa e qualcuno non ce l&#8217;aveva perché scappava da qualcosa. Fra coloro che scappavano da qualcosa c&#8217;era Tanja (ho cambiato il nome).</p>
<p>Tanja era una ragazza di circa sedici anni, &#8220;molto bella&#8221; come si dice in questi casi, ma in una maniera un po&#8217; particolare, sembrava sia più giovane che più vecchia della sua età. Era nata in Bosnia, ma aveva vissuto in diverse parti d&#8217;Italia con la larghissima famiglia, per diverso tempo vicino Milano, parlava un italiano quasi perfetto anche se aveva frequentato la scuola per poco e a singhiozzo. Non si fidava di nessuno. A tredici anni era stata venduta al marito che l&#8217;aveva pagata 48mila euro per la sua bellezza e perché era vergine. Se non fosse stata vergine, il suo valore sarebbe stato dimezzato. La questione della verginità, e del sesso, varia molto a seconda delle diverse sottoetnie rom (e sinti): in alcune le donne hanno molta più libertà (sessuale), in altre non ce l&#8217;hanno neanche gli uomini.</p>
<p>Tanja, naturalmente, non aveva scelto il marito, né lo amava. Lui la picchiava e la costringeva a rubare (sempre assieme a una compagna più grande che la controllasse) e a drogarsi. Quando lui si faceva d&#8217;eroina, lei si chiudeva in bagno per ore, per scamparla. Spesso quando era arrabbiato, oltre a picchiarla, era lui a chiuderla a chiave nella roulotte per giornate intere. Ovviamente era una relazione in cui il confine fra stupro e rapporto consensuale non esiste. Quelle volte che la polizia era arrivata a sgomberare il campo  – spesso sgomberava solo parti del campo, su base etnica – aveva battuto con i pugni sulla finestra della roulotte in cui era chiusa,  per farsi notare. Qualche volta non l&#8217;avevano vista, altre volte  l&#8217;avevano ignorata. Tutto questo succedeva in Italia.</p>
<p>La prima volta che lei riuscì a scappare la ritrovarono, la sua famiglia allargata aveva occhi ovunque, e le diedero talmente tante botte da quasi romperle la mascella, assieme alla promessa che se l&#8217;avesse rifatto l&#8217;avrebbero uccisa. Non aveva vie d&#8217;uscita: la madre di lei era complice, anzi era stata la stessa madre a venderla al marito. E per qualunque tentativo di fuga c&#8217;era la certezza che qualche parente, da qualche parte d&#8217;Italia – ma anche d&#8217;Europa – la riconoscesse. Lo sperimentammo in prima persona quando si presentò – del tutto casualmente: per avere un posto letto e un piatto caldo – una persona che lei riconobbe come cugino di un suo lontano cugino, uno che avrebbe riferito a suo marito o a suo fratello dove lei fosse. Ce lo venne a dire per tempo, tremando come non ho mai visto una persona tremare, e lo assegnammo a un&#8217;altra struttura prima che la vedesse.</p>
<p>Potete immaginare quanto fosse inaccettabile, per me che ero per la prima volta esposto a tali ingiustizie, il perpetuo marchiamento di quella ragazza, l&#8217;impossibilità di un qualunque riscatto. L&#8217;assistente sociale che lavorava con me, invece, conosceva suo malgrado situazioni simili. Mi spiegò che l&#8217;unica speranza era che la ragazza fosse accolta in una struttura permanente e ben custodita per qualche anno, e che nel frattempo si calmassero le acque, ovvero che il marito s&#8217;innamorasse di qualche altra povera vittima e dimenticasse il &#8220;torto subito&#8221; della sua fuga. Il primo passaggio di questo percorso d&#8217;espiazione, dell&#8217;unica colpa di essere nata in un luogo e in un tempo determinato, lo percorremmo: la trasferimmo in una struttura permanente. Dopodiché non ne ho avuto più notizie, ho cominciato a fare altro, all&#8217;estero, e come sia andata a finire non lo so.</p>
<p>Questa storia racconta probabilmente la vicenda più terribile che potreste ascoltare sui rom. È quella che colpisce di più – e infatti è quella che più ricordo, delle tante storie di nomadi che ho sentito in quel frangente o in altri contesti lavorativi –; altre parlano di un ambiente in cui è sempre presente il maschilismo – &#8220;rom&#8221; in romanì vuol dire uomo, ma anche marito – e una scarsa considerazione dell&#8217;infanzia, ma con un&#8217;incidenza quasi nulla della violenza e una mentalità non vendicativa. La storia di Tanja è, insomma, quella che sembra più confermare il pregiudizio della sua coetanea torinese.</p>
<p>Ci sono però due cose su cui bisogna riflettere. La prima è che l&#8217;unica speranza di Tanja è lo Stato, e la cosa è talmente  chiara che perfino lei – cresciuta ed educata nel background più lontano  – se ne rende conto. È una speranza parziale, però, perché quello  stesso Stato non ha la forza o la volontà di aiutare le tante ragazze  come Tanja che non hanno la fortuna di ritrovarsi fuori. È uno Stato che,  troppo spesso, ha la faccia di quei poliziotti che si voltano dall&#8217;altra  parte. Uno Stato che, troppo spesso, adotta quel diverso metro – e quella responsabilità collettiva – che è il primo nemico da combattere: se un torinese fa qualcosa d&#8217;illegale prende una multa o va in carcere, se lo fa un rom si provvede a espulsioni o viene sgomberato il campo dove vive (assieme a tanti altri).</p>
<p>La seconda, e più importante, è che Tanja è, lei stessa, una rom. È la prima vittima, molto più di chi subisce un furto d&#8217;autoradio, di tutte le cose peggiori che sono associate &#8220;ai rom&#8221;. &#8220;I rom&#8221; è Tanja. È anche la prima vittima delle fiaccolate anti-rom, dei linciaggi per responsabilità di gruppo che rischiano di dare alle fiamme la roulotte dove vive proprio lei; è vittima di qualunque sgombero, di qualunque espulsione, perché quella vicenda – che è l&#8217;unica vera questione – la seguirà ovunque venga cacciata. Lei è la persona che meno ha fatto per meritare il nostro disprezzo, eppure è la prima a cui è indirizzato.</p>
<p>Questi due fatti, io penso, portano alla conclusione che bisogna sempre, sempre, trattare le persone come individui. Che né la responsabilità, né la considerazione di, deve essere associata a un gruppo anziché alla persona. È un fenomeno che non si vede soltanto nella Lega Nord e nei &#8220;fiaccolanti&#8221;, ma c&#8217;è in chiunque voglia preservare una qualunque cultura – sia quella padana o quella rom, quella cristiana o quella mussulmana – a scapito della felicità e dei diritti degli individui. Non bisogna mai pensare che qualcosa sia la &#8220;nostra&#8221; o la &#8220;loro&#8221; cultura, perché il mondo a cui aspiriamo è il mondo in cui non ci sono &#8220;noi&#8221; e &#8220;loro&#8221;, e per ottenerlo non si può che cominciare iniziando a trattare gli individui solamente rispetto a loro stessi.</p>
<p>È l&#8217;unico modo per scardinare il meccanismo che vuole tutti i rom colpevoli di una presunta violenza e che ha purtroppo la stessa matrice dell&#8217;atteggiamento di chi – spesso animato da buone intenzioni – difende una diversa cultura, una &#8220;diversa&#8221; concezione dell&#8217;infanzia, una &#8220;diversa&#8221; concezione dell&#8217;igiene, una &#8220;diversa&#8221; concezione della legalità, e dentro la testa ha l&#8217;idea che quelle cose lì, quella <em>diversità</em>, siano i rom: come se fossero, geneticamente, più portati alla sporcizia, all&#8217;illegalità, ai maltrattamenti. È il caso di pensarci, di pensare a Tanja, la prossima volta che diciamo &#8220;i rom&#8221;.</p>
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		<title>La guerra umanitaria è di sinistra</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 14:02:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Fontana</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Una breve storia dell'interventismo umanitario. Una storia che nasce e cresce nella tradizione progressista. Ricordiamocelo, oggi. [<a href="http://www.ilpost.it/giovannifontana/2011/10/20/la-guerra-umanitaria-e-di-sinistra/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La premessa </strong><em>(se vi interessa solo la storia, saltatela e proseguite in basso)</em><br />
Gheddafi è morto. Ci sono casi in cui l&#8217;uccisione di una persona può essere una buona notizia? Certamente non in questo. Anche andando al di là della vicenda umana, un processo del Tribunale Penale Internazionale sarebbe stato la prosecuzione naturale del ritrovato internazionalismo che ha contraddistinto la vicenda libica, e la speranza è che questa sarà la sorte che toccherà agli altri aguzzini del regime.</p>
<p>Però oggi è anche il giorno in cui è finita questa guerra di liberazione. La <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_longest_ruling_non-royal_leaders">più longeva</a> dittatura del mondo è caduta. Uno degli uomini più truci che la storia  abbia partorito ha finito di insanguinare le strade, le prigioni e i  mari del Nord Africa. Naturalmente tutto è ancora da ricostruire, e nel futuro ci sono molte incognite, come ce ne sono sempre nelle grandi rivoluzioni.</p>
<p>Ma quale che sia il domani, non potrà che essere meno peggio – e tutti  dobbiamo sperare sia meglio – della tirannia di Gheddafi. Meglio un  imperfetto governo del popolo, che una perfetta <a href="http://www.francescocosta.net/2009/06/10/la-pagina-nera/">dittatura del sangue</a>.  Non si può scambiare il nostro ordine con la vita di quelle persone: a meno di non  essere interessati soltanto alle meschine vicende del nostro cortile,  agli accordi commerciali col pelo sullo stomaco, agli inumani trattati  per respingere i morti di tortura e di fame.</p>
<p>E oggi è anche il  momento di riflettere su quello che è successo nell&#8217;ultimo decennio, da  quando – l&#8217;Undici Settembre di dieci anni fa – il mondo si è capovolto,  Bush e Donald Rumsfeld sono diventati gli avvocati dei diritti umani su scala mondiale, e la  sinistra – con pregevoli eccezioni – ha cominciato a parlare di  sovranità nazionale, di culture non pronte per la democrazia, di casa <em>Nostra</em> e casa <em>Loro</em>,  come dei Borghezio qualsiasi. È il momento di ricordarsi che questa  guerra, voluta principalmente da Cameron e Sarkozy, è nella storia  un&#8217;eccezione, perché l&#8217;idea di sfidare la sovranità nazionale per  tutelare le persone dai massacri, dalle torture, dal genocidio è nata – e  non poteva essere diversamente –  nella sinistra. È un&#8217;eccezione che,  purtroppo, dall&#8217;Afghanistan e dall&#8217;Iraq sembra essere diventata la  regola.</p>
<p>C&#8217;è, a onore del vero, da parlare di come l&#8217;espressione  che è entrata nel gergo comune – &#8220;guerra umanitaria&#8221; – è un&#8217;espressione  sbagliata, perché con umanitarismo si fa riferimento a una tradizione di  rivendicazione della neutralità e dell&#8217;intervento anti-politico. Mentre  il &#8220;dovere d&#8217;ingerenza&#8221;/&#8221;interventismo per i diritti  umani&#8221;/&#8221;responsabilità di proteggere&#8221; fanno riferimento a una tradizione  esattamente opposta, quella che rivendica l&#8217;impossibilità di essere  neutrali di fronte al genocidio, che qualunque impegno contro la  sofferenza delle persone è intrinsecamente politico.</p>
<p><strong>La storia</strong><br />
<em> È una sintesi, e perciò non ha pretesa d&#8217;esaustività, ma può  essere utile a chi non conosce il dibattito.</em><br />
Fino al  2001, l&#8217;idea di intervenire in un altro Paese in nome di preoccupazioni  umanitarie – genocidio, pulizia etnica, tortura e uccisioni sistematiche  – è stata prettamente di sinistra. Tale idea è nata fra i progressisti,  radicata in quella grande tradizione cosmopolita e anti-nazionalista che vuole ogni offesa, commessa in qualunque parte del mondo, come  perpetrata ai danni di tutta l&#8217;umanità. Quella tradizione può prendere la forma delle due grandi ideologie progressiste – in senso propriamente filosofico – moderne: liberalismo e marxismo, o una commistione delle due (&#8220;nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà&#8221; <a href="http://www.youtube.com/watch?v=XOh-u6LpKJo">cantavano</a> gli anarchici).</p>
<p>Successivamente, essa si è sviluppata  ed è stata adottata nella sinistra, unica parte politica a farne una  battaglia negli Anni &#8217;90. La destra, generalmente identificata col  realismo (Henry Kissinger è il più famoso fra i realisti), ha  storicamente difeso l&#8217;Ordine e la Sovranità Nazionale. Questo,  naturalmente, non vuol dire che tutti a sinistra siano stati  d&#8217;accordo fin dall&#8217;inizio, ma che chi lo è stato – qui prendo in esame  Usa, UK e Francia perché sono le tre democrazie che conta(va)no in  politica estera, non a caso le uniche con un seggio da membro permamente al  Consiglio di Sicurezza dell&#8217;Onu – è stato, praticamente senza eccezioni,  alla sinistra del proprio ordinamento politico. E non è un caso, perché  non c&#8217;è alcuna traccia ideologica per cui l&#8217;interventismo umanitario  possa essere ricondotto al conservatorismo. [specifico in parentesi  quadre partito e destra/sinistra nel proprio Paese].</p>
<p>Il concetto  dell&#8217;interventismo viene formulato nel corso degli anni Ottanta nella  tradizione liberal dell&#8217;accademia statunitense che si opponeva  all&#8217;egemonia esercitata dalla scuola realista durante la Guerra Fredda.  Esso viene codificato per la prima volta nel ’92 con l’<em>Agenda for Peace</em> di Boutros-Ghali, che include per la prima volta la<em> Responsability to Protect</em> degli Stati nei confronti dei proprî cittadini da “avoidable  catastrophe”. Questa responsabilità di proteggere, è scritto, deve  essere messa in pratica da ciascuno Stato nei confronti delle  popolazioni, e se per qualche ragione ciò non avviene, tale  responsabilità ricade sulla comunità internazionale.</p>
<p>Nel caso  della prima guerra in Iraq (90-91) non si può parlare di intervento  umanitario perché essa è scoppiata a causa dell’invasione di uno Stato  sovrano (Kuwait) da parte di un altro Stato (Iraq), come testimoniato  dalla 660 e da tutte le risoluzioni che sono seguite. Questo,  naturalmente, non vuol dire che Saddam Hussein non stesse commettendo  massacri e torture ai danni dei civili kuwaitiani. Tutt’altro. Tuttavia,  la ragione della guerra era completamente &#8220;Westfaliana&#8221;: non si invade  uno Stato sovrano. È come violare l&#8217;ordine costituito, e gli alleati  dello Stato invaso hanno diritto a intervenire.</p>
<p>È una differenza fondamentale perché le guerre per questa ragione  si sono sempre fatte – la Seconda Guerra Mondiale, per dire, iniziò per  la violazione della sovranità polacca (e per molte altre ragioni  simili), non certo per le leggi razziali e i campi di concentramento –,  la tutela della sovranità è sempre stato lo strumento preferito dell’<em>Ancien Régime</em>,  dei conservatori, almeno nelle dichiarazioni d&#8217;intenti. E difatti fu proprio Bush padre  [Repubblicano, destra] (più precisamente Scowcroft) il responsabile della decisione di evitare di rincorrere un Iraq  democratico, andando fino a Baghdad. Una decisione presa quasi  certamente in chiave anti-iraniana, tipico esempio di realpolitik.</p>
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		<title>E, purtroppo, ha ragione</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 01:29:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Fontana</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In una discussione sull&#8217;utilizzo di mezzi violenti o illegali nelle manifestazioni in democrazia, Luigi Masala ha preziosamente elaborato in maniera lineare e rigorosa un concetto che molti di noi hanno rincorso in questi giorni, senza tuttavia riuscire a esprimerlo con &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giovannifontana/2011/10/20/e-purtroppo-ha-ragione/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In una discussione sull&#8217;utilizzo di  mezzi violenti o illegali nelle manifestazioni in democrazia, Luigi Masala ha preziosamente <a href="http://www.distantisaluti.com/poesia/#comment-52434">elaborato</a> in maniera lineare e rigorosa un concetto che molti di noi hanno rincorso in questi giorni, senza  tuttavia riuscire a esprimerlo con tale semplicità.</p>
<p>Naturalmente, riproponendolo,  lo astraggo dalla discussione e dall&#8217;immediato interlocutore a cui si  riferisce. Non è quello il punto, come non lo è mai. Ma è importante  rilevare in modo chiaro il perché usare dei mezzi prevaricatorî – sceglierei questa definizione, più che violento/illegale – nei confronti di  diritti altrui sia eticamente sbagliato, proprio a cominciare dal livello  filosofico:</p>
<blockquote><p>Nel dire [che alcuni mezzi prevaricatorî  sono ammissibili], forse, non ti accorgi che stai dicendo che la  democrazia, per te, non conta.</p>
<p>Nel ribellarsi a una forma veramente  autoritaria di governo (vedi il caso della Cina) ha senso che si possa  agire in tal modo, perché i canali attraverso cui la tua volontà può  contribuire pacificamente alla determinazione del processo decisionale  sono “ostruiti”. Se, invece, qualcuno lo fa in un paese democratico, nel quale il  cittadino ha degli strumenti per incidere sul processo decisionale  pubblico ben inseriti in un sistema di<em> checks and balances</em>, è perché non  vuole dare alla propria opinione lo stesso peso di quella di un  qualunque altro cittadino, ma vuole usare la forza per contare di più.</p>
<p>E,  purtroppo, ha ragione: la sua opinione peserà di più di quella del  povero pensionato a cui è stata bruciata la macchina, peserà di più di  quella del fruttarolo cui ha devastato il negozio. A te piace che sia la  legge del più forte a determinare il tuo futuro?<br />
Se sì, buon per te, ma  ricordati che – prima o poi – uno più grosso e cattivo di te lo  incontri sempre.</p></blockquote>
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		<title>Che cos&#8217;è il Multiculturalismo</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 06:40:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Fontana</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Perché è importante In questi giorni, per ovvie ragioni, si fa un gran parlare di multiculturalismo. Talvolta, però, c&#8217;è un&#8217;incomprensione di fondo perché giornalisti e accademici danno per scontato il significato di questo termine, che non è invece così intuitivo. &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giovannifontana/2011/07/28/che-cose-il-multiculturalismo/">Continua</a>]]]></description>
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<p><strong>Perché è importante</strong><br />
In questi giorni, per ovvie ragioni, si fa un gran parlare di  multiculturalismo. Talvolta, però, c&#8217;è un&#8217;incomprensione di fondo perché  giornalisti e accademici danno per scontato il significato di questo  termine, che non è invece così intuitivo. Il multiculturalismo non è,  come molti pensano, la presenza di diverse culture in una società.  Quello è un dato acquisito. In gioco è, invece, il tipo di relazione che  queste culture (e le persone che ci vivono dentro) devono avere fra  loro.</p>
<p>Una premessa va fatta: criticare il multiculturalismo è  molto facile, i multiculturalisti duri e puri – quelli per i quali anche  l&#8217;infibulazione, per dirne una, è il prodotto di una società e quindi  degno di rispetto – sono pochissimi, e spesso la critica al  multiculturalismo viene usata come alibi per non proporre soluzioni  davvero alternative. Perché il vero opposto del multiculturalismo è la  commistione, il &#8220;bastardismo&#8221;, ed essere disposti a imbastardirsi a  contatto con altri è sempre molto faticoso. Ma a questo ci arriviamo.</p>
<p><strong>Che cos&#8217;è</strong><br />
Il multiculturalismo è, in una frase, il rifiuto dell&#8217;ideale  cosmopolita dell&#8217;Illuminismo: la negazione dell&#8217;esistenza di un tratto  di umanità comune, universalista, che riconosce dignità all&#8217;individuo.  Viene considerata oppressiva e/o illusoria l&#8217;idea che ci siano valori  comuni, trasversali a ogni cultura, come i diritti umani,  l&#8217;intangibilità della persona, le libertà individuali o la parità dei  sessi. Al posto della persona, ciò che viene considerato valore è la  cultura in quanto tale. Non sono gli individui a dover essere tutelati,  quanto le società e il bacino di valori che esse portano.</p>
<p>Per  questo il modello multiculturale è quello della non-integrazione, in cui  le diverse comunità ricreano i loro distinti ecosistemi senza  possibilità di comunicazione. In questo senso, le società vengono  considerate come concetti estremamente statici, impermeabili a qualunque  cosa e perciò al cambiamento. Il cambiamento endogeno è molto difficile  (perché difendendo una società, <a href="http://www.amazon.com/Multiculturalism-Women-Susan-Moller-Okin/dp/0691004323/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&amp;tag=ilpo-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8842097071">si difende chi comanda</a> in quella società: generalmente maschi, anziani, eterosessuali); quello  esogeno è completamente escluso: e ciò non vuol dire soltanto che un  occidentale che critica la condizione femminile in Arabia Saudita è  fuori posto, ma che lo è anche un olandese che critica l&#8217;assenza di  diritti civili in Italia.</p>
<p><strong>C&#8217;è un&#8217;alternativa?</strong><br />
Causa e conseguenza di questa posizione è la diffidenza nei confronti  del potere della ragione e il rifiuto di qualunque idea di <em>progresso</em>. Una società che riconosce i diritti alle donne o agli omosessuali non è <em>migliore</em> (o più progredita) di una che non lo faccia. In questo senso il  multiculturalismo è un&#8217;idea intimamente anti-progressista ed  endemicamente conservatrice. Chi si oppone a questa idea, invece,  sostiene che è possibile identificare un valore di una cultura e questo  dipende da quanto essa garantisce la felicità (o la minore sofferenza)  agli individui che ci vivono dentro.</p>
<p>Nella pratica, qui in Europa  abbiamo due esempî classici di questi modelli in contrasto: il Regno  Unito, più tendente al multiculturalismo, dove – specie a Londra –  vivono una quantità enorme di comunità diverse, quasi compartimentate  fra loro, in quelli che i detrattori definiscono dei veri e proprî  ghetti. Anche a livello sociale è favorita la ricreazione degli  ecosistemi dei Paesi d&#8217;origine, è il caso delle Shari&#8217;a Courts. Questo  modello di non-integrazione è riconosciuto quasi universalmente come  fallimentare, di qui il recente <a href="http://www.youtube.com/watch?v=HiIk14m1EgE">cambio d&#8217;approccio</a>.  Il problema è che neanche il modello francese, improntato  sull&#8217;assimilazione al cui cuore c&#8217;è la laicità, si è mostrato esente da  difficoltà, come le rivolte nelle banlieue del 2005 hanno testimoniato.</p>
<p><strong>Sì, ma non è la polenta</strong><br />
Dov&#8217;è l&#8217;alibi di cui parlavo? In moltissimi criticano il  multiculturalismo proponendo un sistema che, scavando soltanto un poco,  gli è esattamente identico. È il caso di Magdi Cristiano Allam o della  Lega Nord (o Giuliano Ferrara, o qualunque teo-con). L&#8217;illusione è che  l&#8217;alternativa al multiculturalismo possa essere di due indirizzi: quello  identitario e il melting pot. Il primo risponde &#8220;focalizziamoci sui <em>nostri</em> valori&#8221;, il secondo &#8220;mescoliamoci e proviamo a uscirne migliori&#8221;. In  realtà, la prima di queste risposte – quella che si concentra sulla  propria identità – è una risposta fasulla. Perché è proprio il  multiculturalismo a essere, per sua essenza, identitario: un  multiculturalista e un leghista considerano i diritti umani come valori  occidentali, un cosmopolita li considera di tutti. Non è un caso,  difatti, che appena sopra Chiasso, la ricetta della Lega <a href="http://www.distantisaluti.com/incontro-con-una-leghista/">diventa squisitamente multiculturale</a> – i diritti delle donne nei Paesi mussulmani? Ognuno fa come vuole a casa propria.</p>
<p>Non so come facciano a non notarlo, ma il concetto che <em>ognuno fa come vuole a casa propria</em> è precisamente quello del multiculturalismo. Per questo trovo  intellettualmente scandaloso che Allam produca, come gli capita spesso, <a href="http://www.ilgiornale.it/esteri/la_strage_norvegia_il_razzismo_e_laltra_faccia_del_multiculturalismo/24-07-2011/articolo-id=536636-page=0-comments=1">un&#8217;argomentata critica</a> al multiculturalismo e poi proponga come soluzione – indovinate un po&#8217;?  – quella di accartocciarsi sulla propria identità. Come si fa a  criticare l&#8217;impermeabilità delle culture e poi avvinghiarsi alle <em>radici giudaico-cristiane</em>? Come si fa a parlare di <em>valori non negoziabili</em> e poi invocare la reciprocità (allora la libertà religiosa non è  un&#8217;idea giusta in ogni luogo e in ogni tempo, è soltanto un contratto di  scambio)?</p>
<p>Decidere che la polenta è meglio del cuscus perché l&#8217;abbiamo inventata <em>noi</em> è una cosa proprio scema, e tradisce quell&#8217;ideale di umanità e di fiducia nei miscugli – d&#8217;idee, di cose, di persone – <em></em>che  è al cuore dell&#8217;Illuminismo. L&#8217;unica vera alternativa al  multiculturalismo è credere nel potere della ragione: nella forza delle  idee e non nel loro contenitore. Ci sono idee migliori di altre, non  serve chiedergli la carta d&#8217;identità o il certificato di battesimo.</p>
</div>
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