Storia di Mohammed, Ahmed e Farhad

Da aprile faccio il volontario nel campo profughi di Katsika, in Grecia, dove tengo un diario. A Katsika vivono siriani, iracheni, afgani, curdi e diverse altre comunità. Sono rimasti bloccati dalla chiusura delle frontiere e ora vivono in tende allestite dall’esercito greco in attesa di una lentissima procedura di registrazione. A Katsika vive anche Mohammed, assieme ai suoi cugini Ahmed e Farhad, e altri quattro compagni di tenda. Raccontare la loro storia può essere utile a capire l’impatto che le nostre politiche migratorie hanno sugli esseri umani, quelli che subiscono le scelte dei nostri governi, e siamo semplicemente abituati a non vedere. Ma esistono.

Mohammed ha appena compiuto 18 anni, per il governo siriano ne ha ancora 17. È nato a Qāmishlī, nel nord della Siria, in una zona a forte prevalenza curda. Da grande vuole fare il fisico. La chat di What’s App fra lui e il cugino Ahmed è una lunga lista di parole inglesi. Ogni volta che dico una parola inglese che non conosce tira fuori il cellulare e la invia a Ahmed: «non ti preoccupare, sarà contento anche lui di impararla». Il suo sogno è andare a finire gli studî in Finlandia perché – chissà dove ha trovato questa informazione – è lì che c’è il miglior sistema educativo per chi studia fisica. In realtà quello di andare in Finlandia era il suo sogno, ora gli basta «andare via di qui».

Anche Ahmed e Farhad, che sono fratelli, vengono dal nord est della Siria, dalla zona intorno a Qāmishlī. Oggi hanno 18 e 19 anni, uno in più di quando hanno cominciato la loro lunga traversata. È l’appartenenza alla più grande etnia senza Stato, quella curda, a marcare l’infanzia dei tre: a scuola non possono parlare la propria lingua perché «i bambini arabi, o l’insegnante, avrebbero potuto fare la spia, la polizia di Assad lo sarebbe venuto a sapere e nessuno avrebbe saputo più nulla di me o della mia famiglia», racconta Mohammed. Farhad ricorda di una volta che l’insegnante lo schiaffeggiò per averlo sentito parlare in curdo con un compagno: «a oggi non dimentico il suo nome, Marae». Anche Ahmed, quando pensa ai giorni della scuola, parla dello stesso tema: una gigantesca rissa con sassi e spranghe fra ragazzi curdi e arabi.

ahfarhAhmed e Farhad da bambini

La famiglia di Mohammed, che è importante ma povera per un investimento sbagliato, si trasferisce a Damasco e partecipa nel 2004 alle manifestazioni contro il regime, per l’indipendentismo curdo. All’età di sei anni Mohammed vede, dalla propria porta di casa, la polizia che minaccia i manifestanti con i fucili. Giorni dopo circondano i quartieri curdi della città e lanciano lacrimogeni per una settimana, impedendo alle persone di uscire.

La sua famiglia decide di fuggire nuovamente a Qāmishlī, si presentano al posto di blocco e mostrano i documenti della madre di Mohammed: i militari vedono che il suo villaggio d’origine ha un nome arabo e per questo vengono fatti passare. Il paradosso è che il villaggio è curdo, ed era stato lo stesso governo siriano a imporre la cancellazione del nome curdo sui documenti. Qualche giorno dopo le milizie di Assad attaccano la zona assediata e incarcerano tutti gli uomini curdi sopra i diciotto anni per poi torturarli con l’elettricità e l’acqua.

Nel 2010 comincia la primavera araba, in Siria ci sono diverse manifestazioni: tanti curdi si trasferiscono a Damasco per parteciparvi. Assad decide di rispondere con la repressione, un paio di amici di Mohammed spariscono nel nulla: a oggi non si sa che fine abbiano fatto. Quando arriva la guerra civile la famiglia di Mohammed scappa nuovamente a Qāmishlī, mentre il padre rimane a Damasco: per tre mesi Mohammed diventa “l’uomo di casa”, benché sia solo quindicenne. «In Siria si diventa uomini prima», dice lui.

«A quel tempo, trovare cibo o avere l’elettricità era un sogno». In più le tensioni fra arabi e curdi si riflettono anche a scuola, dove ci sono risse quotidiane. Mohammed smette di andarci, in quello che è l’anno più importante del sistema scolastico siriano. Studia a casa, e studia, e studia. Principalmente fisica e inglese, ma un po’ di tutto. La notte lo fa al lume delle candele, «per la paura di dormire, non sapevo cosa mi sarebbe potuto succedere: ma tutto questo studio mi ha reso un’altra persona». Una notte sente una voce dentro al portone di casa – in Siria non c’è governo e ognuno deve difendere sé stesso – comincia a pensare mille cose, a domandarsi «cosa succederà? Cosa succederà?» rapito dal panico; anche la mamma si sveglia, e comincia a piangere per la paura. È così che si vive in quei giorni di guerra civile. Poi la voce non si sente più: passa qualche minuto, poi qualche ora: chissà se era un ladro, un miliziano o chissà chi altro.

Qualche giorno dopo l’FSA, l’esercito libero siriano, attacca Qāmishlī. Ai russi non fa piacere, e un elicottero del Cremlino comincia a bombardarli. La casa di Mohammed trema, ancora una volta tutti piangono per il terrore. La settimana successiva un aereo colpisce un’area, nei pressi di Qāmishlī, dove si sono raccolti molti civili per sfuggire ai bombardamenti. Muoiono 25 persone, 12 appartengono alla famiglia di Mohammed. «Una mia cugina è morta perché, anziché obbedire alla sorella, quando ha sentito l’aereo è corsa dalla madre ed è finita uccisa con lei». La zona intorno a Qāmishlī passa dal controllo di Assad, a quello della FSA, a quello di Jabat al Nusra, a quello curdo. La città rimane sotto Assad, l’Isis comincia ad attaccarla, ogni mese esplodono qualcosa come cinque autobombe.

%d9%a2%d9%a0%d9%a1%d9%a6%d9%a0%d9%a2%d9%a0%d9%a9_%d9%a0%d9%a9%d9%a1%d9%a6%d9%a0%d9%a3
Mohammed in Iraq, qui indossa la sua felpa preferita: non ho ancora avuto cuore di dirgli che c’è un errore d’ortografia nella scritta Ferrari

Il padre di Ahmed e Farhad lavora come elettricista, quando opera all’aperto indossa sempre un cappello giallo: serve a segnalare agli aerei militari che è un lavoratore e non un miliziano così da non essere bombardato. Un giorno Ahmed sente un colpo di mortaio esplodere vicino casa. Escono per cercare di aiutare i vicini, ma sentono un altro colpo, poi un altro, poi un altro ancora. Tornano a casa. Ahmed, Farhad e la madre decidono di scappare a casa di uno zio, mentre sono per strada un altro colpo di mortaio esplode a 20 metri da loro.

Il pericolo che l’Isis arrivi a Qāmishlī diventa sempre più concreto, e la famiglia di Mohammed decide di scappare nel nord dell’Iraq, dove vengono accolti – si fa per dire – in un campo profughi dei peggio organizzati. I bagni sono indegni, non ci sono alloggi per tutti, quelli che ce li hanno devono comunque vivere in una tenda nel clima iracheno. Mohammed finisce l’anno scolastico nella scuola per rifugiati istituita dal governo iracheno.

Per raggiungere Mohammed in Iraq, Ahmed e Farhad devono passare il confine siriano, che ora è chiuso. Mentre Ahmed, che è ancora minorenne, può prendere la via più facile, Farhad, che è maggiorenne, potrebbe essere fermato e reclutato nella leva curda. Per questo deve aggirare gli appostamenti militari posti sulla via civile, e in un tratto – quello con più controlli – riceve un fucile e: «se qualcuno ti chiede qualcosa, di’ che sei un combattente curdo». Tutta la zona che passano è teatro di guerra fra l’ISIS e i Peshmerga, e Farhad è impaurito a ogni torcia di ogni poliziotto di ogni posto di blocco. Alla fine, ultimo dei tre, anche lui riesce ad arrivare in Iraq.

Qualche tempo dopo, però, si concretizza il rischio che l’Isis arrivi anche qui: si riunisce il consiglio dei curdi della zona, sia Mohammed che il padre danno i proprî nomi e vengono dotati di un fucile in attesa dell’invasione dello Stato islamico. L’intervento della coalizione internazionale ribalta le sorti del conflitto, in quell’area, e lo Stato islamico viene temporaneamente scacciato. «Ma Iraq non c’è futuro – dice Mohammed – non c’è la possibilità di studiare o di lavorare», «l’unico lavoro che si può fare – aggiunge Ahmed – è il soldato, solo a quel modo puoi avere uno stipendio».

Mohammed vuole andare in Europa, ne parla a lungo con Ahmed e Farhad, vuole arrivare in Germania o in Finlandia. Arrivano alla conclusione che ci vogliono provare. Il padre di Mohammed, invece, non lo vuole lasciar andare; lui discute ogni giorno con suo padre che teme che un viaggio simile sia pericoloso, «tante persone ci sono morte», gli dice. Dopo un tira e molla che dura mesi, Mohammed minaccia: «se non mi fai andare scappo di casa», il padre gli risponde: «va bene, vai, ma se muori non vorrò vedere il tuo corpo». Anche il saluto con gli amici non è il migliore: ha detto talmente tante volte che sarebbe partito che questa volta, che lo fa per davvero, non gli credono più.

La famiglia di Mohammed conosce un trafficante, che aveva legami con quella che lui definisce «la mafia», che per 350 dollari a persona li avrebbe fatti arrivare in Turchia. I genitori di Mohammed vendono la casa che hanno a Damasco, Ahmed e il Farhad lavorano per un anno e mezzo per mettere da parte i soldi necessarî al viaggio. Il denaro non viene pagato subito, ma sarà pagato dalle famiglie all’arrivo in Turchia. Partono da Dahuk, o Duhok in curdo, nel nord dell’Iraq dove erano fuggiti per l’attacco dell’Isis a Qāmishlī.

dahuk
Dove comincia il loro lungo viaggio

Il giorno della partenza una macchina li va a prendere al campo profughi, li porta in un villaggio, dove vengono caricati su un’altra macchina, che li porta in un altro villaggio. Alla fine cambieranno cinque automobili, alcune della polizia, corrotte dai trafficanti. Nessuno chiede loro nulla. A un certo punto devono fermarsi per la notte e vengono portati a dormire in casa di uno dei trafficanti. Il mattino seguente i trafficanti chiedono loro più soldi: servono dei cavalli per attraversare un fiume, a quanto pare. Ne nasce un litigio, Mohammed chiama a casa, il padre gli dice «torna indietro». Alla fine riescono ad accordarsi per una cifra di mezzo. Non sarà l’ultima volta che qualcuno tenterà di ingannarli.

L’ultima macchina li porta sulle montagne fra la Turchia e l’Iraq, da lì camminano per due ore, guidati da uno dei trafficanti. Questi, a un certo punto, li abbandona dicendo loro che basta proseguire per arrivare all’appostamento dell’esercito turco. È lì che devono consegnarsi: arrendersi ai militari Turchia è il primo passo per arrivare in Europa, perché saranno loro a portarli in un campo profughi in Turchia.

20160210_100558
Mohammed sulle montagne fra Iraq e Turchia

Appena Mohammed, Ahmed e Farhad arrivano all’appostamento dell’esercito, si vedono puntare addosso un fucile. Mohammed alza le mani e prova a parlare in inglese. Non vogliono mostrare di essere curdi, perché potrebbe essere rischioso con l’esercito turco. In realtà il militare stesso dice loro «guardate che sono curdo anche io». Si fanno una risata. Vengono portati alla base militare, lì li controllano, li perquisiscono. L’esercito dice che devono aspettare l’arrivo di un camion, nel frattempo i civili – curdi – dei villaggi vicini danno loro del cibo; tre ore dopo il camion arriva, i militari ci caricano quaranta persone schiacciate l’una sull’altra. Durante il tragitto tutti i bambini piangono, una donna vomita. Per fortuna il viaggio è corto.

«È così che arriviamo all’inferno», dice Mohammed. L’inferno è un campo militare, dove vengono accatastati in una mensa, dormendo per terra, con la propria giacca come coperta. «Magari! – dice Farhad – trovare un posto per terra per sdraiarsi era un sogno, eravamo tutti schiacciati gli uni contro gli altri». Una notte, a rischio di pesanti ritorsioni, riescono a rubare una coperta: per il nulla che hanno è già molto. Il pane è legno, non c’è la doccia: alle sette del mattino vengono svegliati per pulire, e solo chi fa le pulizie nel campo ha il permesso di caricare il cellulare. Da quel campo l’esercito turco attacca il PKK, loro sentono i bombardamenti. Rimangono nel campo per otto giorni, otto giorni terribili in mano a soldati che vedono regolarmente scazzottarsi fra loro.

Ogni giorno 200 persone vengono spostate a un altro campo: ufficialmente è compito dell’esercito, in realtà se non pagano la mazzetta non ce li portano. Dato che non è legale, non lo fanno nella base, ma quando sono sul pullman: si fermano in un’area di servizio, fanno scendere tutti e li minacciano di tornare indietro. Alla fine si accordano sul pagare 15 dollari a persona.

La nuova tappa non è né un vero campo profughi né una base militare, bensì un campo da basket dove le persone sono costrette a dormire per terra, stipate l’una di fianco all’altra. Le famiglie vengono accomodate sul terreno di gioco, e ricevono una coperta; i ragazzi sugli spalti, e non ricevono nulla. Al mattino gli viene data una ramaiolata di yogurt, a pranzo zuppa di pomodoro, a cena lo stesso. Non c’è la doccia, ci sono due bagni per i maschi e due per le femmine, e in ogni momento del giorno c’è una fila lunghissima per arrivarci. Non possono caricare il cellulare, se li beccano collegarsi a una presa elettrica glielo rompono. Un ragazzo che aveva una bandiera curda sulla mascherina del cellulare se lo vede sequestrare, poi il soldato lo sbatte per terra e lo calpesta con gli stivali.

6426bdc3-10ef-4cdf-a554-10c3fe29fd03
Il campo da basket trasformato in campo profughi

Nei giorni lì, per passare il tempo, Farhad scrive poesie, Mohammed studia fisica, poi decide di cominciare un libro: Angeli e demoni di Dan Brown. Lo legge, lo fagocita, fra sé e sé si convince che prima finirà il libro, prima verrà portato via da questo nuovo posto orribile. Purtroppo non succede: la procedura è basata sul giorno di arrivo nella struttura, e dopo una settimana dovrebbe essere il turno del gruppo di Mohammed, Ahmed e Farhad. Arriva il momento e non vengono chiamati. Vanno a chiedere alla polizia che li rassicura: è un errore, «chiameremo i vostri nomi nel pomeriggio e lascerete questo campo di merda». Nel pomeriggio, però, saltano il turno di chiamata. Ritornano dalla polizia, che li rassicura nuovamente. Questa tiritera va avanti per giorni, nei quali sperano di essere chiamati, ricevono garanzie in questa direzione e poi non vengono chiamati: «ogni giorno aspettavamo il nostro nome, era terribile», dice Mohammed.

Rompono una bottiglia e minacciano di ammazzarsi se non verranno chiamati il giorno successivo, questa volta un graduato dell’esercito promette loro che l’indomani sarebbero andati, e lo fa stringendosi i baffi fra le dita, un modo mediorientale di giurare sul proprio onore. Purtroppo neanche questa volta va a buon fine: prendono metà del gruppo, Mohammed, Ahmed e Farhad sono nell’altra metà. Alla fine qualcuno suggerisce loro di corrompere l’interprete, vanno da lui, gli stringono la mano con in mezzo 150 lire turche, 50€. L’indomani arrivano i tre nomi: Farhad, Ahmed, Mohammed. Mohammed non aspetta neanche che dicano il suo cognome e corre verso la porta. «Non puoi immaginare quanto ero felice di andare via da quel posto». Mohammed parla con la propria famiglia per la prima volta dopo più di un mese. Sono rimasti lì per 27 giorni.

Purtroppo le disavventure non finiscono qui: il camion che doveva portarli nel centro della città di Van li lascia invece in un posto abbandonato della periferia. Dicono loro che non possono andare nel centro cittadino perché la polizia li arresterebbe; invece indicano loro due bus per Smirne e Istanbul. Danno loro dei biglietti che si riveleranno essere falsi, pagano la tratta per Smirne, perché è lì che conoscono il trafficante che ha promesso di farli arrivare in Grecia (si sono conosciuti via internet, per quanto siano originarî della stessa zona). Il pullman parte, teoricamente alla volta di Smirne, ma subito Mohammed nota che c’è qualcosa di strano: a un controllo della polizia il guidatore sembra impaurito.

Nel frattempo Mohammed si addormenta, si risveglia quando viene strattonato da un uomo in vestiti civili, ma con una pistola. Questi lo perquisisce, e ovviamente non trova nulla, ma in un compartimento del pullman trova hashish e altre droghe dentro sacchetti di plastica nera. L’uomo dice al guidatore di seguirlo e fa scendere tutti i rifugiati, fra le città di Mus e Van. Promettono loro che un altro bus dalla compagnia arriverà. Nessuno arriva. Finiscono a dormire di fronte a un ristorante, abbracciandosi per il freddo. Quindi decidono di affittare un taxi collettivo per tornare indietro a Van e riavere i soldi. A questo punto sono completamente al verde, perché altri soldi dovrebbero arrivare loro dalla famiglia una volta a Smirne. A questo punto sono costretti ad andare nel centro città, ma l’inserviente della compagnia si rifiuta di ridar loro i soldi. Alla fine sono costretti a ripagare il biglietto, i soldi glieli presta un altro profugo che è con loro, Juan.

20160202_102440Ahmed e Farhad si stringono per il freddo, assieme a loro Juan, che li ha aiutati

Questa volta riescono ad arrivare a Smirne, ma in città vengono fermati dall’esercito che chiede loro chi sappia parlare arabo. Mohammed non dice “io”, ma Juan dice di sì: cominciano le domande. Dove andate? Che fate? «Se avessero fatto le stesse domande a me, avrei risposto “andiamo in Grecia”, ci avrebbero arrestati e mandati in Siria», dice Mohammed ridendo. «Per fortuna quel chiacchierone era assonnato», commenta Farhad. A Smirne riescono a mettersi in contatto con il loro trafficante, che dice loro di incontrarsi alla stazione dei bus. Lì li raccoglie, li porta nella propria casa, e dice loro: «ora siete parte della mia famiglia». «Che bugiardo!», ricorda Ahmed. Per la prima volta dopo giorni riescono a farsi una doccia e cambiarsi i vestiti: «siamo persone nuove», dice Mohammed.

«Aspettiamo che la strada sia libera, poi vi porto al mare». Passano sei giorni, nei quali Mohammed, Ahmed e Farhad vivono a casa del trafficante, mangiando e passando il tempo assieme alla sua famiglia. L’unica volta che Mohammed si allontana dalla casa è per andare a comprare uno pneumatico. È il trafficante stesso a dirgli che è meglio di un giubbotto di salvataggio perché con lo pneumatico puoi nuotare meglio. Poi, durante il sesto giorno, da un momento all’altro, il trafficante arriva in casa e dice: «è il momento, correte». Prendono un’auto che li porta in un’altra casa dove è presente un nutrito gruppo di persone che deve fare la stessa traversata. Nel frattempo il trafficante si allontana, dice che va a controllare la barca e corrompere la polizia. L’unica indicazione che dà loro è «non parlate con nessuno del prezzo del “servizio”». Quando torna dice a tutti di raggiungere – cinque alla volta per non dare nell’occhio – un camion sul quale li fa montare schiacciati in posizione fetale per quattro ore e mezzo gli uni contro gli altri. Attorno al camion ci sono tre taxi affittati dai trafficanti per perlustrare le strade prima che passi la polizia. Arrivano in un villaggio a ovest di Smirne, dove c’è una piccola scialuppa che li deve portare alla barca più grande. Sono le due di notte.

Aspettano due ore perché la guarda costiera turca sta perlustrando la zona. Con la scialuppa arrivano alla barca più grande, poi la scialuppa torna indietro a raccattare altre persone. Quando ritorna, la vedono in lontananza che comincia ad affondare. Quelli che sono sulla scialuppa buttano tutti i loro averi in mare e arrivano a nuoto alla barca. Una bambina non sa nuotare, il padre, che era già sulla barca, si butta in acqua per salvarla, e per fortuna fa in tempo. Diverse persone sono però rimaste a terra, quindi i trafficanti decidono di abortire la missione: portano la nave vicino alla riva e poi dicono a tutti di buttarsi in acqua. I trafficanti fuggono via per non essere trovati dalla polizia; per la stessa ragione, anche le persone che erano sulla barca scappano lontano dalla spiaggia, salgono su una collina adiacente, accendono un fuoco e si asciugano. Mohammed, Ahmed e Farhad restano affamati e infreddoliti per 24 ore, rubano delle arance in un albergo, poi dopo altre ore e ore di attesa decidono di prendere un furgone per Smirne. Una volta arrivati a Smirne prendono un taxi, fanno parlare il tassista con il trafficante che indica al tassista una strada dove vedersi, lontana dalla propria casa, cosicché questi non possa rintracciarlo. Scendono ed è lì che il trafficante li raccoglie.

5220b6b0-b94f-4169-bbb5-206b2c03dfd4
La carovana di gente che si allontana dal luogo dove hanno acceso il fuoco per riscaldarsi

Dopo altri quattro giorni è la volta di un nuovo tentativo, alle sette di sera, con la stessa modalità: in quattro e quattr’otto escono, arrivano in un’altra casa, vengono fatti salire a cinque a cinque su un camion. Questa volta, però, nel tragitto avvertono una brusca frenata, poi vedono il guidatore aprire lo sportello e scappare, intravedono un lampeggiante e sentono una sirena, tutti scendono di corsa e corrono, corrono, corrono, per nascondersi nelle viuzze. Verranno a sapere che l’altro camion è stato intercettato e i profughi che erano a bordo sono ora in un carcere turco. Nella stessa maniera della volta precedente tornano a casa del trafficante. «Avevamo perso le speranze», dice Mohammed. Anche il trafficante annuncia loro che questo è l’ultimo tentativo, se non va a buon fine restituirà loro i soldi e abbandonerà l’intento. «La nostra garanzia che il trafficante non ci avrebbe ingannato o derubato era nel fatto che questi fosse originario di Qāmishlī, perciò conoscevamo la sua famiglia».

Il terzo tentativo è quello buono: stavolta cambiano rifugio, perché la polizia è a conoscenza di quello vecchio. Il camion fa molta più strada, in modo da evitare la polizia. Arrivano allo stesso luogo della prima volta: c’è una scialuppa migliore che li porta a una barca più grande. Il trafficante li porta a questa barca poi va via. Il clima è pessimo: c’è molto vento e piove, il mare è molto agitato. «Ero molto impaurito, la gente pregava», dice Mohammed. Sbagliano rotta più volte, in acque molto mosse. «Il mio cervello pensava che l’acqua fosse terra, e la terra sembrava enormemente più vicina», aggiunge. Telefonano al trafficante che prova a dare loro indicazioni. Vedono una città in lontananza, e un’isola più vicina, quindi decidono di dirigersi verso quest’isola, più buia, e l’isola scompare.

Mohammed e Ahmed erano a prua e le onde sbattevano loro in faccia: non potevano spostarsi né camminare perché tutte le persone erano posizionate per lasciare la barca in equilibrio; a un certo punto una persona si alza in piedi, gli altri gli urlano «siediti, ché ci fai morire tutti!». Vedono un’altra isola rocciosa, dove vogliono attraccare, ma – grazie a una torcia che Mohammed aveva portato senza una vera ragione – si rendono conto che non c’è alcun punto di attracco, e la baia dove stanno dirigendosi è invece un agglomerato di rocce, scampando così a un naufragio. A questo punto il trafficante stacca il telefono, e li lascia al loro destino. Per un’ora cercano un punto d’attracco, con la batteria della torcia che sta finendo. Le onde cominciano a prendere possesso della barca, intanto sorge il sole dell’alba. Si dicono: “dobbiamo provare ad andare all’altra isola, prima che ci sia troppa luce”.

wp_20160607_18_28_20_pro
Mohammed sorride in posa con la torcia che li ha salvati

La barca passa per uno stretto, tutti piangono, la gente grida “moriremo!”; quando arrivano nel mezzo dello stretto vedono una barca molto grande dalla parte opposta, tutti urlano, hanno paura di andargli contro, decidono di fermare il motore. Le onde provocate dalla barca più grande porta la loro quasi a rovesciarsi. Riaccendono il motore, si avvicinano a riva. Cominciano a vedere dei giubbotti di salvataggio in acqua: è un buon segno, sono quelli abbandonati dagli altri profughi. Alcune persone dalla barca telefonano alla Croce Rossa, il telefono viene passato a Mohammed perché parla inglese: «dateci indicazioni!». Riescono ad arrivare alla costa: sono sull’isola di Chios, in Greca, in Europa. Scendono in acqua per trascinare la barca e portare a riva le persone. Mohammed è l’ultimo a scendere, aiuta donne e bambini. Poi lancia la sua giacca, i calzini, e si butta in acqua «ero molto, molto felice».

Riparlano con la Croce Rossa che dice loro: «dovete tornare in Turchia». Sono in una zona disabitata, tutti sono impauriti: «o mio Dio magari ci portano davvero in Turchia». Vedono una barca che si avvicina velocemente nella loro direzione. L’equipaggio della barca dice loro, in turco, “venite”. Tutti scappano. «Io non scappo – dice Mohammed – sapevo che i turchi non possono avvicinarsi alle coste greche». Era una barca della NATO, l’equipaggio era sudanese, francese, danese, americano, «come un cocktail», dice Mohammed ridendo. Li portano alla città di Chios. Lì registrano i loro nomi e danno loro una mappa. Comprano un biglietto dell’autobus per il porto e uno della barca per Atene.

Dopo 24 ore in barca arrivano ad Atene, lì li aspettano degli autobus che – senza spiegare loro nulla su dove li stiano portando – li lasciano nel campo profughi di Katsika e se ne vanno. «Cazzo, è un campo di tende», commenta Ahmed. Scendono dal bus. «Quando arriviamo ci mettono in fila, ci danno una tessera bianca e ci indicano una tenda. La tenda è completamente vuota, ci sono solo tre sacchi a pelo». Pensavano di stare lì per qualche giorno, sono passati sei mesi e sono ancora qua. Le frontiere sono ancora chiuse.

Giovanni Fontana

Dopo aver fatto 100 cose diverse, ha creato e gestisce Second Tree, ONG che opera nei campi profughi in Grecia. La centounesima è sempre quella buona. Il suo blog è Distanti saluti. Twitta, anche.