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Il ratto degli sguardi

18 giugno 2012

Il testo è una rielaborazione dell’omonima conferenza tenuta con Marc Augé a Rimini il 18 marzo 2012 in occasione di AltreMenti Festival

Nel dibattito sui beni comuni, forse può essere il momento di domandarsi se non sia possibile aspirare anche a un ambiente informativo ecologicamente più sostenibile.
Una città è una stratificazione di tanti livelli comunicativi. La percepiamo come un insieme composto di edifici, strade, piazze, giardini a cui si aggiungono la segnaletica, l’arredo urbano, i veicoli e le infrastrutture, le pubblicità, la street art, tutti gli elementi, insomma, che influenzano il nostro uso e la nostra esperienza dell’ambiente che ci circonda. Tutto quell’insieme che potremmo definire come infosfera urbana. Oggi, il livello visivo di questa infosfera è costituito per la quasi totalità da una mono-cultura, quella pubblicitaria. La costituzione di questa sorta di monopolio è stata una tendenza costante negli ultimi decenni, sancita dagli interessi di cassa delle varie amministrazioni comunali che riscuotono i diritti di affissione. Ragioni, dunque, esclusivamente economiche hanno estromesso anche dal più piccolo anfratto urbano qualsiasi forma di comunicazione che non fosse quella dei remunerativi spazi pubblicitari. Il risultato è dunque l’innesco di un circolo vizioso con ben poche alternative: spazi a pagamento per promuovere merci verso cittadini-consumatori.

Naturalmente la trasfigurazione pubblicitaria della comunicazione ha dalla sua ragioni profonde non ultimo il fatto che il linguaggio della pubblicità è stato, nel tempo, sempre più apprezzata dalla politica, il mondo da cui provengono gli amministratori della cosa pubblica.

Abbandonata la propaganda di storica memoria, la comunicazione politica non solo ha assunto la grammatica pubblicitaria a proprio riferimento ma, negli ultimi venti anni, si è spostata fisicamente dagli spazi elettorali gratuiti a quelli a pagamento dei grandi poster pubblicitari – con una non indifferente lievitazione delle stesse spese elettorali. Di fatto ciò ha determinato l’abbandono quasi totale di ogni forma di comunicazione pubblica di servizio.

Un meccanismo che ha portato alcune città, emblematico il caso di Roma, ad avere il proprio volto completamente deturpato dalla selva di cartelloni pubblicitari — gli interessi che vi gravitano, d’altra parte, sono enormi —, di cui un’ampia percentuale del tutto abusivi (qualche anno fa avevano raggiunto il notevole livello del 70 per cento del totale) e realizzati in barba a regolamenti comunali e codice della strada. È un’invasività che non sfugge alle stesse aziende che fanno pubblicità se in Bella e possibile. Memorandum sull’Italia da comunicare — una ricerca promossa da Altagamma, la fondazione che riunisce le principali imprese di qualità italiane — si legge: “non crediamo che sia tollerabile una pubblicità stradale, soprattutto fuori dai centri urbani, lungo le strade statali, e anche ormai lungo le autostrade, che insulta con volgare approssimazione il paesaggio. […] Bisogna far rispettare le regole, che esistono, essere consapevoli che questo volgare fenomeno è solo italiano, non esiste in altri paesi europei e certo non è un aiuto al nostro sviluppo turistico”.

Curioso, per altri aspetti, può essere anche il caso del frenetico attivismo dei vari uffici marketing delle partecipate come nel caso emblematico dell’azienda di trasporti fiorentina, l’Ataf,che ha organizzato, prima, una linea marcata McDonald’s e poi ha sostituito la normale toponomastica delle fermate con i nomi degli sponsor. Inutile domandarsi se tali scelte creino disorientamento nei passeggeri e nei visitatori della città, è una domanda che non si sono posti evidentemente gli amministratori dell’azienda fiorentina. Le domande che ci dobbiamo invece porre riguardano il contesto più generale nel quale queste scelte vengono portate avanti. A chi appartiene la toponomastica urbana? E per estensione: a chi appartiene l’infosfera? A chi appartiene lo spazio visivo di una città? Si tratta di una res nullius, suscettibile di occupazione da parte del primo arrivato, o dovremmo piuttosto considerarlo un bene comune?

E non sono solo gli eccessi che iscrivono l’argomento nell’agenda dei designer della comunicazione, così come non si tratta, è bene chiarirlo, di una crociata moralista contro la pubblicità, crociata irragionevole quanto irrealizzabile — solo la città di São Paolo, in Brasile, a quanto risulta ha estromesso totalmente la pubblicità dai propri confini ottenendo un risultato curiosamente post-apocalittico con quegli scheletrici tralicci che si affacciano vuoti negli scorci cittadini — piuttosto si tratta di porsi la questione se sia accettabile la sua monopolizzazione dello sguardo urbano.

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  • elisacanini

    si chiama AltreMenti festival, non StraneMenti. attenzione!

    • gsinni

      Sì, corretto. Grazie. Il caldo si fà già sentire!

  • passante

    I cartelloni sulle strade sono in gran parte abusivi e la multa non rende diseconimico il reato per le ditte che vendono spazi pubblicitari illegali. Le situazioni poi vengono sanate con delibera come un iter di autorizzazione normale, un’accettabile alternativa italicamente furbetta e guascona alla trafila burocratica. Come tante cose in Italia, commetti il reato, incassi, paghi la multa e ricominci altrove. Dal canto mio la voglio fare invece la guerra (guerra, non crociata, Gesù non c’entra niente) alla pubblicità, eccome se voglio farla, non voglio sentirmi dire che senza pubblicità avremmo tralicci deprimenti o che sentiremmo la mancanza di banderas che parla con una gallina e della signora alle prese con adesivi per dentiere e gli odori provocati dalle piccole perdite. Esistono comparazioni professionali dei prodotti su riviste e siti specializzati, esiste il feedback della clientela su siti e punti vendita con offerta multimarca, esistono garanzie e servizi post-vendita, non vedo che necessità razionale vi sia del fantastico mondo dell’alito profumato delle offerte telefoniche del detersivo che rispetta i colori da oggi in nuovo formato. La pubblicità è dannosa, è invadente, è fuorviante, è diseducativa, è irritante, è pericolosa. La pubblicità va abolita.

  • ro55ma

    @PASSANTE: ci hanno scritto qualche migliaia di pagine negli ultimi ottant’anni e, gira gira, si è visto che può migliorare un pochino, può accettare di essere (un po’) regolamentata ma, alla fine: fa girare la baracca commerciale e dei consumi e quindi, per favore, non voliamo troppo in alto che poi quando si cade ci si fa male:)
    Roma è messa male (in termini di educazione civica e di corresponsabilizzazione collettiva) ma il problema diventa sempre meno “filosofico” e sempre più pratico come a FI, dove lo sponsor tira fuori i soldi per consentire al Comune di gestire la toponomastica.
    L’alternativa non è una toponomastica meno kitch o meno “deviata” dalla sua funzione collettiva, è che bisogna rinunciare a qualcos’altro per farla senza i soldi dello sponsor e chi glielo spiega agli elettori che pareva brutta quella scritta…

  • Pingback: A chi appartiene lo spazio visivo di una città? | GiulioCavalli.net

  • passante

    Ro55ma Se c’è una cosa per la quale non sono disposto a non scendere a compromessi è la pubblicità. Non è accettabile il passivo assoggettamento del cittadino alla pubblicità, soprattutto oggi che c’è internet, dove se vuoi informazioni sui prodotti ti basta digitare una parola su google. Sono soldi presi ai consumatori che pagano per il prodotto e non traggono alcuna utilità, semmai vengono tormentati, dalla pubblicità. Per non parlare dei bambini usati negli spot e dei bambini sottoposti a lavaggio del cervello (gli spot sono sempre a volume molto maggiore dei programmi normali), condizionati a desiderare giochi e aderire a modelli di comportamento deprecabili. Quando diciamo la tv cattiva maestra diciamo in massima parte pubblicità cattiva maestra. E io desidero che sia dichiarata illegale, non è informazione, non è educazione, è un’imposizione che ci nega la libertà di vivere in pace senza venire assillati e perseguitati da un costante e soverchiante bombardamento pubblicitario. Non possiamo accettare come risposta se non ti va bene vai a vivere nei boschi o impedisci ai tuoi bambini dig uardare la tv. La pubblicità deve trasformarsi in finanziamento obbligatorio per legge, in ragione di una percentuale del fatturato, a organizzazioni che si occupano di valutazioni comparative fra i prodotti sul mercato oggettive e professionali, in modo che i consumatori accedano a una corretta valutazione prezzo-qualità e non a spot su felici vincitori del gratta e vinci e giovani sbevazzatori di superalcolici.

    • ro55ma

      Si ma il problema non è il tuo livello di compromesso accettabile (ovviamente sacrosanto e legittimo) ma la possibilità, concreta, di imporre un governo mondiale di siffatta imponenza per la “rieducazione” di masse impreparate e troppo influenzabili ;-)
      A parte gli scherzi, io condivido quello che dici sui difetti del sistema ma mi pare improponibile anche in singole comunità: il paese con il cartello DE-PUBLICIZZATO sotto a quello, anni settanta, DE-NUCLEARIZZATO; o poniamo all’ONU la decisione di imporre ai Paesi membri del WTO, ecc. ecc.
      E purtroppo, banalmente, pubblicità e sponsor (..il loro cash) sono sempre più indispensabili alle comunità, nonostante i difetti.