Il Post
RSS share on Twitter share on FaceBook

Il problema dei fuori corso

16 luglio 2012

Ci sono troppi fuori corso. Il ministro ha ragione. Per Profumo il problema è causato dalla mancanza di una cultura del “rispetto delle regole e dei tempi” e la soluzione – per come la leggo sui giornali – è l’aumento delle tasse per i fuori corso.

Quindi lo schema del ragionamento è: dato statistico preoccupante (su cui tutti sono d’accordo), che è effetto di un elemento culturale (“non rispetto delle regole e dei tempi”, che è la lettura del ministro), sanzione economica degli individui (soluzione).

Ho due obiezioni. La prima è che gli studenti dell’università sono persone adulte con i propri progetti di vita e non credo che spetti all’università entrare nel merito morale di un progetto individuale. Gli studenti che fanno piccoli lavori accanto allo studio sono molti. Sono molti anche quelli per cui l’università non è l’attività principale, fanno un esame all’anno e mantengono viva l’idea di una laurea vista come un traguardo simbolico. Lo studio non è solo preparazione a un lavoro futuro, ma anche miglioramento di se stessi. Aumentare le tasse a costoro, sulla base del principio “regole e tempi”, penalizza una fascia piuttosto ampia di persone tutt’altro che lassiste (e che non rappresentano neppure un costo aggiuntivo per le università, perché i fuori corso hanno già un accesso limitato ai servizi).

Legare il problema dei fuori corso a un principio del genere, per me moralistico, porta a una seconda obiezione, di metodo e di merito.

Il ministero fa bene a darsi come obiettivo la soluzione del problema del rendimento e dei tempi. Ma se è strategico diminuire il numero dei fuori corso, allora devono essere in primo luogo i dipartimenti delle università a dotarsi di servizi che consentano di arrivare all’obiettivo statistico: è lì che bisogna ragionare sul rendimento dei propri iscritti. Come si fa a recuperare gli studenti che sono distratti, che non ci arrivano, sono confusi, che soprattutto non sanno studiare?

Quanti dipartimenti (le facoltà non ci sono più) fanno lezioni iniziali spiegando come funzionano i meccanismi? Quanti tutor ci sono? Quanti pre-corsi si fanno per spiegare come studiare certe materie? Come si spiega ad organizzare un programma di lavoro? Sono tutti servizi e strumenti quasi a costo zero, ma ben pochi dipartimenti si sono sforzati di metterli a disposizione.

E dovrebbero essere in primo luogo i dipartimenti a essere giudicati sulla base dei miglioramenti statistici che riescono a determinare (come succede serenamente in altri paesi). Magari con un coefficiente migliore per l’accesso ai fondi dello stato in caso di successo. Sono i dipartimenti e i loro strumenti che vanno premiati o sanzionati.

Non ha senso parlare di una cultura diffusa di mancanza di rispetto di regole e tempi, senza neanche evocare il tema della cultura organizzativa delle istituzioni universitarie e ministeriali che sono almeno corresponsabili del dato statistico.

Si possono poi pensare incentivi perché gli studenti si sbrighino? Perché no. Disincentivi economici per chi perde troppo tempo? Perché no. L’argomento del ministro però è spuntato e davvero un po’ moralisteggiante, perché sanziona gli individui (la cui vita non è di sua competenza), ma lascia intatta la cultura organizzativa dell’istituzione universitaria (che è di sua competenza).

Quello che resta è l’aumento delle tasse universitarie.

TAG: , ,
  • http://giaimeddu.wordpress.com/ giaimeddu

    @Marco Sean: magari un percorso di studi così rigido magari no, però si potrebbe pensare per esempio che non si può rifiutare il voto di un esame (cosa che per esempio fanno alla Bocconi), costringendoti a presentarti ad un esame quando sei pronto e non a cavolo per mantenere la media. Certo, poi il fatto che la Bocconi costi un sacco di soldi fa passare la voglia di andare fuori corso, ma credo che anche solo questo piccolo accorgimento migliorerebbe la situazione.
    E comunque ci sarebbe veramente da sapere quanto costa un fuori corso all’Università e comparare questo corso con quello degli studenti in corso. Io sono d’accordissimo nel sussidiare chi studia nei tempi previsti, posso anche accettare alcune deroghe per chi decide di lavorare nel frattempo o per gravi e comprovati motivi che interrompono il percorso di studi, pensando per esempio a percorsi più lunghi, ma una volta che il tempo stabilito per laurearsi è passato, beh, ti paghi gli studi se tanto ti fa piacere stare in Università.

  • maragines

    Non è un uomo maturo? No? Bene.
    Continuate a fare un mondo a misura di cretino… Ma senza di me.

    • stetavano

      Sentiremo profondamente la mancanza dei commenti dal pulpito.
      Punta un po’ avvelenata a parte, per quanto riguarda scuola-universita’ ci sono pecche da entrambe le parti. Che ricordi io, la scuola non prepara all’universita’ ne’ per quanto riguarda le nozioni di base tanto meno per la scelta della facolta’. Una parte del torto e’ dell’organizzazione della scuola, l’altra parte e’ degli studenti che vedono nello studio il solo o quasi raggiungimento del famigerato voto. Poi si arriva all’universita’. Io ho studiato in un’universita’ privata, per cui di quello che accade nell’universita’ pubblica conosco l’esperienza di amici. Si hanno corsi sovraffollati, strumenti didattici non sempre sufficienti, date di esame non rispettate dagli stessi professori, tempi lunghi piu’ del normale per avere la tesi. Non e’ cosi’ ovunque ma certo non aiuta.
      Qual e’ il senso della scuola? dare delle basi utili a tutti, che si vada all’universita’ o si inizi a lavorare subito dopo. Qual e’ il senso dell’universita’? partire da quelle basi e andare avanti per tutte quelle professioni in cui le conoscenze di base non sono sufficienti. L’universita’ ti deve preparare ad affrontare il mondo del lavoro, insegnandoti cosa serve e, possibilmente, dandoti la possibilita’ di mettere in pratica quello che impari durante gli anni universitari.

      • raat

        Il tuo discorso tradisce la tua provenienza accademica. Quella che descrivi è una più o meno buona scuola di preparazione alla professione. Non è l’Università.

        • stetavano

          Perdonami ma non colgo il commento e la “mia provenienza accademica”

  • rodo

    Mi scusi Briguglia ma sono molto poco d’accordo con le sue obiezioni alla proposta del ministro.
    Per 3 motivi diversi:
    1) io credo che la mancanza della cultura del rispetto delle regole e dei tempi sia un cancro, nel mondo del lavoro in Italia, che andrebbe estirpato fin dalla più giovane età. Glie lo dice uno il cui ambiente di lavoro è la medio-piccola edilizia privata.
    2) io ho 3 figli universitari e “bravi ragazzi” a detta di tutti, ma che se la prendono molto comoda.
    Anche per colpa mia certamente. Ma l’idea delle tasse via via crescenti potrebbe aiutarmi come padre, se i ragazzi fossero davvero bravi.
    3)l’unico vero problema della proposta è la penalizzazione degli studenti lavoratori. E se a chi è in grado di dimostrare che paga imposte come lavoratore si lasciassero le tasse universitarie al minimo?

  • vitto

    Sono molto d’accordo con questo articolo. Da ricercatrice all’estero da ben 6 anni mi ci e’ voluto poco per capire che l’universita’ qui e’ un servizio per aiutare i ragazzi a raggiungere il traguardo della laurea e non un percorso ad ostacoli per evitare che tale traguardo venga raggiunto. Nell’Universita’ Italiana dai professori/baroni che bocciano per sentirsi potenti alle segretarie incapaci tutto il percorso accademico e’ reso piu’ difficile. Uno studente che lavori viene punito perche’ si permette di non dedicare il 100% del suo tempo a studiare qualche astrusa ed inutile materia. Uno studente dislessico o con altri leggeri problemi non ha assistenza e deve andare avanti silenziosamente. senza ammettere le sue debolezze.
    L’Universita’ Italiana andrebbe riformata cacciando i vecchi Professori con schemi mentali retrivi ed i loro “giovani” assistenti dalla mente deformata dal servilismo. Largo a chi ha esperienze diverse, alla contaminazione vera col mondo del lavoro, via la politica, via il nepotismo. Poi vedrete che tempi e che dinamismo nell’Universita’.

  • alino

    Oltre al danno…
    Non bastava innervosirsi vedendo frotte di cretini macinare 30 e lode optando per corsi a scelta ridicoli (e premiati dalla facoltà per l’alto numero di iscritti) con esami ancora più ridicoli (leggi crocette).
    Non bastava andare fuori corso perchè si è scelto di andare un anno in Erasmus in una meta utile e qualificante (Germania per esempio) dove se possono aiutarti non lo fanno, mentre altri tornavano da diversi lidi (Spagna per esempio) con frotte di esami nel carniere.
    Sono scelte, ognuno è libero di fare quello che gli pare, per i motivi più disparati.
    Ma essere additati a zavorra dell’Università, per di più portatori di un modello culturale viziato è veramente offensivo. (esperienza: Giurisprudenza)

  • debrando

    Sottoscrivo quando scritto nell’articolo, in particolare la critica al superficiale moralismo del ministro, aggiungendo: in che modo sarebbero un problema i fuoricorso? Pagano le tasse come quelli in corso mentre beneficiano di molti minor servizi – le lezioni le seguono molto di rado, in genere hanno anche altre attivià e dunque non occupano sale studio né laboratori, e così via. Mi sembra tutto molto strumentale, un voler scaricare sugli studenti la responsabilità di una Università sempre più organizzata non per insegnare ma per una selezione fine a se stessa, spesso basata su criteri ortogonali all’effettiva capacità: da esami rischiatutto in cui la differenza lo fa il sangue freddo a impostazioni fortemente nozionistiche, il tutto per praticità degli esaminatori e non certo della corretta valutazione.

  • culya

    Concordo pienamente che la scelta facile e veloce di aumentare le tasse per risolvere un problema non sia la cosa più intelligente da fare; ma dobbiamo anche tenere conto di altri fattori e in relazione a questi – magari – proporre soluzioni più adeguate.
    Ad esempio esiste lo status di studente lavoratore che, se non mi ricordo male, ti permette di pagare la metà di tasse, consentendoti di fare metà degli esami: visto il numero sempre più crescente di studenti lavoratori – o lavoratori studenti – si potrebbe raffinare questo sistema stabilendo diversi gradi (e non solo quello fissato al 50%) andando incontro a quei lavoratori che danno un paio di esami all’anno e consentendo così all’università di distinguere i pigri che scaldano i banchi (e probabilmente nemmeno quelli) dai ragazzi che veramente si impegnano per riuscire a dare quei 20 crediti l’anno.
    A proposito di 20 crediti: mi sono laureata due anni fa e per gli iscritti alla mia facoltà (lettere) il minimo di merito per ottenere la borsa di studio era proprio di 20 CFU, senza nessun riguardo per la media ovviamente, e sto parlando di studenti a tempo pieno!!! è vero che passati i 3 anni e mezzo la borsa viene automaticamente a cadere (e facendo 20 crediti di esami all’anno voglio vedere chi riesce a laurearsi senza andare fuori corso) ma facendo così l’università regala soldi inutilmente a persone che magari dopo 3 anni di parassitismo decidono di mollare perché perdono la borsa! E poi vedevo in giro per la città i cartelli “mai più studenti ripetenti”… ma sì…avrei voluto scrivere…regaliamo le lauree con le uova di pasqua.
    Io ho avuto la borsa e mi sono laurata in tempo con il massimo dei voti, ma ho visto intorno a me studenti volenterosi che non viaggiavano nell’oro, ma che la borsa non l’hanno presa e altri che – magari grazie a qualche ritocchino nella dichiarazione dei reditti – vegetavano a gratis tra casa dello studente e mensa. credo che un’amministrazione delle borse di studio che tenga più conto del merito potrebbe raggiungere un maggior numero di studenti – magari quelli normalmente esclusi perché per 10 euro il reddito dei genitori usciva dal limite. Ed è vero che lo stato devo dare la possibilità di studiare a tutti: ma se ti pago, devi essere bravo!
    Forse è vero che gli studenti non sono più seguiti e che si perdono nelle burocrazie, ma si sta parlando di ragazzi di 19 anni o più, e non di bambini – e da ciò che ho potuto vedere ad affinare l’arte del posporre sono maestri quelli terrorizzati dal vuoto del post-laurea, non dalla confusione del pre.

  • sisssi

    ….apprezzo molto il suo ragionamento, soprattutto quando ricorda la libertà di un percorso di vita individuale che pare oggi bersaglio della nuova crociata contro il caos. Ma io scrivo a chiunque tratti questo tema per sapere concretamente: io studente fuori corso che pago da anni le tasse cosa costo realmente all’università? Ho seguito i corsi, dunque non vado più in facoltà, non consumo acqua, né luce, né carta igienica, né riscaldamento….pago per sostenere degli esami…dove è il mio costo? Assumono più professori per seguirci? Non credo e in ogni caso basterebbe scorporarci dall’indice prof/allievi. Vi prego ditemi: costo perchè sono un nome e un numero in un computer?