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Il lavoro è cambiato e deve cambiare anche il suo riconoscimento

7 febbraio 2012

È vero, il mondo del lavoro è cambiato e il posto fisso non è più l’opzione principale. Ma se è cambiato il lavoro deve cambiare anche il riconoscimento sociale del lavoro e le istituzioni che lo raccontano.

Prendiamo il cosiddetto lavoro precario nella ricerca e diciamo la verità: anche se i concorsi si facessero nel rispetto delle regole (e non si fanno), ci sarebbero più ricercatori bravi che posti a disposizione. Alcuni altri paesi se ne sono accorti e hanno messo a disposizione ingenti fondi per i postdottorati, e siccome l’età media di chi accede a un posto stabile si sta alzando in tutti i paesi, ci sono ormai postdottorati per junior e per senior, in base agli anni di ricerca già svolti. In questo modo si favorisce la continuazione della ricerca, la mobilità (quasi nessuno ha il postdoc vicino a mamma e papà, anche perché spesso si hanno già figli propri a cui pensare).

L’Unione Europea ha un programma di finanziamenti di progetti a termine di vaste proporzioni (anche se insufficiente). All’apice c’è l’ERC Grant (due milioni di euro per 5 anni) aperto a chiunque abbia un progetto, sia che tu abbia un posto fisso, sia che tu non ce l’abbia. E non devi chiedere il permesso a nessuno: partecipi.

Paesi come l’Olanda sono conosciuti per il numero e la qualità di postdoc, di uno, due, quattro anni. La Germania e l’Austria, in parte il Regno Unito, hanno programmi di postdoc junior e senior riservati agli stranieri. E non lo fanno per beneficenza. Lo slogan di solito è qualcosa del tipo: vogliamo conoscere i migliori del mondo e rimanere in contatto con loro per sempre. Un programma tedesco, che esiste da 50 anni, si vanta per esempio di avere tra i suoi ex postdoc una quarantina di premi Nobel. Non è poco.

Insomma oggi in Europa dopo il dottorato si può fare ricerca per 10-15 anni ad alto livello e con remunerazioni discrete senza avere un posto fisso e con un riconoscimento sociale e accademico accettabile.

In Italia la situazione è molto diversa. A parte l’inesistenza dei postdoc (e certi problemi di trasparenza nel reclutamento degli “assegnisti”) la logica attuale di riconoscimento istituzionale è: se hai un posto fisso nell’accademia sei un ricercatore, altrimenti sei un giovane in formazione, anche se hai 35 anni, anche se ne hai 45 e fai due lavori. E naturalmente se sei un giovane in formazione ti devi comportare da giovane in formazione, non devi disturbare e devi fare la tua ricerchina come ultima delle cose che interessano.

Questo determina una visione del mondo della ricerca secondo una polarità dentro-fuori, tutto-niente, adulto-adolescente successo-fallimento, che è di fatto generata dalle istituzioni stesse della ricerca, l’università, il CNR, i ministeri, i dipartimenti, i professori, che guardano ancora ad un mondo in cui il precariato non esisteva o rappresentava una breve fase di accesso alle istituzioni stesse (qui, al punto 2 un esempio tipico).

In questo modo la lettura che i ricercatori senza posto stabile danno di se stessi è quella di incompiutezza, di chi subisce un torto, di chi deve abbassare la testa, di chi è sottoposto a una frustrazione continua e interminabile, cioè si dà enfasi esclusiva alla precarietà, piuttosto che alla ricerca, creando squilibri e rendite, un divide tra gli intoccabili e i senza posto. Ciò genera un’incessante emorragia di energie e dà vita a un’autorappresentazione dei ricercatori senza posto fisso come di tanti san Sebastiano isolati e marginali, come di qualcuno che non lavora, ma aspetta un lavoro.

E non è così. Il mondo del lavoro è cambiato e se proviamo a vedere chi effettivamente fa la ricerca, cioè chi pubblica e dove, scopriamo che una parte strutturale della produzione scientifica è fatta proprio da loro, i ricercatori precari, i giovani in formazione ancora a quarant’anni.

Ma se il lavoro è cambiato va cambiata anche la forma del riconoscimento istituzionale che lo racconta.

Per esempio, questi ricercatori senza posto stabile, devono avere accesso ai fondi di ricerca, cioè devono almeno poter essere considerati ricercatori a tutti gli effetti e poi giudicati in base a questo. Non tutti diventeranno professori o direttori di ricerca, lo sanno bene. Moltissimi di loro, nelle discipline in cui questo è possibile, fanno ricerca e lavorano anche in altri campi e professioni. Ma perché non possono essere assecondati nell’organizzazione di un convegno internazionale, nello svilippo di un progetto, nella pubblicazione di un libro, in un viaggio di studio e approfondimento? Perché non dovrebbero fare parte delle commissioni che decidono dei progetti ministeriali? Perché il riconoscimento del loro valore deve passare sempre da chi ha un posto stabile? Perché ci sono dei limiti d’età in alcuni concorsi? Perché non è possibili cumulare contratti dopo un certo numero di anni?

Qui bisogna essere molto seri. Se il lavoro è cambiato, e vale per tutto il lavoro, se il posto fisso non c’è più, bisogna dare gli strumenti per lavorare in questa situazione nuova. Bisogna smontare le istituzioni della ricerca e rimontarle in funzione di questo. Non bisogna tollerare la polarizzazione dentro/fuori, sulla quale si basa peraltro il potere di baroni, di ricercatori che non ricercano, dei dipartimenti e delle facoltà che continuano a raccontare, in modo opprimente e per loro esclusivo interesse, una storia che non c’è più.

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  • http://blogghetto.org michelelan

    in italia ricordo non sono tutti ricercatori.. la maggiorparte sono dipendenti e artigiani che pagano le tasse per pagare la ricerca.. era solo un appunto…

  • gianlucab

    o io non ho capito l’appunto, o tu non hai capito il post. o entrambe le cose

  • odus

    se è cambiato il lavoro deve cambiare anche il riconoscimento sociale del lavoro e le istituzioni che lo raccontano.
    Intanto precisiamo qual’è la percentuale di lavoratori in Italia (oltre che in Olanda, nel Regno Unito, in Grecia, in Francia, in Portogallo, in Ucraina ed in Germania) nella ricerca e la percentuale di chi lavora fuori della ricerca.
    Quanto al cambiare il riconoscimento sociale del lavoro e le istituzioni che lo raccontano, che vor dì?
    Bisogna cambiare l’articolo 1 della Costituzione che recita: “l’Italia è una Repibblica fondata sul lavoro” con un altro che reciti: “l’Italia è una Repubblica fondata sul debito sovrano” col quale, oltre a finanziare le imprese perché diano lavoro, si intende pagare anche la ricerca?

  • tobuto

    @odus:
    Be’ la ricerca teorica deve essere per forza finanziata dallo stato, nessuna impresa ha i margini per fare un investimento che si remunererà forse tra qualche decennio, e con notevole rischio.
    Poi in Italia c’è effettivamente un problema di scarsi investimenti privati nella ricerca applicativa, dovuto principalmente al numero ridotto di grandi aziende (sicuro non sono le PMI a potersi permettere di fare ricerca).

  • gillo

    @odus:”se è cambiato il lavoro deve cambiare anche il riconoscimento sociale del lavoro e le istituzioni che lo raccontano.”

    E invece mi sembra centrale questo punto. Ed anzi andrebbe analizzato ed esteso oltre gli ambiti della ricerca che peraltro, mi sembra di capire, sono quelli di conscenza dell’estensore del pezzo. E non possiamo evidentemente fargliene una colpa.
    Oppure si?
    Eh si perchè la “narrazione” dell’attività del ricercatore, ma non solo chiaramente, in Italia ritrae una sorta di sfigato afflitto che questua ingaggi temporanei.
    Mentre, a parità di “precarietà”, il ritratto cambia in altri Paesi UE ed anche, in parte, in Italia.

  • odus

    Quando un parlamento vara una legge deve (in Italia dovrebbe) indicarne le fonti di finanziamento.
    Io ho chiesto di conoscere la percentuale di lavoro nella ricerca in Italia ed altrove e la percentuale di lavoro extra ricerca. E’ possibile che il lavoro nella ricerca sia l’1% del totale? (ho fatto un numero a caso, quello reale potrebbe essere anche il 10% o di più. Io non lo conosco).
    L’articolo parla solo del lavoro nella ricerca. Ed il rimanente? In ogni caso in quale modo, concretamente, dovrebbero cambiare il riconoscimento sociale del lavoro e le istituzioni che lo raccontano? E con finanziamenti finanziati in che modo?
    Queste informazioni io chiedevo.
    Se si vuole pestare l’acqua nel mortaio asserendo principi generali, ci si accomodi pure.
    De Filippo chiamava questa pratica “aria fritta” di cui a Napoli si è grandi esperti. Qualcuno a Napoli, l’aria di Napoli (non fritta) la vendeva in scatolette di latta sigillate. E la esportava pure.

  • http://www.amatelarchitettura.com qfwfq

    Non solo è cambiato il lavoro ma, cosa ancora più importante, è cambiato il modo con cui si accede alla conoscenza.
    Il verticismo baronale di cui è malata la ns università è figlio della cultura lineare basata sulll’insegnamento che ha quale veicolo principale della conoscenza, il libro.
    L’autorevolezza istituzionale del professore, dovrebbe (uso volutamente il condizionale) derivare dal processo di selezione basato sul riconoscimento formale delle capacità e delle competenze.
    La lentezza e la rigidità del medium (il testo) richiede, per la sua produzione e diffusione un impiego di risorse tali da rendere obbligatorio istituire regole (burocratiche e accademiche) che garantiscano a priori il sistema sulla bontà del prodotto scientifico.
    Se il libro di testo di un corso universitario era prima la fonte principale di informazione, il processo di produzione di quel testo richiedeva che vi fosse una istituzione in grado di garantirne il livello qualitativo, il rigore filologico.
    Oggi, non solo le modalità di produzione delle informaizoni si sta rapidamente trasformando secondo metodologie non lineari (definibili wiki), ma anche le modalità di accesso alla conoscenza hanno definitivamente abbandonato il “sistema” libro in favore di approcci non lineari e adattivi.
    Se il sistema accademico burocratico e piramidale, con tutte le sue negatività, aveva una ragione d’esistere in qualità di garante della qualità della conoscenza, oggi questa necessità sta venendo meno;

    dovrà conseguentemente venire meno anche la modalità con cui il mondo accademico è organizzato?

  • http://www.amatelarchitettura.com qfwfq
  • gillo

    @odus: Ma certo che il tuo invito al pragmatismo ed alla concretezza è sostenibile. Eccome.
    Resto altresì convinto che l’intervento di Briguglia offra, nella migliore tradizione de Il Post, un diverso punto di vista.
    Ma non è aria fritta, se proprio vuoi chiamalo marketing.

  • odus

    Nel mio precedente post rispondevo a GILLO/b> ed a <b<TOBUTO.
    A QFWFQ</b chiedo. Ma il lavoro di cui tratta Gianluca Briguglia si svolge solo ed esclusivamente tra i libri dei ricercatori e dei baroni loro professori dentro le Università obsolete?
    Non ci sono cantieri edili, fabbriche, ferrovie, negozi di scarpe, uffici statali e non e via discorrendo?