Che cos’è l’Italia?

Francesco de Sanctis, uno dei padri degli studi storici sulla letteratura italiana e uno dei primi ministri dell’istruzione pubblica del Regno d’Italia, pubblicava nel 1870-’71 la sintesi più nota sulla nostra letteratura: Storia della letteratura italiana.

Il titolo è disarmante per la sua (apparente) semplicità e per l’idea che fissa e che ci ha influenzati per un secolo: l’Italia esiste perché esiste la sua letteratura. È un giudizio, un percorso stabilito, una storia che si compie. Il lettore, lo studente e il cittadino, percepiscono così una linea evolutiva che è allo stesso tempo culturale, “essenzialista” (perché ambisce anche a stabilire un’essenza dell’Italia) e politica. Quel titolo nuovo e geniale vedeva già tutto in funzione di una lingua unitaria e unificante. Senza dire ancora nulla dell’unità politica italiana appena raggiunta, ne rendeva evidente una delle ragioni ideologiche più forti, la lingua e la sua storia. Non solo: i titoli dei primi due capitoli del primo volume, I Siciliani e I Toscani, incardinavano la storia della letteratura in quei due fuochi culturali e geografici delle origini che ritrovavano finalmente solidarietà linguistica e politica. Un’impresa del Risorgimento insomma, un Risorgimento appena compiuto.

Quasi cent’anni dopo, Carlo Dionisotti, in uno degli studi più belli dell’italianistica del Novecento, propone un titolo che è anche una formula che mette in crisi il modello di De Sanctis, lo muove, lo complica e lo contesta: Geografia e storia della letteratura italiana. Geografia e storia. Alla storia si aggiunge lo spazio, l’idea di aree culturali, di aperture esterne alla Penisola, ma anche e soprattutto interne, una visione policentrica. L’Italia è un insieme di spazi geografici e culturali, la sua letteratura è apertura alla diversità interna, relazione tra aree. La Penisola, ne traggo le conseguenze, è uno spazio di sottoinsiemi culturali, politici ed economici, capaci di interagire tra di loro e verso l’esterno e produttori di cultura, di scambio, di arricchimento. Produttori cioè di quello che tutti chiamano “Italia” insomma.

Quello di Dionisotti è un saggio per oggi. Per il dibattito di oggi. Che aggiunge e non toglie nulla. Certo forse in De Sanctis c’era anche il ricordo (e la reazione) della sprezzante definizione di Metternich dell’Italia come “espressione geografica”. Ma è una risposta culturale, uno sguardo “contemporaneo” e certo ideologico alla composizione della meravigliosa varietà italiana. La stessa varietà che suscitava lo stupore dei visitatori stranieri e che per loro costituiva, quasi paradossalmente, l’“unità” della Penisola. E la stessa meraviglia che aveva accompagnato il processo risorgimentale, anch’esso molto più ricco di idee e di tentativi di quanto non amiamo ricordare. E il lavoro di Dionisotti, le sue conseguenze, ci regalano uno strumento ulteriore per capire ancora meglio che cosa siamo stati e che cosa in gran parte possiamo essere e siamo, di quale stoffa è fatto il nostro stare insieme.

L’Atlante della letteratura italiana. A cura di Amedeo de Vincentiis. Volume I. Dalle origini al Rinascimento, a cura di Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà, Einaudi, Torino 2010 si inscrive senza dubbio nel solco di questa seconda tradizione, con l’ambizione, non secondaria, di renderla “vulgata”, cioè accessibile a un pubblico ampio e non necessariamente di specialisti. I quasi 120 capitoli, per circa una sessantina di contributori, sono organizzati in un sistema narrativo che cerca di prediligere luoghi e storie dei primi secoli della nostra letteratura. La successione delle fasi della letteratura è piuttosto data dalla successione dell’importanza culturale di una città rispetto alle altre: l’epoca di Padova, l’epoca di Avignone (una specie di Italia fuori dall’Italia), l’epoca di Firenze, l’epoca di Venezia.Forse questo tipo di successione è criticabile, sia per la scelta delle città (dove sono i siciliani? dov’è Bologna? in una certa misura Napoli?), sia perché l’individuazione di una città sulle altre rischia di mettere in crisi l’idea stessa di policentrismo, di simultaneità costante di esperienze. Ma il volume restituisce un bel mosaico delle diverse esperienze « italiane » medievali e rinascimentali, con la presenza non solo del toscano, ma con l’importanza fondatrice del francese (per esempio il libro di Marco Polo è in questa lingua) o franco-veneto, del provenzale, del latino e delle sue evoluzioni letterarie.

Quanta di questa varietà è parte integrante dell’essere italiani? Quanta di questa molteplicità, non dispersa, ma coerente e aperta, fa parte della cultura italiana oggi? Della cultura che vediamo rappresentata, intendo dire, che ci rende ubiqui e quindi più forti, per riprendere una parola di Jacques Attali quando riflette su come uscire dalla crisi. Quante tessere di questo mosaico ci rendono capaci di dialogare tra noi e con gli altri, con le culture diverse che già convivono con noi, e ci fanno culturalmente capaci di produrre novità ed esperienza? La geografia culturale italiana diventa allora davvero uno spazio nuovo, nuovissimo, da reinterpretare, da esplorare completamente.

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