Teologia dei telefonini

Esperimento mentale: Barack Obama ti invita a cena alla Casa bianca, non si sa perché, e comprensibilmente sei curioso di scoprirlo, forse ha solo voglia di conoscerti, forse qualcuno gli ha parlato di te, fatto sta che ci vai, ovviamente, tutto elegante e pulito, ma mentre sei lì, nello studio ovale, proprio davanti al Presidente che ti parla e chiarisce progressivamente il senso dell’invito, il telefonino che hai dimenticato silenziato in tasca vibra, vibra una sola volta, è un messaggio, forse un sms, forse il gruppo di Whatsapp del calcetto, oppure è qualcuno da casa che ti dice cosa comprare se per caso vai a fare la spesa o un vecchio amico che non vedi da vent’anni, ma mentre fai queste ipotesi capisci che ti stai distraendo, e la tua attenzione, comprensibilmente, ritorna su Obama che intanto continua a raccontare ignaro l’antefatto delle ragioni che lo hanno spinto a invitarti, ma tu fai appena in tempo a riassettare l’attenzione – anche perché l’inglese non è proprio la tua lingua madre – che in tasca il telefono vibra di nuovo, più insistente, qualcuno ti sta chiamando, ha voglia o bisogno di parlare con te, e tu puoi provarci finché vuoi a rimanere attento e capire finalmente il motivo per cui Obama ha invitato proprio te, ma la tua mente ormai è incatenata al telefono, ti chiedi se è per il calcetto, se a casa è finito lo yogurt o se è davvero quel tuo amico che non vedi da vent’anni – e un motivo ci sarà pure se non lo vedi da vent’anni – e la possibilità ti riempie di gioia, nonostante tu abbia davanti Obama che ti sorride in attesa che tu risponda, e gli dica se ci stai, se ti piace la proposta che tu non hai capito perché il telefonino continua a vibrare e hai la smania di rispondere. Insomma – per farla breve anche se ormai l’ho fatta lunga – anche se sei da Obama hai una voglia assurda di guardare il telefono.

Al pari di un altro miliardo di esseri umani con figli adolescenti, ho un figlio adolescente che tace o parla pochissimo, a mono e bisillabi. (Naturalmente sto esagerando).

– Come stai?
Bene
– Hai fame?

– Com’è andata a scuola?
Ok
– È successo qualcosa di interessante?
No
– Domani che materie hai?
Boh
– Hai preso voti nuovi?
Tre
Ah!

È un confronto abbastanza snervante, in effetti, anche se esiste di peggio, in effetti. Lo schema non conosce quasi deroghe, è talmente immutabile che alla fine ho incominciato a interloquire anch’io per mono e bisillabili.

– Scuola?
Ok
– Studio?
Boh
– Fame?

– Voti?
Tre
Ah!

La cosa stramba è che la sua granitica laconicità – che lambisce pratiche monastiche e/o zen e perciò suscita in me anche una certa curiosità, se non ammirazione – corrisponde, viceversa, a una febbrile attività telefonica che si concretizza in raffiche di notifiche, piogge di cuoricini e smile. Insomma, al silenzio si oppone una intensissima attività sociale, che però si esplica soltanto a distanza. L’ipotesi più plausibile, naturalmente, è molto semplice, per quanto spiacevole: gli adolescenti non hanno voglia di parlare con i loro genitori, nella fattispecie me. Mi ci ero quasi abituato quando all’improvviso è accaduto il miracolo, naturalmente a distanza. È successo in un weekend in cui era andato fuori città per una vacanza-studio, in un posto dotato di wi-fi. Una notte, rassegnato alle solite pochissime sillabe, gli ho chiesto su Whatsapp come se la passasse. Dopo pochi secondi, dall’altra parte dello schermo qualcuno in cui faticavo a riconoscere l’adolescente conosciuto, ha incominciato a rispondere, a dialogare e spiegare, fornendo perfino dettagli e raccontando i suoi problemi. Era una cosa così insolita che all’inizio, mi sono preoccupato da morire: forse stava male, forse era circondato da mandrie di bulli e si sentiva sperduto. Invece la creatura al di là dello schermo sembrava di ottimo umore, scherzava, faceva battute, anche molto divertenti peraltro. Mi sono addormentato con un senso di misterioso sollievo, e smarrimento, incapace di capire che cosa avesse provocato quella rivoluzione.

In Infanzia berlinese Walter Benjamin descrive l’irruzione del telefono nelle case borghesi intorno al millenovecento: «Non molti tra coloro che usano l’apparecchio sanno quale scompiglio la sua comparsa provocò allora nelle famiglie. Il suono con cui si annunciava fra le due e le quattro, quando l’ennesimo compagno di scuola desiderava parlarmi, era un segnale d’allarme che minacciava non solo il riposo pomeridiano dei miei genitori, ma l’epoca nel cui grembo essi si abbandonavano al sonno». Lo squillo del telefono dissolveva, cioè, la quiete dell’Ottocento, permettendo all’esterno di irrompere all’interno. Per la prima volta, in modo istantaneo, il telefono incuneava nel presente la voce dell’altrove. Allo scompiglio dei genitori, descritto da Benjamin, corrispondeva infatti, dal lato del figlio, l’attesa di una chiamata.

Da quando il telefono si è rimpicciolito ed è diventato portatile, e in generale da quando attraverso la tecnologia ognuno è diventato costantemente reperibile, la potenza dell’altrove si è ingigantita. Sperimentiamo tutti, non solo gli adolescenti, la forza di questo richiamo. La certezza del qui e ora – sia che si tratti di un padre apprensivo o dell’invito di Obama – si indebolisce di fronte all’implicita promessa di felicità che potrebbe manifestarsi, giungendo da fuori. Il potere di attrazione dei telefonini e della messaggeria istantanea si fonda su una potenza tecnicamente messianica. Deriva, forse, dalla naturale tensione umana verso ciò che non c’è e non si può vedere, ma potrebbe manifestarsi improvvisamente nella nostra vita. Durante la cena del Pésach, la Pasqua ebraica che celebra la liberazione dall’Egitto e l’arrivo nella Terra promessa, si mangia avendo cura di lasciare una porta socchiusa. È un segno di benvenuto per chiunque possa arrivare, fosse anche il Messiah. I telefonini assomigliano a porte socchiuse. La presenza è meno potente dell’assenza.

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