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	<title>Francesco Maggio</title>
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	<description>Economista e giornalista, già ricercatore a Nomisma e a lungo collaboratore de Il Sole24Ore, da molti anni si occupa dei rapporti tra etica, economia e società civile. Tra i suoli libri: I soldi buoni, Nonprofit (con G.P. Barbetta), Economia inceppata, La bella economia, Bluff economy. Email: f.maggio.fm@gmail.com  </description>
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		<title>L&#8217;economia dell&#8217;aderenza</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 08:58:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una sonora scoppola, non c’è che dire, di quelle lasciano il segno per un bel po’. Una “sberla” accademica, s’intende. Ma non per questo meno dolorosa. Anzi. A riceverla è stato Alberto Alesina, uno dei nostri economisti più famosi all’estero, &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/francescomaggio/2013/04/30/leconomia-delladerenza/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una sonora scoppola, non c’è che dire, di quelle lasciano il segno per un bel po’. Una “sberla” accademica, s’intende. Ma non per questo meno dolorosa. Anzi.</p>
<p>A riceverla è stato Alberto Alesina, uno dei nostri economisti più famosi all’estero, che insegna nella prestigiosa università americana di Harvard e che spesso unisce la sua firma a quella di Francesco Giavazzi nella stesura di lunghi editoriali per il <em>Corriere della Sera</em>, di solito per bacchettare a destra e a manca. A sferrarla nientemeno che Paul Krugman, premio Nobel per l’economia nel 2008, uno dei più acuti, autorevoli, “irriverenti” economisti in circolazione.<br />
Krugman, in un articolo pubblicato il 25 aprile sul <em>New York Times</em> e ripreso sabato scorso da <em>Repubblica</em> con il titolo <em>L’austerity è finita ko</em> ha affermato senza troppi giri di parole che Alesina (ma non solo lui) ha preso un grosso abbaglio nel sostenere che l’austerity produce crescita e occupazione. Ha scritto Krugman:</p>
<blockquote><p>«La posizione pro austerity è ormai implosa; non solo le sue previsioni si sono dimostrate del tutto fallaci, ma gli studi accademici invocati a suo sostegno si sono rivelati infarciti di errori e omissioni, nonché basati su statistiche di dubbia attendibilità. I due principali studi che forniscono all’austerity la sua presunta giustificazione, quelli di Alberto Alesina e Silvia Ardagna sull’”austerity espansiva”, e di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff sulla fatidica “soglia” del novanta per cento del rapporto debito/Pil sono stati ferocemente criticati già all’indomani della loro pubblicazione. Gli studi, inoltre, non hanno retto a un attento scrutinio. Intanto gli eventi nel mondo reale hanno rapidamente svuotato di significato le previsioni del fronte pro-austerity».</p></blockquote>
<p>Eppure, prosegue nel ragionamento Krugman, sebbene già da tempo fossero emersi seri dubbi circa l’attendibilità delle teorie pro austerity, c’è da chiedersi come sia possibile che esse abbiano fatto tanta presa sulle élite che poi prendono le decisioni che incidono sulla carne viva dei cittadini (e infatti l’articolo era in originale efficacemente titolato <em>The 1 Percent’s Solution</em>)?<br />
Il tema è annoso e non riguarda certo solo le teorie pro austerity, peraltro brillantemente e definitivamente “smascherate” (quelle di Reinhart e Rogoff) non da chissà quale blasonato senior economist bensì da un ventottenne, Thomas Herndon, dottorando alla University of Massachusseetts di Amherst. Detta in estrema sintesi la questione si potrebbe riassumere così: come è possibile che tanti economisti, pur sbagliando frequentemente le loro teorie, trovano altrettanti numerosi “decisori” che continuano a pendere incondizionatamente dalle loro labbra?</p>
<p>Quanto successo durante la recente crisi finanziaria rappresenta un’altra circostanza emblematica di come l’ortodossia economica abbia preso un granchio, al punto che un altro economista di vaglia come il Nobel Joseph Stiglitz ha, a più riprese, tuonato contro «il sapere convenzionale che non solo non ha previsto la crisi e diceva che una crisi del genere non sarebbe potuta accadere, ma non è stato in grado di anticipare l’evoluzione della crisi nemmeno dopo che la bolla era scoppiata, dal momento che asseriva che gli effetti sarebbero stati limitati. Il difetto di fondo dell’approccio dominante è legato alla sua origine, un modello basato su assunti grossolanamente semplificatori».</p>
<p>Insomma, una storia vecchia quella degli economisti che su assunti perlomeno discutibili impostano i loro modelli e, per questo, diventano non di rado anche oggetto di freddure (tanto per ricordarne una: come fa un economista su un’isola deserta ad aprire una scatoletta di tonno? Suppone di avere un apriscatole). Ciò perché in molti continuano a pensare all’economia come a una scienza quando invece scienza non lo è affatto. Lo esemplificava bene Keyens quando affermava che «l’economia non è come la mela newtoniana, mentre cade cambia direzione». O, più di recente, Andrew Lo del Mit, nel sostenere che «la fisica ha tre leggi con cui spiega il 99 per cento dei fenomeni, gli economisti hanno 99 leggi con cui spiegano il tre per cento dei fenomeni».</p>
<p>È possibile colmare un simile gap? Come rendere gli studi economici più “aderenti” alla realtà? Uso questo aggettivo non a caso. Domenica leggevo sul domenicale del <em>Sole 24Ore</em> la bella presentazione di Salvatore Settis al volume di Adriano Olivetti <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8898220030/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8898220030&amp;linkCode=as2&amp;tag=wittgenstein-21">Il cammino delle Comunità</a></em> in cui, a un certo punto, viene ripreso il concetto di “inaderenza” espresso dallo scrittore Corrado Alvaro nel suo libro <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8860365589/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8860365589&amp;linkCode=as2&amp;tag=wittgenstein-21">L’Italia rinunzia?</a></em>, ossia «il baratro fra i rituali della politica e i bisogni e le potenzialità del Paese e del suo popolo».</p>
<p>Ecco, se anche un’ampia fetta della comunità degli economisti abbandonasse certi rituali di autoreferenzialità (la famosa torre d’avorio) e si occupasse di più dei bisogni e delle potenzialità dei Paesi e dei loro popoli sicuramente la loro inaderenza diminuirebbe.<br />
Detto per inciso: il discorso di ieri di Enrico Letta alla Camera mi è parso piuttosto “aderente”, sia dal punto di vista politico che economico.</p>
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		<title>Se le ombre si accorciano</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2013 09:32:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[confindustria]]></category>
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		<description><![CDATA[Dice un vecchio adagio che «quando il sole è al tramonto le ombre dei nani si allungano». Cosa significhi è semplice: quando diffusamente la qualità scarseggia, allora anche chi non ha particolari titoli e/o meriti può sembrare un “gigante”, uno &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/francescomaggio/2013/03/25/se-le-ombre-si-accorciano/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dice un vecchio adagio che «quando il sole è al tramonto le ombre dei nani si allungano».<br />
Cosa significhi è semplice: quando diffusamente la qualità scarseggia, allora anche chi non ha particolari titoli e/o meriti può sembrare un “gigante”, uno che vale molto.</p>
<p>Il mondo della politica, come noto, è pieno di gente, mettiamola così, di basso profilo. Negli ultimi anni, poi, se ne è perso il conto. È bastato perciò che qualcuno sia stato o si sia mostrato leggermente al di sopra della (scarsa) media per apparire subito uno statista o giù di lì. In tal senso decisamente eloquente è stato il governo Monti, salutato da molti al suo insediamento come una sorta di manna scesa dal cielo per saziare finalmente un paese affamato di rigore, equità, crescita, riforme, sobrietà, merito, giustizia sociale, eccetera, eccetera. Un governo composto da personalità ammantate da un’aurea di autorevolezza tale da incutere timore reverenziale. Non è andata proprio così. Alcuni ministri, in special modo, si sono poi rivelati di una incompetenza imbarazzante, di una inconcludenza imperdonabile, di una supponenza insopportabile.</p>
<p>Una cosa analoga vale anche per il mondo dell’economia e della finanza.<br />
È stato sufficiente che dopo una serie di presidenti di Confindustria consegnati agli annali per scarsa incisività della loro azione e ambizioni politiche disattese ne arrivasse uno, come Giorgio Squinzi, pacato, aperto al dialogo, concreto, che finalmente mettesse al centro della sua azione l’economia reale, che subito la tensione tra industriali e parti sociali è calata e le possibilità di trovare insieme soluzioni nell’interesse comune sono aumentate. Dispiace che anche Squinzi, quando si tratta di fare anche appena un pizzico di autocritica sulle manchevolezze della classe imprenditoriale, come si suol dire, “svicola”.</p>
<p>Domenica 17 marzo, ospite di Fabio Fazio a <em>Che tempo che fa</em>, alla domanda, appunto, se ritenesse che anche gli imprenditori avessero una qualche colpa per la crisi, si è nuovamente soffermato sui ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese. Che è sì un grave problema, ma è un’altra questione. Di imprenditori “impresentabili”, per esempio perché avvezzi a evadere o eludere il fisco, ce ne sono eccome in giro. Riconoscerlo non può che aiutare a far chiarezza e a indurli ad assumersi le proprie responsabilità. Nei confronti, innanzitutto, dei tantissimi imprenditori capaci e onesti che ci sono.<br />
Quanto al mondo della finanza sono stati talmente tanti in questi anni i banchieri che hanno abusato del loro ruolo per conseguire tornaconti personali che quelli che l’hanno ricoperto onestamente e anche con una apprezzabile lungimiranza meritano un plauso. Tra questi, Giovanni Bazoli, da oltre trent’anni al vertice del gruppo Intesa-Sanpaolo (che cominciò a formarsi nel 1982 con il nome di Nuovo Banco Ambrosiano sulle ceneri del vecchio banco ambrosiano di Roberto Calvi, fino a giungere all’attuale configurazione dopo ripetute fusioni-acquisizioni con altri istituti bancari).</p>
<p>Trent’anni però sono un’infinità a star seduti sempre sulla stessa poltrona. Gli ultimi, poi, non particolarmente brillanti. Anzi. Basti pensare ai problemi di governance che attanagliano il gruppo Rcs del cui patto di sindacato, che ne vincola quasi il 60% delle azioni, Bazoli è uno dei massimi esponenti. Oppure al voto dato nell’estate scorsa per la riconferma dell’ex presidente del Monte dei Paschi di Siena Giuseppe Mussari alla guida dell’Abi (Associazione bancaria italiana) sebbene già dai mesi precedenti si potesse evincere (dalle inchieste di <em>Report</em>, tanto per dirne una) che non fosse opportuno.</p>
<p>E invece sembra ormai quasi certo che Bazoli, a quasi ottantuno anni, si appresti ad essere riconfermato per un altro triennio al vertice di Intesa-Sanpaolo, forte del legame di ferro che lo unisce a Giuseppe Guzzetti, presidente dal 1997 della fondazione Cariplo, azionista di “peso” del gruppo Intesa-Sanpaolo. E anch’egli, prossimo ai settantanove anni di età, avviato molto probabilmente a un’altra riconferma per i prossimi sei anni come numero uno della fondazione Cariplo.</p>
<p>Bazoli e Guzzetti sono entrambi esponenti di primo piano di quella che si è soliti definire finanza cattolica. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano di una simile affermazione di Papa Francesco, pronunciata all’indomani della sua elezione a Pontefice davanti ai cardinali: «La vecchiaia è la sede della sapienza della vita. Doniamo questa sapienza ai giovani, come il buon vino che con l’età diventa migliore».</p>
<p>E, a proposito di Papa Francesco, come non scorgere nella sua investitura un’alba luminosa che finalmente possa accorciare le ombre di tutti quei personaggi che in questi anni hanno “sporcato” la Chiesa, per dirla con le parole dell’allora Cardinale Ratzinger pronunciate in occasione delle meditazioni della Via Crucis del 2005: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui!».</p>
<p>Negli ultimi giorni abbiamo visto che forse è possibile anche che una nuova alba sorga in Parlamento, con presidenti di valore dei due rami che hanno già dato segnali forti di cambiamento. È adesso però che viene la partita più importante, quella della formazione del governo: attenzione, quindi, a non sedersi sugli allori o, peggio, a riproporre quella che qui efficacemente è stata definita “<a href="http://www.wittgenstein.it/2013/03/21/la-cultura-del-remake/">cultura del remake</a>”. Non ci vuol nulla, infatti (memento per Bersani, al quale auguro vivamente di riuscire a dare al Paese un esecutivo), a passare dall’alba al tramonto. E ritrovarsi a indossare gli stessi panni di quel personaggio, descritto da Ennio Flaiano nel suo <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8845911969/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8845911969&amp;linkCode=as2&amp;tag=wittgenstein-21">Diario notturno</a></em> che a un certo punto «decise di cambiar vita, di approfittare delle ore del mattino. Si levò alle sei, fece la doccia, si rase, si vestì, gustò la colazione, fumò un paio di sigarette, si mise al lavoro e si svegliò a mezzogiorno».</p>
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		<title>L’economia è tutto un bluff</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Jan 2013 08:42:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[agenzie di rating]]></category>
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		<description><![CDATA[Oggi esce in libreria il mio nuovo libro intitolato Bluff Economy (edizioni Gruppo Abele). Ecco in anteprima il prologo. Per farsi subito un’idea di come sia stato possibile che, nella seconda metà del decennio appena trascorso, scoppiasse una delle crisi economiche &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/francescomaggio/2013/01/31/bluff-economy/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Oggi esce in libreria il mio nuovo libro intitolato <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8865790512/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8865790512&amp;linkCode=as2&amp;tag=wittgenstein-21">Bluff Economy</a> (edizioni Gruppo Abele). </em><em>Ecco in anteprima il prologo.</em></p>
<p>Per farsi subito un’idea di come sia stato possibile che, nella seconda metà del decennio appena trascorso, scoppiasse una delle crisi economiche più acute e drammatiche di tutti i tempi, non ci vuole molto. Basta canticchiare la sigla della fortunata trasmissione di fine anni Ottanta di Renzo Arbore <em>Indietro tutta</em>: «Si, la vita è tutto un quiz e noi giochiamo e rigiochiamo, perché noi non ci arrendiamo fino a quando non vinciamo». A questo punto è sufficiente sostituire nell’<em>incipit</em> il titolo della canzonetta, <em>la vita è tutto un quiz</em> appunto, con la locuzione «l’economia è tutto un bluff» e il gioco è fatto. Ecco spiegato per sommi capi perché ormai da circa un lustro l’economia mondiale è caratterizzata da tensioni sociali, bolle borsistiche, mercati impazziti, disuguaglianze stridenti, disoccupazione galoppante che stanno bruciando il futuro di intere generazioni. Tutta colpa di una diffusa attitudine al bluff, perpetrata ad arte praticamente in tutti i settori della vita economica, con epicentro, evidentemente, nel mondo della finanza dove si è consumato il peccato originale con un ricorso forsennato a strumenti finanziari ad alto rischio.</p>
<p>D’altronde, un’espressione entrata da tempo a pieno titolo nel gergo economico è <em>moral hazard</em>, azzardo morale, che la dice lunga sul grado di “spregiudicatezza” di cui possono essere capaci molti operatori. E sulle principali testate è stata evocata spesso con titoli decisamente espliciti: «<em>Una folle partita a poker»;</em> «<em>Se la finanza resta poker inevitabile la Crisi II»;</em> «<em>Marchionne su Fabbrica Italia gioca un poker all’americana»;</em> tanto per citarne alcuni piuttosto recenti.</p>
<p>Naturalmente i modi di bluffare e gli esiti che essi hanno sortito sono molteplici. Una breve, esemplificativa carrellata aiuta a rendere bene l’idea: il bluff del mondo della finanza che ha mentito sulla pericolosità dei mutui subprime e dei derivati; il bluff delle agenzie di rating che hanno assegnato “voti” rassicuranti a prodotti finanziari spazzatura; il bluff di celebrate icone di Wall Street, come Bernard Madoff, che hanno truffato migliaia di risparmiatori; il bluff degli economisti che hanno ossessivamente decantato le virtù taumaturgiche del mercato e “taroccato” i modelli previsionali; il bluff di multinazionali come la BP, che ha causato immani disastri ambientali con la fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico, non affrontando per tempo i pericoli di funzionamento a lei già noti della piattaforma estrattiva Deepwater Horizon, poi esplosa; il bluff delle aziende che si dichiarano imprese socialmente responsabili ma nei fatti razzolano male; il bluff di una non irrilevante fetta del settore nonprofit che, dietro proclami altisonanti, nasconde incapacità propositiva e assenza di “visione” imbarazzanti; il bluff di manager, politici, imprenditori che creano artatamente un continuo stato di emergenza, affinché possano poi agire con “mani libere” da vincoli e rispetto delle regole; il bluff nell’uso distorto e ripetuto di parole ormai totalmente annacquate di significato (un paio per tutte: crescita e competitività) ma utili a chi le pronuncia per fingere di essere interessato alle sorti del bene comune; il bluff di chi si riempie la bocca del concetto di meritocrazia, ma si industria o tollera che vadano avanti solo i “figli dei figli”; il bluff di certa informazione economica attenta a non disturbare troppo o affatto l’<em>establishment</em> (quando si trova nell’impossibilità di lodarlo smaccatamente).</p>
<p>L’elenco non si esaurisce certo qui. Anzi è ancora molto lungo. Ma credo già sufficientemente esaustivo per poter sottolineare un concetto alquanto semplice: i bluff si possono svelare in un solo modo: adoperandosi con tutte le forze affinché si possano andare a “vedere le carte”. Prima succede e meglio è per tutti. Il che, tradotto in concreto, significa fare in modo che questa domanda di chiarezza sia ampia, tempestiva, ininterrotta, qualificata, coraggiosa. E anche qui, titoli esemplificativi a vario titolo, non mancano: <em>«Via il bluff, resta solo la recessione»</em>; <em>«Signora Merkel, basta con i bluff»</em>; <em>«Chi pagherà per i bluff di De Risio e Rossignolo?»</em>; <em>«È arrivata l’ora di scoprire i bluff»</em>; <em>«Murdoch, l’addio dello Squalo è soltanto un bluff»</em>.</p>
<p>Ci sono frangenti in cui una simile consapevolezza è difficile, se non impossibile, da costruire. Il vento della storia soffia da un’altra parte e rimane ben poco da fare, puoi sbracciarti quanto vuoi, additare il pericolo, mettere sul chi va là: è inutile, quasi nessuno ti ascolta. Ce ne sono altri, invece, in cui le “condizioni ambientali” sono più favorevoli allo scopo. E allora bisogna fare tutto il possibile per non sciuparle.</p>
<p>C’è un frammento di un carteggio, datato 15 dicembre 1949, tra Mario Pannunzio, il mitico fondatore del giornale <em>Il Mondo</em> e lo storico e antifascista Gaetano Salvemini, che riassume efficacemente questo sentimento. Scrive Pannunzio:</p>
<blockquote><p>«Occorre che una certa opinione pubblica che si va oggi svegliando nel Paese, sia sollecitata, incoraggiata, per non dire addirittura violentata. Credo anche che questo sia il compito di alcuni gruppi di punta, i quali soltanto ora sono nelle condizioni di prendere iniziative».</p></blockquote>
<p>Penso che anche oggi stiamo attraversando una fase in cui l’opinione pubblica si va svegliando da un lungo e disastroso letargo. Non bisogna lasciare, quindi, nulla di intentato per far sì che si volti pagina. Che si possa agire alla stregua di come accennò l’allora governatore della Banca d’Italia e oggi presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, in occasione di una sua <em>lectio magistralis</em> tenuta il 5 novembre 2010 ad Ancona per ricordare il grande economista Giorgio Fuà:</p>
<p><em>«Tornare a ragionare sulle scelte strategiche collettive, con una visione lunga. Cultura, conoscenza, spirito innovativo sono i volani che proiettano nel futuro. La sfida, oggi e nei prossimi anni, è creare un ambiente istituzionale e normativo, un contesto civile, che coltivino quei valori, al tempo stesso rafforzando la coesione sociale».</em></p>
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		<title>Gira la ruota</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jan 2013 08:42:33 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[fiscal cliff]]></category>
		<category><![CDATA[Jacob Lew]]></category>
		<category><![CDATA[Nichi Vendola]]></category>
		<category><![CDATA[pier luigi bersani]]></category>
		<category><![CDATA[stati uniti]]></category>

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		<description><![CDATA[Dall’incubo del fiscal cliff al dolce risveglio della “grande rotazione”. Pare che negli Stati Uniti stia andando proprio così. Scampato il pericolo del baratro fiscale con un accordo raggiunto in extremis a fine anno (anche se, va detto, a molti &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/francescomaggio/2013/01/18/gira-ruota/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dall’incubo del <em>fiscal cliff</em> al dolce risveglio della “grande rotazione”. Pare che negli Stati Uniti stia andando proprio così.</p>
<p>Scampato il pericolo del baratro fiscale con un accordo raggiunto <em>in extremis</em> a fine anno (anche se, va detto, a molti appare più in pannicello caldo che non una duratura soluzione) Wall Street ha scelto di brindare con un segnale inequivocabile di ritrovata fiducia sulle buone sorti dell’economia reale: investendo massicciamente, oltre venti miliardi di dollari, in azioni di società americane piuttosto che in obbligazioni, ossia in quote di capitale sociale invece che in titoli di debito (questi ultimi tra le cause, soprattutto nella versione abusata e diffusissima delle obbligazioni spazzatura, della ultima lunghissima e persistente crisi finanziaria).</p>
<p>Da qui l’espressione coniata da alcuni autorevoli quotidiani economici internazionali di “grande rotazione”, di rotazione cioè a centottanta gradi dei flussi di investimento dalle obbligazioni alle azioni che per i profani, specificava Federico Rampini su <em>Repubblica</em> il 13 gennaio in una sua corrispondenza da New York, vuol significare “rotazione” dal pessimismo all’ottimismo. Insomma, seppur ancora fioca, qualche fiammella di luce alla fine del lungo tunnel della crisi sembra si cominci a intravvedere.</p>
<p>E in effetti nelle ultime settimane alcuni indicatori importanti di rinnovata attenzione alle dinamiche reali (ovvero industriali, occupazionali, sociali, reputazionali) prima che finanziarie dell’economia si sono chiaramente palesati. Per esempio, la decisione di alcune <em>corporation</em> (Apple, Hewlett Packard, General Electric, tanto per citarne alcune) di fare retromarcia sulle delocalizzazioni produttive (il cosiddetto <em>insourcing</em> dopo decenni di <em>outsourcing</em>) e rilanciare la vocazione manifatturiera del <em>made in Usa</em>, che potrebbe quindi creare (secondo stime della società di consulenza Boston Consulting) almeno 2-3 milioni di nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti nei prossimi cinque anni.</p>
<p>Oppure la consapevolezza diffusa in una fascia non ristretta di super ricchi che pagare le tasse in proporzione alle proprie disponibilità è giusto e doveroso, come sottolineava in modo circostanziato poco più di un mese fa uno dei capofila di questa “scuola di pensiero”, Warren Buffet:</p>
<blockquote><p>«Il reddito medio di questo gruppo nel 2009 (i 400 individui a più alto reddito in America, nell’ultimo anno per il quale esistono i dati relativi all’aliquota percentuale media di tasse pagate, calcolata sul reddito lordo rettificato, ndr) è stato di 202 milioni di dollari, che equivale a un “salario” di 97.000 dollari all’ora calcolando una settimana di 40 ore lavorative, dando per scontato che le pause pranzo siano retribuite. Eppure più di un quarto di questi ultraricchi ha pagato meno del 15 per cento di tasse, sommando le imposte federali sul reddito e i contributi. La metà ha pagato meno del 20 per cento e, reggetevi forte, ce n’è addirittura qualcuno che non ha pagato praticamente nulla. Una simile vergogna mette in evidenza la necessità di fare qualcosa di più che limitarsi a una revisione delle aliquote più alte, anche se è da qui che bisogna cominciare».</p></blockquote>
<p>E ancora, altro segnale non trascurabile, la nomina del nuovo sottosegretario al Tesoro dell’Amministrazione Obama Jacob Lew che, a differenza del suo predecessore Timothy Geithner in “collegamento” continuo con i più prestigiosi ambienti finanziari internazionali, è per molti aspetti considerato estraneo a questo mondo (ad eccezione di un paio di anni trascorsi in Citigroup) e quindi meglio in grado di resistere, così almeno in tanti auspicano, alle fortissime lobby delle grandi banche d’affari che finora, tra le altre cose, hanno impedito che si desse piena applicazione al <em>Dodd-Frank act</em> emanato nell’estate del 2010 per riformare la grande finanza e limitarne il più possibile le attività altamente speculative.</p>
<p>Se ciò avviene al di là dell’Oceano qui da noi, in Italia, come siamo messi?<br />
Domanda quasi retorica verrebbe subito da rispondere.<br />
Piazza Affari, nonostante alcune recenti buone performance, continua a essere una Borsa asfittica, con poco più di 300 società quotate (324), di cui una sola ha fatto esordio nel 2012 sul mercato principale (la Brunello Cucinelli). Va da sé che l’andamento dei suoi indici continua a rivelarsi un indicatore molto parziale dello stato di salute del nostro tessuto industriale.</p>
<p>Quanto al fenomeno della delocalizzazione spesso sembra che molti imprenditori italiani non aspettino altro che l’occasione per “scappare” altrove per risparmiare sul costo del lavoro, sulle tasse, sui costi della burocrazia. Tali costi ci sono, a volte sono davvero ingenti se non insopportabili ma l’impressione non di rado è che molti ci marcino per mascherare il proprio deficit di innovazione e di cultura di impresa. Sul dovere dei grandi ricchi di pagare più tasse è ancora fresca la polemica innescata giorni fa dall’”auspicio” di Nichi Vendola affinché «vadano all’inferno» (nello specifico, l’&#8221;invito&#8221; era rivolto a Gerard Depardieu che ha deciso di trasferire la residenza in Belgio per non pagare la super imposta del 75 per cento sui redditi personali superiori al milione di euro voluta dal presidente francese Hollande). Quanto rumore per nulla, quanto vittimismo fuori luogo da parte di alcuni “poveri” benestanti, quanta banalità nelle prevedibili accuse al governatore della Puglia di vetero marxismo-leninismo.</p>
<p>Eppure Andrew Carnegie che tanti liberisti di casa nostra dovrebbero conoscere, uno degli uomini più ricchi di sempre, magnate dell’acciaio negli Usa tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento manifestava idee molto chiare sui doveri dell’uomo di ricchezze&#8221; nel suo famoso <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/881160074X/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=881160074X&amp;linkCode=as2&amp;tag=wittgenstein-21">Vangelo della ricchezza</a></em>:</p>
<p>«Fissare un esempio di vita modesta, senza ostentazioni, e rinunciare ad ogni manifestazione di stravaganza; provvedere con moderazione ai legittimi bisogni di chi dipende da lui; e una volta che l’abbia fatto, considerare il reddito in eccesso, rimasto nella sua disponibilità, come fosse semplicemente un fondo di garanzia, che egli è chiamato ad amministrare sotto lo stretto vincolo obbligatorio di ricercare gli usi che, a suo giudizio, meglio rispondono al calcolo del beneficio della comunità».<br />
E che dire delle seguenti parole del Cardinal Gianfranco Ravasi che, nel suo <em>Breviario</em> sul domenicale del <em>Sole 24 Ore</em> del 18 novembre scorso, dapprima riprendeva questa battuta di Jonathan Swift: «Se il cielo avesse considerato la ricchezza una cosa preziosa non l’avrebbe data a tanti mascalzoni». Quindi Ravasi aggiungeva: «Una battuta che siamo tentati di ripetere spesso anche noi oggi, di fronte a tanta volgarità sprezzante dei ricchi, accuratamente segnalata dalle gazzette».</p>
<p>Infine, per completare la nostra similitudine con gli Stati Uniti, sul ministro del Tesoro italiano c’è poco da dire: non è ancora cambiato.</p>
<p>Sia durante le primarie per la scelta del premier del centrosinistra, sia in questo inizio di campagna elettorale Pierluigi Bersani ha usato un’espressione efficace a proposito della sua intenzione, quando ci sarà tra un anno il prossimo congresso del PD, di non ricandidarsi alla segreteria del suo partito ma di voler «far girare la ruota», di impegnarsi cioè affinché ci sia un ricambio della classe dirigente. Intento apprezzabile e raro in un Paese in cui arzilli ottuagenari continuano a restare attaccati con tutte le forze alla loro poltrona. Ma non basta. C’è bisogno che anche dalla tolda di comando di Palazzo Chigi dove mi auguro salga nelle prossime settimane, faccia subito girar la ruota per promuovere anche in Italia una “grande rotazione”.</p>
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		<title>Ilva, Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Dec 2012 09:35:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Emilio Riva]]></category>
		<category><![CDATA[ilva]]></category>
		<category><![CDATA[Taranto]]></category>

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		<description><![CDATA[Se c’è una cosa chiara della questione Ilva è che ad oggi ancora nulla è chiaro. Non è chiara l’effettiva efficacia del decreto legge molto controverso varato il 30 novembre dal Governo per scongiurare la chiusura dello stabilimento di Taranto &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/francescomaggio/2012/12/06/ilva-taranto/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se c’è una cosa chiara della questione Ilva è che ad oggi ancora nulla è chiaro.<br />
Non è chiara l’effettiva efficacia del decreto legge molto controverso varato il 30 novembre dal Governo per scongiurare la chiusura dello stabilimento di Taranto e già in più parti modificato il 3 dicembre quando il Capo dello Stato vi ha apposto la firma.</p>
<p>Non è chiaro se il provvedimento rispetti tutti i requisiti di costituzionalità, visto che la Procura della città pugliese già si prepara a sollevare la questione dinanzi alla Consulta, mentre è ormai evidente, dopo quello che è emerso in questi mesi, che per troppo tempo la produzione dell’Ilva si è svolta eludendo il dettato della Costituzione, perlomeno quello dell’articolo 41 laddove prevede, al secondo comma, che «l&#8217;iniziativa economica privata&#8230; non può svolgersi in contrasto con l&#8217;utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».</p>
<p>Non è chiaro chi dovrebbe essere e quali competenze possedere questo fantomatico Garante che il Governo dovrà nominare entro dieci giorni dall’entrata in vigore del decreto che, all’articolo 3, parla genericamente di una personalità «di indiscussa indipendenza, competenza ed esperienza incaricato di vigilare sulla attuazione delle disposizioni del presente decreto».</p>
<p>Non è chiaro come intenda muoversi l’azienda che prima si era rivolta al Tribunale del riesame sull’istanza di dissequestro del prodotto finito e semilavorato e invece martedì 4 vi ha rinunciato, chiedendo alla Procura di Taranto l’esecuzione del nuovo decreto legge.</p>
<p>Non è chiaro cosa voglia dire il ministro dello Sviluppo economico Passera quando, intervistato da Massimo Giannini domenica 2 dicembre su <em>Repubblica</em>, afferma che il Governo sul decreto «ci ha messo la faccia» mentre è chiaro che ancora una volta è arrivato in ritardo su temi cruciali come la crescita, le politiche per l’occupazione, l’equità sociale. Come anche il “moderato” <em>Sole 24 Ore</em> ieri riconosceva apertamente con la penna del suo vicedirettore Fabrizio Forquet: «Serve una consapevolezza “rivoluzionaria” dell’emergenza che l’economia reale di questo Paese sta attraversando. Non è tempo di ragionieri, anche se “generali” e dello “Stato”. È tempo di scelte politiche forti, immediate, adeguate alla realtà economica di imprese e lavoratori sempre più allo stremo».</p>
<p>Non è chiaro, anzi è incomprensibile, che in un frangente come l’attuale in cui si potrebbe riaprire un grande dibattito nazionale sulla responsabilità sociale d’impresa, a maggior ragione dopo che la laconica definizione che ne ha dato di recente l’Europa sembra un vestito tagliato su misura per affrontare il caso Ilva («la responsabilità delle imprese per il loro impatto sulla società», comunicazione della Commissione europea del 25 ottobre 2011), non si senta nessuna voce di “peso” a invocarlo. Forse perché stavolta il tema andrebbe affrontato sul serio, asciugandolo di tutta quella autoreferenzialità che in questi anni ha consentito persino allo stesso patron dell’Ilva, Emilio Riva, di cimentarsi in affermazioni come questa (tratta dal libro del 2005 di Antonio Calabrò <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8817005789/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;tag=wittgenstein-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8817005789">Intervista ai capitalisti</a></em>, Rizzoli, e “riemersa” grazie a Roberto Mania di <em>Repubblica</em>).</p>
<blockquote><p>Domanda di Antonio Calabrò: «Cos&#8217;è per lei la responsabilità sociale di un&#8217;impresa?»<br />
Risposta di Emilio Riva: «Fare lavorare le persone con una giusta remunerazione. Educarle al gusto della responsabilità, della dignità del lavoro, della qualità di quello che si fa. Assicurare condizioni decenti di vita, come abbiamo fatto negli stabilimenti del Nord in cui abbiamo trasferito manodopera da Taranto, organizzando subito per loro case per vivere e mensa. E dare sicurezza: mi piace assumere i figli di quelli che lavorano con me, stimolare la stessa evoluzione sociale: il padre operaio analfabeta, il figlio capo-acciaieria, il nipote direttore di stabilimento. La fabbrica è cambiamento e crescita».</p></blockquote>
<p>Non è chiaro se e quante risorse della famiglia Riva si riusciranno a recuperare per utilizzarle per le necessarie bonifiche del sito produttivo tarantino mentre è chiaro che spetterà allo Stato accollarsi gli esborsi più onerosi, anche per ataviche sue colpe.</p>
<p>Mi piace spesso ricordare una frase dell’economista William Knapp che, già diversi decenni fa, sosteneva che «il capitalismo si regge su un insieme di costi sociali non pagati». Beh, oggi il conto è arrivato anche nel nostro Paese ed è salatissimo. E il caso Ilva ne rappresenta una sorta di paradigma. Come giustamente, infatti, scriveva ieri sul <em>Sole 24 Ore</em> Carlo De Benedetti, «ridurre (la vicenda Ilva, ndr) a un caso di criminalità individuale non aiuta a capire. Quella dell’acciaieria di Taranto, e delle morti che ha portato, è storia d’Italia. Conoscerla, e soprattutto capirla, può aiutarci a costruire il futuro».</p>
<p>Allora una piccola proposta al riguardo vorrei farla. In questi mesi si sta discutendo molto di una Rai che dovrebbe tornare finalmente ad essere servizio pubblico e riportare la realtà, non i reality, al centro della sua programmazione. Ebbene, dopo l’ottima <em>Milano, Italia</em> di vent’anni fa, che raccontò come e perché stava morendo la prima Repubblica sotto i colpi di Tangentopoli, dopo l’anonima <em>Malpensa, Italia</em> di tre anni fa che si propose, senza successo di «affrontare», come recitava il suo slogan, «da nuovi punti di vista l’attualità», forse ci sarebbe bisogno di una terza prova, di una nuova trasmissione televisiva che, sulla falsariga delle due precedenti, si potrebbe chiamare Ilva-Italia. Da sviluppare attorno a un concetto chiave ormai ineludibile, ben esemplificato dal titolo di un bel libro di Jeffrey Sachs: <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00866H4ZO/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;tag=wittgenstein-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=B00866H4ZO">Il prezzo della civiltà</a></em>.</p>
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		<title>A quando la Renzieconomics</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Oct 2012 06:02:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Serra]]></category>
		<category><![CDATA[matteo renzi]]></category>
		<category><![CDATA[pier luigi bersani]]></category>

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		<description><![CDATA[È ingeneroso Bersani quando afferma, come ha fatto nei giorni scorsi intervistato da Repubblica TV, che non c’era bisogno che lo dicesse Renzi che c’era bisogno del ricambio. Non è così e lo sanno anche i sassi. Se non ci &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/francescomaggio/2012/10/22/matteo-renzi-finanza/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È ingeneroso Bersani quando afferma, come ha fatto nei giorni scorsi intervistato da Repubblica TV, che non c’era bisogno che lo dicesse Renzi che c’era bisogno del ricambio. Non è così e lo sanno anche i sassi. Se non ci fosse stato il sindaco di Firenze negli ultimi due anni a martellare su questo tasto con encomiabile tenacia saremmo ancora alla supponenza di tanti notabili del PD che di schiodarsi dalla poltrona che occupano da fin troppo tempo non ci penserebbero nemmeno lontanamente. Poiché il segretario del Partito Democratico è una persona seria e perbene dispiace che in questo caso abbia un po’ difettato in onestà intellettuale e si sia poi anche guardato dal riconoscere di essere, perlomeno, stato frainteso. </p>
<p>Proprio però perché l’onestà intellettuale è uno dei requisiti principali che ci si aspetta sia nel dna dei due principali competitor alle primarie del centrosinistra anche Renzi, nella recente vicenda ormai comunemente denominata delle “Cayman” non è che ne abbia dimostrata molta. Non tanto perché ci sia qualcosa di male ad andare a parlare a una riunione organizzata da un gestore di <em>hedge fund</em> domiciliati nel noto paradiso fiscale (anzi, diciamola correttamente per esteso, con le stesse parole dell’artefice dell’incontro, il finanziere Davide Serra, che lavora per la società Algebris con base a Londra che gestisce alcuni fondi domiciliati, per motivi di trattamento fiscale degli investitori, alle isole Cayman). Bensì perché ha dimostrato ancora una volta, nelle reazioni del giorno dopo, di non aver colto che talora, riconoscere di aver commesso anche solo un piccolo errore ti conferisce molta più forza e credibilità che non perseverare sempre con lo stesso refrain.</p>
<p>La circostanza di quando andò ad Arcore a parlare dei problemi di Firenze con Berlusconi avrebbe dovuto insegnare qualcosa. Nulla da eccepire sulle buone intenzioni alla base del viaggio in Brianza. Quando però in tanti, opportunamente, gli hanno fatto notare che forse sarebbe stato meglio fissare quell’incontro a Palazzo Chigi quanta infinita autorevolezza in più avrebbe ricavato Renzi se poi avesse detto: «Premesso che per Firenze farei qualunque cosa, col senno di poi mi rendo conto che forse qualche critica ci può stare». Nella politica la forma è sostanza, avrebbe dovuto saperlo. E invece niente, ancora oggi Renzi continua  a dire che quel viaggio lo rifarebbe dieci, cento, mille volte. Convinto lui. </p>
<p>Stessa cosa, più o meno, è accaduta la scorsa settimana con la cena al prestigioso hotel Four Seasons con il mondo della finanza milanese. Ripeto, credo non ci sia stato nulla di male. Poiché però gli <em>hedge fund</em> sono per definizione strumenti finanziari speculativi (la traduzione in italiano di <em>hedge fund</em> è, appunto, fondi speculativi) ecco che un aspirante premier del centrosinistra ospite di chi con gli <em>hedge fund</em> ci ha professionalmente a che fare, viste le polemiche che ne sono conseguite (strumentali o meno a questo punto è secondario) avrebbe potuto spegnerle in un baleno ammettendo che forse, se quell’incontro si fosse svolto piuttosto che a porte chiuse in un hotel a cinque stelle extra lusso in una sala aperta al pubblico al Palazzo delle Stelline (o dove per esso) sarebbe stato meglio per tutti. Ribadisco, in politica la forma è sostanza.</p>
<p>Invece anche stavolta da Renzi non solo non è venuto nemmeno un filo di autocritica ma ci ha anche tenuto a rilanciare con un paio di affermazioni molto discutibili se non errate. La prima: «Con la finanza bisogna parlarci». E chi ha mai sostenuto il contrario, almeno nel PD? Forse che la sinistra in questi anni non abbia “dialogato” la finanza? Forse Renzi non ricorda la sferzante battuta del giurista Guido Rossi quando D’Alema era presidente del Consiglio, a proposito di  Palazzo Chigi: «È l’unica <em>merchant bank</em> in cui non si parla inglese».</p>
<p>La seconda affermazione di Renzi è invece semplicemente sbagliata: «La finanza non è buona o cattiva, la politica può esserlo». Che la politica possa essere cattiva è fin troppo scontato. Ma lo stesso vale, pari pari, per la finanza. Al punto che, per dirne una, George Soros, uno dei più grandi speculatori del mondo, che tra le altre cose con i suoi <em>hedge fund</em> vent’anni fa mise in ginocchio la lira, ha sentito il bisogno quattro anni fa, dopo lo scoppio planetario della crisi finanziaria, di scrivere un libro dedicato proprio alla <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8881129833/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&#038;tag=wittgenstein-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8881129833">Cattiva finanza</a>.</p>
<p>Naturalmente la cattiva finanza non è solo quella dei prodotti tossici, delle obbligazioni spazzatura, delle bolle finanziarie, dell’uso illegittimo dei derivati, ma anche quella delle banche che erogano credito secondo logiche clientelari lasciando all’asciutto chi invece un fido lo meriterebbe davvero, quella dei patti di sindacato che permettono a un nucleo ristretto di soggetti di controllare con pochi soldi le sorti di una società di capitali, quella di chi si quota in borsa, porta a casa un sacco di quattrini e poi mal gestisce l’azienda bruciando il risparmio dei piccoli azionisti, quella frutto dell’inamovibilità di alcuni vertici bancari e parabancari divenuti ormai incapaci di “intercettare” il futuro dell’economia ma concentrati prevalentemente su come conservare il proprio incarico.</p>
<p>L’elenco può essere ancora lunghissimo ma ritengo sia già sufficiente. Perché in realtà da certe affermazioni del sindaco di Firenze si evince un pensiero economico, mettiamola così, ancora piuttosto in “rodaggio”. Come altrimenti valutare affermazioni come questa (intervista al <em>Sole 24 Ore</em> del 12 ottobre): «La battaglia per l’evasione non la fai con lo scontrino». E invece, caro Renzi, con lo scontrino la lotta all’evasione la si fa, eccome (anche se, ovviamente, non si esaurisce qui), perché non solo fai rientrare nelle casse dell’Erario somme di denaro comunque non trascurabili, ma contribuisci anche a creare una coscienza civica sul fatto che evadere le tasse sia reato. Bastava leggere <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/10/21/denunce-boom-al-telefono-anti-evasione.html">ieri su <em>Repubblica</em></a> come siano sempre di più gli italiani che non chiudono più un occhio davanti alla mancata emissione di uno scontrino al bar o di una fattura di un professionista, anzi si attivano per denunciare la circostanza chiamando il numero anti evasione 117 della Guardia di Finanza (da gennaio a settembre triplicate le chiamate). </p>
<p>E ancora, che dire di quest’altra considerazione, contenuta sempre nella stessa intervista al <em>Sole</em>: «Noi non chiederemo di pagare di più a chi ha di più, vogliamo far pagare di meno a chi ha di meno. La sinistra che piace a me non fa la guerra alla ricchezza, fa la guerra alla povertà». Confesso la mia incredulità. Ma come si fanno a dire queste cose? A parte che lo slogan della guerra non alla ricchezza ma alla povertà l’ha usato prima Veltroni (il che è tutto dire, visto che Veltroni ha indubbiamente alcune riconosciute qualità ma in economia non è che sia ferratissimo) devo dedurre che, secondo questa concezione, Renzi non chiederebbe di pagare più tasse, tanto per fare qualche esempio, a chi vive di rendita affittando dieci palazzi di proprietà in centro, a manager che portano a casa ogni anno <em>bonus</em> milionari, spesso licenziando senza scrupoli, a chi occulta il proprio patrimonio attraverso artifici legali? Suvvia Renzi, ha convenuto lei stesso (<em>Corriere della sera</em> del 5 novembre 2011) che la parola d’ordine del centrosinistra deve essere l’equità sociale. E questi sarebbero gli strumenti per realizzarla?</p>
<p>La <em>Reaganomics</em>, come molti ricordano, prese origine sul famoso “tovagliolo di Laffer”, su cui l’economista americano, Arthur Laffer appunto, a una cena con il futuro presidente americano, disegnò una curva a campana per persuaderlo che con meno tasse avrebbe rilanciato l’economia (peccato si sia dimenticato di aggiungere che così il debito pubblico sarebbe schizzato alle stelle, <a href="http://www.wallstreetitalia.com/immagine/40838.png/0/il-grafico-mostra-chi-ha-contribuito-maggiormente-a-far-salire-il-debito-americano.aspx">come poi puntualmente avvenne</a>)</p>
<p>Avanzo un piccolo suggerimento per una sorta di <em>Renzieconomics</em>. Faccia una cosa simile ma di segno opposto. Disegni, magari piuttosto che su un tovagliolo su una delle slide che mostra ai suoi incontri, sempre una campana, ma stavolta come simbolo di una campana che promette farà suonare “a morto” per la cattiva finanza, intesa nelle sue molteplici accezioni, qualora dovesse andare al Governo. Vedrà che funziona.</p>
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		<title>Marchionne, non idoneo</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Sep 2012 08:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[barilla]]></category>
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		<description><![CDATA[C’è un aggettivo che ricorre per ben due volte nello scarno e piuttosto vago comunicato stampa congiunto Fiat-Governo emesso dopo il lungo incontro tenutosi sabato a Palazzo Chigi. E da cui si possono evincere, nemmeno troppo velatamente, le reali intenzioni &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/francescomaggio/2012/09/24/fiat-sergio-marchionne/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un aggettivo che ricorre per ben due volte nello scarno e piuttosto vago <a href="http://www.governo.it/Presidente/Comunicati/dettaglio.asp?d=69239&amp;pg=1,2009,2745&amp;pg_c=1">comunicato stampa congiunto</a> Fiat-Governo emesso dopo il lungo incontro tenutosi sabato a Palazzo Chigi. E da cui si possono evincere, nemmeno troppo velatamente, le reali intenzioni di Marchionne di voler prendere tempo per giocarsi l’ennesima “partita a poker” con Governo, parti sociali, operai «da quel gran scommettitore qual è», come lo ha definito ieri Massimo Mucchetti sul <em>Corriere della sera</em>.</p>
<p>L’aggettivo è «idoneo»: 1) «Da parte Fiat è stato espresso apprezzamento per l’azione del Governo che ha giovato alla credibilità dell’Italia e ha posto le premesse, attraverso le riforme strutturali, per il miglioramento della competitività, oltre che per un cambiamento di mentalità idoneo a favorire la crescita»; 2) «Fiat ha inoltre confermato la strategia dell’azienda a investire in Italia, nel momento idoneo, nello sviluppo di nuovi prodotti per approfittare pienamente della ripresa del mercato europeo».</p>
<p>Facile notare subito come tale aggettivo si possa prestare a interpretazioni dubbie, perlomeno ambivalenti, certamente capaci anche di riuscire a dire tutto e il contrario di tutto. Per esempio, secondo me, un cambiamento di mentalità davvero idoneo per favorire la crescita sarebbe quello indotto da una sapiente azione del Governo mirata a un’applicazione piena dell’articolo 41 della Costituzione (proprio quello che invece Tremonti un anno fa voleva profondamente modificare) che stabilisce che: «L&#8217;iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l&#8217;utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l&#8217;attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».</p>
<p>Ancora, un altro cambio di mentalità idoneo per favorire la crescita è a mio avviso quello, certamente nelle corde di un’europeista convinto come Monti, di promuovere la responsabilità sociale di impresa che, non a caso, la Commissione europea non definisce più con le parole forse un po’ troppo “dottrinali” del suo libro verde del 18 luglio 2001 come «l’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese in tutte le operazioni commerciali, nei processi decisionali e nei rapporti tra l’azienda e i propri interlocutori» bensì molto più laconicamente, con una nuova comunicazione del 25 ottobre 2011, come «la responsabilità delle imprese per il loro impatto sulla società». Come a dire, basta ormai con affermazioni di principio e distinguo, guardiamo ai fatti. Che poi sono gli stessi che la ministra Fornero ha sintetizzato in una ripresa televisiva di qualche giorno fa, affermando come le imprese in generale e una come la Fiat in particolare «non devono rispondere delle loro scelte solo ai propri azionisti bensì anche ai tutti i loro stakeholder, dipendenti in primo luogo».</p>
<p>Ebbene, è difficile immaginare che simili idee di idoneità siano condivise da Marchionne che da sempre rivendica il diritto ad avere mani completamente libere per agire.<br />
Veniamo poi al momento idoneo per investire nello sviluppo di nuovi modelli di auto. Come la pensa Marchionne già lo sappiamo. Ma c’è chi, come la Volkswagen, ritiene idoneo tutt’altro, ossia lanciare nuovi modelli a raffica, proprio adesso che il mercato europeo è in una fase di forte rallentamento, anzi, come spiegava il 3 settembre in un’intervista a <em>Repubblica</em> Massimo Nordio, numero uno di Volkswagen Italia, di «demotorizzazione e di stravolgimento del rapporto con l’automobile, soprattutto per le nuove generazioni». Ma che, nonostante ciò, non ha dubbi su come battere la crisi: «Riusciamo a fare meglio del mercato grazie ai prodotti. L’offerta è sempre più ampia. I concorrenti sono molti e sempre in aumento, per questo noi dobbiamo sempre migliorare».<br />
Per non parlare, infine, della idoneità del management Fiat ad affrontare le sfide che si profilano.</p>
<p>Mercoledì della scorsa settimana sono stato alla presentazione del nuovo libro di Luigi Zingales <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8817059013/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;tag=wittgenstein-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8817059013">Manifesto capitalista</a> (Rizzoli). L’evento, tenutosi presso la Fondazione Corriere della sera e moderato da Beppe Severgnini ha visto gli interventi degli economisti Michele Salvati e Guido Tabellini, entrambi i quali hanno criticato l’autore laddove nel libro lascia intendere che in Italia ormai tutto risulta ingessato e si può fare ben poco per sbloccare la nostra economia. Zingales ha smentito questa chiave di lettura citando, “a sua discolpa”, un episodio di cui, ha raccontato, è venuto a conoscenza guardando a Chicago (dove insegna) la trasmissione tv <em>Planet money</em>, «la migliore trasmissione televisiva di economia al mondo», ha aggiunto.</p>
<p>Ebbene, durante una puntata della trasmissione hanno fatto un’inchiesta sulla Barilla da cui è emerso che per lungo tempo lo stabilimento più produttivo è risultato quello di Parma, il meno produttivo quello di Foggia. Per cui, a un determinato momento, la famiglia Barilla ha deciso di intervenire e di mandare un nuovo manager a Foggia per cercare di migliorare almeno un po’ la situazione. Il nuovo manager ha quindi deciso di cominciare la sua “missione” aprendo un dialogo diretto con gli operai: ogni giorno ne chiamava alcuni (per primi quelli che risultavano i più assenteisti) nel suo ufficio e, pazientemente, cercava loro di spiegare che l’azienda non andava vista come una sorta di nemica per cui a fare i furbi comunque si guadagnava qualcosa; ha prestato ascolto alle loro istanze accogliendole là dove possibile, ha promosso una cultura d’impresa tale per cui se si vince vincono tutti e non solo pochi a scapito dei molti. Così pian piano è nato all’interno della fabbrica uno spirito di squadra fortissimo, l’assenteismo si è praticamente azzerato e oggi lo stabilimento di Foggia batte per produttività persino Parma.</p>
<p>Con tempismo perfetto è allora intervenuto Severgnini dicendo che aveva appena ricevuto un sms da Marchionne che gli chiedeva il nome di quel manager. Sottinteso della battuta, evidentemente, era che per Marchionne quel manager sarebbe stato idoneo per mettere ordine in qualche stabilimento Fiat. Per me invece quel manager sarebbe stato idoneo per sostituire Marchionne.<br />
Certi aggettivi, perciò, meglio maneggiarli con cura.</p>
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		<title>La notte di Mediobanca</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Sep 2012 06:23:47 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Mediobanca]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Ligresti]]></category>

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		<description><![CDATA[Un po’ come quei nobili decaduti che hanno dissipato un patrimonio ma stentano a farsi una ragione dei fasti perduti e fanno finta di niente, così Mediobanca, a lungo regina delle banche d’affari italiane, sta progressivamente perdendo fama e ruolo &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/francescomaggio/2012/09/10/la-notte-di-mediobanca/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un po’ come quei nobili decaduti che hanno dissipato un patrimonio ma stentano a farsi una ragione dei fasti perduti e fanno finta di niente, così Mediobanca, a lungo regina delle banche d’affari italiane, sta progressivamente perdendo fama e ruolo nel mondo della finanza sebbene dichiarazioni “istituzionali” provino a minimizzarne l’inesorabile tendenza.</p>
<p>L’ultimo consiglio di amministrazione svoltosi mercoledì della scorsa settimana, ancora una volta, l’ha sancito, con un comunicato stampa piuttosto ermetico e interlocutorio: «Il Consiglio di amministrazione tenutosi in data odierna ha svolto l’autovalutazione degli organi aziendali ai sensi della Comunicazione Banca d’Italia dell’11 gennaio 2012 ed espresso soddisfazione per lo stato di avanzamento del progetto di integrazione Unipol/Fondiaria-Sai e della connessa ricapitalizzazione. In questo contesto ha altresì preso atto dell’informativa dell’Amministratore Delegato in ordine alla vicenda di cui all’inchiesta presso la Procura di Milano. Il Consiglio unanime, sulla base delle informazioni a sua disposizione, attende con piena fiducia l’esito delle indagini».</p>
<p>Eh già, perché al di là delle scarne parole del comunicato, l’argomento principale di cui si è discusso a lungo in Cda è stato quello che ormai in tanti hanno definito il cosiddetto “papello” finito sotto la lente della Procura di Milano, ossia la lunga lista di benefit richiesta dalla famiglia Ligresti all&#8217;amministratore delegato di Mediobanca Alberto Nagel per uscire di scena e non ostacolare la fusione della compagnia assicurativa bolognese Unipol con Fonsai, verso cui Mediobanca risulta esposta per oltre un miliardo di euro. Una lista che Nagel firma il 17 maggio scorso e che comprende, tra le altre cose: 45 milioni di euro, un ufficio, una segretaria e una cascina per Salvatore Ligresti, una sostanziosa buonuscita per la figlia Jonella, mantenimento di incarichi societari di rilievo per gli altri due figli Giulia e Paolo, vacanze gratis per tutta la famiglia in Sardegna.</p>
<p><strong>(<a href="http://www.ilpost.it/2012/08/04/il-caso-della-fusione-unipol-fonsai-di-nuovo/">Il caso Unipol-Fonsai</a>)<br />
</strong><br />
Il punto è che dell’esistenza di questa sorta di lettera di intenti Nagel non ha informato nessuno. Anzi la stessa è stata a più riprese smentita (il 24 luglio con una nota informale di Mediobanca in cui si diceva che non erano «mai stati firmati documenti» e il 27 luglio, in risposta ufficiale alla Consob, asserendo di «non aver stipulato alcun accordo con la famiglia Ligresti»). Fino a quando, attraverso un escamotage messo in atto da Jonella Ligresti, tutto è spuntato fuori. La primogenita dell’ex patron di Premafin-Fonsai, infatti, il 19 luglio si reca nello studio dell’avvocato Cristina Rossello, segretario del patto di sindacato di Mediobanca e registra di nascosto una conversazione in cui l’avvocato confermava a voce l’esistenza di questa lettera. Corre quindi in Procura a consegnare la registrazione ai Pm i quali si attivano e recuperano nella cassaforte dello studio legale della Rossello il documento con la firma di Nagel che costerà all’ad di Mediobanca, poi interrogato dagli inquirenti per quasi otto ore il primo agosto in una caserma della Guardia di Finanza di Milano, la messa sotto indagine per l’ipotesi di reato di ostacolo alle funzioni di vigilanza della Consob.</p>
<p>Di primo acchito si sarebbe tentati di riadattare al caso, visti i rapporti intercorsi tra Nagel e i Ligresti, il titolo di un bellissimo articolo del grande Federico Caffè, pubblicato sul <em>Manifesto</em> il 15 luglio 1981, dedicato agli operatori di Borsa: “Praticoni pittoreschi”. Ma poi presto l’ironia lascia spazio all’amarezza, anche per il clima da “tutti contro tutti” che sta emergendo: secondo l’agenzia Reuters che ha ricostruito parti dell’interrogatorio di Nagel del primo agosto, il manager avrebbe dichiarato che dal 2003 la gestione del rapporto di Ligresti con Mediobanca avveniva soprattutto con i soci di peso dell’istituto come Profumo, Bollorè e soprattutto Geronzi, lasciando intendere che ciò in qualche modo impediva le dovute pressioni ai Ligresti su loro operazioni perlomeno dubbie, di cui veniva a conoscenza solo a cose fatte. Immediata la replica dell’ex presidente di Mediobanca Cesare Geronzi: «È fin troppo evidente che le dichiarazioni del dottor Nagel, riguardanti la mia persona, tendono più che a descrivere la realtà dei fatti, a trovare una giustificazione al suo operato. Insomma una scoperta ricerca di diversivi. Per quanto riguarda il mio ruolo, che peraltro nulla ha a che vedere con la vicenda in cui il dottor Nagel è coinvolto, voglio ribadire che non ho mai interferito nella operatività dei manager che hanno curato la posizione della famiglia Ligresti».</p>
<p>Insomma, è evaporato anche lo stile “curiale” di quello che per decenni è stato considerato il salotto buono della finanza italiana per via delle partecipazioni azionarie incrociate dei principali gruppi industriali e finanziari del Paese che qui confluivano e il cui dominus indiscusso è stato per decenni Enrico Cuccia. Una delle frasi più famose di Cuccia, passata alla storia, era che le «le azioni si pesano e non si contano». Indubbiamente vero, allora. E anche oggi non si scherza, se si pensa a come le fondazioni bancarie, pur con percentuali azionarie relativamente minoritarie nelle loro banche di riferimento, spesso vi esercitino ampio potere decisionale. Ma oggi, in un sistema di mercato aperto e internazionale dove barriere e confini praticamente non esistono più, la regola dovrebbe essere un’altra, quella che, appunto, le azioni si contano e non si pesano. E, comunque, certi timori “reverenziali” non dovrebbero più esistere.</p>
<p>Per questo ho trovato abbastanza sconfortante l’affermazione rilasciata in un’intervista a <em>Repubblica</em> il 3 febbraio scorso da Marco Pedroni, presidente di Finsoe, la cassaforte delle coop socia di maggioranza di Unipol, il quale commentando i lavori in corso dell’operazione Unipol-Fonsai e rispondendo alla domanda su cosa ne pensasse dei rimproveri che gli giungevano di salvaguardare l’esposizione di Mediobanca in Fonsai di oltre un miliardo di euro affermò: «Mi viene da dire, con una battuta, che Mediobanca è meglio averla alleata che avversaria».</p>
<p>D’accordo, una battuta, come lo stesso Pedroni si premura di sottolineare. Ma non si può non scorgervi tra le righe un certo provincialismo emiliano. Forse, chissà, la volontà di non turbare certi equilibri che da quelle parti contano molto, come per esempio il fatto che nel cda di Mediobanca sieda uno dei personaggi più influenti di Bologna, l’ex rettore dell’università e oggi presidente della fondazione bancaria Carisbo Fabio Roversi Monaco. Ma come, viene da osservare, il capitalismo solido e solidale espresso dalle cooperative, fondato su lavoro dignitoso di migliaia e migliaia di persone che producono tanti soldi e “veri” (altroché alchimie finanziarie), che “teme” qualche eventuale attrito con Mediobanca?</p>
<p>Come è lontano quel 23 aprile 1994 in cui un altro emiliano, Romano Prodi, allora al suo secondo breve mandato alla testa dell’Iri, coraggiosamente scriveva in prima pagina sulla <em>Stampa</em> (il quotidiano che l’Avvocato Agnelli come noto leggeva per primo all’alba, per cui il messaggio sarebbe arrivato subito e diretto all’establishment) un articolo intitolato “Perché dico alt a Mediobanca”. Un fondo in cui denunciava come «sfruttando la mancanza di regole sull’azionariato popolare Mediobanca ha potuto, senza nessun ostacolo giocare un ruolo dominante nella campagna di acquisto delle due grandi banche (Credito Italiano e Banca Commerciale, ndr) tramite i propri tradizionali alleati italiani ed esteri. A questo punto non si tratta più della semplice creazione di una galassia del Nord, ma della vera e propria costituzione di un’enorme concentrazione di potere privato che va aggiungendo alla propria tradizionale forza anche quella delle imprese pubbliche privatizzate. È bene che questo allarme venga suonato…».</p>
<p>Altri tempi, altre tempre. Adesso tutto è più opaco, indistinto, “buio”. Nell’estate di tre anni fa, in una delle solite interviste di poche righe che i giornali fanno ad alcuni personaggi noti per chiedere consigli sui libri da leggere in vacanza, fu interpellato anche l’economista Francesco Giavazzi (il cui suocero Francesco Cingano fu a lungo uno stimato presidente di Mediobanca). Giavazzi segnalò due libri: <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B006E0K2KI/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;tag=wittgenstein-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=B006E0K2KI">L’Italia in seconda classe</a></em> di Paolo Rumiz e <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8860889189/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;tag=wittgenstein-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8860889189">Dove è sempre notte</a></em> di John Banville. Oggi sia questa tipologia di classe che quel “dove” si attagliano piuttosto verosimilmente a Mediobanca.</p>
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		<title>La questione delle fondazioni bancarie</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jul 2012 05:54:19 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tito Boeri]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Grilli]]></category>

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		<description><![CDATA[Tanto di cappello a Tito Boeri e Luigi Guiso che negli ultimi giorni, prima sul sito lavoce.info e poi sulle pagine di Repubblica, hanno offerto un grande contributo di chiarezza sul tema ostico delle fondazioni bancarie di cui c’era davvero &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/francescomaggio/2012/07/30/fondazioni-bancarie/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tanto di cappello a Tito Boeri e Luigi Guiso che negli ultimi giorni, prima sul sito <a href="http://www.lavoce.info/">lavoce.info</a> e poi sulle pagine di <em>Repubblica</em>, hanno offerto un grande contributo di chiarezza sul tema ostico delle fondazioni bancarie di cui c’era davvero bisogno. E che ha coinvolto anche il governo ai massimi livelli, con il ministro dell’Economia Vittorio Grilli cui ne spetta la vigilanza.</p>
<p>In sintesi i due professori hanno spiegato in modo ineccepibile che ormai le fondazioni sono sulla plancia del Titanic (questo il titolo del loro ultimo <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/07/28/le-fondazioni-sulla-plancia-del-titanic.html?ref=search">articolo apparso sabato 28 luglio su <em>Repubblica</em></a>), che su molti dati di bilancio c’è scarsa trasparenza, che corrono il serio rischio che il loro patrimonio si assottigli pericolosamente a causa degli investimenti nelle banche penalizzando così la missione delle fondazioni che è quella di perseguire scopi di utilità sociali, che il loro attuale assetto di governance andrebbe profondamente rivisto e che, se nulla cambia non sarebbe da escludere addirittura un intervento sui suddetti patrimoni al fine di utilizzarli per abbattere una parte del debito pubblico.</p>
<p>Spunto per questa analisi era stato uno studio sulle fondazioni bancarie di Mediobanca pubblicato a fine maggio, da cui emergevano molteplici criticità su diversi piani per questi 88 enti. Per tale ragione Boeri e Guiso avevano scritto su <em>Repubblica</em> il 17 luglio una <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/ archivio/repubblica/2012/07/17/lettera-aperta-grilli-sulle-fondazioni-bancarie.html?ref=search">lettera aperta</a> al ministro dell’Economia Grilli, riassumendogli le risultanze dell’indagine e chiedendogli cosa ne pensasse visti il ruolo di vigilanza che ricopre e una sua recente affermazione a un convegno: «Le fondazioni sono rigorose e solidali al tempo stesso e, grazie alla leadership di Guzzetti, hanno capito che devono lavorare insieme».</p>
<p>Passa una settimana e Grilli risponde con una lunga e circostanziata <a href="http:// ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/07/23/perche-difendo-le-fondazioni- bancarie.html?ref=search">replica</a> nella quale, pur difendendo in sostanza il modello attuale delle fondazioni bancarie per aver contribuito a ristrutturare il sistema bancario italiano, fa un paio di affermazioni che meritano a mio avviso di essere qui riprese. </p>
<p>Innanzitutto sottolinea di essere ben consapevole di quanto sia rischioso proporre un bilancio mentre certi processi storici sono ancora in corso (e le fondazioni bancarie sono appena poco più che ventenni). Quindi non sono da escludere ulteriori interventi di “manutenzione”. Inoltre riconosce che, indipendentemente da quanto prevede la “legge Ciampi” del 1999 che oggi regolamenta la materia e che ha introdotto un limite al numero dei mandati (non più di due), ebbene scrive Grilli, «a breve scadrà il mandato di numerosi esponenti che non potranno essere rinnovati. Indipendentemente dalle scadenze di legge credo che le fondazioni avrebbero potuto promuovere un maggiore ricambio della loro classe dirigente». Il punto è importante perché nell’applicazione della legge Ciampi il vincolo dei due mandati ha cominciato a decorrere dopo la sua promulgazione. Quindi chi era presidente di una fondazione già da anni ha potuto continuare ad esserlo per molti anni ancora. Inoltre la durata del mandato non è la stessa per tutte, in alcune fondazioni dura cinque anni, in altre di più, in altre di meno. </p>
<p>Fatto sta che ancora oggi proprio per queste ragioni, tanto per fare qualche nome, presidente della Fondazione CRT (Cassa di risparmio di Torino) è dal 1994 Andrea Comba; anche da più o meno 18 anni siede al vertice della Fondazione Cariverona Paolo Biasi; da 15 anni il presidente della Fondazione Cariplo è Giuseppe Guzzetti che dal 2000 ricopre anche la carica di presidente dell’Acri, l’associazione che raggruppa le fondazioni (mandato quest’ultimo, triennale, per cui non c’è invece limite e infatti Guzzetti è al quarto mandato). Il giorno successivo alla pubblicazione dell’intervento di Grilli si è svolto presso la sede di Mediobanca un seminario con le fondazioni proprio per discutere della famosa ricerca uscita a maggio («purtroppo il seminario è stato un monologo delle fondazioni» scrivevano sabato Boeri e Guiso «difese a priori dal moderatore che ha candidamente confessato di non aver letto il rapporto Mediobanca e non ha concesso alcun dubbio o interlocuzione col pubblico per “evitare un dibattito disordinato”») e Guzzetti ha commentato (così riporta la cronaca dell’evento di Andrea Greco su <em>Repubblica</em> del 24 luglio, a pag. 23) di aver trovato l’analisi del ministro dell’Economia «precisa, puntuale e esaustiva». Chissà, viene da chiedersi, se condivide anche il passaggio sul ricambio della classe dirigente…</p>
<p>Ma il fatto che oggi davvero conta è che le fondazioni, a causa delle partecipazioni azionarie nelle loro banche di riferimento, si sono ficcate in una sorta di vicolo cieco. Il 10 marzo scorso sul <em>Corriere della sera</em>, in un’intervista rilasciata a Nicola Saldutti, Guzzetti esordiva così: «Forse vale la pena ricordarlo ogni tanto: le fondazioni hanno aiutato le banche a restare solide senza un euro di soldi dei contribuenti». Affermazione, questa, piuttosto discutibile stando a quanto scrivevano sabato Boeri e Saldutti: «Ricapitalizzare le banche con la propria dotazione significa limitare le erogazioni future a vantaggio delle popolazioni di riferimento. Queste forse non dovranno pagare più tasse ma otterranno meno trasferimenti, il che è la stessa cosa. Mentre celebra il contributo delle fondazioni alla ricapitalizzazione delle nostre banche l’autorità di regolazione non si sente in dovere di censurare quelle fondazioni (come Compagnia di San Paolo, Cariparo e fondazione MPS) che hanno finanziato gli aumenti di capitale a debito. Noi pensiamo sia una scelta contraria alla missione assegnata per legge alle fondazioni: conseguire scopi di utilità sociali».</p>
<p>Dopo che nel 1990 nacquero le fondazioni bancarie ad opera di Giuliano Amato, per alcuni anni lo stesso Amato ammise di aver creato dei mostri come Frankenstein perché riteneva di aver dato vita a un sistema di potere autoreferenziale che si formava intorno alle fondazioni. Dopo molti anni si rallegrò invece che, grazie soprattutto alla “legge Ciampi”, il sistema avesse finalmente trovato una disciplina organica. E a conferma di questa ritrovata identità lo scorso anno uscì un libro (di Fabio Corsico e Paolo Messa, per la casa editrice Marsilio) intitolato proprio: Da Frankenestein a principe azzurro: le fondazioni tra passato e futuro. Dopo il dibattito di questi giorni è fondato il timore che sia tornato Frankenestein. E quando sorgono emergenze bisogna necessariamente e prontamente correre ai ripari. Che nel caso specifico significa innanzitutto rimettere mano alla “legge Ciampi“ disciplinando in modo molto più marcato la separazione tra fondazioni e banche. E poi bisogna rafforzare i poteri di vigilanza del ministero dell’Economia (dove, come ricordavano sempre sabato Boeri e Guiso, nemmeno sanno che spetta loro supervisionare la pubblicazione dei bilanci). Il che, in altri termini, vuol dire per le fondazioni bancarie di scordarsi per almeno un bel po’ di entrare nel codice civile, di «essere ricomprese» come fortemente auspicava Guzzetti ancora lo scorso 7 giugno a Palermo al congresso dell’Acri, «nel corpo unico proprio degli enti non lucrativi di cui al titolo II del libro I del codice civile, superando così definitivamente la loro specialità giuridica». Troppo presto per un sistema fondazioni che, non so quanto sia sopra o sotto la plancia del Titanic, ma che comunque fa acqua ormai da più parti.</p>
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		<title>La società civile al concorso di bellezza</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jun 2012 06:06:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pochi giorni fa l’arcivescovo di Canterbury e capo spirituale della Chiesa anglicana, il reverendo Rowan Williams, ha bollato senza mezzi termini l’idea di big society tanto cara al premier inglese David Cameron: «Una retorica vuota, uno slogan privo di significato, &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/francescomaggio/2012/06/29/big-society-cameron/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pochi giorni fa l’arcivescovo di Canterbury e capo spirituale della Chiesa anglicana, il reverendo Rowan Williams, ha bollato senza mezzi termini l’idea di <em>big society</em> tanto cara al premier inglese David Cameron: «Una retorica vuota, uno slogan privo di significato, per nascondere la pericolosa retromarcia dello Stato dalle sue responsabilità nei confronti dei più vulnerabili».</p>
<p>In realtà già da subito, dati alla mano, s’era capito che la parolina magica che voleva evocare un nuovo e più incisivo ruolo della società civile nel decidere come usare a livello locale le risorse di cui dispone, nascondeva un colossale bluff: il 21 ottobre 2010 infatti, pochi mesi dopo l’insediamento di Cameron a Downing Street, il Cancelliere dello scacchiere Georges Osborne aveva annunciato il taglio di 4,5 miliardi di sterline alle <em>charity</em> e di circa 18 miliardi al welfare, “compensato” dalla messa a disposizione delle organizzazioni nonprofit a rischio chiusura con questi tagli di “miseri” 100 milioni di sterline. Eppure non appena Cameron lanciò quest’idea, peraltro scimmiottando quella ben più originale di Great society del presidente americano Johnson, in Italia scoccò il colpo di fulmine. Il governo allora in carica vi scorse un formidabile alibi per portare avanti la sua “rivoluzione liberale” (sic!) e alcuni ministri non persero occasione per lodare il modello inglese.</p>
<p>Ma anche nel centro sinistra “Cupido” fece le sue vittime. Ricordo, per esempio, un deputato quarantenne del Pd che entusiasta mi contattò per parlarmi di un convegno sulla <em>big society</em> che stava organizzando e al quale voleva invitarmi come relatore, che rimase piuttosto sorpreso dalla mia lapidaria risposta negativa: «La <em>big society</em> è una boiata» (ormai il termine si può pronunciare, avendolo sdoganato persino il presidente di Confindustria Squinzi). Ovviamente poi usai argomentazioni molto più analitiche e particolareggiate per motivare il rifiuto, ma la sostanza rimane quella.</p>
<p>Infine, non potevano mancare i gridolini di giubilo di quella vasta parte della nostra società civile organizzata per la quale ogni occasione è buona per fare una delle cose che le riesce meglio: rivendicare. Rivendicare innanzitutto che la <em>big society</em> in Italia può contare su una lunga tradizione che affonda le sue radici nei secoli dei secoli. Come a dire, figurarsi se queste iniziative ci possono trovare impreparati. E poi rivendicare soldi: visto che sappiamo bene di cosa si tratta e la politica mostra interesse, questo il senso del ragionamento, allora dateci più mezzi per fare la nostra parte. Adesso, per fortuna, questa parentesi (non foss’altro nominalistica) si chiude definitivamente. Le parole del reverendo Williams hanno chiarito ogni equivoco. Ma una morale resta. Quale morale? Per rispondere faccio un passo indietro. Anzi laterale.</p>
<p>Mercoledì <em>Repubblica</em> <a href="http://www.ilpost.it/2012/06/27/popolarismo-friedman/">ha pubblicato</a> un interessante articolo di Thomas Lauren Friedman, <em>columnist</em> del <em>New York Times</em> e vincitore di tre premi Pulitzer, intitolato “Il potere dei follower”. Si chiede Friedman: «Perché i leader capaci di esortare il popolo a far fronte alle sfide della nostra epoca sembrano così pochi?». E avanza la risposta che ciò succede anche perché oggi i leader, grazie alla tecnologia (Twitter, Facebook, Youtube), essendo sottoposti a uno «scrutinio senza precedenti», hanno paura a prendere decisioni coraggiose per il timore di venire contraddetti e messi in discussione. Invece, aggiunge Friedman, proprio perché viviamo tempi di crisi economica, finanziaria e occupazionale feroce vanno ricercate «soluzioni che richiedono traiettorie complesse», possibili solo a patto di dire le cose come stanno, anche se molto scomode, e non ricercare il facile consenso tramite consumati escamotage e luoghi comuni. </p>
<p>A proposito di luoghi comuni sempre efficace è la famosa metafora di Keynes sul “concorso di bellezza” per spiegare le dinamiche della speculazione. Sosteneva il grande economista inglese che la speculazione non era altro che un tentativo di capire cosa gli operatori di mercato pensassero del futuro. Da qui la similitudine con i concorsi di bellezza: se vuoi indovinare la miss che vincerà il concorso, non devi sforzarti di capire qual è la donna più bella bensì devi cercare di immaginare come voterà la maggioranza dei giurati. La stessa cosa vale per i mercati: bisogna indovinare come si muoverà il numero più alto possibile degli operatori.</p>
<p>Ebbene molta società civile organizzata in Italia (non tutta, naturalmente) si comporta non di rado come se fosse a un concorso di bellezza e dovesse indovinare chi vince. Tanto per dirne una, ieri si è svolto a Roma un evento celebrativo dei primi 15 anni del <em>Forum del Terzo settore</em>, un’associazione di secondo livello che raggruppa più di un centinaio di sigle della società civile organizzata e che, con molta fatica ma non sempre altrettanta fortuna, cerca di accreditarsi come parte sociale ai tavoli con le istituzioni.</p>
<p>Il titolo dell’evento era: «Non ci salveranno i mercati. Equità, responsabilità e solidarietà per un altro sviluppo». Ma anche il “sottotitolo” era niente male: «In un momento di forte crisi, non solo economica ma anche politica e culturale, il terzo settore, con ostinazione e responsabilità (eccola lì la prima rivendicazione di meriti, nda) continua la sua opera di cucitura cercando di dare il suo contributo alla coesione del Paese, a partire dalle risorse che i territori sono in grado di esprimere, tanto più se adeguatamente sostenuti e valorizzati (ed ecco la seconda rivendicazione, stavolta di mezzi, nda)».</p>
<p>Ora sfido chiunque, se gli si chiede un giudizio su un titolo simile, a non condividerlo. Penso che persino Lloyd Blankfein, numero uno di Goldman Sachs, incontrerebbe difficoltà nel fare obiezioni al riguardo. Ma a parte il merito per aver indovinato la vincitrice del concorso di bellezza rimane poco altro. Il Terzo settore avrebbe infatti bisogno di ricorrere finalmente, come ammonisce Friedman, a parole scomode per ambire a una leadership culturale e di autorevolezza nel nostro Paese. Parole scomode perché inevitabilmente dovrebbero avere lo scopo di far emergere innanzitutto le contraddizioni tra il dire e il fare, gli eccessi di retorica buonista, le rendite di posizione, la scarsa capacità propositiva che si annidano al suo interno. Invece quasi sempre la stessa solfa: stesse persone, stesse parole d’ordine ormai vuote e stanche che necessiterebbero di un bel restauro (sussidiarietà, democrazia dal basso, passione per la realtà, ecc.), stessa autoreferenzialità. Ma così proprio non va.</p>
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