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Ideona per la crescita: più ricambio

18 aprile 2012

Ha ragione il ministro per lo sviluppo economico Corrado Passera quando afferma, come ha fatto domenica in tv da Lucia Annunziata, che «per la crescita non c’è un’ideona». Giusto. Bastano e avanzano buone idee. Idee, cioè, concretamente percorribili e innovative. Solo che le buone idee hanno tutte un duplice comune denominatore: necessitano di un “habitat” favorevole per emergere; mirano a mutare il corso delle cose, a promuovere il cambiamento, in sostanza a mettere in discussione posizioni consolidate di potere. Due condizioni che in un Paese ingessato come il nostro si rivelano spesso proibitive. Se non impossibili.

Basta guardare a ciò che succede con le fondazioni bancarie e con la Borsa, due “luoghi” simbolo delle difficoltà di ricambio di classe dirigente. Infatti al vertice di fondazioni bancarie e imprese ci sono da troppo tempo, anni e anni se non decenni, quasi sempre le stesse persone. Ma in queste condizioni le buone idee non spuntano fuori. Perché chi prova a sfornarle scopre presto che chi dovrebbe implementarle non di rado finisce con l’annacquarle o non prenderle affatto in considerazione per non intaccare le proprie posizioni di potere. È quindi verosimile che dopo uno, due, tre tentativi i flussi di buone idee si interrompano, lasciando ai promotori amaro in bocca se non senso di frustrazione. Le fondazioni bancarie e la Borsa sono, appunto, paradigmi molto significativi di questa dinamica.

Partiamo dalle prime. Poco meno di due mesi fa (il 26 febbraio), due economisti di vaglia come Luigi Zingales e Roberto Perotti scrissero sul Sole 24 Ore un articolo particolarmente tranchant in cui sostenevano, tra le altre cose, che: «Le fondazioni sono tanto più pericolose perché sono pervase di buone intenzioni e ammantate di una patina di rispettabilità. Nell’immaginario collettivo esse finanziano progetti meritori nel campo della cultura e del volontariato e beneficiano la società civile. Ma il prezzo da pagare è altissimo, una rete fittissima di clientelismo a monte e a valle delle fondazioni per ingraziarsi il potere politico, acquisire consenso e distribuire prebende».

Giuseppe Guzzetti, classe 1937, presidente della Fondazione Cariplo (dal 1997) e dell’Acri, l’organismo di rappresentanza delle fondazioni bancarie (dal 2000), non la prese bene e, qualche giorno dopo (il 2 marzo), si misurò in un serrato confronto radiofonico (su Radio radicale) con lo stesso Zingales il quale affermò che «la Fondazione Cariplo gestisce soldi che sono dei lombardi, soldi che vengono gestiti da un vecchio gruppo di notabili che non ha alcun mandato dai cittadini per far questo». Al che Guzzetti ha replicato: «Io ho un mandato che mi deriva dal fatto che la legge dello Stato ha previsto in un certo modo di comporre gli organi…chi ci manda a casa sono i cittadini lombardi che verificano ogni 4 anni quello che abbiamo fatto e se non va bene mettono nelle loro terne (di candidati per l’organo di indirizzo della fondazione proposte dagli enti locali, da università, da camere di commercio e gerarchie ecclesiastiche) persone che ci mandano a casa».

Perché ho riportato questo scorcio di dibattito? Per una ragione molto semplice. Perché formalmente il discorso di Guzzetti non fa una grinza. Ma il nocciolo della questione è un altro, ossia che se si occupa una certa poltrona per troppo tempo si finisce poi sistematicamente per essere rieletti alla stessa carica perché gli “elettori”, avendo instaurato nel frattempo consolidati e proficui rapporti di collaborazione con i vertici delle fondazioni ci tengono a non cambiare interlocutori. Con il risultato finale che però alla fine chi ne risente di più è la capacità propositiva e innovativa della stessa fondazione e, quindi, i suoi stakeholder in senso lato.

E un esempio molto indicativo in proposito lo ha fornito lo stesso Guzzetti due giorni fa in un’intervista rilasciata ad Affari&Finanza per comunicare che l’Acri si è dotata di una Carta che si propone di tener lontana la politica dalle fondazioni stabilendo, così ha rivelato il presidente dell’associazione delle fondazioni, che «chi ha fatto politica non può entrare in una fondazione se non dopo un periodo di decantazione di uno-due anni (e chi lo stabilisce se uno oppure due? ndr). La discontinuità deve valere anche in uscita: chi è stato dentro una fondazione non potrà candidarsi in un partito se non passeranno uno o due anni di sabbatico».

E questa sarebbe un’ideona che dovrebbe spazzar via ogni dubbio circa l’invadenza della politica nelle fondazioni bancarie? Come se non fosse risaputo che il potere vero dei vertici delle fondazioni, molto forte e tangibile, derivi dalla loro stretta vicinanza con il potere bancario e, più in generale, con i cosiddetti salotti della finanza. E in ogni caso fa riflettere che la domanda dedicata al caso fondazione Mps («Almeno in un caso, quello Mps, la fondazione è stata finora controllata da Comune e Provincia, altro che ente terzo…» ha chiesto il giornalista Adriano Bonafede), Guzzetti l’abbia liquidata in una riga: «Lei ha citato un caso particolare». Sarà anche particolare ma, come scrivevano Zingales e Perotti nell’articolo sopra citato, «per questioni di potere le fondazioni hanno concentrato il loro patrimonio nelle banche locali. Questa gestione ha portato alla perdita di più di 4 miliardi di euro nella sola fondazione Montepaschi, minacciandone la sopravvivenza. E nessuno ne viene considerato responsabile».

Eppure un’idea per innovare il mondo delle fondazioni bancarie ci sarebbe: stabilire un limite al numero dei mandati, dopo due mandati lo stesso presidente non dovrebbe potersi più ricandidare. Un limite simile ce l’ha Confindustria (fino a pochi anni fa era un mandato di due anni rinnovabile una sola volta, poi è stato stabilito un solo mandato di 4 anni non rinnovabile), ce l’hanno i sindaci, ce l’ha persino la Banca d’Italia dopo l’esplosione del ”caso Fazio” nel 2005 (prima il mandato del governatore era a vita), non si capisce perché non debbano averlo i vertici delle fondazioni bancarie e dell’associazione che le rappresenta.

Per completezza di informazione, la scorsa settimana Guzzetti è stato rieletto presidente dell’Acri, carica che ricopre dal 2000, per un altro triennio, fino al 2015.

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