La bolla berlusconiana e gli scansafatiche

Quando la gigantesca bolla del berlusconismo esploderà, allora altro che bolla della new economy o bolla immobiliare, tanto per citarne un paio delle più deflagranti dell’ultimo decennio. Ma stavolta non sarà un crollo di valori di borsa dopati a sancire l’irreparabile, bensì il crack di una borsa “valori” artefatta, congegnata per anteporre sistematicamente gli interessi particolari all’interesse generale, la furbizia al civismo, lo scontro al confronto, la demagogia all’onestà intellettuale, l’arroganza al rispetto, la finzione alla realtà, la piaggeria alla libera critica.

Nelle bolle finanziarie, spiegava ieri sul Sole 24 Ore il Nobel per l’Economia Vernon Smith, «le persone si lasciano risucchiare in una sorta di aspettativa continua che si autoalimenta su prezzi sempre crescenti». Analogamente, nella bolla tutta italiana del berlusconismo, le persone (tante persone, purtroppo) si sono lasciate risucchiare in una sorta di aspettativa continua che si è autoalimentata di promesse sempre crescenti. Di denaro, di successo, di “immortalità”. E, quindi, insostenibili.

Quando ciò sarà finalmente chiaro ai più, allora saranno dolori veri e lancinanti per chi nella ricerca del potere fine a se stesso ha calpestato tutto e tutti, fino a calpestarsi da solo.

Scrive Fedor Dostoevskij in una bellissima pagina di straordinaria attualità dei Fratelli Karamazov:

«Gli uomini si sono tutti divisi in singole unità, ognuno si ficca nel proprio buco da solo, si allontana dagli altri, si nasconde e nasconde quello che ha, e così va a finire che respinge lontano da sé gli altri uomini e viene a sua volta respinto, sempre per colpa sua. Accumula ricchezze in solitudine e pensa: ”Come sono forte ora, come sono al sicuro!”. E non sa, questo sciocco, che quanto più accumula, tanto più affonda in una impotenza che è autodistruttiva. Perché si è abituato a sperare solo in se stesso, e si è staccato dal tutto isolandosi, ha abituato la sua anima a non credere nella solidarietà umana, negli uomini e nella umanità, e trema soltanto all’idea di perdere il suo denaro e i diritti acquistati con esso».

Ma quelli che confidano nella fine del berlusconismo non cantino vittoria per l’ineluttabile declino del fenomeno. Perché adesso tocca a loro dimostrare di avere un’idea di futuro e di saper costruire sulle macerie. E la costruzione più impegnativa, la più grande infrastruttura immateriale che manca all’Italia si chiama cittadinanza. La cittadinanza, scrive il sociologo Franco Cassano in un suo bel libro intitolato “Homo civicus”, «è un gioco sottile e complesso, un gioco in salita, che tematizza continuamente la propria imperfezione, un gioco che si può custodire solo praticandolo, rinunciando a sottrarsi alla fatica che esso richiede».

Vedo troppi scansafatiche nell’attuale opposizione per una simile impresa. A cominciare dal loro linguaggio stanco, ripetitivo, noioso. I “mastri muratori” bisogna andare a scovarli altrove.

Francesco Maggio

Economista e giornalista, già ricercatore a Nomisma e a lungo collaboratore de Il Sole24Ore, da molti anni si occupa dei rapporti tra etica, economia e società civile. Tra i suoi libri: I soldi buoni, Nonprofit (con G.P. Barbetta), Economia inceppata, La bella economia, Bluff economy. Email: f.maggio.fm@gmail.com