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Acciaio

17 agosto 2012

Pur con i recenti sviluppi, sull’ILVA non v’è molto da aggiungere rispetto a quanto già detto pochi giorni fa. Tuttavia, dai fatti dell’acciaieria di Taranto si può prendere spunto per una riflessione di più ampio respiro sulla produzione dell’acciaio in Europa e la posizione dell’Italia.

L’industria dell’acciaio è stata un attore fondamentale nei progressi infrastrutturale ed economico degli anni post-guerra e del boom italiano degli anni ’60. Allora il settore era pubblico, comandato dall’IRI. Negli ultimi decenni, complici due grandi crisi negli anni ’70 prima e ’80 poi, il settore della siderurgia è stato completamente privatizzato. I gruppi industriali rilevanti in Italia sono Riva (che possiede ILVA), Marcegaglia, Lucchini e Arvedi.

Come tutti, il settore dell’acciaio è stato investito duramente dalla crisi globale del 2008. Nel 2009 la produzione di acciaio ha subito un brusco calo del 30%. Oggi è in recupero, ma non ancora ai livelli pre-crisi. La crisi ha anche causato un aumento della specializzazione nella produzione degli acciai: meno prodotti lunghi comuni per l’edilizia e più acciai speciali legati alla meccanica, in particolare per automobili e applicazioni industriali. In Italia, ma un po’ ovunque, la crisi nel mondo dell’acciaio è stata gestita con un ampio utilizzo di ammortizzatori sociali, evitando così perdite dirette sostanziali di occupazione o asset industriali.

Il mercato italiano produce oggi circa 25 milioni di tonnellate (Mton) di acciaio, di cui circa 10 dalla sola ILVA. Nel complesso, il 60% della produzione è riservato a tre settori: automotive, costruzioni e infrastrutture. In Europa, l’Italia è seconda solo alla Germania per produzione di acciaio, come si vede dal grafico sotto che prendo a prestito dal blog Fardiconto:


Dopo la crisi, nel periodo 2010-2011 la produzione aveva fatto registrare un aumento del 10%, ancora lontana dai livelli pre-crisi ma comunque in crescita. Tuttavia, complici le incertezze sulla stabilità dell’Eurozona per le convulsioni dei debiti sovrani, è molto probabile che il mercato dell’acciaio europeo subirà una nuova flessione nel 2012.

Il problema dell’Italia, o meglio si dovrebbe correttamente scrivere il problema comune a quasi tutti i produttori di acciaio europei, è l’alto costo delle materie prime, per il cui approvvigionamento l’Europa dipende quasi completamente dall’estero. Questo, unito alla volatilità delle quotazioni delle materie prime sul mercato, incide negativamente sui costi produttivi e dunque sulla competitività delle aziende sul mercato. Prima che qualcuno sollevi il punto: no, la rarefazione delle risorse naturali non c’entra niente. Il problema è squisitamente commerciale. Nel mercato delle materie prime per la siderugia, infatti, vige di fatto vige un oligopolio di tre società minerarie: Bhp Billiton, Vale e Rio Tinto (due australiane e una brasiliana) che gestiscono circa l’80% delle esportazioni globali. Il mercato delle materie prime per la siderurgia è da qualche anno diventato terra di scontro tra grossi gruppi semi-monopolisitici, il cui potere contrattuale si misura in termini di pure dimensioni; brutalmente, il più grande comanda. Ora, considerato ad esempio che la produzione di acciaio in Europa nel 2010 è stata di 170 Mton mentre la Cina ne ha prodotte 630, è subito chiaro chi resta col cerino in mano. Da tempo l’industria dell’acciaio italiana e europea ha esternato questo problema, raccogliendo tuttavia scarsa attenzione anche dai sostenitori del libero mercato. Più in dettaglio nella specificità italiana, vi è inoltre il problema della bolletta energetica, che ha costi generalmente superiori alla concorrenza. Si vedano i costi italiani del kWh elettrico per utenze industriali confrontati col resto d’Europa. In questo, una completa privatizzazione dei settori del gas e elettrico è decisamente auspicabile.

Ora, il mercato dell’acciaio in Europa è sotto crescente pressione per le importazioni extra-Europee, raddoppiate negli ultimi due anni a svantaggio della produzione locale. Contrariamente alla vulgata comune, non si tratta della solita concorrenza cinese sui prodotti a basso valore aggiunto. Gran parte delle importazioni riguarda infatti prodotti di notevole qualità come laminati a freddo o rivestiti per automobile, e non solo prodotti di bassa qualità. Tuttavia, nonostante costi della manodopera inferiori, la quota di import di acciaio cinese in Europa è generalmente limitata dai costi di trasporto. La pressione di cui sopra deriva invece dalla concorrenza di paesi ai confini dell’Unione Europa come Turchia, Russia e Ucraina. Questi sono infatti in posizione logistica ottimale per l’importazione ma non risentono dei vincoli ambientali in vigore nel mercato europeo. L’industria dell’acciaio europea da tempo lamenta questa disparità, senza reazione dai legislatori. Considerata ad esempio la natura estesa del problema del Riscaldamento Globale, una riduzione delle emissioni nel settore dell’acciaio in Europa per perdita della produzione viene compensata – o subisce financo una maggiorazione netta – da un aumento di produzione e di emissioni extra-europee. Insomma, il risultato netto è quello di delocalizzare, e dunque perdere, la produzione d’acciaio in Europa e tutto l’indotto associato a vantaggio di Turchia, Russia e Ucraina, senza alcun guadagno per il Riscaldamento Globale o i limiti delle emissioni in generale. Intendiamoci, non si sostiene qui l’adozione di misure protezionistiche sulle importazioni di acciaio. Quella sarebbe davvero l’ultima risorsa. Sarebbe invece più adeguato che l’Unione europea stabilisse vincoli ambientali, da applicarsi gradualmente, sui prodotti siderurgici dei Paesi extra-UE, imponendo un costo aggiuntivo sul modello della Carbon Tax o degli ETS. Altrimenti, hai voglia a parlare di efficienza energetica e investimenti. Le recenti convulsioni di due colossi come ThyssenKrupp e Lucchini sono la dimostrazione plastica che il problema è reale e concreto. Continuando così, senza interventi da Bruxelles, finirà che in Europa ci giocheremo l’industria dell’acciaio, sacrificata sull’altare di un esibizionismo ipocrita dei policy-maker per la diminuzioni delle emissioni in Europa non importa a che prezzo, e il resto del mondo non ci riguarda.

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Disclaimer: l’articolo è scritto sulla base dei dati pubblicamente disponibili. L’opinione dell’autore espressa è puramente personale e non costituisce né implica alcuna approvazione o favoreggiamento dalle aziende menzionate o del settore dell’acciaio.

  • Pingback: Produrre acciaio in Italia « Energia & Motori

  • http://www.ilsensocritico.wordpress.com ilsensocritico

    I suoi articoli sono sempre molto interessanti, complimenti!

  • http://blogghetto.org michelelan

    Articolo molto interessante, e dell’acciaio, in questo periodo se ne parla male in televisione. Chiudendo l’Ilva il problema “inquinamento”, come ha spiegato lei nell’articolo, non si risolverebbe, semplicemente si sposterebbe da un paese “controllato” come il nostro ad un paese meno virtuoso come i paesi dell’est europa, un po’ come nascondere la polvere sotto il tappeto. L’unione europea deve fare si che l’acciaio importato sia prodotto con gli standard europei. Troppo sleale è la concorrenza deii paesi che non rispettano i vincoli ambientali confrontato al nostro che fatica a raggiungerli spendendo fior di quattrini.

    Il protezionismo è sbagliato, ma se si mettesse un’imposta di 1 centesimo a km percorso dalla merce con il ricavato investito per l’ambiente, le cose cambierebbero.

  • https://profiles.google.com/raffel.ibba/ab raffibb

    Molto ragionevole e preciso.
    Ma le sue osservazioni sembrano confermare in pieno, ed allargando lo sguardo all’intera Europa, le osservazioni di Massimo Cacciari sulla assenza di una politica industriale in Italia.
    Quindi se lei ha ragione e la mia connessione con Cacciari è “vera”, cioè descrive un campo di analisi possibile e come molti elementi dalla sua parte, a cosa si riduce la politica europea partita nell’entusiasmo della Ceca negli anni ’50?
    ciao r

  • http://lafuori.wordpress.com/ miche fax

    Temo che con questo pezzo siamo al top della disinformazione: mi chiedo se il motivo sia la scarsa conoscenza della materia o la precisa volontà di manipolare l’opinione di chi legge.
    Il fenomeno della delocalizzazione delle imprese energy intensive è sempre stato al centro dell’attenzione della Commissione Europea mentre costruiva il sistema ETS. Il dibattito sul “Carbon Leakage” è a tutt’oggi uno dei più aperti. Basterebbe leggere la direttiva di riferimento,(2003/87/CE) dove all’art. 26, è scritto che per le attività elencate nell’allegato 1 gli S.M. possono decidere di non imporre alcun requisito di efficienza energetica. Guarda caso si tratta proprio di cockerie, produzione e trasformazione dei metalli ferrosi, industria dei prodotti minerali,ecc. Questo per il primo quinquennio di applicazione dell’ETS (2007-2012)durante il quale, in ogni caso, le industrie sottoposte a vincolo hanno ricevuto a titolo gratuito il 95% delle quote di emissione.
    Per il successivo periodo 2013-2020 sarà utile leggere un paio di documenti: 1.la decisione 2010/2/UE in cui sono identificati i settori ad elevato rischio di delocalizzazione (prodotti di cockeria, siderurgia, alluminio ma anche malto, pelle ecc) 2.La Comunicazione della Commissione UE 5 giugno 2012 n.158 in cui si l’intenzione di erogare aiuti di stato per la copertura dei costi ammissibili relativi al meccanismo ETS per le industria suddette, fino ad un massimo del 75% nel 2020(!). Quanto affermato sul rischio di delocalizzazione e della mancata attenzione del legislatore è quindi falso.
    E’ decisamente approssimativa anche l’affermazione che la decrescita di emissioni in UE sarebbe compensata dalla crescita delle emissioni nei Paesi limitrofi. Consiglio di giocare un po’ con il sistema di monitoraggio delle emissioni di gas serra messo a disposizione dal UNFCCC che trovi a questo link per farsi un0idea di come stanno andando le emissioni di GHG per settore nei diversi paesi. http://unfccc.int/di/DetailedByCategory/Event.do?event=go
    distinti saluti, un sempre più incredulo lettore.

    • http://adenardi.wordpress.com moldeke

      Dal momento che avere una conoscenza specifica delle milioni di informazioni che vengono proposte è umanamente impossibile, non andrei proprio col “vanghetto” tacciando di “disinformazione” una sintesi del problema, sviluppata in poche chiare e semplici righe. Il tutto sciorinando decine di documentazioni di non immediata reperibilità, senza peraltro deliziare il lettore di un giudizio personale di massima, che aiuterebbe non poco l’interpretazione dei “nudi” dati o che stimoli lo studio della materia.

      @MICHE FAX trovo il suo intervento, anche dopo aver letto le centinaia di pagine da lei consigliate, una mera enunciazione delle sue numerosissime conoscienze, affascinanti specifiche ed approfondite, ma comunque ristrette ad un solo ambìto.
      La questine dell’ILVA e dell’acciaio in Italia è ad un punto di svolta, di crisi (dal greco κρίσις, scelta, bivio, e non dall’italiano corrente “cerco di lucrare quanto posso più che posso”)ci impantaniamo nei pippotti tecnicistici o rischiamo una scelta radicale di sviluppo sostenibile? (domanda che ci si porta dalla discussione del protocollo di Kioto)
      Secondo me la seconda, magari ottimizzo l’uso dell’acciaio se mi costa troppo, magari insegno a produrre meglio ‘ché tanto prima o poi anche tutti gli altri avranno gli stessi problemi, magari magari magari … magari se credessi nella strada intraprese delimiterei la normativa a regole chiare, semplici e facilmente confrontabili. Perché se ho un’idea chiara in testa, devo riuscire ad esprimerla in maniera chiara.

      Sani.

      • http://lafuori.wordpress.com/ miche fax

        Centinaia di pagine?! Mi sa che non hai letto proprio nulla.. in ogni caso, ho aggiunto i riferimenti per dare la possibilità a tutti di verificare che quanto scritto nel post è errato, ma anche senza quelli penso si capisca cosa intendo.

        • http://adenardi.wordpress.com moldeke

          …centinaia perché non ho substrato!
          Motivo per il quale me lo sono dovuto creare.

          • http://adenardi.wordpress.com moldeke

            Il rischio che comunque permane è che se ci giochiamo la produzione, in un ambito di sviluppo sostenibile, ci troveremo comunque ad aver lo scroto cinto dall’economia di mercato o dal tasso di inquinamento.

        • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

          Miche Fax: ha ragione sulla comunicazione 158 del 2012. Certo e’ che non cambia molto nella sostanza, perche’ oltre a esprimere una “intenzione”, nemmeno una certezza, coprirebbe il 75% delle spese e non tutto. Chi ha mai lavorato per l’industria dell’acciaio sa bene che, considerati i margini sulla tonnellata di molti prodotti comuni, quel 25% puo’ facilmente fare la differenza tra essere competitivi e no. Sulla pioggia di ETS (semi-)gratuiti, il fenomeno e’ ben piu’ esteso del settore siderurgico. Proprio l’abbondanza di permessi a buon mercato un po’ per tutti ha ridotto il valore degli ETS al “molto poco” odierno, con la commissione UE che deve correre al ripari. Inoltre, come giustamente fa notare Defcon70 qui sotto, il problema non e’ solo di emissioni di gas serra, che l’articolo porta a esempio, ma anche e soprattutto di tutto il resto delle emissioni inquinanti, di cui si e’ gia’ parlato nel precedente articolo su ILVA, oltre ai costi della sicurezza sul lavoro delle economie moderne. Poi, lei puo’ anche restare incredulo e puo’ dissentire su quel che scrivo, ci mancherebbe. Tuttavia, di insinuazioni di malafede neanche tanto velate su questo blog non si sentiva la mancanza. Se proprio non puo’ farne a meno, alla prossima vedremo di fare a meno anche dei suoi commenti. Saluti.

  • defcon70

    L’aspetto delle emissioni di climalteranti (ossia CO2, N2O, CH4, ecc.) e del suo inserimento nell’ETS è solo marginale nelle attuali convulsioni dell’industria pesante europea e dell’ILVA in particolare. Il problema sono le emissioni di inquinanti (diossina, benzopirene, ecc.), in particolare per l’ILVA, gli inquinanti che si sono depositati nell’ambiente circostante negli svariati decenni di attività.
    Siamo al top degli svarioni.

  • http://lafuori.wordpress.com/ miche fax

    Ragionando in questo modo allora anche se l’UE coprisse il 99% dei costi si potrebbe rispondere che “chi lavora nell’industria dell’acciaio sa bene che quell’1%” ecc ecc.. e allora vabbè, io non lavoro nell’acciaio quindi mi taccio. Sta di fatto che nel post si diceva che Bruxelles non fa nulla per questo problema, il che è falso.
    Se ha portato i gas serra ad esempio di tutti gli altri inquinanti, a mio avviso ha commesso un altro errore. Come lei ben sa, essendo un fisico, i gas serra (che non sono inquinanti) hanno un tempo di residenza in atmosfera enormemente superiore a quello degli inquinanti tipici delle acciaierie, citati nel post precedente: in parole povere, mentre la CO2 viene “portata in giro in tutto il mondo per moltissimi anni”, polveri diossine e furani hanno effetti principalmente su scala locale in quanto ricadono “presto” al suolo. Perciò 1) il fenomeno di compensazione tra diminuzione ed aumento delle emissioni globali vale esclusivamente per i gas serra (CO2..) e come abbiamo visto l’UE interviene per coprire i costi aziendali 2) imporre limiti di emissione per gli inquinanti porta ad un reale beneficio in ambito locale (quindi se diminuisco le emissioni all’ILVA la Puglia sarà meno inquinata anche se aumentano le emissioni in Turchia e in Cina).
    ps. La sua buona/malafede la conosce solo lei, però ci sono solo due opzioni: o su determinati argomenti lei non ha la preparazione adatta, o volontariamente tace alcuni aspetti della questione per arrivare a dimostrare una tesi precostituita. Certo, il blog è suo e potrà oscurare i miei commenti: da parte mia non ho alcun desiderio di trollare il suo blog, ma la divulgazione scientifica va fatta in modo corretto e rigoroso altrimenti si contribuisce a creare opinioni scorrette in chi non ha le competenze adatte a giudicare e, giustamente, si fida degli esperti come lei. cordiali saluti.