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Il picco del petrolio rivelato

20 febbraio 2012

Il picco del petrolio, sintetizzando brutalmente, è il momento in cui la domanda di petrolio raggiunge (e supera) l’offerta. Altrimenti detto, è il momento in cui non c’è abbastanza petrolio per tutti.

La discussione sul picco del petrolio risale al 1956, quando il geologo Hubbert predisse un picco nella produzione del petrolio in America intorno al 1970. Circa 15 anni fa, nel 1998, Colin Campbell scrisse l’articolo The end of cheap oil rifacendosi ad Hubbert. Campbell sosteneva che le riserve petrolifere mondiali si stavano impoverendo a causa del crescente e eccessivo sfruttamento. Sostenuto da dati empirici, Campbell prevedeva l’imminenza di un picco mondiale della produzione di petrolio, cercando di capire e quantificarne l’impatto sulla società, l’economia, e le vite della gente comune. Da allora, sul picco del petriolio sono stati scritti centinaia di articoli, alcuni intelligenti altri meno, oltre ai tre film della serie di Mad Max, che più di tutti hanno lasciato un segno nell’immaginario comune sulle conseguenze della scarsità di petrolio.

E’ dal 1998 che si parla di picco della produzione raggiunto, di produzione in calo, di domanda insostenibile con le immancabili relative smentite. Pochi giorni fa Nature ha pubblicato un articolo – poi tradotto su Le Scienze – in cui James Murray e David King sostengono che il picco del petrolio è già arrivato e che il punto di non ritorno è gia stato superato. Secondo gli autori, infatti, l’offerta di petrolio non riesce e non riuscirà più a sostenere la crescita della domanda, stritolando la crescita economica. Al contrario, la scorsa, settimana scorsa uno studio di Bloomberg ha concluso esattamente l’opposto: il petrolio non scarseggia, ve n’è per altri 70 anni di consumi attuali, senza contare ulteriori scorte derivanti dal progresso tecnologico. Ottenere risposte chiare è desiderio di molti ma districarsi tra informazione e controinformazione pilotata da interessi politici ed economici di tale dimensione è compito arduo.

L’argomento del picco del petrolio è molto ampio e sicuramente non può essere trattato in dettaglio nello spazio di poche righe. Qui di seguito, senza perderci in eccessivi tecnicismi, proveremo a dare qualche risposta sui punti fondamentali sollevati dall’articolo di Nature: la datazione del picco della produzione di petrolio e i suoi effetti sull’economia reale.

Il problema del picco

Gli studiosi del picco del petrolio si dividono in due grandi categorie: i “geologi” e gli “economisti”. Mi si passi l’antipatica etichetta, ma questa distinzione aiuta a capire meglio come stanno le cose. I “geologi” prevedono il picco ipotizzando un ritmo pieno di estrazione dei pozzi petrolieri e si basano su analisi puramente geologiche della presenza di greggio. Gli “economisti” derivano invece il ritmo di estrazione da domanda e offerta: dato il petrolio probabilmente presente sulla terra, ipotizzando una crescita della domanda x e un prezzo y si può prevedere un ritmo di estrazione z, e da qui datare il picco.

Uno degli argomenti usati da Nature, e dai picchisti “geologi”, è che le compagnie petrolifere non riescono ad aumentare l’offerta di petrolio. Ergo, nonostante i corposi investimenti in esplorazione, altro petrolio non si trova e la produzione è in perenne affanno. Sull’ammontare delle riserve conosciute, Nature fa giustamente notare come in molti dei paesi produttori il petrolio è considerato un bene strategico e l’informazione sullo stato delle riserve è tutto fuorchè trasparente. Proprio l’incertezza sull’ammontare delle riserve è alla base del catastrofismo, secondo il quale l’improvviso esaurimento delle risorse porterà al crollo della civiltà moderna.

Dal punto di vista dei picchisti “economisti”, però, le cose cambiano. Le teoria economica dello sfruttamento delle risorse naturali si basa essenzialmente sulla teoria marginalista. Secondo tale teoria, per una risorsa finibile di cui è noto l’ammontare, lo sfruttamento ottimale non consiste in una produzione sempre e comunque massimale. Al contrario, in particolari condizioni conviene tenere la risorsa da parte anzichè porla sul mercato. Questo fenomeno prende il nome di razionamento speculativo. Il motivo del razionamento è semplice: quando le proiezioni estrattive per il futuro sono negative – ed è il caso del petrolio, per il quale nessuno oggi si aspetta nuovi giacimenti giganti e/o prezzi da anni ’50 – acquista senso tenere la risorsa da parte, al fine di spuntare maggiori guadagni in futuro, in un mercato dai prezzi in rialzo o molto volatili.

Proprio con la stessa mancanza di trasparenza indicata da Nature, i maggiori paesi produttori potrebbero allora limitare l’estrazione del greggio, al fine di tenere stabile il prezzo di mercato, ma non di più. L’eccesso rimarrebbe sottoterra, evitando di saturare il mercato, per essere estratto e venduto in futuro, ad un prezzo più alto. Certo, che il prezzo salga è una scommessa, ma in condizioni di scarsità di greggio a buon mercato e di insostituibilità del petrolio come combustibile per l’autotrazione, è una scommessa a basso rischio che avrebbe senso (economico) fare. Inoltre, secondo i picchisti “economisti”, il picco del petrolio non è conseguenza di un picco dell’offerta quanto di un picco della domanda, avvenuto nel periodo 2004-2006 (IEA, World Energy Outlook 2010 e 2011). Può dunque essere che, date le condizioni economiche, i maggiori produttori di petrolio mondiale *non vogliano* aumentare la produzione, più che *non possano*, semplicemente perchè non conviene.

Insomma, se è ormai condivisa l’idea che l’epoca del petrolio a basso prezzo è finita, non è per nulla scontato che resteremo a secco domani o dopodomani, o che ogni riduzione della produzione di petrolio implichi un crollo imminente della civiltà moderna come nei film di Mad Max.

Gli effetti sull’economia

Il petrolio è il motore dell’economia mondiale. L’economia mondiale dipende dal petrolio. Quante volte avete sentito queste frasi? Molte, certamente. La più importante conclusione dell’articolo di Nature è per certi versi molto simile:

Se la produzione di petrolio non può crescere, ciò implica che non può crescere neppure l’economia.

Gli autori fanno infatti notare che:

delle 11 recessioni verificatesi negli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale, 10, fra cui la più recente, sono state precedute da un balzo improvviso dei prezzi del petrolio. [..]

Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è salito dai 75 centesimi al litro del 2010 ai 95 centesimi al litro del 2011. E dato che negli Stati Uniti se ne consumano circa 1,4 miliardi di litri al giorno, il paese ha speso circa 280 milioni di dollari al giorno in più per acquistare benzina, lasciando meno denaro a disposizione per le spese discrezionali.

[L'Italia], malgrado un calo delle importazioni pari a 388.000 barili al giorno rispetto al 1999, spende oggi 55 miliardi di dollari all’anno per importare petrolio, rispetto ai 12 miliardi del 1999. La differenza è prossima al corrente deficit della bilancia commerciale.

Per definizione, una volta oltrepassato il picco, la produzione non può crescere. Il che significa, seguendo il ragionamento degli autori, che questa crisi non finirà mai, almeno non finchè continueremo ad affidarci al petrolio. Questa spiegazione della crisi economica attuale, nella sua spietata immediatezza, probabilmente piacerebbe a molti. Peccato che le cose non siano così semplici.

Il limite più evidente è infatti proprio l’assunto base di una relazione di causa-effetto tra l’alto prezzo del petrolio e la recessione economica perdurante. In altri termini, secondo gli autori, l’economia mondiale boccheggia perchè il mondo spende troppo in petrolio, di cui se ne trova sempre meno. Gli esempi sulle convulsioni economiche di USA e Italia sarebbero lì a confermarlo.

Se però invertissimo la relazione di causa-effetto tra prezzo del petrolio e recessione economica, ne verrebbe fuori una spiegazione opposta a quella proposta da Nature ma altrettanto plausibile: se l’economia non può crescere, ciò implica che non può crescere neppure la produzione di petrolio. Infatti, in un’economia boccheggiante non solo la domanda cala, e non ha dunque senso estrarre più petrolio, ma va anche considerato l’effetto della speculazione finanziaria, che causa l’aumento del costo del greggio, limitando ulteriormente domanda e produzione. Un recente rapporto dell’Università di Oxford identifica proprio nella speculazione la ragione dell’aumento del prezzo del barile nel 2007, all’epoca della crisi dei mutui sub-prime, quando il petrolio toccò i 147 dollari al barile. Tornando agli esempi di USA e Italia, infatti, è immediato osservare quanto il meccanismo logico-causale tra esaurimento del petrolio e recessione economica proposto su Nature sia zoppicante. Non è infatti chiaro perchè gli aumenti del prezzo di greggio e benzina colpiscano le economie di alcuni paesi ma altri no. La Germania, ad esempio, compra anche più petrolio dell’Italia e subisce gli stessi aumenti del prezzo del barile del nostro paese. Tuttavia, l’economia tedesca è in crescita robusta. Inoltre, anche la Cina continua la sua crescita economica, nonostante un deciso aumento dell’indice di motorizzazione del paese (tutte auto a benzina, esattamente come negli USA in recessione).

Insomma, se il problema della datazione del picco del petrolio è relativamente chiaro, gli effetti del picco sull’economia reale sono questione molto più complessa di quanto semplicisticamente concluso da Nature e da molti picchisti “geologi”. E’ infatti probabile che la relazione tra picco del petrolio e crisi economia sia una correlazione spuria. In altre parole, anche se il prezzo del greggio e la crescita economica risultano correlati, questo non implica che tra di essi esista necessariamente un legame di causa-effetto. Basta pensare al seguente esempio riportato da Wikipedia:

Rilevando anno dopo anno il numero di matrimoni e il numero di rondini in cielo, si può osservare ad esempio una forte correlazione tra i due fenomeni, il che non è dovuto al fatto che uno dei due influenza l’altro, ma semplicemente al fatto che in certi Paesi le rondini compaiono durante le loro migrazioni in primavera ed autunno che sono pure i periodi preferiti dalle coppie nello scegliere il giorno delle nozze.

Insomma, la correlazione tra il picco del petrolio e la crisi economica globale può facilmente derivare da una terza variabile in comune, in assenza di un meccanismo causale plausibile che metta in relazione energia ed economia.

Tirando le somme

Abbiamo raggiunto il picco nella produzione di petrolio? L’impennata del prezzo del petrolio è la causa della recessione economica in corso? Eravamo partiti da qui e siamo arrivati, in sintesi, a questo:

Sull’ammontare delle riserve di petrolio economicamente sfruttabili e sullo sfruttamento dei pozzi non esistono stime precise e condivise, in primis per la scarsa trasparenza in materia di molti dei più grandi paesi produttori, dove il petrolio è considerato una risorsa strategica. Tuttavia, l’idea che sia finita l’epoca del petrolio a basso prezzo è oramai condivisa da tutti, fatta eccezione per qualche raro ottimista. Insomma, l’era dei cento dollari al barile e degli alti costi di benzina e diesel è qui per restare.

Sugli effetti del picco del petrolio sull’economia invece esistono ben poche certezze. L’energia è materia complessa e l’economia lo è ancora di più. La correlazione tra il picco del petrolio e la crisi economica globale attualmente in corso può facilmente dipendere da una terza variabile in comune, da cui originano entrambe. Qual è questa variabile, allora? Bella domanda. L’articolo di Nature ha l’indubbio merito di portare all’attenzione del pubblico e dei legislatori il problema dell’esaurimento delle risorse energetiche finibili e i suoi effetti sull’economia. Tuttavia, volendo portare i vincoli fisici e ambientali dell’energia all’interno della discussione sulla recessione economica globale saranno necessarie argomentazioni ben più solide di un paio di esempi a dimostrazione.

Questo articolo è apparso su iMille-magazine, venerdì.

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  • ahbeh

    Negare il ruolo determinante dell’energia (del suo costo e della sua scarsità, specie in rapporto alla sovrappopolazione) nei paesi industrializzati perché ci sono solo “un paio di esempi a dimostrazione” è dire una falsità: ci sono sotto anche fior di teorie e funzioni economiche, non sono estrapolazioni statistiche basate su modelli discutibili che fanno la gioia di chi contesta il cambiamento climatico.

  • filoteo

    Bell’articolo, mi ha aiutato a chiarire le idee. Grazie.

  • Moreno

    L’alto costo delle materie prime ed energia nel 2007 ha fatto da detonatore per l’attuale crisi economica (sistemica).

    Con il perdurare di questo paradigma economico questa crisi non avrà mai fine, passeremo da una crisi all’altra.

    • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

      Gli elementi di analisi fin qui non supportano l’ipotesi di alcuna crisi sistemica.

      • Paolo

        No? quelli raccolti da lei forse…

        As any system approach would indicate, the crisis does not show up in a clear and visible way – instead, it will appear as a slow erosion of the capability to manage adequately an ever more complex and interdependent reality. It will take the form of a manifold of ecological, financial-economic and social crises http://www.klaasvanegmond.nl/cms/wp-content/images/futures.pdf

        alcune delle crisi in corso? scarsità di acqua potabile, cambiamento climatico, erosione del suolo, crisi agricola,“peak everything,” (il petrolio è solo la punta dell’ iceberg), deflazione, crisi politica, invecchiamento della popolazione, crisi finanziaria …se vuole i link o ne vuole altre…

        • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

          Se sono del livello di quello linkato, non m’interessano. Grazie lo stesso.

  • Ruggero Domenichini

    La definizione di picco del petrolio di wikipedia è diversa:
    “Peak oil is the point in time when the maximum rate of global petroleum extraction is reached, after which the rate of production enters terminal decline…… Peak oil is often confused with oil depletion; peak oil is the point of maximum production while depletion refers to a period of falling reserves and supply.”

    • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

      Ha ragione, la sintesi e’ brutale ma imprecisa. In altre sedi mi hanno fatto notare che una migliore definizione sarebbe: il picco del petrolio è definito come il momento in cui la produzione smette di crescere.

  • derlokmerlo

    Bellissimo articolo,

    il picco di hubbert l’ho studiato circa 6 anni fa corso di economia aziendale ambientale. Da quello che ricordo la discussione verteva sulla velocità di avvicinamento al picco ovvero come estraiamo petrolio? da dove ? quanto ce n’è? di che qualità è? ma soprattutto quanto costa estrarlo?, oggi in più come domande aggiungerei quanto sta calando la domanda di petrolio grazie anche alle legislazioni tipo ETS sempre più stringenti?

    Il petrolio si può addirittura estrarre dalle rocce, ma ha un costo elevatissimo per cui è vero che di petrolio ce n’è per i prossimi 70 anni ma estrarlo diventerà economicamente svantaggioso, con buona pace di quei paese che vivono solo di petrolio e che … qualcuno dice ci stanno già facendo la guerra (finanziata e speculativa) non c’è bisogno di gridare al Gomblotto ed alla dietrologia basti vedere l’asse iran-venezuela ad esempio.

  • devicerandom

    “La correlazione tra il picco del petrolio e la crisi economica globale attualmente in corso può facilmente dipendere da una terza variabile in comune, da cui originano entrambe. Qual è questa variabile, allora? Bella domanda”
    .
    Che correlation != causation si sa, ma se non si sa individuare la variabile terza, rasoio di Occam vorrebbe che si consideri per prima l’ipotesi più semplice (che esista una correlazione causale). Che evidenze ci sono contro tale ipotesi? Tu scrivi “E’ infatti probabile che la relazione tra picco del petrolio e crisi economia sia una correlazione spuria.” ma non mi dici perchè è probabile.
    .
    (nota bene: non ho un’opinione in nessuno dei due sensi, sto solo facendo una considerazione di metodo)

    • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

      L’ipotesi piu’ semplice e’ la causa-effetto, indubbiamente, ma come ho scritto nel testo e’ immediato notare che la relazione tra produzione di petrolio e economia proposta da Nature puo’ essere girata al contrario che la soluzione resta plausibile. La causalita’ degli esempi di Nature non regge, come scritto nel testo. Questo e’ il motivo per cui reputo probabile che tra produzione di petrolio e economica non vi sia causa-effetto ma correlazione. Quanto alla terza variabile, se esiste, sara’ argomento del prossimo articolo (suspence).

      • devicerandom

        L’ipotesi piu’ semplice e’ la causa-effetto, indubbiamente, ma come ho scritto nel testo e’ immediato notare che la relazione tra produzione di petrolio e economia proposta da Nature puo’ essere girata al contrario che la soluzione resta plausibile.
        .
        Certo, non ho specificato il senso della correlazione.
        Però non puoi dire che la correlazione non regge solo perchè non è globale. Tu scrivi:
        .
        è immediato osservare quanto il meccanismo logico-causale tra esaurimento del petrolio e recessione economica proposto su Nature sia zoppicante. Non è infatti chiaro perchè gli aumenti del prezzo di greggio e benzina colpiscano le economie di alcuni paesi ma altri no.
        .
        Questa è una fallacia logica: implica che l’effetto debba essere per forza omogeneo su tutti i paesi. Ma tu puoi avere (e anzi, è molto più probabile tu abbia) un impatto sull’economia che segue una distribuzione, e l’effetto complessivo diventa evidente solo quando vedi la media. In parole povere, se ho ben capito, stai dicendo che la correlazione non esiste in generale solo perchè dei singoli punti non la seguono -il che mi pare non corretto.

        • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

          L’effetto globale l’ha ipotizzato Nature, non io, dimostrandolo con un paio di esempi e bon. Ecco, partendo da un paio di controesempi si dimostra che l’effetto non e’ per nulla globale, se c’e’. Caduti gli esempi, l’ipotesi di Nature non si regge su niente. Il che non vuol dire che sia falsa, ovviamente, ma indimostrata.

      • Paolo

        intanto il rapporto che hai citato non afferma che è stata la speculazione la causa della crescita del prezzo nel 2007 anzi.
        inoltre la cina stà entrando in recessione (inflazione 50% anno, bolla immobiliare e altro) e la germania ci sta tornando proprio come noi e come gli USA (nel 2011 la media del prezzo al barile è stata la più alta mai registrata).

        “Infatti, in un’economia boccheggiante non solo la domanda cala” vero ma non sotto un certo limite, quello indispensabile. e a differenza che nelle crisi precedenti cala la domanda nei paesi industrializzati, ma è compensata dall’ aumento, indipendente dalla situazione economica, nei paesi in via di sviluppo, e interna nei paesi produttori.

  • Stefano Barazzetta

    Articolo interessante, però sull’impatto del peak oil sull’economia globale ha scritto anche il Fondo Monetario Internazionale, esprimendo serie preoccupazioni.

    Per esempio in questo report:
    http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2011/01/pdf/c3.pdf

    Qui una sintesi sommaria:
    http://oilshockhorrorprobe.blogspot.com/2011/04/imf-warns-of-oil-scarcity-and-end-of.html

    • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

      Ci mancherebbe che l’aumento del prezzo del petrolio non preoccupi l’economia globale. Personalmente condivido le preoccupazione del IMF: scarsita’ e alto prezzo del petrolio hanno sicuramente tutte le carte in regola per generare una crisi dell’economia globale. Questo pero’ non implica necessariamente che *questa* crisi sia originata dal prezzo del petrolio.

  • Paolo

    ti contraddici da solo:
    http://www.ilpost.it/filippozuliani/2011/11/30/economia-e-risorse-fisiche/
    scrivi di EROI sostenendo che per prime vengono sfruttate le risorse più semplici da estrarre e quindi più economicamente convenienti. perchè per il petrolio e per i paesi OPEC dovrebbe essere differente?

    “i maggiori paesi produttori potrebbero allora limitare l’estrazione del greggio, al fine di tenere stabile il prezzo di mercato, ma non di più.”
    certo che lo fanno (quelli OPEC, quelli non OPEC sono già oltre il picco). ma non è per quello che tengono segrete l’ ammontare delle riserve, ma perchè è sulla base dell’ ammontare di queste che l’ OPEC stabilisce le quote di produzione. quindi è vero che sono incerte, ma è probabile che siano sovrastimate e di un bel po.
    ” che ogni riduzione della produzione di petrolio implichi un crollo imminente della civiltà moderna come nei film di Mad Max.” stai scherzando vero? il 90% dei trasporti mondiali derivano dal petrolio, e come tu stesso dici per i trasporti è insostituibile. Basta uno scipero dei camionisti di un qualche giorno e… per darti un precedente storico: http://www.energybulletin.net/stories/2011-05-27/peak-oil-and-fall-soviet-union-lessons-20th-anniversary-collapse

  • Libero

    Lo sviluppo economico di questo secolo è stato reso possibile solo grazie alla gigantesca bolla di energia fossile contenuta nelle viscere della terra. Questa bolla ha ora raggiunto il suo massimo sviluppo ed è entrata in fase decrescente. I rendimenti decrescenti dell’energia fossile non sono un’opinione ma un dato scientifico inoppugnabile. L’Eroei del petrolio è infatti in fortissima diminuzione e l’energia netta disponibile è in irreversibile decrestita. I rendimenti decrescenti dell’energia fossile stanno incominciando a dispiegare i loro devastanti effetti innanzitutto sul sistema finanziario, che si basa proprio sull’aspettativa della disponibilità di un’infinita quantità di energia fossile a basso costo e sucessivamente sulle strutture portanti dell’economia mondiale globalizzata.Perciò, come avevano previsto gli economisti classici che anvano posto un limite alla crescita del capitalismo proprio nei rendimenti decrescenti del fattore Terra, la crisi dell’attuale sistema economico, basato sulla crescita indefinita, finora consentita dall’abbondante disponibilità di energia fossile a basso costo, è irreversibile e l’attività economica si avvia verso una spettacolare contrazione che destabilizzerà i sistemi politici e sociali del pianeta e avrà effetti devastanti sulle possibilità di sussistenza di gran parte della popolazione mondiale. Il 2013 sarà l’anno in cui incominceranno a manifestarsi i primi segni del collasso sistemico. Preparatevi allo spettacolo

    • Giak

      Purtroppo è la visione che mi convince di più …

  • piti

    Poi vediamo se gli yuppies fuori tempo massimo http://www.ilpost.it/2012/02/19/pascale-decrescita/
    che deridono con fare saccente l’idea di una necessaria decrescita(tutta da inventare per modalità, ma poco opinabile per necessità) si inventano qualcosa tipo che le loro idee sono giuste ma è il mondo, nella sua finitezza naturale, a essere sbagliato.

  • Stefano

    Tu dici: “Se però invertissimo la relazione di causa-effetto tra prezzo del petrolio e recessione economica, ne verrebbe fuori una spiegazione opposta a quella proposta da Nature ma altrettanto plausibile: se l’economia non può crescere, ciò implica che non può crescere neppure la produzione di petrolio.”

    Non ci credo che non sei a conoscenza di informazioni che provano che è “la terra a girare attorno al sole” e non il contrario!!
    Il “Rapporto sui limiti dello sviluppo” è ampiamente sufficiente per capire quale è la causa e quale è l’effetto tra crisi economica e crisi energetica.
    Aggiungo che il rapporto, dando una visione estremamente globale, risolve anche il tuo dubbio sull’esistenza di una “terza variabile”: ne esistono 5 di macro-variabili: popolazione, risorse naturali, agricoltura, capitale e inquinamento, tutte strettamente interconnesse in un sistema globale.

    Un sistema complesso ha bisogno di strumenti adeguati per essere studiato, come, ad esempio nel caso a te e a me vicino (sono ingegnere), il controllo dell’erogazione della coppia o del minimo in un’automobile non può essere fatto ad occhio, ma ha bisogno di tutta la rigorosità della teoria dei controlli, con adeguato modello del sistema, dai poli agli zeri, scelta del controllo, studio della stabilità del sistema retroazionato, studio della risposta al gradino, ecc…
    Bene, La dinamica dei sistemi dà i suoi buoni risultati e ci dice che in un mondo che evolve come il nostro, con risorse limitate come lo sono, con la popolazione in crescita esponenziale, con lo sfruttamento esponenziale delle risorse, tutto si risolve in un bel COLLASSO provocato dal picco delle risorse (vedi scenario 1, dove è palese il crollo del capitale appena dopo il flesso della curva delle risorse: http://pabitraspeaks.com/wp-content/uploads/2011/12/LTGScenario1.jpg )
    Quindi, appurato che il picco del petrolio è sopraggiunto (vedi il lavoro di ASPO come fonte), va da se interpretare il picco delle risorse come coincidente con il picco del petrolio, dato che questa risorsa, nonostante rappresenti solo 1/3 delle fonti primarie, copre il 90% della trazione e dei trasporti (come ha già detto anche un altro commentatore), ovvero l’intera economia.

    Ciao.

    • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

      Il “rapporto sui limiti dello sviluppo” e i lavori di ASPO sono lavori puramente “geologici”, che conosco e il cui punto di vista ho gia’ discusso nell’articolo. Ti suggerisco di integrarli col punto di vista degli “economisti”, che’ la terra e il sole sono osservabili fisiche ma l’economia no. Una buona fonte da cui iniziare e’ questa di Criqui, onde evitare di ripercorrere qui sul Post 15 anni di dibattito sullo sfruttamento delle risorse naturali finibili. Buona lettura.

      • Stefano

        Il “rapporto sui limiti dello sviluppo” è ben lontano dall’essere un lavoro puramente geologico. Di geologia non ha praticamente nulla se non i dati stimati delle risorse come input.

        Riguardo gli economisti, mi sembra che abbiano le idee un po’ confuse: riconoscono il picco, ma nanche no!
        Fanno un po’ di fumo cercando di posporlo, ma con previsioni poco credibili di 3 – 3.3 Tera barrel di risorse totali (fantastica la zeppa dell’IEA “Fields yet to be found”)
        Mettono avanti che la domanda modella la curva di produzione e non solo l’offerta oppure parlano di plateau ondulato… non mi sembra che i geologi neghino tali aspetti.
        Un arrampicarsi sugli specchi inutile. L’economia non ha gli strumenti per modellare un mondo in contrazione semplicemente perchè le leggi ed i principi economici riconosciuti non sono più applicabili. E’ come cercare di studiare l’infinitamente piccolo con la meccanica classica: non puoi e basta, pena ottenere sistematicamente risultati non rispondenti alla realtà.

        Tornando alla causa-effetto tra crisi economica e crisi energetica, la pongo in questo modo: una spiegazione che antepone la crisi energetica alla situazione di crisi generale che stiamo vivendo c’è ed è stata proposta ben prima che la crisi attuale ci investisse… una spiegazione della crisi economica a partire dagli indicatori economici non solo non c’è, ma non era neanche stata preconizzata.

        • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

          Mettono avanti che la domanda modella la curva di produzione e non solo l’offerta oppure parlano di plateau ondulato… non mi sembra che i geologi neghino tali aspetti.
          Li negano, invece. Secondo i “geologi” la produzione e’ sempre massimale. E, una volta superato il picco, non parlano di plateau della produzione come gli “economisti” ma di discesa ripida (curva di Bell).

          L’economia non ha gli strumenti per modellare un mondo in contrazione semplicemente perchè le leggi ed i principi economici riconosciuti non sono più applicabili.
          Non e’ esatto. Far rientrare l’efficenza energetica e i limiti delle risorse, con possibili shock dal lato della produzione, è un problema teorico risolto da anni in modo soddisfacente da qualsiasi modello economico decente. Ti suggerisco di consultare un po’ di letteratura sulle funzioni di produzione per rendertene conto. Intendiamoci, questo non vuol dire che una crisi energetica globale non possa originare una crisi economica globale ne’ che una crisi energetica globale sia impossibile. Vuol dire che di connessioni causali tra *questa* crisi economica – che’ mica le crisi economiche sono tutte uguali – e l’energia non se ne sono ancora viste. Quelle di Nature non reggono.

          • ahbeh

            La domanda della Cina, per fare un esempio palese, è un fattore di aumento del prezzo dell’energia. Non è intelligente ragionare a bocce ferme di fronte a sistemi in equilibrio dinamico quali sono i modelli economici. Che la crisi energetica sia collegata a molteplici variabili, e dunque non possa essere identificata come causa esclusiva in relazione univoca con cicli recessivi, è passatempo di chi vuole utilizzare approcci meccanicistici a problematiche che non accettano semplificazioni: è il metodo che si sta criticando, qui, non i risultati del metodo scelto appositamente perché idoneo per dimostrare quel che si vuole dimostrare, ovvero che il petrolio non è la causa di *questa* crisi. Il petrolio è una delle tante variabili che esprimono la crisi concorrendo a effetti farfalla moltiplicativi. Logico che c’è anche un discorso sulla finanza pubblica che ha spesato crescite pompate di consumi e investimenti improduttivi, ma il tutto rientra in uno schema che presuppone l’energia come risorsa non vincolata da penuria. Cosa che non è, e negarne l’evidenza in ossequio alla teoria dell’ottimismo non è solo futile ma da irresponsabili. Poi, oltre a energia e politiche economiche keynesiane, c’è anche il discorso della popolazione, quello dell’apertura del commercio internazionale, quello del know how, dei brevetti, dei paesi emergenti che beneficiano di gap tecnologici. Logico che è assurdo dire che una crisi economica è dovuta *solo* al petrolio, ma è altrettanto assurdo dire che il petrolio non ha alcuna parte in causa, è una variabile esogena.

          • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

            Concordo con te. Ma nessuno qui ha mai sostenuto che il petrolio sia una variabile esogena. Che il limite della produzione di petrolio sia la causa della crisi attuale per cui l’economia non cresce (quello che tu dici essere “assurdo”) l’ha invece sostenuto Nature.

          • Stefano

            >Secondo i “geologi” la produzione e’ sempre massimale.
            >E,una volta superato il picco, non parlano di plateau
            >della produzione come gli “economisti” ma di discesa ripida…

            Laherrère parla di plateau ondulato dal 2001. Non trovo il riferimento diretto, ma può bastare il convegno ASPO 5 proprio in Italia a S. Rossore nel 2006 ben prima della crisi:
            http://aspofrance.viabloga.com/files/JL-ASPO%205-long.pdf
            a pag. 57 riferito tra l’altro alla figura che è riportata da Criqui nello studio indicato da te.
            In più a pag. 59 viene ripetuto con più dettaglio il caso di “bumpy plateau” e viene presentata la previsione di produzione con 3 Tb finali, mentre nello studio di Criqui la previsione del CERA (fig 6) viene confrontata (in malafede) con ASPO con produzione finale a 2
            Tb

            Questo non significa che gli economisti non capiscono nulla. Seguo le sorti energetiche/economiche mondiali da quando mi sono imbattuto nel lontano 2006 in “La vie après le pétrole” di Jean-Luc Wingert. Semplicemente ho potuto constatare, ormai a posteriori rispetto a quegli anni, che gli economisti brancolano nel buio nella previsione e nella spiegazione della crisi, mentre i picchisti hanno previsto tutto con una precisione sconcertante.

          • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

            I lavori dei picchisti “geologi” indicati da te prevedono l’andamento della produzione. Nessuno mette in discussione il picco, nemmeno tra gli “economisti”, a parte qualche raro ottimista. Tuttavia gli effetti del picco sull’economia sono una cosa diversa dai limiti di produzione.

  • Paolo

    la Goldman Sachs, notoriamente picchista “geologa”: petrolio a 75 dollari, crisi dei sub prime, petrolio a 100 dollari, fallimento Bear Sterns, petrolio 147 dollari, fallimento Lehman Brothers, con ognuno degli eventi limitando la ripresa in un modo o nell’ altro. Lo sviluppo macroeconomico è stato dominato da due temi ricorrent: La crisi finanziaria e la crisi energetica. ma mentre la crisi finanziaria è stata riconosciuta la crisi energetica non lo è stata….il problema sul fronte energetico è che l’ utilizzazione della capacità produttiva ha raggiunto il 100%. Da notare che anche con una delle peggiori recessioni dagli anni 30 l’ utilizzazione della capacità produttiva di petrolio è attorno al 95%
    ….La chiave è che la domanda OECD deve calare per pareggiare la crescita nei BRIC

    tutta roba GS, ho solo tradotto…poi sarà una coincidenza che a nuovi balzi del prezzo (non solo del petrolio ma di tutte le materie prime) consegue un nuovo rallentamento…ed è sempre una coincidenza che di due crisi contemporanee che si alimentano a vicenda se ne percepisce una sola….

    • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

      a) Le ragioni di Goldman Sachs mi sembrano fallaci quanto quelle di Nature. Perche’ Bear Sterns e non, chesso’, Unicredit? Forse Bear Sterns era esposta a investimento petroliferi o derivati da esso e Unicredit no? Boh. E perche’ le banche d’investimento e non, chesso’, FIAT? Boh.
      b) la crisi dei sub-prime per Goldman Sachs fu dunque causata dal petrolio? Interessate prospettiva.
      c) Il parallelo con la capacita’ produttiva petrolifera mi sembra anch’esso zoppicante. Negli anni 30 usavamo il petrolio per tutto, oggi e’ limitatto all’autotrazione. L’elettricita’ si fa oggi principalmente con carbone e gas, le cui riserve non destano particolari preoccupazioni, e molti paesi hanno anche nucleare e/o rinnovabili.
      d) il fatto che oggi non abbiamo una crisi energetica riconosciuta, a meno che non si dimostri altrimenti, vuol dire che non c’e’. Non l’opposto.
      e) che ci sia correlazione tra energia e economia e’ quello che ho scritto nel post. Causa-effetto e’ una cosa diversa.
      f) non ho capito i motivi della vena sarcastica nella risposta.

  • Libero

    L’occidente è in evidente crisi da sovraproduzione o forse più correttamente da sovraaccumulazione (Arrighi, Adam Smith a Pechino). L’unica maniera di far andare avanti l’economia occidentale è stata quindi quella di favorire espansione smisurata dell’indebitamento privato nonchè un’iperfinanziarizzazione visto che oramai l’economia reale non permetteva profitti paragonabili a quelli della speculazione finanziaria.
    I rendimenti decrescenti del petrolio (e quindi i suoi costi crescenti) hanno semplicemente messo fine al gioco, per sempre. Nei paesi emergenti invece che sono in piena accumulazione capitalistica i prezzi crescenti dell’energia non costituiscono ancora un freno alla crescita economica perche il costo dell’altro fattore produttivo, il lavoro, e il costo dello stato sociale non hanno ancora raggiunto i loro asintoti (Wallerstein) e pertanto permettono ancora una crescita sostenuta. Tra qualche anno anche loro si fermeranno anche perchè tra qualche anno i costi del petrolio saranno veramente proibitivi.

  • lele

    di petrolio nei pozzi ce nè ancora, vi faccio un esempio quando si imbottiglia olio di oliva, con il passare del tempo la parte più densa va verso il basso e la parte più leggera va verso l’alto.Ora la parte più leggera e a basso costo è già stata estratta ed esaurita nel 1993.Già da 10 anni si sta estraendo petrolio sempre più pesante, ciò implica una rapporto costi-produzione-distribuzione sempre più alti, inoltre servono raffinerie di nuova generazione in quanto quelle attuali sul pianeta non sono in grado di raffinare a basso costo un petrolio così viscoso.La domanda con i paesi in via di sviluppi aumenterà e il sistema così come è strutturato è destinato a collassare in un decenneio. Informatevi bene prima di parlare