Filippo Facci http://www.ilpost.it/filippofacci Giornalista e scrittore, lavora a Libero, ha collaborato con il Foglio, il Riformista e Grazia. È autore di "Di Pietro, La storia vera" Sun, 19 Feb 2012 08:00:49 +0000 en hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.1.1 Perché finì – davvero – Mani Pulite http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/02/19/perche-fini-%e2%80%93-davvero-%e2%80%93-mani-pulite/ http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/02/19/perche-fini-%e2%80%93-davvero-%e2%80%93-mani-pulite/#comments Sun, 19 Feb 2012 08:00:49 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/filippofacci/?p=647 Continua...]]]> Sono in pochi ad avere il coraggio di dire la verità (tutta) circa la fine di Mani pulite: perché è una verità che non serve a nessuno. Non serve a quei manettari professionali che hanno sempre bisogno di prefigurare un’elite disonesta e vessatoria (in genere politica) che a loro dire lucra su una maggioranza onesta e vessata, ciò che un tempo avrebbero chiamato società civile. Non serve ai partiti d’ampio respiro che vorrebbero rappresentare grandi fasce di popolazione: troppo estese per poter rivedicare moralità e moralismi come precetti-cardine. Non conviene alla magistratura più militante, tantomeno conviene a quell’informazione che sullo sfondo della contrapposizione casta/cittadini si illude di raschiare eternamente copie e ascolti.

Sicché circolano scampoli di verità. Mani pulite finì perché Antonio Di Pietro si dimise alla fine del 1994: il neogoverno berlusconiano gli sventolò un’ispezione ministeriale davanti al naso e poi, un secondo dopo che si era dimesso, la richiuse; Di Pietro ammise pubblicamente di essere rimasto condizionato dall’ispezione – se non ricattato – talché si dimise dopo averne saputo la chiusura, e però intanto continuò a spiegare al mondo che non aveva niente da nascondere. Un sostanziale baratto, un affare in cui ciascuno pensava di fottere l’altro: da una parte perché Di Pietro da nascondere aveva un sacco di cose (tutte nero su bianco nella sentenza del Tribunale di Brescia n.65/1997 del 29.1.1997, dove si spiega che certi suoi comportamenti gli avrebbero fruttato perlomeno dei provvedimenti disciplinari) e dall’altra perché le sue ambizioni politiche erano stagliate da un pezzo, e lo si è visto. E perché? Perché «Mani pulite è finita, i tempi sono cambiati, non c’è più acqua nel mulino delle indagini, voglio scendere da cavallo prima di essere disarcionato»: così aveva confidato al gip Italo Ghitti nell’aprile precedente. Senza un certo clima, poi, Di Pietro valeva poco: e lo dimostra quando accadde al Pool dopo l’abbandono. Pm come Paolo Ielo ed Elio Ramondini tentarono di riesumare, concludere, archiviare o smistare procedimenti che erano stati l’architrave di Mani pulite: ma che erano rimasti un po’ così, sospesi in quella fase preliminare dominata dagli interrogatori di Di Pietro, che in definitiva aveva portato sino in fondo solo il processo-vetrina a Sergio Cusani e il processo Enimont che ne era il clone: istruttorie semplici perché fondate perlopiù su confessioni. Ramondini e Ielo ebbero l’ingrato compito di raccappezzarsi nelle montagne di faldoni di cui soltanto Di Pietro conosceva una logica che spesso non c’era. Ramondini scoprì che montagne di atti sulla Fiat erano preclusi alle procure di mezz’Italia. Ielo perdette mesi per riordinare le carte dei filoni Pci-Pds, e quei pochi processi che si sono conclusi si devono a lui. La vecchia guardia del Pool, invece, puntava su Berlusconi: e questo convinceva pochissimo una larghissima fetta di Paese. Lo scenario era stava cambiando. Prima c’era Di Pietro che martellava, mentre agli altri pm, come dirà Francesco Greco, «competeva un lavoro di ricostruzione successivo agli interrogatori… ma la situazione si è modificata nel corso del 1994 quando le collaborazioni diminuirono fino a cessare. Fu lo stesso Di Pietro a dire che non arrivava più acqua al suo mulino, la tecnica investigativa cambiò».

L’acqua, a dirla tutta, arrivava al mulino direttamente dal carcere. Era il carcere, irrogato o temuto, che stimolava le collaborazioni. Era il carcere, coi suoi effetti, che era venuto a mancare durante quel cambio di stagione che Tonino aveva subodorato. È quasi divertente come i colleghi Barbacetto e Gomez e Travaglio, nel loro tomo «Mani pulite», appena rinfrescato, cerchino di dissimulare questa verità elementare: «Fin dai primi interrogatori, per una fortunata e forse irripetibile somma di abilità investigative, situazioni psicologiche e condizioni politiche, economiche e ambientali, i magistrati si trovano davanti persone che presto o tardi finiscono per confessare». Cioè: confessavano perché erano in galera e volevano uscire. Confessavano perché non volevano finirci, bene che andasse. Erano quelle le «situazioni psicologiche»: le altre, «politiche, economiche e ambientali», fecero parte del contesto «irripetibile» che permise un uso spropositato delle manette. La prassi di Mani pulite, sin dall’inizio, aveva ipotizzato reati i più gravi possibili così da giustificare ogni volta la carcerazione preventiva: questo anche per violazioni di tipo amministrativo come il noto finanziamento illecito dei partiti. Per capirlo, in fondo, è sufficiente guardare quanti dei 1230 condannati di Mani pulite abbiano subito delle carcerazioni preventive a dispetto di pene poi risultate inferiori ai due anni, condanne ossia a cosiddette pene sospese, con la condizionale: quasi tutti. È noto: effettive condanne al carcere, alla fine di Mani pulite, praticamente non ce ne sono state. Eppure la regola è sempre stata chiara: tizio, se è presumibile che sarà condannato a meno di due anni, in carcere preventivo, non ce lo dovresti mettere; certo, la regola implica una capacità «prognostica» – direbbe un tecnico – di prevedere a quanti anni Tizio sarà probabilmente condannato: tra i compiti del magistrato c’è anche il cercare di presumerlo. Diciamo che il Pool ha sempre presunto molto male. Di Pietro ne era maestro da sempre: sparare reati incredibili e sbattere dentro perché tanto, per derubricare un reato, c’era sempre tempo.

Il clima manettaro che aveva permesso ogni cosa, dalla fine del 1994 e con le dimissioni di Di Pietro, scomparve. Dall’altra parte, bene o male, c’era una classe politica rinnovata e legittimata, non è che il Pool avrebbe potuto respingere a vita tutte le norme del Parlamento. Dall’estate 1994, oltretutto, molti indagati dell’inchiesta sulle Fiamme Gialle (e su Berlusconi) non avevano collaborato neppure se carcerati: perché erano militari, forse, o perché non vollero e basta. Capitò anche con la Fininvest: del resto collaborare, assecondare l’accusa, non è obbligatorio. Dirsi innocenti, o crederlo, o addirittura esserlo, è ancora possibile, è lecito: e non per questo si marcisce dentro, nei paesi civili. Nei paesi civili si va in galera dopo una condanna, non prima. E si attende il processo con la prospettiva di finirci, non di uscirne. Da qui la svolta spiegata dal pm Francesco Greco: «Dopo le dimissioni di Di Pietro cominciammo a lavorare prevalentemente su documenti e con altre tecniche, quali intercettazioni telefoniche ed ambientali, in precedenza trascurate in quanto non necessarie». Non necessarie perché c’era il carcere. Ora, invece, potevano e dovevano ricominciare a lavorare come dei magistrati normali.

Ma questi sono scampoli di verità, come detto. La verità tutta, per dirla male, anzi malissimo, è che troppa gente rimase insospettita dal mancato coinvolgimento dei vertici del Pci e viceversa dalla pervicacia con cui si puntava su Berlusconi. Ma detta un po’ meglio, il vero problema non fu la serpeggiante impressione che Mani pulite fosse ormai agli sgoccioli: stanca, talvolta astratta, con tutti quei cronisti che ciondolavano per i corridoi facendosi domande sul proprio futuro. Altri colpi di scena, del resto, non sarebbero mancati. Il problema, come il Pool non comprese per forma mentis, fu che l’inesorabile fine di una stagione non potè non coincidere con l’indagine sulla Guardia di Finanza.

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Le mitiche tangenti rosse http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/02/18/le-mitiche-tangenti-rosse/ http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/02/18/le-mitiche-tangenti-rosse/#comments Sat, 18 Feb 2012 09:05:32 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/filippofacci/?p=630 Continua...]]]> Eccoci al famigerato Pci-Pds «salvato» dalla magistratura. In un guscio di noce, la presente tesi è che il partito fu in minima parte salvato e in massima parte si salvò e basta. Ma va spiegato bene perché.

Vediamo anzitutto come andarono le cose. Il 1° marzo 1993, in teoria, anche il Pds nazionale era entrato seriamente in Tangentopoli: si era fatto vivo tal Primo Greganti, un ex funzionario comunista di Torino sospettato d’aver raccolto una tangente di 621 milioni per il Pds e di averla nascosta in un conto svizzero chiamato Gabbietta. Sarà la prima di una serie di contestazioni inutili: Greganti si chiuderà in un silenzio eroico e inusuale dicendo in pratica di aver preso i soldi per sé e non per il partito, ossia il contrario di quanto sosteneva il politico medio. L’ex segretario amministrativo del Pds, Marcello Stefanini, sarà inquisito lo stesso: ma la sua morte prematura coinciderà con quella di molti filoni sui finanziamenti al Pds, come non era accaduto per il Psi con la morte del segretario amministrativo Vincenzo Balzamo.

Dirà Greganti: «Quando ho incontrato Di Pietro, e ho scoperto che aveva mandato i poliziotti ad arrestarmi a casa prima dell’alba, non ho avuto più dubbi. Mi voleva catturare nel sonno. Solo che io non c’ero. Avevo dormito fuori. Dove abito io c’era mezzo metro di neve. E i poliziotti sono rimasti pure impantanati. Io e Di Pietro avevamo un appuntamento, era da quindici giorni che gli chiedevo di ricevermi. Finalmente ci accordiamo per le 11 al Palazzo di Giustizia e lui che fa? Mi manda i poliziotti alle quattro del mattino a casa per arrestarmi. Hai capito che metodi?»

Il Pool di Milano intanto si era allargato: nella primavera del 1993 era arrivato il trentaduenne Paolo Ielo e Di Pietro avrebbe gradito anche l’inserimento del pm Gemma Gualdi, sua amica da molti anni, ma Borrelli le preferì infine un’altra collega, Tiziana Parenti, subito destinata al filone delle cosiddette «tangenti rosse». Le incomprensioni e i problemi caratteriali ebbero la meglio praticamente da subito, sia per il temperamento particolarmente orgoglioso di lei sia perché Di Pietro, come diceva Ielo, «vuole fare il prete, il sacrestano e anche il chierichetto». Ha raccontato il pidiessino Giovanni Pellegrino: «All’inizio D’Alema era convinto che Violante, con la sua influenza nella magistratura, potesse proteggerci sufficientemente dall’azione dei giudici. Poi Tiziana Parenti cominciò a prendere di mira le fonti finanziarie del Pci-Pds e del sistema di imprese che ruotavano intorno al partito, arrestando Renato Pollini, che del Pci era stato l’ultimo tesoriere. In tal modo la situazione si fece pesante anche per il Pds».

Nella primissima fase di Mani pulite il Pds non venne per nulla risparmiato. Le indagini rasero al suolo la federazione milanese (consiglieri, assessori, segretari) e i pidiessini non mancarono di lamentarsi: anche se, al solito, tra mille distinguo. «Dopo i primi arresti» ha raccontato Gianfranco Maris, legale del segretario cittadino del Pds Roberto Cappellini, «il mio cliente mi disse che aveva preso anche lui dei soldi. Chiesi a Di Pietro di sentirlo, ma rifiutò». Racconterà Cappellini: «Me lo ricordo, Di Pietro, subito dopo l’arresto. Era scatenato, urlava: “Parla, perché se no non esci più”». Il filone rosso parve decollare quando il manager Lorenzo Panzavolta raccontò che a Tangentopoli già scoppiata aveva versato altri 621 milioni al Pds sempre a mezzo Greganti: di lì in poi le chiamate in correità cominciarono a piovere da tutte le parti, e parlarono gli imprenditori Bruno Binasco, Giuseppe Squillaci, Paolo Pizzarotti oltre al solito Maurizio Prada e all’ex tesoriere milanese Luigi Mijno Carnevale. Quest’ultimo, a pagina tre del suo verbale d’interrogatorio, chiamò in causa molto chiaramente «Occhetto e D’Alema, naturalmente d’accordo con la segretaria amministrativa diretta dall’onorevole Stefanini». Arrestarono anche Marco Fredda, il responsabile immobiliare del Pds. Ma le voci su avvisi di garanzia per Occhetto e D’Alema rimasero tali. Il dissidio definitivo sarà del 24 agosto, quando Tiziana Parenti decise di inviare un’informazione di garanzia al segretario amministrativo del Pds Marcello Stefanini senza neppure avvertire i colleghi: le iscrizioni, sino ad allora, le aveva sempre vergate personalmente Di Pietro. Marcello Stefanini era un senatore, e questo significava avere un solo mese di tempo per motivare la richiesta di autorizzazione a procedere: il Pool temeva che la collega non avesse abbastanza elementi per poterla ottenere. E mentre i vertici della Quercia denunciavano una «strategia della tensione», ecco che il procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio, che di solito non muoveva un dito, condusse una sua personale indagine non per incolpare bensì per scagionare Primo Greganti: si era collegato con l’anagrafe tributaria e aveva concluso che neanche una lira era giunta al Pds. Il 29 ottobre 1991, nel giorno in cui Greganti prelevava una consistente somma a Lugano – spiegò – lo stesso firmava anche il rogito per comprare una casa, ecco dunque a prova che quei soldi non erano finiti a Botteghe Oscure. Il caso era chiuso, anzi no: il gip Ghitti avrebbe voluto vederci chiaro e dapprima negò l’archiviazione. Non credeva – senza malizia: nessuno ci aveva mai creduto – alla storia del Greganti millantatore. Ma perse la battaglia. Tra pubbliche litigate e qualche chiacchierata di troppo coi giornalisti, in autunno l’inchiesta verrà ufficialmente tolta a Tiziana Parenti in quanto «non allineata con la procura» dirà Gerardo D’Ambrosio prima di aggiungere: «Questo non è il processo al Pds, ma a Greganti e Stefanini». D’Ambrosio è lo stesso personaggio che nel maggio precedente aveva dichiarato all’«Unità»: «Mani pulite è finita … nel senso che ciò che doveva emergere nel filone politico-affaristico è venuto fuori». Sul settimanale «L’Europeo» era stato ancora più chiaro: «Lo scenario è nitido, Dc e Psi si finanziavano attraverso meccanismi illeciti … c’è stata la fase dello stragismo … poi è venuta l’epoca della corruzione». D’Ambrosio, anni dopo, una volta lasciata la magistratura, si candiderà come senatore nel Pds, frattanto divenuto Ds.

Se Primo Greganti rappresentava una domanda, ogni risposta giunse comunque tardiva e seppellita da formidabili solidarietà ambientali. Greganti divenne un vero personaggio in un mondo dove un barbuto presidente di una coop, già di suo, appariva mediaticamente meno intrigante di un cassiere socialista in crociera a Bora Bora, dome Silvano Larini. Ma diversi, più che gli uomini, erano i metodi: lo era un sistema di finanziamento illecito più difficile da individuare, lo erano elargizioni dall’Urss e commesse dall’Est che in buona parte rientravano nei reati amnistiabili; ma diversa, in quel 1993, fu soprattutto la gestione di Mani pulite da parte di una magistratura che sceglieva gli obiettivi a seconda delle possibilità del momento. Quando il Pool si mosse, insomma, la stampa già pensava ad altro. Le carte che dimostravano come il Pds si finanziò in maniera illecita diventavano migliaia in tutto lo Stivale, e da altrettante sentenze si evinceva tuttavia che nel Pci-Pds, più che per altri partiti, la raccolta di fondi risultava periferizzata, parcellizzata e soprattutto spersonalizzata. I nomi dei percettori finali non comparivano quasi mai.

Il Pds poteva contare sul mitico sistema cooperativo, ma casi moralmente riprovevoli come quelli emersi in Campania (commistioni coop-camorra nell’aggiudicazione degli appalti) non fecero notizia più di tanto, mentre non si poteva negare che una scelta oculata di uomini di fiducia, cui intestare interi patrimoni immobiliari, fu premiata da comportamenti processuali poco solleticabili dal carcere. Il magistrato Francesco Misiani la mise così: «So perfettamente che se avessi insistito, forse, prima o poi, sarei riuscito a dimostrare in un’aula di tribunale che il Pci non era estraneo al circuito di finanziamento illecito … non lo feci, consapevole anche del fatto che la resistenza anche a lunghi periodi di detenzione, dimostrata dagli indagati, forniva anche un ineccepibile dato formale in grado di chiudere le inchieste». Questo mentre Italo Ghitti, il gip di Mani pulite, in un’intervista rilasciata nel 2002 al «Corriere della Sera», ammetteva che il Pds aveva un apparato di finanziamento illecito non meno vorace: «La storia di Mani pulite non ha esaurito e non esaurisce la storia: qualcuno si sarà anche potuto salvare da accuse di corruzione, ma magari ha dovuto lasciare la sede di partito, vendere il giornale, chiudere l’azienda … il tempo ha evidenziato come, al di là dei fatti penalmente rilevanti, vi fossero realtà che adottavano praticamente lo stesso metodo dei partiti più coinvolti».

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Vent’anni e sentirli http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/02/17/ventanni-e-sentirli/ http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/02/17/ventanni-e-sentirli/#comments Fri, 17 Feb 2012 10:25:33 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/filippofacci/?p=624 Continua...]]]> Tutto parte e riporta lì, sempre a Mani Pulite, genesi di una seconda Repubblica mai nata e già vecchia: è il nostro Prima e Dopo Cristo, è l’incubatrice di un presente politico eternamente incerto tra ieri e domani. Agli spauracchi genere «non è cambiato niente» si è progressivamente sostituita una consapevolezza terrificante: è cambiato tutto, nel senso che la politica di allora oggi appare superiore anche perché diversi erano i curriculum, le professionalità, le investiture dal basso: roba che oggi ha ceduto il passo alla nomina di uno bravo ogni venti amici e parenti e servi. Avevi i voti o non li avevi: non c’erano carfagne e non c’era merito di guerra che potesse bastare.

Nostalgia? Per niente. Nulla giustifica come il finanziamento illegale della politica, un tempo fisiologico e necessario, fosse degenerato a Milano come nel resto del Paese. Nella capitale morale ogni appalto doveva sovvenzionare la politica in quote prestabilite (tot alla Dc, tot al Psi, tot al Pci eccetera, secondo il consenso acquisito) e le imprese a loro volta potevano prestabilire i vincitori delle gare in barba al libero mercato, formando così un «cartello» che escludeva altra concorrenza e falsava i costi. Maggioranze e opposizioni conducevano un gioco delle parti che dietro le quinte diveniva complicità e spartizione degli affari: a Milano accadeva che per determinati appalti ci fosse un cassiere unico che poi ridistribuiva agli altri partiti, Pci compreso. Il sistema era talmente oliato da rendere praticamente impossibile comprendere chi, tra imprese e partiti, avesse il coltello dalla parte del manico. Gli imprenditori si definiranno come ricattati dai politici, i politici come assediati da imprenditori ansiosi di offrire: in concreto «era un sistema», come disse Bettino Craxi, o quantomeno una «dazione ambientale», come la descrisse Di Pietro: ispirato, in realtà, da un altro magistrato che si chiamava Antonio Lombardi. Era un sistema malato di elefantiasi e degenerato negli effetti pratici ed economici: più costose e durature erano le opere e più grande era la torta da spartire, il mercato era sfalsato e così pure la selezione delle offerte migliori e più convenienti. Tutto questo, naturalmente, in linea di massima: fioccavano le eccezioni e le isole felici, mentre le degenerazioni e un senso del limite si tenevano la mano in un Paese che in qualche modo tirava avanti. Grazie al debito pubblico? I numeri, ormai, hanno smentito anche questo. Dal 1946 al 1992, la Prima Repubblica ha accumulato un debito pubblico pari a circa 6-700 miliardi di euro: il restante – ossia i 1300 miliardi di euro che hanno portato il debito pubblico italiano alle cifre odierne – lo ha fatto la Seconda Repubblica dei vari governi Berlusconi, Amato, Ciampi, D’Alema e Prodi; la Prima Repubblica accumulava una media giornaliera di 47,5 milioni di euro di debito al giorno, la Seconda è arrivata a oltre 200 milioni di euro al giorno, quasi quintuplicando la cifra. Oscar Giannino, un collega quantomeno rigoroso, ha raffrontato i governi di centrodestra e centrosinistra sulla base dei dati della Banca d’Italia: il record di debito pubblico sono stati i 330 milioni al giorno del primo governo Berlusconi, che nell’ultimo governo è sceso a 207 milioni.

Perfetto, ma perché Mani pulite nacque proprio allora? Qui in genere si scontrano versioni improbabili e micro – la favoletta del magistrato onesto che smaschera i corrotti – e altre non meno improbabili e complottarde e legate a scenari internazionali. Tra Montenero di Bisaccia e Washington, non manca chi sostenga che l’inchiesta avrebbe potuto nascere in ogni momento dal Dopoguerra in poi, anche se è vero che alla fine degli anni Novanta certe disinvolture avevano superato ogni limite e così pure la tolleranza di una popolazione in progressiva crisi economica.

Noi voliamo basso. È inutile ricostruire e contestualizzare tutti gli scenari che indubbiamente, più che dare origine all’inchiesta, da un certo punto poi non ne impedirono la nascita come in passato sarebbe probabilmente accaduto, anzi, come probabilmente avvenne. Si possono tuttavia menzionare pochi accadimenti chiave che prepararono il terreno.

Uno, nell’aprile 1990, fu l’amnistia che contemplava vari reati compiuti sino al 24 ottobre 1989, e tra questi il finanziamento illecito ai partiti. La demarcazione si rivelerà essenziale per giustificare l’impunità di alcune parti politiche e soprattutto per depenalizzare ogni finanziamento illecito versato al Pci dall’Unione Sovietica. Dall’ottobre 1989 al marzo 1992 non passarono che una trentina di mesi: l’intero sconvolgimento del sistema politico italiano è stato realizzato in quel periodo.

Dirompente, nel tardo 1989, fu poi l’entrata in vigore del nuovo Codice di procedura penale Vassalli-Pisapia. Esso si proponeva, nelle intenzioni, pari dignità giuridica tra accusa e difesa, custodia cautelare come extrema ratio , segretezza delle indagini, pubblicità del processo e, soprattutto, prova che doveva formarsi rigorosamente in aula. Il totale stravolgimento delle velleità del nuovo Codice, con la complicità della classe politica e il palese dolo della magistratura, sarà una chiave di volta della prima e fondamentale parte di Mani pulite. Molti magistrati nei primi anni Novanta lanciavano grida d’allarme contro un nuovo Codice che paventavano come troppo garantista.

Il procuratore generale della Cassazione Vittorio Sgroi, all’inaugurazione dell’anno giudiziario 1992, definì le nuove norme addirittura «ipergarantiste» e lo stesso facevano i cronisti. Il professor Giandomenico Pisapia, presidente della commissione per la riforma del codice di procedura penale, intervistato dallo scrivente nel 1992, la mise così: «È il processo che è pubblico, non le indagini. Il nuovo Codice vieta la divulgazione di atti che sono in gran parte segreti: il segreto delle indagini c’è e serve a tutelare sia le indagini sia l’indagato che naturalmente teme che la divulgazione di notizie anticipate possa pregiudicare la sua immagine, immagine che una volta guastata non può essere ripristinata nemmeno in caso di assoluzione».

L’allora vicepresidente del Csm Giovanni Galloni, sempre nel 1992, aggiunse: «La stampa deve intervenire solo a conclusione delle indagini, e l’avviso di garanzia deve essere protetto da segreto istruttorio ». Sembra fantascienza.

- Il referendum sulla preferenza unica proposto da Mario Segni simboleggiò poi come anche Bettino Craxi, che invitò bonariamente gli elettori a disertare le urne, non avesse polso di quanto andava montando. Alle urne si recò il 65 per cento degli italiani e il referendum passò con il 95,6 per cento di sì. Il voto celava null’altro che una forte insofferenza contro i partiti.

- Altre date rilevanti, a Mani pulite iniziata, saranno il 5 ottobre 1992 e il successivo 29 ottobre, quando la lira cioè scese al minimo storico e fu ratificato anche in Italia il Trattato di Maastricht sull’unione monetaria. Qualsiasi peculiarità italiana, di lì in poi, avrebbe dovuto allinearsi a parametri ormai imprescindibili: anche da questo, il 10 luglio 1992, nascerà una manovra finanziaria da 30.000 miliardi di lire con cui il governo di Giuliano Amato tenterà un primo risanamento del disavanzo pubblico. Nello stesso periodo verrà avviata la privatizzazione di Iri, Eni, Enel e Ina: una strada obbligata e però gravida di conseguenze sociali e occupazionali che contribuiranno a riscaldare il clima. L’Italia, all’inizio del 1992, era un castello di carte che aspettava solo un refolo di vento. Crisi varie, inflazione, la Fiat che annunciava prepensionamenti, carabinieri ammazzati dalla camorra, urla contro i politici durante i funerali, l’antipolitica che strepitava dai televisori: senza contare che il capo dello Stato, Francesco Cossiga, il 2 febbraio avrebbe sciolto le Camere. E Milano, da sempre laboratorio anticipatore di ogni brezza o tempesta destinata a spirare nel paese, era una polveriera rimasta incustodita.

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Erano falsi, restano falsi http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/02/11/erano-falsi-restano-falsi/ http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/02/11/erano-falsi-restano-falsi/#comments Sat, 11 Feb 2012 13:17:37 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/filippofacci/?p=620 Continua...]]]> Leggete bene:

«I partiti erano tenuti a presentare i bilanci in Parlamento e i bilanci erano sistematicamente falsi, e tutti lo sapevano… i partiti di opposizione non contestavano i bilanci dei partiti di governo né i partiti di governo contestavano i bilanci dei partiti di opposizione. Negli atti parlamentari, non esiste una polemica che investisse la falsità di un bilancio presentato da un tesoriere di un partito. La verità è che i bilanci erano tutti falsi».

Sono parole di Bettino Craxi in un celebre interrogatorio reso il 19 dicembre 1993 al processo Cusani: trasmesso per televisione, riportato sui giornali, reperibile su youtube e ritrasmesso ad Annozero nel gennaio 2010.
La cosa si presta a molte considerazioni, ma soprattutto a una: nella Prima repubblica s’invocava il «tutti sapevano» e adesso s’invoca il «nessuno sapeva». Il capo politico del Psi non poteva non sapere quel che faceva il tesoriere del Psi; il capo politico della Margherita non poteva – invece – sapere quel che faceva il tesoriere della Margherita. Per inciso: il capo del Psi era notoriamente sveglio, il capo della Margherita era notoriamente Rutelli.
Resta da capire a quale «capo» voi affidereste i vostri soldi. Se a uno smaliziato o a uno sprovveduto. Se a un connivente o a uno che si fa svuotare la cassa.

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Stato della democrazia http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/02/09/monti-responsabilita-civile-giudici/ http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/02/09/monti-responsabilita-civile-giudici/#comments Thu, 09 Feb 2012 16:48:54 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/filippofacci/?p=616 Continua...]]]> Sequenza.
1) L’80 per cento degli italiani, nel 1987, vota democraticamente per la responsabilità civile dei giudici
2) L’asse Dc-Pci-magistrati se ne fotte e vara una legge inapplicabile: il giudizio nei confronti dei magistrati, espresso da loro colleghi, passa per 9 gradi (3 per l’ammissibilità, 3 per le responsabilità, 3 per la rivalsa dello Stato) tanto che in 25 anni ammettono solo 34 cause e le condanne sono solo 4. Nessuno denuncia più
3) Il governo Berlusconi, democraticamente eletto, programma di cambiare la legge e scoppia il bailamme
4) Nel novembre scorso anche la Corte di giustizia si accorge che la legge italiana è fuori dal mondo o meglio dall’Europa (sentenza C-379/10) e impone un adeguamento al diritto comunitario: i giudici italiani – dice – vanno denunciati anche per errori di interpretazione e valutazione dei fatti e delle prove
5) Un parlamentare, democraticamente eletto, propone un emendamento per adeguare la legge esattamente come indicato dall’Europa, e l’emendamento viene democraticamente approvato
6) Altro bailamme, l’Associazione magistrati minaccia ritorsioni
7) La stessa Associazione, democraticamente eletta da nessuno, viene ricevuta dal premier Mario Monti, pure lui eletto da nessuno (bensì nominato dal Capo dello Stato, pure lui eletto da nessuno, a dirla tutta) e questo Mario Monti risponde: tranquilli, ci penso io.

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Finalmente http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/02/08/finalmente/ http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/02/08/finalmente/#comments Wed, 08 Feb 2012 12:56:43 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/filippofacci/?p=613 Continua...]]]> Silvio Berlusconi è l’uomo più intercettato del mondo, è stato intercettato telefonicamente, ambientalmente, fotograficamente, hanno controllato le sue linee, piazzato le microspie, sfruttato i satelliti telefonici, descritto le sue case, i suoi trapianti bulbari, i suoi lifting, hanno misurato i suoi tacchi, hanno spiato i suoi giardini, hanno fotografato i suoi cessi, abbiamo informazioni sul suo pene, sulle sue abitudini sessuali, sui dolori anali delle sue amanti, hanno fotografato le sue case, i suoi ospiti, i suoi amici, talvolta i nemici, le amanti vere e presunte, le innamorate, le escort, le puttane, i parenti, gli ospiti personali, quelli legati all’attività politica e diplomatica, i parlamentari a lui vicini, i sottoposti, i lottizzati in Rai o assunti in Mediaset, gli affittuari delle sue case, i concessionari delle sue auto, hanno messo online i suoi colloqui, li hanno immortalati su Youtube, li hanno storpiati, li hanno venduti in dvd, recitati a teatro, inscenati sulla tv pubblica con attori e attrici, li hanno doppiati, ne hanno fatto fumetti, li hanno stampati in decine di libri e quotidiani e periodici italiani e mondiali, hanno pubblicato colloqui rilevanti, poco rilevanti, irrilevanti e irrilevantissimi, ne hanno tratto spunto per infinite proposte di legge, soprattutto: per nessuna persona al mondo hanno usato tante intercettazioni come per lui, contro di lui, usate penalmente e civilmente, probatoriamente o politicamente, legalmente e illegalmente, a norma di legge, sul filo della legge, più spesso violando la legge, hanno fatto inchieste per intercettarlo e l’hanno intercettato per fare inchieste, hanno speso milioni e milioni di euro, le hanno fatte mirate o a strascico, insomma, non c’è dubbio, Silvio Berlusconi è l’uomo più intercettato del mondo, ed stato intercettato per incriminarlo, danneggiarlo, sputtanarlo, è l’uomo per cui l’abuso di intercettazioni è stato più clamoroso e manifesto.

Ma martedì è stato rinviato a giudizio – Berlusconi – per rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio, articolo 326 del Codice Penale. È l’unico italiano, secondo i suoi legali, che di questi tempi andrà a processo per questo. In Italia, negli ultimi vent’anni, ci sono state sicuramente migliaia di violazioni del segreto investigativo e non poche denunce rimaste sempre e regolarmente lettera morta: ma forse ne hanno finalmente beccato uno, è Berlusconi.

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Palle di neve http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/02/05/palle-di-neve/ http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/02/05/palle-di-neve/#comments Sun, 05 Feb 2012 10:38:52 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/filippofacci/?p=606 Continua...]]]> Ho quasi provato compassione. Venerdì pomeriggio la Rai mi ha invitato a collegarmi con Lineatre per commentare le notizie a tarda sera. Ho chiesto chi fossero gli ospiti in studio e mi hanno risposto che forse non ce ne sarebbero stati, perché la neve aveva bloccato Roma. Ho chiesto se non ci fossero degli spazzaneve al lavoro e mi hanno risposto che boh, Alemanno ne aveva parlicchiato, ma poi non si era capito bene. Allora, in serata, ho guardato su internet: come primo risultato mi è uscito «spazzaneve a Roma». C’erano delle foto recentissime sul sito fotografico Flickr. Ho guardato bene: risultavano postate – cioè messe – da Gianni Alemanno. E provenivano dal suo sito personale, che le riportava anche ieri. Stavano a dire: vedete? Gli spazzaneve ci sono. Il dettaglio è che non erano spazzaneve: si vedeva una camionetta con dei sacchi e delle pale, una spazzatrice per pulire le strade e poi una scavatrice. Che non sono spazzaneve: una spazzatrice non fa quasi nulla, mentre una scavatrice si limita a spingere la neve in avanti (senza soffiarla a lato) col rischio di rovinare il manto stradale. Non sono spazzaneve, e neanche spargisale: perché non li hanno voluti, ma soprattutto perché non ne hanno. E se mai ne avessero avuti, oltretutto, gli anticasta e gli antisprechi li avrebbero spolpati vivi. Ho quasi provato compassione.

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Intoccabili. E innominabili http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/02/03/responsabilita-civile-giudici/ http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/02/03/responsabilita-civile-giudici/#comments Fri, 03 Feb 2012 07:27:25 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/filippofacci/?p=599 Continua...]]]> C’è da capire perché si invoca una legge che in teoria esiste già, capire, cioè, perché 21 milioni di italiani votarono per la responsabilità civile dei giudici (referendum del 1987, sull’onda del caso Tortora) ma ancora si parla di introdurre una legge che pure fu varata. La spiegazione mignon è questa: il Parlamento la approvò il 13 aprile 1988 (n.117) ma poi l’asse Dc-Pci-magistrati la svuotò progressivamente, posto che era già vuota di suo. Ma forse si può dare una spiegazione più decente.

Il 5 novembre 1987 il ministro della Giustizia, il socialista Giuliano Vassalli, scrisse una lettera privata a Craxi. Non scriveva al suo presidente del Consiglio (Craxi si era dimesso da tempo) ma al suo segretario di partito. La sua proposta – sulla responsabilità civile dei giudici – pareva buona e soprattutto fedele agli intenti del referendum che si tenne quattro giorni dopo: i magistrati avrebbero finalmente pagato per i propri errori come è sempre stato per tutte le professioni e come già accadeva per tutte le magistrature del mondo. Un frammento: «Caro Bettino, unisco lo schema di disegno di legge che intendo diramare all’indomani del referendum se il risultato sarà “sì”. Lo schema è stato redatto con scrupolo, cercando di tener conto dei ventidue progetti già esistenti… Esso ha una notevole autonomia rispetto alle proposte comunista, democristiana e repubblicana… Hanno collaborato con me insigni studiosi del processo civile. Gradirei una tua rapida presa in esame e un tuo assenso». Poi le singole voci, qui indegnamente riassunte: 1) responsabilità civile per tutti i giudici, ciò per un indeclinabile principio costituzionale di parità; 2) responsabilità sia per dolo che per colpa grave e non per «provvedimenti abnormi»; 3) in caso di condanna, azione obbligatoria di rivalsa dello Stato verso il magistrato senza spazio per discrezionalità ministeriali; 4) limitazione della rivalsa a un terzo dello stipendio.

L’inutile vittoria referendaria (80,2 per cento di sì) sfociò in una legge via via svuotata, come detto. In caso di colpa grave o di palese negligenza, in teoria, i magistrati dovevano pagare per i propri errori: in pratica non è mai accaduto, a meno di qualche sconosciuta eccezione in questi ultimi anni. In sostanza la legge non c’è. Nell’88-89, quando entrò in vigore, i ricorsi per l’azione di responsabilità verso i giudici furono 80. L’anno dopo, 30. Nel 1993, 16. Nel 1994, solo 7. E via a morire. Il perché è chiaro: zero condanne e zero avvocati disposti a credere che un magistrato possa intentare un procedimento serio contro un altro magistrato.

Lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura, se frugate tra le sue carte, ammette che la «previgente disciplina» fosse «fortemente limitativa dei casi di responsabilità civile del giudice»; ma siccome la disciplina è praticamente rimasta quella – negli effetti pratici, almeno – di fatto essa è ancora «fortemente limitativa». Cioè: non paga nessuno. La legge puntualizza le definizioni di «colpa grave» e «diniego di giustizia» (art. 3) ma poi cominciano i paletti. Alias: sono escluse da ogni «responsabilità» un’erronea interpretazione di legge e una fallace valutazione dei fatti e delle prove: queste sono cose che i magistrati si regolano tra loro all’interno del processo e a mezzo delle varie impugnazioni; l’attività giurisdizionale del magistrato resta «insindacabile» e, in caso di abnormi o macroscopiche violazioni di legge, o ancora di distorsioni della funzione giudiziaria, può intervenire soltanto il Csm con provvedimenti disciplinari; di ciò, nota bene, i giornalisti possono scrivere solo se non nominano i singoli magistrati*.

In caso di risarcimento, cioè mai, il risarcimento dei danni pesa sullo Stato, non sul magistrato. La causa va fatta perciò allo Stato (che saremmo noi) e nel caso paga lo Stato che può rivalersi sulla toga. Mai successo, ovviamente. Ancora: la causa si può fare solo dopo aver esperito tutti i ricorsi e le impugnazioni del mondo, cioè dopo un sacco di tempo. Infine: una successiva modifica (2 dicembre 1998, n. 420) ha stabilito che qualsiasi causa deve aver luogo lontano da dove lavora il giudice denunciato: questo per non sputtanarlo tra i colleghi. Più che paletti, è una palizzata insormontabile. Ma ripetiamolo ancora: stiamo parlando di fantasmi, di cause che non esistono.
Inevitabile un accenno agli errori compiuti dalla magistratura. Quanti sono? È impossibile dirlo con precisione. Occorre distinguere tra errori giudiziari propriamente detti (riconosciuti cioè da una procedura di revisione del processo, roba molto difficile da ottenere) e casi di ingiusta detenzione cautelare, ma in teoria andrebbero conteggiati anche i casi di prescrizione e quelli ovviamente di chi è stato prosciolto: e in Italia viene mediamente scagionato quasi un imputato su due. Per l’ingiusta detenzione, ogni anno, lo Stato paga cifre invereconde: lo Stato, non la magistratura. Mentre la commissione disciplinare del Csm – e si provi a negarlo – ogni volta punisce i magistrati con sanzioni ridicole (ammonizioni, censure, spostamenti, paradossalmente promozioni) e non esistono sanzioni sugli stipendi o sulla carriera. In pratica non esiste niente.

* Un mio collega, Stefano Zurlo, un paio d’anni fa raccolse con incredibile fatica una discreta e inedita quantità di sentenze emesse tra il 2000 e il 2008 dalla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura: si tratta, cioè, di magistrati che hanno giudicato altri giudicati e comminato loro ammonimenti o censure o trasferimenti a margine di condotte anche e decisamente gravi. Si tratta di toghe a tutt’oggi in attività, benché – si apprende dalle carte – costoro hanno dimenticato innocenti in carcere, hanno perso fascicoli e anni di lavoro altrui, oppure semplicemente hanno dimostrato di non lavorare praticamente mai, talvolta hanno addirittura denotato segni di squilibrio evidente. Il mio collega ha impiegato più di un anno per ottenere queste carte, rimpallate di continuo dall’ufficio di Presidenza al Centro studi del Csm a vari altri uffici: sinché le medesime, in data 27 agosto 2008, sono finalmente giunte al richiedente accompagnate, tuttavia, da una lettera del segretario generale Carlo Visconti. Questa lettera – a lungo meditata e discussa, par di capire – intendeva mettere dei precisi paletti circa la «diffusione e divulgazione» di queste sentenze. In pratica il Csm si richiamava agli articoli 137 e 52 del vostro «Codice in materia di protezione dei dati personali» per sottolineare l’obbligo di «omettere le generalità e gli dati identificativi personali salvo il caso di consenso dell’interessato», oppure «di ricorrenza degli elementi chiaramente riconoscibili di un diritto di cronaca con riferimento allo specifico caso che abbia assunto la rilevanza pubblica necessaria».
In lingua italiana significa che noi giornalisti, appresi i comportamenti dei magistrati e le sanzioni già decise dal Csm, dovremmo poter menzionare un cittadino che veste la toga solo se lui ce lo concede, oppure se ciò che lo riguarda sia già al centro della cronaca: dimenticando che focalizzare dei fatti di pubblico interesse, mettendoli proprio al centro della cronaca – i comportamenti di chi giudica della vita altrui, per esempio – è proprio il compito di giornali e giornalisti.

Il risultato sarebbe che nel nostro Paese, cioè, di tre precise categorie non si può scrivere il nome: i minori, le vittime di violenze sessuali – e sin qui c’eravamo – e ora anche i magistrati. Il primo risultato di questa pretesa del Csm è che il mio collega ha dovuto espungere tutti i nomi e i luoghi riconoscibili dal volume che frattanto aveva preparato. Nonostante i controversi pareri raccolti, nessuno – tantomeno lo studio legale della casa editrice, iper-prudente per mestiere – se l’è sentita di sfidare possibili cause milionarie che fossero sporte da una categoria che è stabilmente al primo posto nelle classifiche delle querele e dei risarcimenti ottenuti. Ho verificato peraltro che altri volumi, scritti da altri colleghi, sono incorsi nello stesso problema e alla fine non hanno osato nominare i magistrati: benché sanzionati dal Csm, i loro comportamenti non devono essere conosciuti dalla pubblica opinione.
Il 17 ottobre allora ho scritto pubblicamente al Garante per la protezione dei dati personali, Francesco Pizzetti, investendolo della questione.
Il 21 ottobre mi ha risposto, su Libero, dicendo che avrebbe avviato un’istruttoria. Siamo rimasti lì.

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La sindrome http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/01/31/la-sindrome/ http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/01/31/la-sindrome/#comments Tue, 31 Jan 2012 16:16:17 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/filippofacci/?p=594 Continua...]]]> «Pronto?»
«Eh»
«Volevo dirti: compra anche le patate»
«Uhm…»
«Che c’è? Non le vuoi le patate?»
«No, è che… meglio se ne parliamo di persona»
«Eh? Di che?»
«Di quello che hai detto»
«E che ho detto?»
«Di comprare quelle cose lì»
«Cioè? Le patate?»
«Sì»
«Non ho capito: hai detto che dobbiamo discutere di persona delle patate?»
«E finiscila di fare nomi»
«Ma che nomi? Manco le patate posso nominare? Tu sei malato»
«E tu sei cretina. Lo sai quante intercettazioni fanno in Italia ogni anno, eh?»
«Ma che c’entra?»
«Lo sai che basta un attimo per finire sui giornali? Sputtanati, rovinati, finiti»
«Ho capito, ma che c’entri tu? Tu sei un panettiere di Avezzano»
«Non vuol dire, basta un attimo per finire nel tritapatate giudiziario»
«Tritacarne»
«Comunque basta un pretesto qualsiasi. Le patate magari fanno parte di un gergo, di un codice. Indagano su ogni cosa: Tangentopoli, Affittopoli, Calciopoli, Vallettopoli… »
«…Patatopoli… »
«Sì, fai la spiritosa: sta di fatto che in Italia, ormai, non si può più neppure telefonare»
«Ma neanche parlare: è da tre sere, a cena, che ci costringi a tacere»
«Ci sono le intercettazioni ambientali, testona: ieri la mia voce si è sovrapposta a quella di Berlusconi, sai che potrebbe significare?»
«Ma lui era al telegiornale»
«Non vuol dire, bisogna stare accorti, è un attimo e ti blindano»
«Senti»
«Eh»
«Piglia anche le arance, già che finirai in galera»

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iChina http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/01/27/ichina/ http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/01/27/ichina/#comments Fri, 27 Jan 2012 06:42:30 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/filippofacci/?p=590 Continua...]]]> Ogni tanto la grande informazione «scopre» degli scandali che altri denunciavano da una vita, e li fa esplodere presso un’opinione pubblica che pareva fregarsene. È un po’ quello che si dice di Apple, l’azienda dell’iPhone e dell’iPad: che si limiti a «scoprire» l’esistente e a reinventarlo rendendolo popolare. Bene: chissà che a mettere insieme i due soggetti (grande informazione + Apple) non si riesca finalmente a far «scoprire» la Cina e i suoi terrificanti metodi di produzione. Il New York Times, infatti, ha «scoperto» che nelle fabbriche cinesi della Apple gli operai sono schiavizzati, spesso minorenni, lavorano sette giorni su sette, ci sono incidenti, insomma tutto il campionario che da decenni in realtà riguarda tutta la produzione cinese per tutti i prodotti del mondo. Ma chissà, forse il New York Times ha trovato la chiave di volta: «La gente», ha scritto, «sarebbe molto turbata se vedesse da dove viene il suo iPhone». Apriti Sesamo. Sarebbe l’ultimo miracolo di Steve Jobs: far scoprire la Cina dove fallirono le Olimpiadi e il Dalai Lama. Il trend – come per le imitazioni dell’iPhone – poi sarebbe inarrestabile: magari scopriremmo come la Cina fabbrica certi cachemire «made in Italy», o come estrae dagli aborti (praticati sino al nono mese) il collagene che serve a produrre cosmetici destinati anche all’Europa. Sarebbe un’applicazione pazzesca.

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