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	<title>Filippo Facci</title>
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	<description>Giornalista e scrittore, lavora a Libero, ha collaborato con il Foglio, il Riformista e Grazia. È autore di &#34;Di Pietro, La storia vera&#34;</description>
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		<title>Manca il volante</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jun 2013 10:13:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;equivoco prosegue da una vita: un sacco di gente pensa che esista una sinergia collaudatissima tra i comportamenti della politica e le decisioni della giustizia, come se da qualche parte ci fosse una camera di compensazione in cui tutti i &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippofacci/2013/06/19/processi-berlusconi-magistratura/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;equivoco prosegue da una vita: un sacco di gente pensa che esista una sinergia collaudatissima tra i comportamenti della politica e le decisioni della giustizia, come se da qualche parte ci fosse una camera di compensazione in cui tutti i poteri (politici, giudiziari, burocratici, finanziari) contrattassero l&#8217;uno con l&#8217;altro e rendessero tutto interdipendente. Molti ragionano ancora come Giorgio Straquadanio sul <em>Fatto</em> dell’altro giorno: </p>
<blockquote><p>«Questo clima pacifico porta a Berlusconi una marea di benefici, l&#8217;aggressione giudiziaria è destinata a finire&#8230; c&#8217;è da aspettarsi che le randellate travestite da sentenze, così come gli avvisi di garanzie e le inchieste, cessino».
</p></blockquote>
<p>Ora: a parte che solo una nazione profondamente arretrata potrebbe funzionare così, questa è la stessa mentalità che ha contribuito al crollo della Prima Repubblica, protesa com&#8217;era a trovare il volante «politico» di inchieste che viceversa avevano smesso di averne uno. In troppi, in Italia, non hanno ancora capito che non esiste più niente del genere, se non, in misura fisiologica e moderata, a livello di Quirinale-Consulta-Csm. Ma per il resto procure e tribunali fanno quello che vogliono: basta un singolo magistrato e arrivederci. L&#8217;emblema ne resta Milano, dove la separatezza tra giudici e procuratori non ci si preoccupa nemmeno di fingerla: la magistratura, più che separato, è ormai un potere separatista. </p>
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		<title>Internet è il passato</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jun 2013 12:56:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Siamo abituati ai termini «partecipazione» e «mobilitazione» come se fossero la stessa cosa, ma la differenza &#8211; sostanziale per capire i guai del centrodestra &#8211; ce l&#8217;ha insegnata lo studioso Domenico Fisichella in un suo libro del 2010. Nella partecipazione &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippofacci/2013/06/14/internet-e-il-passato/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo abituati ai termini «partecipazione» e «mobilitazione» come se fossero la stessa cosa, ma la differenza &#8211; sostanziale per capire i guai del centrodestra &#8211; ce l&#8217;ha insegnata lo studioso Domenico Fisichella in un suo libro del 2010. Nella partecipazione è il pubblico a intervenire in politica, nella mobilitazione è la politica a intervenire sul pubblico. Nella partecipazione si attribuisce al pubblico un&#8217;autonomia che poi sfocerà in un processo politico, nella mobilitazione il pubblico è solo chiamato rumorosamente a subirlo. Nella partecipazione è la gente che chiede alla politica certi comportamenti, nella mobilitazione è la politica che li chiede alla gente. Ecco: dal 1994 a oggi il centrodestra è sempre stato tutto mobilitazione e zero partecipazione. Berlusconi è stato il più grande mobilitatore mai visto, un seduttore soprattutto televisivo (è il mezzo ideale) e così ha potuto fare e disfare, promuovere e cacciare, sciogliere e rifondare: questo appoggiandosi non a congressi ma a predellini. Berlusconi viceversa ha sempre respinto ciò che implicava partecipazione: forme di democrazia e dissenso, un partito strutturato, le primarie, un gruppo dirigente autonomo: insomma l&#8217;abc di tutte le destre democratiche, ciò che produce il famoso «radicamento» e magari dei candidati credibili. Internet sta reintroducendo una partecipazione come c&#8217;era nella Prima Repubblica: e quel residuo di gente ancora interessato alla politica &#8211; a partecipare, cioè &#8211; oggi la trovi solo in rete.</p>
<p style="text-align: right;">(Pubblicato su <em>Libero</em>)</p>
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		<title>Il dopo è ora</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jun 2013 10:48:33 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[amministrative 2013]]></category>
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		<description><![CDATA[Toh guarda, stanno scoprendo che senza Berlusconi il Pdl perde: e il bello è che ne parlano come se Berlusconi fosse solo la vittima e non anche l&#8217;artefice di questo curioso fenomeno. Ma il Pdl, senza Berlusconi, è sempre stato &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippofacci/2013/06/12/pdl-berlusconi/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Toh guarda, stanno scoprendo che senza Berlusconi il Pdl perde: e il bello è che ne parlano come se Berlusconi fosse solo la vittima e non anche l&#8217;artefice di questo curioso fenomeno. Ma il Pdl, senza Berlusconi, è sempre stato ciò che Berlusconi ha voluto che fosse: niente. È Berlusconi che ha disegnato il partito così, è Berlusconi che ha selezionato dei dirigenti e dei parlamentari spesso imbarazzanti (fa eccezione solo la prima e gloriosa fase del 1994) ed è Berlusconi che non vuole cambiare il <em>Porcellum</em> affinché l&#8217;andazzo possa proseguire, continuando a candidare personaggetti e signorine che da soli non prenderebbero i voti delle loro famiglie. È dura ammetterlo, ma se è vero che «se Berlusconi non ci mette la faccia, si perde» è perché lui in vent&#8217;anni non ha costruito niente, né gli interessava: e se non si legge mai di congressi, di riunioni che non siano ad Arcore, se le famose primarie non si sono mai fatte, se non trapelano dinamiche e confronti in seno al partito, è perché non c&#8217;è il partito. Noi spesso deridiamo i contorcimenti e gli harakiri della sinistra, ma almeno lì succede qualcosa: mentre un Renzi, nel Pdl, l&#8217;avrebbero affogato da piccolo nel laghetto di Milano Due o in qualche altro ridicolo non-luogo della non-politica in stile Publitalia. Berlusconi è la risorsa, Berlusconi è il problema. Dopo di lui il diluvio, ma piove già abbastanza forte, e animali da salvare non se ne vedono.</p>
<p style="text-align: right;">(Pubblicato su <em>Libero</em>)</p>
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		<title>Io scelgo Peppone</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jun 2013 07:31:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Se non dobbiamo più finanziare i partiti, allora, non vedo perché dovremmo finanziare la Chiesa. Chi cita gli stati dove il finanziamento pubblico non c&#8217;è, infatti, dovrebbe ricordare che altrove non c&#8217;è neppure quello alle chiese. Stiamo a polemizzare sul &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippofacci/2013/06/09/io-scelgo-peppone/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Se non dobbiamo più finanziare i partiti, allora, non vedo perché dovremmo finanziare la Chiesa. Chi cita gli stati dove il finanziamento pubblico non c&#8217;è, infatti, dovrebbe ricordare che altrove non c&#8217;è neppure quello alle chiese. Stiamo a polemizzare sul 2 o 5 per mille da destinare ai partiti (che in fin dei conti sono italiani, e dovrebbero rappresentarci) e poi continuiamo a tacere sull&#8217;8 per mille, che, da quando esiste, ha letteralmente riempito di soldi il Vaticano: uno stato estero. Sono soldi comunque nostri, lo Stato rinuncia ad incassarli (pur avendone diritto) senza contare la partita di giro dell&#8217;inoptato, cioè il meccanismo che ogni anno indirizza alla Chiesa l&#8217;80 per cento delle quote di 8 per mille che gli italiani scelgono espressamente di non donare a nessuno. Fanno circa 600 milioni di euro: è lo stesso genere di partita di giro che è stata contestata alla possibile legge sul finanziamento ai partiti, ma per il Vaticano silenzio. La tv è inondata dagli spot della Chiesa (incentrati sulle attività caritatevoli, che pure sono un&#8217;estrema minoranza rispetto ad altri utilizzi) mentre nessuno pubblicizza che l&#8217;8 per mille si può anche donare allo Stato, il nostro Stato. I contributi per l&#8217;urbanizzazione e per le scuole, gli insegnanti di religione, le esenzioni doganali, quelle Imu e Irpef, mille altri regali e agevolazioni: la Chiesa potrebbe accontentarsi. E ringraziare, di passaggio.</p>
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		<title>Fidarsi è bene</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jun 2013 15:21:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Che gli italiani facciano schifo, però, non è proibito pensarlo: io per esempio lo penso, ma dovrei impiegare almeno una pagina o due per spiegare decentemente che cosa intendo dire. Del resto, in discorsi privati, l&#8217;ho sentito dire centinaia di &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippofacci/2013/06/07/fidarsi-e-bene/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Che gli italiani facciano schifo, però, non è proibito pensarlo: io per esempio lo penso, ma dovrei impiegare almeno una pagina o due per spiegare decentemente che cosa intendo dire. Del resto, in discorsi privati, l&#8217;ho sentito dire centinaia di volte: che gli italiani sono civicamente immaturi, politicamente inaffidabili, orgogliosamente inconsistenti.<br />
In pubblico è diverso, e che lo dica un politico resta penoso.<br />
Ma ciò non elimina i dati storici di questo Paese: la velocità nel passare da fascismo ad antifascismo, dagli anni Settanta agli Ottanta, da Craxi a Di Pietro, da un conformismo all&#8217;altro, dall&#8217;azione alla reazione. Se i partiti del Dopoguerra sono crollati progressivamente tutti (il partito più vecchio, oggi, è la Lega) è anche perché gli italiani sono un po&#8217; volatili.<br />
D’altra parte, oggi, lo scenario è inquietante: non si vede altro che una classe politica impegnata a blandire l&#8217;elettorato, carezzarlo per il verso giusto, comprenderlo, giustificarlo, sino a fargli credere &#8211; complici certi talkshow &#8211; che la vita gliela debbano risolvere interamente i politici. Ma i politici non sono pedagoghi, e gli elettori non sono bambini. Il grande equivoco del populismo tuttavia può solo peggiorare, da noi. Grillo, poi, ha abbassato enormemente l&#8217;asticella: e gli altri inseguono. Ecco perché no, non ce la vedo una Repubblica presidenziale. Non mi fido. Di loro, ma soprattutto di noi.</p>
<p style="text-align: right;">(Pubblicato su <em>Libero</em>)</p>
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		<title>Puzze che furono</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Jun 2013 06:25:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le città della Russia sanno di nafta e di benzina col piombo, miasmi industriali di chi se n&#8217;è sempre fottuto di ecologia e dintorni. Chiunque abbia transitato per le periferie della Capitale o di San Pietroburgo &#8211; a me è &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippofacci/2013/06/06/puzze-che-furono/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Le città della Russia sanno di nafta e di benzina col piombo, miasmi industriali di chi se n&#8217;è sempre fottuto di ecologia e dintorni. Chiunque abbia transitato per le periferie della Capitale o di San Pietroburgo &#8211; a me è capitato &#8211; oltretutto avrà nasato un terrificante olezzo di cavolfiore che era proprio dell&#8217;Europa socialista: milioni di fornellini per il pranzo che si accendevano negli uffici e nei retrobottega. Era così sino a una quindicina di anni fa. Bene: in Russia vogliono cambiare registro. Il sindaco di Mosca si è messo in testa di tornare ai presunti profumi dell’epoca precedente alla Rivoluzione d’Ottobre: vuole piazzare dei giganteschi diffusori nelle zone strategiche della città e un gruppo di esperti di Aromamedia, vincitrice di un appalto milionario, si è già incaricato di individuarle.</p>
<p>Ne ha parlato anche <em>Repubblica</em> di venerdì scorso: si comincerà dalla metropolitana che pure un tempo non esisteva (linea gialla al limone, linea verde alla menta, rossa alla fragola) mentre nella zona di Arbat, zona pedonale del centro moscovita, vogliono immettere «odore di vecchi libri». Nella zona degli Stagni del Patriarca hanno proposto «pane sfornato» e ancora «tabacco» nella Domodedovskaja, vicino a una fabbrica di sigarette. Odore di caffè in via Elektrozavodskaja, zona di torrefazioni. E così via, con la gente che già protesta per le cause più diverse. L&#8217;odore di caffè produrrebbe insonnia – si lamentano – e l&#8217;odore di sigarette anche peggio, in generale gli aromi vengono associati a patologie come già sta succedendo in Occidente. E qui sta il punto: da una parte l&#8217;impressione che i profumi del passato siano immaginati con certo ottimismo, dall&#8217;altra il timore che la modernizzazione russa abbia condotto al paradossale desiderio di un solo odore: nessuno.</p>
<p>Se il socialismo puzzava, infatti, un tanfo spaventoso e anche peggiore accomunava le città di Est e Ovest prima della Rivoluzione d&#8217;Ottobre. Pare difficile a credersi, ma nel Settecento non esistevano cestini della spazzatura né pulizia delle strade. Nelle vie cittadine si accumulava una quantità incredibile di letame ed escrementi non solo animali. Girare in carrozza era soprattutto un modo per tenersi lontani dalla schifezza delle strade, e non a caso si usavano stivali alti: servivano appunto a guadare gli strati di sporcizia e i rigagnoli di acqua lurida. In città tedesche come Ulm, nel Medioevo, si usavano persino i trampoli. Questa era Parigi secondo un anonimo visitatore italiano del Cinquecento: «Scorre per le strade della città un rivoletto d’acqua fetida in cui confluisce l’acqua sporca di tutte le case e che appesta l’aria: così si è costretti a portare dei fiori con un po’ di profumo per scacciare quell’odore».</p>
<p>Nelle città c’erano pulizie straordinarie solo in occasione di eventi pubblici: a Roma, per esempio, venivano tenute pulite solamente le vie percorse dai pellegrini che andavano dal Papa. La pulizia dei rifiuti lasciati dal mercato ogni tanto veniva appaltata ad allevatori di maiali, perché le bestie almeno tragugiavano tutto. In campagna bastava una fossa, ma in città, per i rifiuti fisiologici, era normale appartarsi dove capitava: in un angolo, all’aperto, in androni, vie, cortili. Sino agli anni Venti, i macellai uccidevano le bestie nelle strade. Ad avere i primi sistemi fognari, paradossalmente, fu Roma antica – sinché durarono &#8211; che era più pulita di quanto lo erano Parigi o Londra nel Seicento. Figurarsi Mosca o San Pietroburgo. Per come le intendiamo noi, le abitudini igieniche moderne arrivarono in Europa solo nel diciannovesimo secolo. Valga in particolare l’incipit del romanzo <em>Il profumo</em> di Patrick Süskind, una scrittura, diciamo così, penetrante:</p>
<blockquote><p>«Al tempo di cui parliamo, a Parigi regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale di legno marcio e di sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di grasso di montone, le stanze non aerate puzzavano di polvere stantia, le camere da letto di lenzuola bisunte, dell&#8217;umido dei piumini e dell&#8217;odore pungente e dolciastro di vasi da notte. Dai camini veniva puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo di solventi, dai macelli puzzo di sangue rappreso. La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati, dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti, dagli stomaci un puzzo di cipolla e dai corpi, quando non erano più tanto giovani, veniva un puzzo di formaggio vecchio e latte acido e malattie tumorali. Puzzavano i fumi, puzzavano le piazze, puzzavano 1e chiese, c&#8217;era puzzo sotto i ponti e nei palazzi. Il contadino puzzava come il prete, l&#8217;apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà, perfino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una vecchia capra».</p></blockquote>
<p>La cattiva fama dell’acqua si diffuse soprattutto durante le pestilenze; era opinione comune che aprisse i pori della pelle e che permettesse l’ingresso di aria appestata. Su un libro seicentesco sull’educazione dei bambini possiamo leggere questo: «Lavarsi con l’acqua fa male alla vista, fa venire il mal di denti e il catarro». In un trattato di medicina di fine Quattrocento, poi, avvertono che «i bagni d’acqua riscaldano il corpo e i suoi umori, ne indeboliscono la natura e ne dilatano i pori, sono causa di morte e di malattia».<br />
Il bagno si faceva al massimo come cura. Luigi XIV, il famoso Re Sole, in vita sua fece due bagni in tutto e solo per consiglio dei medici. I nobili del Cinquecento si lavavano mediamente una volta ogni quattro mesi mentre quelli del Settecento praticamente mai: le dame al massimo due o tre in vita loro. La gente normale mediamente ne faceva <em>uno</em>, e aveva una sola camicia raramente lavata. Per coprire gli odori si usavano essenze: un profumo di rosa era consigliato per coprire l’afrore delle ascelle, tra camicia e panciotti si portavano sacchetti di aromi, e i capelli erano sgrassati con polvere e crusca prima di essere incipriati. Fu a quel tempo che facero comparsa colli e polsini che uscivano dagli abiti, simbolo di pulizia e ricchezza per chi li indossava. Per dire: il barone di Schoemberg, nel 1767, cambiava camicia e colletto tutti i giorni ma le mutande solo ogni quattro settimane.</p>
<p>Ma torniamo all&#8217;oggi, al paradosso opposto. In alcune zone del Canada e degli Usa, da anni, hanno messo al bando i profumi: dicono che disturbino l’olfatto. In alcuni uffici sono vietati persino deodoranti, dopobarba e colluttori orali. A Ottawa i mezzi pubblici sono interdetti a chi usa l’acqua di colonia: i profumi hanno cominciato a nutrire le stesse ossessioni maturate contro il fumo e sono stupidamente associati a batteri e a sostanze inquinanti. Sono stati chiusi centinaia di panifici e tostature di caffè. A Shutesbury, nel Massachusetts, l’aula comunale è divisa tra chi si profuma, che non si profuma e chi si è profumato di recente. Una forma di fobia. C’è una chiesa cattolica, in Minnesota, che ha annunciato servizi incense-free. La potente Environmental Protection Agency ha più volte ammonito che l&#8217;incenso e le candele eccedono gli standard di inquinamento. In Nuova scozia ci sono giornali (il <em>Cronacal-Herald</em>) che hanno proibito ai loro 350 impiegati dopobarba, deodoranti, shampoo e collutori. E non si scherza: i divieti compaiono sugli schermi dei computer e in cartelli appesi nei bagni. È una sindrome: la chiamano «sensibilità chimica multipla» (MCS) e associa ogni odore a un campanello d’allarme che avverte della presenza di una sostanza chimica nell’aria. Quanto ci metteranno, in Russia, ad arrivarci? Le prime avvisaglie ci sono già, visto che i diffusori di profumi, come detto, non sono graditi a tutti. E suona difficile non moraleggiare, osservare cioè quanto il benessere permetta allergie praticamente a tutto. Difficile che un povero possa permettersi la sindrome da Sensibilità Chimica Multipla. Ma in Russia, si sa, i nuovi ricchi non si contano.</p>
<p style="text-align: right;">(Pubblicato su <em>Libero<br />
</em>)</p>
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		<title>La Grande Bruttezza</title>
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		<pubDate>Tue, 28 May 2013 10:01:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ho conosciuto Paolo Sorrentino in una dimensione che ha contribuito all&#8217;equivoco: una serata a casa di Roberto D&#8217;Agostino e della moglie Anna Federici, ovviamente a Roma, sulla loro terrazza che si affaccia sulle anse del Tevere e si offre pienamente &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippofacci/2013/05/28/la-grande-bruttezza/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ho conosciuto Paolo Sorrentino in una dimensione che ha contribuito all&#8217;equivoco: una serata a casa di Roberto D&#8217;Agostino e della moglie Anna Federici, ovviamente a Roma, sulla loro terrazza che si affaccia sulle anse del Tevere e si offre pienamente alla Grande Bellezza. Parlammo dei suoi film e di cose varie. Sorrentino era lì dichiaratamente per cercare e studiare atmosfere che potessero essere utili al suo film, e che, come ora è evidente, non trovò o forse non volle utilizzare. Era nel posto migliore per coglierle, per carpirne dialoghi e spirito: ma non lo fece. L&#8217;unica spiegazione del resto è questa: che Paolo Sorrentino non abbia minimamente tentato di fare il film che tutti pensano abbia tentato di fare, o pensano che volesse fare. Niente «Dolce vita» in versione aggiornata, per capirci.</p>
<p>Ci sarebbe il solito colossale equivoco, insomma: perché il suo non è un film prettamente su Roma e cioè sull&#8217;eterna Roma da basso impero che molti aspettavano, la stessa che in qualche modo imparentava al Cafonal carnevalesco che Umberto Pizzi e Roberto D&#8217;Agostino fotografano da 13 anni, la stessa che altri cronisti di passaggio &#8211; i soliti Fellini e Arbasino tra questi &#8211; hanno affrescato in epoche diverse e al tempo stesso identiche. Quella del film non è Roma, o non particolarmente: non lo è e basta, neppure in caricatura, quei chirurghi plastici non esistono, quelle feste discotecare non esistono o sono più milanesi che romane, così come inesistenti o meneghine sono le caricature delle performance d&#8217;arte moderna alla Marina Abramovic, vacuamente ridicolizzate in uno dei tanti e rinunciabili <em>coitus interruptus</em> di cui è disseminato il film. Non esiste un settimanale come quello diretto dalla direttrice nana, non esiste quell&#8217;ufficio col peluche gigante e il minestrone riscaldato, non esiste uno scrittore-grande-firma stile Jep Gambardella che oltretutto non è chiaro neppure come potrebbe campare, oggi: soprattutto in una casa con terrazza sul Colosseo che, tanto per cambiare, credo non esista. Così come non esistono i nobili in affitto (cioè: esistono, ma sono nobilastri, e non sono affatto tristi) e non esistono certe altre caricature bozzettistiche che imbottiscono il film come certi panini di McDonald&#8217;s, che non sai da che parte morderli.</p>
<p>Esistono, quelle sì, le personalissime proiezioni di Paolo Sorrentino della grande bruttezza: il dominio della coca, le stronze, i parassiti, le attricette, gli scrittorucoli, «le ricche», gli industrialotti, i cardinali da talkshow, il perverso paese dei balocchi coi suoi maghi e le giraffe e i lanciatori di coltelli; ma sono visioni personali, appunto, e forse basterebbe ripeterlo. Del resto non è neppure chiaro perché dovessimo aspettarci qualcosa di diverso: di verista, nei film di Sorrentino, non c&#8217;è mai stato nulla. Non esiste il mondo del calcio e della canzone descritti ne <em>L&#8217;uomo in più</em>, non esiste la Svizzera de <em>Le conseguenze dell&#8217;amore</em>, non esiste la Sabaudia de <em>L&#8217;amico di famiglia</em> (il suo film più bello, ritenuto il più brutto) e tantomeno sono esistiti il Paese e la Roma politica descritti ne <em>Il divo</em>, il film che grazie alle surreali e suggestive descrizioni di alcune stanze del potere, forse, ha contribuito a qualche aspettativa fuori luogo. Insomma i film sono plagio più fantasia, e grazie tante, lo sapevamo, infatti il problema pare un altro: capire perché Sorrentino abbia voluto ricorrere alla fantasia quando la realtà &#8211; se avesse voluto coglierla &#8211; la supera di gran lunga. Le critiche più feroci al film, stringi stringi, sono tutte qui: non perché un regista non abbia diritto alle sue visioni, ma perché le sue visioni questa volta non sono parse gran cosa proprio in termini di scrittura e sceneggiatura.</p>
<p>Ora, di rito, andrebbe fatta la contabilità delle cose che mancavano nel film. Mancava la contaminazione politico-editoriale-letteraria classica romana, impastata di cinismo millenario e imbucata da personaggi spesso impagabili. C&#8217;erano i nani, c&#8217;erano le ballerine, ma neppure un acrobata, un domatore da circo, solo Jep Gambardella che poi alla fine non era Gambardella, era Servillo come al solito. Era più squallida che grande, la bruttezza: impersonale, da esportazione, senza la grandiosità dei veri mostri che avviluppano la Capitale e che forse erano più presenti in quella serata a casa di Roberto D&#8217;Agostino che in tutti i dialoghi da terrazza del film. Forse mancava semplicemente la Rai. La macchietta della miliardaria comunista cornuta e con piscina, coi suoi cliché, non l&#8217;avrebbero scritta così neppure i più vetusti lettori di <em>Libero</em> o del <em>Giornale</em>: se il senso era rendere il sinistrismo in cachemire, allora, tanto valeva piazzarci Concita De Gregorio nella terrazza mediatica di Ballarò.<br />
Jep Gambardella, come molti di noi, e come Sorrentino, «non può più perdere tempo a fare cose che non ha voglia di fare»: ma Roma ridonda di gente che ha tutto il tempo per fare tutto, e però non sa neppure che cosa abbia realmente voglia di fare, non l&#8217;ha mai saputo. La vacuità di Isabella Ferrari in tal senso era perfetta, del resto è la sua parte da tutta la vita. Lo era anche Serena Grandi deformata e cocainomane. E anche Sabrina Ferilli: perché non recitava. Mancava però sua maestà l&#8217;indifferenza, il forzato disincanto dei romani anche di fronte ai pochi incanti che restano e che non sanno riconoscere, mancava l&#8217;ipocrisia esibita, la grande commedia della piaggeria.</p>
<p>E poi, lentamente, scivoliamo verso la Grande Bellezza, quella che la critica ha snobbato &#8211; proprio perché non la merita, non la riconosce &#8211; e che io giudico la parte più riuscita del film. È vero che c&#8217;era il trucco: la musica. Del mio breve scambio con Sorrentino ricordo che scherzammo e che definimmo i film come una scusa per piazzarci musica a piacimento: gli avevo detto che avrei salvato <em>Il Divo</em> anche soltanto per la scena della passeggiata notturna di Andreotti con la Pavane di Fauré. Ma ora si fa più complicata. Sorrentino ha ripescato il terzo movimento della Terza di Gorecki (che fa molto sinistra cachemire, e che io, giuro, stavo ascoltando due ore prima di vedere il film) più una serie di delizie sceltissime e validi interludi di Lele Marchitelli. Con certi sottofondi (soprafondi, dovrebbero chiamarli) personalmente troverei la Grande Bellezza anche di fronte a immagini di Bombolo e Tomas Milian, ma io non faccio testo, io non sono un critico istituzionale, non sono un romano brutto di quelli che la musica è musica, vabbeh, e il film, vabbeh, forse era un po&#8217; lungo. La Grande Bellezza, nel film, c&#8217;era perlomeno per chi era interessato a vederla: ai più, invece, è parso interessare solo il tasso di riconoscibilità della bruttezza, come se relegassero a scontato fondale &#8211; e siamo al problema &#8211; le silenziose albe romane con la loro luce radente e fotografica, i dipinti e le statue della Roma segreta, gli scorci mozzafiato, i giardini degli aranci, il banalissimo contrasto &#8211; nessun timore ad ammetterlo &#8211; tra la grande bellezza dell&#8217;arte classica e l&#8217;apatia dei romani che non conoscono Roma ma s&#8217;accalcano dietro a ogni manzoniana merda d&#8217;artista. A Roma non c&#8217;è da accumulare modernità in case labirintiche: c&#8217;è da aprire bene le finestre. In sintesi la Grande Bellezza c&#8217;era, e il titolo del film dopotutto era questo: mancava la vera bruttezza, ma è meglio del contrario.</p>
<p>Poi sì, lungo la pellicola corre parallela anche la bellezza dell&#8217;inespresso, dell&#8217;ambizione non realizzata da Jep Gambardella e da intere generazioni. Anche qui niente di nuovo: ma perché, dovrebbe esserci? Quel flusso audiovisivo forse non abbisognava neppure di frasi sospese e analgesiche in stile Terrence Malick: la frase «la povertà non si racconta, si vive» a quanto pare è piaciuta, «mangio le radici perché le radici sono importanti», invece, è parsa una stronzata. Il duplice riferimento al Flaubert che voleva scrivere un romanzo sul niente (in realtà «su niente», che è diverso) non tiene conto di una ricchezza che Flaubert non aveva: il cinema. Forse ci avrebbe provato, come ci ha provato Sorrentino col suo niente «incompleto» per definizione. Che poi capita spesso, di dire che un film è incompleto, che è un&#8217;occasione mancata, che mancava questo e quello: ma è perché in realtà ci è piaciuto, e vorremmo che proseguisse.</p>
<p style="text-align: right;">(Pubblicato su <em>Libero</em>)</p>
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		<title>Marco Travaglio e l&#8217;interpretazione della legge</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 15:33:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Fantastico, Marco Travaglio e i pentastellati hanno scoperto la giurisprudenza. Il nostro laureato in filosofia, dopo aver copiato milioni di sentenze, ha scoperto che esiste una «interpretazione della legge» come quella che dal 1957 ha riguardato la 361, la norma &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippofacci/2013/05/24/travaglio-ainis-interpretazione-legge/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Fantastico, Marco Travaglio e i pentastellati hanno scoperto la giurisprudenza. Il nostro laureato in filosofia, dopo aver copiato milioni di sentenze, ha scoperto che esiste una «interpretazione della legge» come quella che dal 1957 ha riguardato la 361, la norma sull&#8217;incandidabilità dei titolari di concessioni statali, quella che &#8211; effettivamente &#8211; avrebbe dovuto impedire a Berlusconi di candidarsi.</p>
<p>A corto di bersagli, il nostro cabarettista se l&#8217;è presa con il giurista Michele Ainis che sul <em>Corriere</em> l&#8217;aveva messa così: «Nel diritto parlamentare ogni errore reiterato si trasforma in verità». E questa è una «solennissima corbelleria», secondo Travaglio: il quale ignora, per cominciare, che il suo amicone Gustavo Zagrebelsky (costituzionalista come Ainis) aveva espresso concetti identici a <em>Piazza Pulita</em> di lunedì scorso. Ignora che ciò non accade nel diritto parlamentare: accade nel diritto e basta. Finge di ignorare, soprattutto, che la giurisprudenza &#8211; intesa come facoltà d&#8217;interpretare una legge sino a stravolgerla o spesso a rovesciarne i propositi iniziali &#8211; è esattamente quella che negli ultimi 24 anni ha permesso ai suoi amici magistrati e ai loro addetti stampa d&#8217;interpretare la legge a loro uso e consumo, fottendosene delle velleità del legislatore e tradendo lo spirito di chi elaborò il Codice penale del 1989.</p>
<p>Ma, soprattutto, facendo perdere un sacco di tempo a tutti: perché in Italia si biascica sempre di «riforma della Giustizia» come se servissero nuove regole per sostituire quelle vecchie, ma è falso, le nuove regole servono soltanto per rendere inequivoca l&#8217;applicazione di quelle vecchie: che da principio andavano benissimo, ma che i magistrati hanno stravolto con la prassi, la giurisprudenza, la corte di Cassazione e la Corte Costituzionale.</p>
<p>Facciamo degli esempi? Se v&#8217;interessano leggete.<br />
La semplificazione dei riti: era già contenuta nel Codice del 1989.<br />
La terzietà del giudice e la pari dignità giuridica dell&#8217;avvocato e del pubblico ministero: era l&#8217;ossatura fondamentale dello stesso Codice del 1989, col processo accusatorio che avrebbe dovuto soppiantare l&#8217;inquisitorio; la differenziazione delle carriere ne era l&#8217;ovvia conseguenza.</p>
<p>La responsabilità dei magistrati che commettano errori gravi: quella norma l&#8217;abbiamo votata nel referendum del 1987, ma è restata lettera morta. È anche colpa dei politici, certo, sta di fatto che il giudizio nei confronti dei magistrati passa per 9 gradi (3 per l&#8217;ammissibilità, 3 per le responsabilità, 3 per la rivalsa dello Stato) tanto che in 25 anni &#8211; dati dell&#8217;anno scorso &#8211; sono state ammesse solo 34 cause e le condanne sono solo 4.</p>
<p>E le intercettazioni, il segreto istruttorio? Il Codice di procedura del 1989, agli articoli 114 e 329, metteva nero su bianco le stesse novità che il centrodestra (ma anche il centrosinistra, in realtà) vorrebbe reintrodurre e che fanno gridare «bavaglio» ai poveretti. Il vicepresidente del Csm, nel 1992, diceva: «La stampa deve intervenire solo a conclusione delle indagini, e l&#8217;avviso di garanzia deve essere protetto da segreto istruttorio». Il professor Giandomenico Pisapia, relatore del Nuovo Codice, chiarì che «è il processo che è pubblico, non le indagini. Il Nuovo Codice vieta la divulgazione di atti che sono in gran parte segreti: il segreto delle indagini c&#8217;è, e serve a tutelare l&#8217;indagato».<br />
E la carcerazione preventiva, allora? Doveva essere «l&#8217;extrema ratio»: spiegatelo ai giudici della stagione di Mani Pulite.</p>
<p>Anzi spiegatelo a Travaglio, che se la prende col professor Ainis soltanto perché non è amico suo: «Per i giuristi come lui il rispetto delle leggi non è un valore», ha scritto, fingendo abilmente di essere ignorante. Ma se la prenda con la categoria da lui tanto amata, quella che il Codice l&#8217;ha fatto a pezzi. Fu la magistratura a usare Antonio Di Pietro come ariete e a operare una contro-legislazione dall’alto: alcune sentenze della Corte costituzionale (n. 255 del 3 giugno 1992) e una legge suicida fatta da una classe politica spaventata dalla strage di Capaci (la riforma dell’articolo 371, che consentiva l&#8217;arresto per reticenza) di fatto ristabilirono e rafforzarono lo strapotere delle indagini preliminari.</p>
<p>Altro che processo alla Perry Mason, altro che parità tra avvocato e pubblico ministero, altro che prova che si formi rigorosamente in aula: ai pubblici ministeri tornò a essere sufficiente estrarre verbali d’interrogatorio e riversarli meramente in processi che non contavano più nulla, ridotti a vidimazioni notarili delle carte in mano all’accusa. La totale discrezionalità dei pm prese a dipendere cioè dalla loro buona o cattiva disposizione, dalle trattative che l’indagato fosse disposto ad accettare pur di uscire dal procedimento o dalla galera preventiva: colpevole o innocente che si ritenesse. La riforma costituzionale dell’articolo 513, nel 1999 &#8211; cioè ben dieci anni dopo l&#8217;entrata in vigore del Codice &#8211; ristabilì proprio il principio chiave che Mani Pulite aveva fatto a pezzi, ma appunto, per rimettere in riga i magistrati ci volle una riforma della Costituzione.</p>
<p>Non è neppure un caso che nel Codice del 1989 il famigerato «concorso esterno in associazione mafiosa» non esista proprio: è diventato la libera somma di due ipotesi di reato (il «concorso» previsto dall&#8217;art.110 e l&#8217;«associazione mafiosa» prevista dall&#8217;art. 416 bis) a mezzo del quale la magistratura ha ritenuto di colmare una lacuna legislativa: col risultato, noto, di aver creato una configurazione molto generica le cui applicazioni sono continuamente reinventate e stilizzate dalle sentenze appunto della Cassazione, e questo ben fregandosene dei supposti «principi molto rigorosi» con cui le Sezioni unite della stessa Suprema Corte hanno cercato più volte di disciplinarlo (come fecero con la sentenza Mannino del 2005, quella che il pm Antonio Ingroia, secondo il procuratore della Cassazione, nel processo Dell&#8217;Utri ha finto che non esistesse).</p>
<p>Gli esempi sarebbero milioni, ma il problema secondo Travaglio è solo la legge del 1957 da riesumare nella sua interpretazione originale, così da cacciare Berlusconi in barba alla giurisprudenza &#8211; paracula &#8211; che negli ultimi vent&#8217;anni ha permesso al Cavaliere di fare politica con il placet dell&#8217;opposizione. I principi non si barattano, ma per una volta si potrebbe proporre uno scambio: gli diamo Berlusconi e loro ci restituiscono il Codice, la giustizia, questo nodo che angustia il Paese da decenni, questa zeppa sulla strada del Paese normale.</p>
<p style="text-align: right;">(Pubblicato su <em>Libero</em>)</p>
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		<title>Un processo minore</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 05:32:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Credo sia impossibile, a proposito del caso Ruby, che una persona normale possa sposare acriticamente la tesi innocentista oppure quella colpevolista senza provare un qualche disagio. Sposare la tesi innocentista significa supporre che Berlusconi non sia andato a letto con &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippofacci/2013/05/17/processo-ruby/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Credo sia impossibile, a proposito del caso Ruby, che una persona normale possa sposare acriticamente la tesi innocentista oppure quella colpevolista senza provare un qualche disagio.</p>
<p>Sposare la tesi innocentista significa supporre che Berlusconi non sia andato a letto con Ruby e pensare che ad Arcore ci fosse qualcosa di diverso da una sostanziale prostituzione. Bene: non conosco nessuno che in privato sia disposto a crederci, di destra o di sinistra che sia.</p>
<p>Sposare la tesi colpevolista, invece, significa giustificare l&#8217;interdizione a vita dell&#8217;imputato per un danno alla collettività sinceramente inafferrabile e oltretutto privo di vittime che si dichiarino tali: non Ruby &#8211; la parte lesa più felice di tutti i tempi, coi milioni di euro che è accusata d&#8217;aver intascato &#8211; e non i funzionari di polizia che negano di aver ricevuto alcuna pressione. Bene, anche qui: non conosco nessuno, di destra o di sinistra, che da questo punto di vista non giudichi grottesco e irrilevante l&#8217;intero processo, utile solo in chiave speculativa per sputtanare Berlusconi; nessuno, cioè, disposto a sottoscrivere che la legge sulla prostituzione minorile serva a impedire che una ragazza molto sveglia disponga a piacere delle proprie risorse (fisiche) in un paese in cui la prostituzione non è reato.</p>
<p>Berlusconi sapeva che Ruby era minorenne? Anche qui concordano tutti, a destra come a sinistra: in tribunale conta una sola verità, quella dimostrabile.</p>
<p style="text-align: right;">(Pubblicato su <em>Libero</em>)</p>
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		<title>Ba-cio, ba-cio</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 05:44:59 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Magari l&#8217;avete rivista ne <em>Il divo</em>, la scena del bacio che secondo il pentito Baldassarre Di Maggio ci sarebbe stato tra Giulio Andreotti e Totò Riina: l&#8217;emblema della contiguità tra la politica e la mafia, l&#8217;immagine che tramortì l&#8217;immaginario dell&#8217;opinione pubblica e alimentò titoli di giornali in tutto il mondo, e poi vignette, battute, i più luciferini luoghi comuni sull&#8217;autentica e corrusca natura di Andreotti.</p>
<p>Ai tempi, tra addetti ai lavori, circolava un tomo pubblicato da Pironti che simboleggiava una stagione non solo editoriale: <em>La vera storia d&#8217;Italia</em>, sottotitolo <em>Giancarlo Caselli e i suoi sostituti ricostruiscono gli ultimi vent&#8217;anni di storia italiana</em>. Ecco: il macroscopico errore della procura, il vero boomerang di tutta l&#8217;inchiesta, insomma il bacio, nel tomo è descritto in tutti i suoi supposti particolari. Si accennava al 20 settembre 1987 come «una delle possibili date dell&#8217;incontro tra Andreotti e Riina», durante la Festa dell&#8217;Amicizia della Dc di Palermo, ma non si escludevano altre date: lo statista a loro dire poteva muoversi «senza lasciare alcuna traccia» con possibilità di «sottrarsi al controllo delle scorte». Dall&#8217;ora di pranzo al tardo pomeriggio, si leggeva, «nessuno è in grado di riferire» i movimenti di Andreotti di quei giorni, tantomeno il fidato caposcorta Roberto Zenobi che seguiva il senatore dal 1977 e che fu definito dagli inquirenti come «supinamente fedele»: questo per via di un atteggiamento ritenuto forse poco collaborativo.</p>
<p>Il pentito Baldassarre di Maggio, invece, fu collaborativo. Era stato uno degli uomini più fidati di Riina. Il 15 gennaio 1993 aveva indicato ai magistrati l&#8217;abitazione segreta del capo di Cosa Nostra e ne aveva favorito la cattura dopo un ventennio di latitanza: insomma era credibile, o lo sembrava.<br />
Notevole che a servire il «bacio» a Caselli, su un piatto giudiziario d&#8217;argento, fu il procuratore Giuseppe Pignatone, suo nemico storico assieme a Piero Grasso. Le dichiarazioni di Balduccio Di Maggio infatti furono rese inizialmente a Pignatone, che pure seguiva un altro filone. «Il verbale di Di Maggio ce lo portarono loro» ha confermato Gioacchino Natoli. Di Maggio, nel verbale, descrisse quando passò a prendere Riina e lo portò alla casa palermitana di Ignazio Salvo per favorire il mitico incontro. Ebbe luogo in soggiorno: c&#8217;era anche Salvo Lima, disse; «Riina saluta con un bacio su entrambe le guance prima Andreotti e poi Lima». Un&#8217;esibizione rituale che nel tomo, e nell&#8217;istruttoria, è descritta per una decina di pagine: quel bacio voleva far capire ad Andreotti, secondo i magistrati, che «egli non può prendere le distanze: deve sempre ricordare che lui e Riina sono la stessa cosa».</p>
<p>Col senno di poi, anche i magistrati &#8211; Gioacchino Natoli, Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato, oltre a Caselli &#8211; hanno riconosciuto che impelagarsi nella faccenda del bacio forse fu un errore. Caselli l&#8217;ha raccontato nel libro <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804595639/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8804595639&amp;linkCode=as2&amp;tag=wittgenstein-21">Andreotti</a></em> di Massimo Franco (Mondadori 2008) e ha detto che l&#8217;episodio si poteva pure «tagliare», nel senso che non era poi così probatoriamente rilevante: c&#8217;era ben altro, a suo dire. Anche Lo Forte ha detto più o meno lo stesso: «L&#8217;elemento più sorprendente, il bacio, non ha giovato alla comprensione della vicenda giudiziaria, ha fatto perdere di vista all&#8217;opinione pubblica gli elementi più importanti».</p>
<p>Nelle pagine dell&#8217;accusa, però, di dubbi non ne trapelavano. Di perplessità non vi è traccia. Semmai, a rileggerle, affiora qua e là una certa esaltazione, una singolare determinazione, perlomeno una cieca fiducia nei propri mezzi. L&#8217;episodio del bacio, si legge, poteva essere capito solo da chi, come il pool dei magistrati, era in possesso di un «sapere specialistico» rispetto a un&#8217;opinione pubblica «priva di strumenti culturali» adeguati. Perbacco. E chi altri li possedeva, gli strumenti culturali adeguati? Secondo il fondatore di Magistratura democratica Livio Pepino, nel suo libro <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8876705430/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8876705430&amp;linkCode=as2&amp;tag=wittgenstein-21">Andreotti, la mafia, i processi</a></em> (Ega 2005) li possedeva il comico Ciccio Ingrassia: «Da siciliano vi dico che, se Andreotti e Riina si sono incontrati, si sono baciati».</p>
<p>Del resto occorre tenere conto del clima in cui nacque l&#8217;indagine: <em>Andreotti a grande richiesta</em> fu il titolo del <em>Giorno</em> di Paolo Liguori quando il senatore fu ufficialmente indagato. In quel terribile 1993 non sembravano esserci dubbi circa l&#8217;impossibilità di fermare la tempesta giudiziaria che si abbatteva finalmente anche su di lui: era lecito credere che il pool antimafia avesse la vittoria in pugno. Quello, del resto, era «il processo del secolo», e la potenza immaginifica di quel bacio non fece temere che ci si potesse infilare in un labirinto di date e contraddizioni come poi avvenne: da immagine-testimonial, quel bacio sarebbe divenuto un formidabile tallone d&#8217;Achille capace di trascinare il processo in un ingorgo di incertezza. Giancarlo Caselli ha trovato il modo d&#8217;incolpare la lingua biforcuta dei giornalisti: «Sono i media che hanno fatto diventare il bacio l&#8217;elemento essenziale per delegittimare il processo dall&#8217;esterno, sono i media che hanno scelto di concentrare l&#8217;attenzione su quel profilo e solo su quello». Sono i media che. Lo ha confermato anche Gioacchino Natoli nel libro di Massimo Franco: «È passata l&#8217;idea che il senatore abbia vinto, ma questo si deve esclusivamente al potere di suggestione dei media. La stampa e la Tv non hanno fatto il proprio dovere di informare correttamente». Nei fatti e nel tempo, però, quel bacio divenne un&#8217;arma nelle mani della difesa: e non certo per meriti giornalistici.</p>
<p>Per trovare riscontri al racconto del bacio gli inquirenti dispiegarono grandi mezzi. Ben trenta carabinieri che avevano scortato Andreotti furono convocati e trattenuti in uno scantinato e interrogati per ore. Fu un incubo, anche perché la prospettiva era quella di aver coperto un politico mafioso che da anni proteggevano anche dalla mafia. Tanti dubbi cominciarono a sorgere lì. Il principale teste di riferimento di Balduccio Di Maggio, pure, smentì l&#8217;episodio e non solo quello. Tante altre smentite ne sarebbero seguite.</p>
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