La mafia che non c’è. E quella che c’è

L’incredibile caso Scarantino merita un riassunto, soprattutto dopo la partecipazione del falso pentito a Servizio Pubblico di giovedì sera e dopo il colpetto di scena finale: le manette a Scarantino appena fuori dagli studi televisivi. Un arresto senza particolari dietrologie e che ha messo in imbarazzo più che altro le Forze dell’ordine, costrette a ricorrere ai casting di Servizio Pubblico per reperire un latitante: oggi gli unici inviti a comparire che funzionano sono quelli in televisione. Per il resto, l’ennesimo reato non di mafia attribuito a Scarantino, «abusi sessuali», non fa che confermare il profilo del più improbabile degli uomini d’onore: già vent’anni fa Scarantino era conosciuto come un meccanico semianalfabeta del rione Guadagna, drogato, riformato per schizofrenia, sposato ma anche fidanzato con tre transessuali, insomma non proprio l’archetipo dell’uomo d’onore. Ma, quel che capitò, capitò a lui. A lui andranno aggiunti i miti consigli evidentemente rivolti anche a due testi che confermarono le invenzioni di Scarantino: cioè Salvatore Candura e Francesco Andriotta.
Che Scarantino fosse un improbabile imbucato lo compresero subito alcuni pentiti autentici coi quali fu messo a confronto (Totò Cancemi, Mario Santo Di Matteo, Gioacchino La Barbera e, molto più tardi, Giovanni Brusca) ma soprattutto lo capirono investigatori di razza come Ilda Boccassini, ai tempi distaccata a Caltanissetta (1993-1994) e primo pm che verbalizzò ufficialmente il falso pentito. Lo snodo resta qui: Scarantino può anche continuare a raccontare che gli investigatori e l’ex questore Arnaldo La Barbera lo torturassero – e potrebbe anche essere vero, o perlomeno io credo che lo sia – e può anche ribadire che fu istruito e «formattato» perché la sua falsa verità su D’Amelio potesse ingannare i pm e reggere a processo: ma questo non spiega perché la Boccassini, per esempio, capì l’inganno da subito e altri pm come Annamaria Palma, Carmelo Petralia e Nino Di Matteo non lo capirono mai, anzi: all’apparenza fecero veramente di tutto per non capirlo, al punto che del «depistaggio» di Scarantino divennero i più autorevoli e inconsapevoli complici.

1993. Compare Vincenzo Scarantino, meccanico semianalfabeta del rione Guadagna, drogato, riformato per schizofrenia, sposato ma anche fidanzato con transessuali, ritenuto credibile anche se i boss Salvatore Cancemi e Mario Di Matteo e Gioacchino La Barbera diranno che non l’avevano mai sentito nominare. Giovanni Brusca, in aula, dimostrerà che Scarantino fu da subito un ballista spaziale, un palese balordo che tuttavia convinse i giudici d’essere l’uomo che Totò Riina incaricò di una delle stragi più importanti della storia d’Italia, quella che uccise Paolo Borsellino. Ma fu lo stesso Scarantino, già nel 1993, a raccontare che i poliziotti l’avessero indotto a false accuse: «Mi ficiru inventare tutti ‘i cosi…’u verbale lu fici iddu poi mi fici firmare…». Traduzione: mi hanno fatto inventare tutto, il verbale lo hanno fatto, e poi me lo hanno fatto firmare. Ma fa niente. Il processo di primo grado seguirà comunque il suo corso e Scarantino sarà condannato a 18 anni, con l’ergastolo per i complici che aveva dapprima indicato. Le sue ritrattazioni non interessavano.

1994. Ilda Boccassini, pm applicata per due anni in Sicilia, scrive la citata relazione dopo aver personalmente interrogato Scarantino: è un mentitore, non c’è da fidarsi – scrive assieme al collega Roberto Saieva. Durante l’estate il pm si rende disponibile a cercare i riscontri che potessero smascherare definitivamente Scarantino, ma il procuratore Capo Giovanni Tinebra le risponde che non è necessario. Una vertice per valutare le incongruenze di Scarantino viene rinviato di continuo, e non ci sarà mai. Sinché la Boccassini riparte per Milano e le sue indagini sono continuate da Carmelo Petralia, Annamaria Palma e Antonino Di Matteo. La Boccassini, cioè, riparte senza che i pm che la sostituivano volessero discutere di Scarantino. Oltretutto i i pm, di lì in poi, decideranno di credere a versioni che parrebbero inverosimili anche al più digiuno di cose mafiose: infatti Scarantino, picciotto di borgata, aveva messo a verbale che aveva tranquillamente presenziato durante una riunione mafiosa in cui Totò Riina diceva: «A ‘stu curnuto s’ha ‘a fare saltare ‘nda l’aria». Riina parlava di Borsellino. Lo stesso Riina avrebbe poi affidato a uno come lui, all’improbabile Scarantino, una delle più efferate stragi della storia d’Italia. Questa è la verità che i pm Palma, Petralia e Di Matteo difesero coi denti, verità che uno smisurato numero di giudici, per 15 anni e per tre gradi di giudizio, furono disposti a credere.

1995. Alla giornalista Silvia Tortora venne recapitata una vecchia lettera poi diffusa dall’allora onorevole Tiziana Maiolo: l’aveva scritta la moglie di Scarantino e si accusava gravemente il questore Arnaldo La Barbera di aver costretto il marito a false confessioni con «vere e proprie torture». La stessa moglie testimonierà che prima di ogni udienza, a casa loro, si presentavano degli individui per un ripasso delle cose da dire in udienza. La prospettiva che possa crollare il castello istruttorio costruito attorno a Scarantino, tuttavia, sembra terrorizzare la procura palermitana retta da Gian Carlo Caselli: è lui, in luglio, a convocare i giornalisti e a parlare di notizie «inquinate e inquinanti» e di «una campagna di delegittimazione contro i collaboratori di giustizia». La difesa del «superpoliziotto» La Barbera, quel giorno, è spettacolare e vi partecipa anche il prefetto Achille Serra: «Conosco La Barbera da tanti anni, è un funzionario leale e un grande investigatore». Aggiunge il procuratore generale Antonino Palmeri: «Barbera ha tutta la nostra solidarietà». Insiste Caselli: «E’ inaccettabile e calunnioso… il dottor La Barbera quotidianamente dimostra la sua trasparenza e il suo coraggio». Sempre in luglio, il 26, la procura di Caltanissetta ordina di distruggere una duplice intervista che Studio Aperto aveva appena fatto a Scarantino: un’intervista in cui Scarantino diceva la verità, o qualcosa di molto simile. Il falso pentito aveva raccontato ai giornalisti che fu torturato nel carcere di Pianosa e la sua deposizione fu tutta una montatura. Notevole che Scarantino fu costretto a rivolgersi a una tv Mediaset perché tutta la stampa «antimafia» era in linea con le procure e i loro sostituti: in ogni caso l’intervista sparì perché la magistratura la fece sequestrare. Non solo. La Procura di Caltanissetta ordinò di distruggere le cassette e poi convocò Scarantino perché ritrattasse la ritrattazione. Scarantino lo fece. Fu aperta addirittura un’inchiesta «per accertare eventuali comportamenti illeciti per convincere Scarantino a ritrattare». La verità morì quel giorno, con la collaborazione decisiva delle procure: misero a tacere ciò che si sarebbe scoperto – ufficialmente – quasi vent’anni dopo. A Servizio Pubblico, in particolare, Scarantino ha raccontato che gli investigatori dopo l’intervista a Studio Aperto minacciarono lui e sua moglie e i suoi figli. Direttamente. A casa.

1998. Ogni dubbio su Scarantino viene tacitato assieme ai suoi tentativi di ritrattare. Dice il pm Palma sul Corriere della Sera del 16 settembre 1998: «Dietro questa ritrattazione c’è la mafia… Cosa nostra ha trovato un’altra strada, dimostrando di sapersi adeguare». Dice il pm Antonino Di Matteo in una requistoria: «La ritrattazione dello Scarantino ha finito per avvalorare ancor di più le sue precedenti dichiarazioni… L’avvicinamento dei collaboratori per costringerli a fare marcia indietro è diventata una costante nella strategia di Cosa nostra… Lo sparare a zero sui pubblici ministeri, l’accusarsi di precostituirsi arbitrariamente le prove a carico dei loro indagati, è diventato una sorta di sport nazionale praticato non tanto dai pentiti, ma da molti di coloro che hanno lo scopo di fare esplodere il sistema giudiziario». Eppure altri dubbi saranno palesati anche dal giudice Alfonso Sabella, dall’informatico Gioacchino Genchi e dal collaboratore di Borsellino Carmelo Canale. Sempre nel 1998, Scarantino mette ancora a verbale: «C’era la dottoressa Palma che mi diceva le domande che mi doveva fare l’avvocato… Mi preparava delle cose che io dovevo rispondere l’avvocato, e già io avevo la cosa come rispondere». Vero, falso? Non interessava. Ogni rilievo veniva accusato di mafiosità e di «delegittimazione della magistratura».
Scarantino, negli anni, ha fatto anche i nomi dei pm Annamaria Palma e Antonino Di Matteo. Con Annamaria Palma è anche sceso in qualche particolare. Il 20 novembre scorso, oltretutto, nell’aula del «Borsellino Quater» l’ispettore di polizia Luigi Catuogno (che nel 1998 era addetto alla tutela di Scarantino) ha messo a verbale che «Scarantino diceva che la dottoressa Palma aveva architettato tutto» e diceva pure «che con la strage di Borsellino lui non c’entrava nulla». Va detto che la Palma, diversamente da Di Matteo che è rimasto in Sicilia, sin dagli anni novanta intraprese altra carriera, tanto che, sino all’anno scorso, era a capo della segreteria del presidente del Senato Renato Schifani; su questi e altri dettagli il Fatto Quotidiano non ha lesinato: «Le frequentazioni dell’ex pm Palma (e dei suoi familiari) con la politica che contava in Sicilia, del resto, datavano a qualche anno prima, quando la Palma fu testimone di nozze dell’ex governatore siciliano Totò Cuffaro». Insomma, la Palma rischia di diventare un bersaglio perfetto.
Anche perché, subito dopo di lei, c’è Di Matteo. E lui – è la tesi oggi ricorrente, anche per difenderlo nel suo ruolo di pubblica accusa nel processo sulla «trattativa» – si dice sempre che fosse l’ultimo arrivato, e che contava poco. L’ha ripetuto anche Marco Travaglio giovedì sera. Occorrerebbe spiegare, allora, perché la requisitoria del processo bis per la strage di via D’Amelio (15 dicembre 1998) fu affidata a uno che contava poco. Di Matteo quel giorno disse, tra molto altro: «La ritrattazione dello Scarantino ha finito per avvalorare ancor di più le sue precedenti dichiarazioni… questa conclusione non è il risultato di un atteggiamento di pregiudiziale ed acritico sostegno alle tesi compendiate nei capi di imputazione. Non è, signori della corte, un voler difendere a tutti costi una impostazione accusatoria che si fonda anche, e vi sottolineo ancora una volta anche, sulle propalazioni di Scarantino… La ritrattazione di Scarantino», disse ancora Di Matteo, «deve considerarsi falsa e innanzitutto indotta… siamo in presenza di una complessa attività posta in essere per costringere il pentito a cambiare versione. D’altra parte l’avvicinamento dei collaboratori per indurli e costringerli a fare marcia indietro è diventata una costante nel comportamento e nella strategia che Cosa Nostra da qualche tempo pone in essere… Lo sparare a zero sui pubblici ministeri, l’accusarsi di precostituirsi arbitrariamente le prove a carico dei loro indagati, è diventato una sorta di sport nazionale praticato non tanto dai pentiti, ma da molti di coloro che hanno lo scopo di fare esplodere il sistema giudiziario».

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