Il grillino che è in me

Il grillino che è in me ripete che i candidati grillini oltretutto sono presentabili, sono studenti o professionisti, sembrano brave persone – ormai lo dicono anche i giornalisti in tv – e in tempo di Belsiti non è poco. Non lo è.

Il grillino che è in me ha visto dei partiti incapaci di opporsi alla nascita del governo Monti, ha visto dei partiti incapaci di sostenere il governo Monti e ha visto dei partiti incapaci di abbattere il governo Monti. Il grillino che è in me ha visto che la miglior cosa che i partiti hanno fatto, in novembre, è stato andarsene, tacere, eclissarsi, non piazzare i loro uomini in un governo, ma levarli.

Il grillino che è in me se ne fotte della Francia, della Grecia e vorrebbe capire perché non può fottersene anche della Bce e degli amici di Monti e di tutti gli altri geni che ci hanno trascinato nella fregatura dell’euro. Vorrebbe capire, il grillino che è in me, perché siamo entrati nell’euro se ora non possiamo uscirne, e perché altre nazioni non ci sono entrate ma sono ancora lì tranquille. Vorrebbe capire perché a difenderci dai tecnocrati europeisti sembra essere rimasto giusto lui, Grillo, mentre nessun altro partito obiettava seriamente alla nascita di un governo delle banche e delle tasse. Gli italiani avevano votato un governo che doveva tagliarle, le tasse.

Il grillino che è in me ha visto che Grillo i soldi pubblici alla fine non li ha mai presi, che non ha figli e famiglia in politica, che non ha candidato inquisiti o Scilipoti, che non ha mai candidato neppure se stesso: mentre, in tempo di crisi, i vari Alfano e Bersani e Casini non rinunciavano neppure a una lira di quella truffa che è il rimborso elettorale ai partiti, che si terranno stretto perché serve ad alimentare gli apparati partitici e a stabilizzare i loro gruppi dirigenti mediocri e immeritevoli.

Il grillino che è in me patisce una crisi economica durissima e in cambio ne ottiene soltanto tasse. Il grillino che è in me pensa che Berlusconi sia sparito e che Bossi sia un pasticcione rincoglionito, mentre i vari sottoposti biascicano solo di leggi elettorali che possano perpetuarli e di riforme che non hanno mai fatto in vent’anni.

Il grillino che in me era indeciso se votare Grillo o non andare proprio a votare, perché l’ha capito anche un idiota che il grillismo non è una causa ma un effetto. E però, di segnali, ne avevamo già lanciati parecchi: alle politiche del 2008, per esempio, Grillo invitò all’astensione ma tuttavia ci fu una un’affluenza altissima, ci credevamo ancora, poi si avvitò tutto lo schifo che sappiamo e così alle Regionali del 2010 si astenne il 36 per cento (15 punti in più rispetto alle politiche) che è stato il più basso afflusso dal Dopoguerra. Però i partiti continuavano a parlare come se per trascinare la gente in piazza bastasse schiacciare un tasto del telecomando, come se i sondaggi non dessero indicazioni di voto ma assicurassero, pure, che la gente a votare avesse anche voglia di andarci. E infatti non c’è andata, e, per la prima volta, si è astenuta in molte città del Nord dove l’affluenza era sempre stata alta.

Se non disturba, infine, il grillino che è in me non è per forza un ambientalista o un ecologista, magari va pure a caccia, magari ha il suv, non è un fondamentalista che non si lava o che non tira l’acqua del cesso: il Tav tutto sommato lo vuole, il ponte sullo Stretto poteva essere un’idea, insomma, è una persona normale, uno che la domenica a piedi può anche farsela, uno che però si è accorto che stiamo consumando il pianeta e che qualcosa bisogna fare, e non è possibile che certi temi o li affrontava Pecoraro Scanio oppure nessun altro, non è possibile che se ne discuta solo quando esplode una centrale nucleare in Giappone. Il grillino che è in me pensa che il discorso sul futuro, quello rubato ai nostri figli, non possa valere solo per le pensioni. Ma soprattutto pensa, il grillino che è in me, che anche tirare la fine del mese faccia parte del futuro.

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