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Perché finì – davvero – Mani Pulite

19 febbraio 2012

Sono in pochi ad avere il coraggio di dire la verità (tutta) circa la fine di Mani pulite: perché è una verità che non serve a nessuno. Non serve a quei manettari professionali che hanno sempre bisogno di prefigurare un’elite disonesta e vessatoria (in genere politica) che a loro dire lucra su una maggioranza onesta e vessata, ciò che un tempo avrebbero chiamato società civile. Non serve ai partiti d’ampio respiro che vorrebbero rappresentare grandi fasce di popolazione: troppo estese per poter rivedicare moralità e moralismi come precetti-cardine. Non conviene alla magistratura più militante, tantomeno conviene a quell’informazione che sullo sfondo della contrapposizione casta/cittadini si illude di raschiare eternamente copie e ascolti.

Sicché circolano scampoli di verità. Mani pulite finì perché Antonio Di Pietro si dimise alla fine del 1994: il neogoverno berlusconiano gli sventolò un’ispezione ministeriale davanti al naso e poi, un secondo dopo che si era dimesso, la richiuse; Di Pietro ammise pubblicamente di essere rimasto condizionato dall’ispezione – se non ricattato – talché si dimise dopo averne saputo la chiusura, e però intanto continuò a spiegare al mondo che non aveva niente da nascondere. Un sostanziale baratto, un affare in cui ciascuno pensava di fottere l’altro: da una parte perché Di Pietro da nascondere aveva un sacco di cose (tutte nero su bianco nella sentenza del Tribunale di Brescia n.65/1997 del 29.1.1997, dove si spiega che certi suoi comportamenti gli avrebbero fruttato perlomeno dei provvedimenti disciplinari) e dall’altra perché le sue ambizioni politiche erano stagliate da un pezzo, e lo si è visto. E perché? Perché «Mani pulite è finita, i tempi sono cambiati, non c’è più acqua nel mulino delle indagini, voglio scendere da cavallo prima di essere disarcionato»: così aveva confidato al gip Italo Ghitti nell’aprile precedente. Senza un certo clima, poi, Di Pietro valeva poco: e lo dimostra quando accadde al Pool dopo l’abbandono. Pm come Paolo Ielo ed Elio Ramondini tentarono di riesumare, concludere, archiviare o smistare procedimenti che erano stati l’architrave di Mani pulite: ma che erano rimasti un po’ così, sospesi in quella fase preliminare dominata dagli interrogatori di Di Pietro, che in definitiva aveva portato sino in fondo solo il processo-vetrina a Sergio Cusani e il processo Enimont che ne era il clone: istruttorie semplici perché fondate perlopiù su confessioni. Ramondini e Ielo ebbero l’ingrato compito di raccappezzarsi nelle montagne di faldoni di cui soltanto Di Pietro conosceva una logica che spesso non c’era. Ramondini scoprì che montagne di atti sulla Fiat erano preclusi alle procure di mezz’Italia. Ielo perdette mesi per riordinare le carte dei filoni Pci-Pds, e quei pochi processi che si sono conclusi si devono a lui. La vecchia guardia del Pool, invece, puntava su Berlusconi: e questo convinceva pochissimo una larghissima fetta di Paese. Lo scenario era stava cambiando. Prima c’era Di Pietro che martellava, mentre agli altri pm, come dirà Francesco Greco, «competeva un lavoro di ricostruzione successivo agli interrogatori… ma la situazione si è modificata nel corso del 1994 quando le collaborazioni diminuirono fino a cessare. Fu lo stesso Di Pietro a dire che non arrivava più acqua al suo mulino, la tecnica investigativa cambiò».

L’acqua, a dirla tutta, arrivava al mulino direttamente dal carcere. Era il carcere, irrogato o temuto, che stimolava le collaborazioni. Era il carcere, coi suoi effetti, che era venuto a mancare durante quel cambio di stagione che Tonino aveva subodorato. È quasi divertente come i colleghi Barbacetto e Gomez e Travaglio, nel loro tomo «Mani pulite», appena rinfrescato, cerchino di dissimulare questa verità elementare: «Fin dai primi interrogatori, per una fortunata e forse irripetibile somma di abilità investigative, situazioni psicologiche e condizioni politiche, economiche e ambientali, i magistrati si trovano davanti persone che presto o tardi finiscono per confessare». Cioè: confessavano perché erano in galera e volevano uscire. Confessavano perché non volevano finirci, bene che andasse. Erano quelle le «situazioni psicologiche»: le altre, «politiche, economiche e ambientali», fecero parte del contesto «irripetibile» che permise un uso spropositato delle manette. La prassi di Mani pulite, sin dall’inizio, aveva ipotizzato reati i più gravi possibili così da giustificare ogni volta la carcerazione preventiva: questo anche per violazioni di tipo amministrativo come il noto finanziamento illecito dei partiti. Per capirlo, in fondo, è sufficiente guardare quanti dei 1230 condannati di Mani pulite abbiano subito delle carcerazioni preventive a dispetto di pene poi risultate inferiori ai due anni, condanne ossia a cosiddette pene sospese, con la condizionale: quasi tutti. È noto: effettive condanne al carcere, alla fine di Mani pulite, praticamente non ce ne sono state. Eppure la regola è sempre stata chiara: tizio, se è presumibile che sarà condannato a meno di due anni, in carcere preventivo, non ce lo dovresti mettere; certo, la regola implica una capacità «prognostica» – direbbe un tecnico – di prevedere a quanti anni Tizio sarà probabilmente condannato: tra i compiti del magistrato c’è anche il cercare di presumerlo. Diciamo che il Pool ha sempre presunto molto male. Di Pietro ne era maestro da sempre: sparare reati incredibili e sbattere dentro perché tanto, per derubricare un reato, c’era sempre tempo.

Il clima manettaro che aveva permesso ogni cosa, dalla fine del 1994 e con le dimissioni di Di Pietro, scomparve. Dall’altra parte, bene o male, c’era una classe politica rinnovata e legittimata, non è che il Pool avrebbe potuto respingere a vita tutte le norme del Parlamento. Dall’estate 1994, oltretutto, molti indagati dell’inchiesta sulle Fiamme Gialle (e su Berlusconi) non avevano collaborato neppure se carcerati: perché erano militari, forse, o perché non vollero e basta. Capitò anche con la Fininvest: del resto collaborare, assecondare l’accusa, non è obbligatorio. Dirsi innocenti, o crederlo, o addirittura esserlo, è ancora possibile, è lecito: e non per questo si marcisce dentro, nei paesi civili. Nei paesi civili si va in galera dopo una condanna, non prima. E si attende il processo con la prospettiva di finirci, non di uscirne. Da qui la svolta spiegata dal pm Francesco Greco: «Dopo le dimissioni di Di Pietro cominciammo a lavorare prevalentemente su documenti e con altre tecniche, quali intercettazioni telefoniche ed ambientali, in precedenza trascurate in quanto non necessarie». Non necessarie perché c’era il carcere. Ora, invece, potevano e dovevano ricominciare a lavorare come dei magistrati normali.

Ma questi sono scampoli di verità, come detto. La verità tutta, per dirla male, anzi malissimo, è che troppa gente rimase insospettita dal mancato coinvolgimento dei vertici del Pci e viceversa dalla pervicacia con cui si puntava su Berlusconi. Ma detta un po’ meglio, il vero problema non fu la serpeggiante impressione che Mani pulite fosse ormai agli sgoccioli: stanca, talvolta astratta, con tutti quei cronisti che ciondolavano per i corridoi facendosi domande sul proprio futuro. Altri colpi di scena, del resto, non sarebbero mancati. Il problema, come il Pool non comprese per forma mentis, fu che l’inesorabile fine di una stagione non potè non coincidere con l’indagine sulla Guardia di Finanza.

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  • Wilson

    Beh, forse si potrebbe aggiungere “Davigo for president”
    E i gemelli Berlusconi e Di Pietro, abili sfruttatori del peggio di noi, a casa (o in galera, se il giudice di un paese civile deciderà che è il caso).

  • andrea74

    Questo articolo ci fa vedere come non viviamo in un paese normale dove si condannano i corrotti, qui si condanna chi fa il proprio mestEere onestamente perche invece di raccontare la verità si cerca di compiacere qualcuno…

  • http://spigolature-emmons-ave.blogspot.com century21

    Come hai illustrato nei post, l’area rossa iniziava ad essere intaccata; e poi c’è stato l’appagamento di aver smantellato la buna parte del transatlantico che contava.
    E così le pulci si sono ritrovate a sguazzare in una sterminata montagna di farina. Da proletari oggi hanno un vero e proprio sistema capitalistico.

  • panamount

    E’ stata la politica a non realizzare quell’istanza di cambiamento anche morale che il paese si attendeva.
    Ne ha avuti gli strumenti (referendum sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, referendum sulla legge elettorale maggioritaria) ma ha fatto il clamoroso errore di non assecondare la voglia di pulizia e trasparenza che trovava forte spinta nella società.
    La politica, e non la magistratura, aveva la forza di imporsi ed imporre un cambio di marcia alla stessa società italiana. Non l’ha fatto (ci ha dato solo qualche contentino: abrogazione dell’autorizzazione a procedere, legge elettorale mista abrogata appena 12 anni dopo). Ma quello che lascia sbigottiti è altro.
    E’ la stessa politica che ora fa finta di non vedere il proprio fallimento, spostando l’attenzione sulle inchieste, come se il cambiamento fosse compito delle stesse e non della politica.
    Si leggono inoltre molti articoli che seguono lo stesso filone: che parlano di rivoluzione mancata, che traggono dal non avverarsi della stessa l’inutilità di quelle inchieste.
    Ma davvero si può pensare che l’auspicato rinnovamento fosse il compito e il fine di quelle inchieste? O forse era il compito di chi aveva in mano il potere di scrivere le nuove regole del vivere insieme?
    Davvero io noto una differenza notevole tra quello che fu l’impegno di certi cittadini di quegli anni, con quelle consultazioni referendarie di cui ho detto, cui davvero non si può storicamente rimproverare nulla (e che dovremmo tenere a modello anche negli attuali tempi difficili), e quella che fu la sordità di buona parte della nuova classe politica, convinta di poter fare il proprio gioco come se nulla fosse.

  • alessandrosmerilli

    c‘è un altro fattore da considerare, e l’ho anche sentito affermare a mezza bocca da Guido Rossi. Mani pulite è stata soprattutto una implosione. Il sistema era diventato troppo costoso e pervasivo ed era ormai controproducente. Gli imprenditori (sia i grossi che i piccoli) sentivano la necessità ricalibrare e riportare a livelli accettabili il sistema corruttivo. Sarebbe interessante una bella inchiesta per capire qual è al giorno d’oggi la loro percezione del sistema (ovviamente al netto della crisi). Con buona pace del dipietrume e borrellume.