Le mitiche tangenti rosse

Eccoci al famigerato Pci-Pds «salvato» dalla magistratura. In un guscio di noce, la presente tesi è che il partito fu in minima parte salvato e in massima parte si salvò e basta. Ma va spiegato bene perché.

Vediamo anzitutto come andarono le cose. Il 1° marzo 1993, in teoria, anche il Pds nazionale era entrato seriamente in Tangentopoli: si era fatto vivo tal Primo Greganti, un ex funzionario comunista di Torino sospettato d’aver raccolto una tangente di 621 milioni per il Pds e di averla nascosta in un conto svizzero chiamato Gabbietta. Sarà la prima di una serie di contestazioni inutili: Greganti si chiuderà in un silenzio eroico e inusuale dicendo in pratica di aver preso i soldi per sé e non per il partito, ossia il contrario di quanto sosteneva il politico medio. L’ex segretario amministrativo del Pds, Marcello Stefanini, sarà inquisito lo stesso: ma la sua morte prematura coinciderà con quella di molti filoni sui finanziamenti al Pds, come non era accaduto per il Psi con la morte del segretario amministrativo Vincenzo Balzamo.

Dirà Greganti: «Quando ho incontrato Di Pietro, e ho scoperto che aveva mandato i poliziotti ad arrestarmi a casa prima dell’alba, non ho avuto più dubbi. Mi voleva catturare nel sonno. Solo che io non c’ero. Avevo dormito fuori. Dove abito io c’era mezzo metro di neve. E i poliziotti sono rimasti pure impantanati. Io e Di Pietro avevamo un appuntamento, era da quindici giorni che gli chiedevo di ricevermi. Finalmente ci accordiamo per le 11 al Palazzo di Giustizia e lui che fa? Mi manda i poliziotti alle quattro del mattino a casa per arrestarmi. Hai capito che metodi?»

Il Pool di Milano intanto si era allargato: nella primavera del 1993 era arrivato il trentaduenne Paolo Ielo e Di Pietro avrebbe gradito anche l’inserimento del pm Gemma Gualdi, sua amica da molti anni, ma Borrelli le preferì infine un’altra collega, Tiziana Parenti, subito destinata al filone delle cosiddette «tangenti rosse». Le incomprensioni e i problemi caratteriali ebbero la meglio praticamente da subito, sia per il temperamento particolarmente orgoglioso di lei sia perché Di Pietro, come diceva Ielo, «vuole fare il prete, il sacrestano e anche il chierichetto». Ha raccontato il pidiessino Giovanni Pellegrino: «All’inizio D’Alema era convinto che Violante, con la sua influenza nella magistratura, potesse proteggerci sufficientemente dall’azione dei giudici. Poi Tiziana Parenti cominciò a prendere di mira le fonti finanziarie del Pci-Pds e del sistema di imprese che ruotavano intorno al partito, arrestando Renato Pollini, che del Pci era stato l’ultimo tesoriere. In tal modo la situazione si fece pesante anche per il Pds».

Nella primissima fase di Mani pulite il Pds non venne per nulla risparmiato. Le indagini rasero al suolo la federazione milanese (consiglieri, assessori, segretari) e i pidiessini non mancarono di lamentarsi: anche se, al solito, tra mille distinguo. «Dopo i primi arresti» ha raccontato Gianfranco Maris, legale del segretario cittadino del Pds Roberto Cappellini, «il mio cliente mi disse che aveva preso anche lui dei soldi. Chiesi a Di Pietro di sentirlo, ma rifiutò». Racconterà Cappellini: «Me lo ricordo, Di Pietro, subito dopo l’arresto. Era scatenato, urlava: “Parla, perché se no non esci più”». Il filone rosso parve decollare quando il manager Lorenzo Panzavolta raccontò che a Tangentopoli già scoppiata aveva versato altri 621 milioni al Pds sempre a mezzo Greganti: di lì in poi le chiamate in correità cominciarono a piovere da tutte le parti, e parlarono gli imprenditori Bruno Binasco, Giuseppe Squillaci, Paolo Pizzarotti oltre al solito Maurizio Prada e all’ex tesoriere milanese Luigi Mijno Carnevale. Quest’ultimo, a pagina tre del suo verbale d’interrogatorio, chiamò in causa molto chiaramente «Occhetto e D’Alema, naturalmente d’accordo con la segretaria amministrativa diretta dall’onorevole Stefanini». Arrestarono anche Marco Fredda, il responsabile immobiliare del Pds. Ma le voci su avvisi di garanzia per Occhetto e D’Alema rimasero tali. Il dissidio definitivo sarà del 24 agosto, quando Tiziana Parenti decise di inviare un’informazione di garanzia al segretario amministrativo del Pds Marcello Stefanini senza neppure avvertire i colleghi: le iscrizioni, sino ad allora, le aveva sempre vergate personalmente Di Pietro. Marcello Stefanini era un senatore, e questo significava avere un solo mese di tempo per motivare la richiesta di autorizzazione a procedere: il Pool temeva che la collega non avesse abbastanza elementi per poterla ottenere. E mentre i vertici della Quercia denunciavano una «strategia della tensione», ecco che il procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio, che di solito non muoveva un dito, condusse una sua personale indagine non per incolpare bensì per scagionare Primo Greganti: si era collegato con l’anagrafe tributaria e aveva concluso che neanche una lira era giunta al Pds. Il 29 ottobre 1991, nel giorno in cui Greganti prelevava una consistente somma a Lugano – spiegò – lo stesso firmava anche il rogito per comprare una casa, ecco dunque a prova che quei soldi non erano finiti a Botteghe Oscure. Il caso era chiuso, anzi no: il gip Ghitti avrebbe voluto vederci chiaro e dapprima negò l’archiviazione. Non credeva – senza malizia: nessuno ci aveva mai creduto – alla storia del Greganti millantatore. Ma perse la battaglia. Tra pubbliche litigate e qualche chiacchierata di troppo coi giornalisti, in autunno l’inchiesta verrà ufficialmente tolta a Tiziana Parenti in quanto «non allineata con la procura» dirà Gerardo D’Ambrosio prima di aggiungere: «Questo non è il processo al Pds, ma a Greganti e Stefanini». D’Ambrosio è lo stesso personaggio che nel maggio precedente aveva dichiarato all’«Unità»: «Mani pulite è finita … nel senso che ciò che doveva emergere nel filone politico-affaristico è venuto fuori». Sul settimanale «L’Europeo» era stato ancora più chiaro: «Lo scenario è nitido, Dc e Psi si finanziavano attraverso meccanismi illeciti … c’è stata la fase dello stragismo … poi è venuta l’epoca della corruzione». D’Ambrosio, anni dopo, una volta lasciata la magistratura, si candiderà come senatore nel Pds, frattanto divenuto Ds.

Se Primo Greganti rappresentava una domanda, ogni risposta giunse comunque tardiva e seppellita da formidabili solidarietà ambientali. Greganti divenne un vero personaggio in un mondo dove un barbuto presidente di una coop, già di suo, appariva mediaticamente meno intrigante di un cassiere socialista in crociera a Bora Bora, dome Silvano Larini. Ma diversi, più che gli uomini, erano i metodi: lo era un sistema di finanziamento illecito più difficile da individuare, lo erano elargizioni dall’Urss e commesse dall’Est che in buona parte rientravano nei reati amnistiabili; ma diversa, in quel 1993, fu soprattutto la gestione di Mani pulite da parte di una magistratura che sceglieva gli obiettivi a seconda delle possibilità del momento. Quando il Pool si mosse, insomma, la stampa già pensava ad altro. Le carte che dimostravano come il Pds si finanziò in maniera illecita diventavano migliaia in tutto lo Stivale, e da altrettante sentenze si evinceva tuttavia che nel Pci-Pds, più che per altri partiti, la raccolta di fondi risultava periferizzata, parcellizzata e soprattutto spersonalizzata. I nomi dei percettori finali non comparivano quasi mai.

Il Pds poteva contare sul mitico sistema cooperativo, ma casi moralmente riprovevoli come quelli emersi in Campania (commistioni coop-camorra nell’aggiudicazione degli appalti) non fecero notizia più di tanto, mentre non si poteva negare che una scelta oculata di uomini di fiducia, cui intestare interi patrimoni immobiliari, fu premiata da comportamenti processuali poco solleticabili dal carcere. Il magistrato Francesco Misiani la mise così: «So perfettamente che se avessi insistito, forse, prima o poi, sarei riuscito a dimostrare in un’aula di tribunale che il Pci non era estraneo al circuito di finanziamento illecito … non lo feci, consapevole anche del fatto che la resistenza anche a lunghi periodi di detenzione, dimostrata dagli indagati, forniva anche un ineccepibile dato formale in grado di chiudere le inchieste». Questo mentre Italo Ghitti, il gip di Mani pulite, in un’intervista rilasciata nel 2002 al «Corriere della Sera», ammetteva che il Pds aveva un apparato di finanziamento illecito non meno vorace: «La storia di Mani pulite non ha esaurito e non esaurisce la storia: qualcuno si sarà anche potuto salvare da accuse di corruzione, ma magari ha dovuto lasciare la sede di partito, vendere il giornale, chiudere l’azienda … il tempo ha evidenziato come, al di là dei fatti penalmente rilevanti, vi fossero realtà che adottavano praticamente lo stesso metodo dei partiti più coinvolti».

1 2 3 Pagina successiva »
Mostra commenti ( )