Mara Rosaria Carfagna ha cominciato a fare politica nel 2006 e a metà del 2008 era già diventata ministro: un tragitto, il suo, che ho sempre trovato profondamente diseducativo anche perché penso che certe «pari opportunità» dovrebbero ossequiarsi a percorsi più riconoscibili e meno apparentemente casuali. Ciò posto, non posso escludere che proprio questa sua mancanza di professionismo le abbia reso più naturale il gesto coraggioso che ha compiuto lunedì al Quirinale: durante l’incontro con varie associazioni omosessuali, presente Napolitano, si è scusata per alcuni suoi passati pregiudizi e si è espressa così: «Consentitemi un pensiero particolare all’onorevole Paola Concia», ha detto, riferita alla deputata lesbica del Pd, «per avermi aiutata a sfondare il muto della diffidenza della quale penso di essere stata vittima e inconsapevole responsabile». Merce rara, l’autocritica pubblica: figurarsi se poi implica che l’avversario politico possa averti addirittura insegnato qualcosa.
Mara Carfagna, in sostanza, ha compreso che il mondo delle baracconate tipo Gay Pride non rappresenta che una stretta minoranza del mondo omosessuale, e l’ha fatto da rappresentante di un centrodestra che su questo tema preferisce glissare per non dir di peggio. Tanto di cappello.
Accadeva questo, purtroppo, mentre Libero – quotidiano su cui scrivo – snobbava completamente il gesto di Mara Carfagna e in compenso dava spazio a un articolo che ho trovato, diciamo così, molto criticabile. Martedì, cioè, Libero dava notizia delle polemiche legate a un convegno bresciano con Joseph Nicolosi – uno psicologo statunitense già autore di un metodo per «guarire» dall’omosessualità – e ne prendeva le difese, come se la «terapia riparativa» di Nicolosi corrispondesse a una corrente scientifica come un’altra e quindi il prenderne le distanze, come ha fatto di recente l’Ordine degli psicologi, fosse una pratica oscurantista e poco liberale. Come se la consueta lobby gay, cioè, mirasse a imporre un poco democratico sistema di valori: «Manca ancora lo strumento giuridico-repressivo», ironizzava Andrea Morigi, autore dell’articolo, «per mettere fuorilegge la Bibbia e incarcerare chi predica la morale cristiana».
Ecco, le cose non stanno proprio così. Le teorie di Joseph Nicolosi non sono scientifiche e non sono teorie, come in Occidente non lo sono più i pregiudizi religiosi secondo i quali l’omosessualità corrisponda a una malattia. Non si tratta di idee come tante altre che si possano discutere: sono fantasmi seppelliti dalla Storia, dal liberalismo, dal metodo sperimentale, sono retroguardie di una religiosità retriva e ideologica che oltretutto non ha nulla che spartire con la pratica cattolica di milioni di italiani. L’Occidente, la scienza, l’Organizzazione mondiale della sanità e persino la schiacciante maggioranza degli elettori di centrodestra (cattolici compresi) hanno accettato da tempo che l’omosessuale non è un malato da curare e tantomeno un patologico anormale. Non è un alcolista anonimo.
Nessuno può tentare di spacciare come «scientifici» gli scritti di ex pastori evangelici come Andy Comiskey o quelli appunto di Joseph Nicolosì, pubblicato in Italia con la postfazione del direttore di Radio Maria. In Italia c’è la libertà di opinione, certo: ma è perfettamente normale non concedere la par condicio a chi sostenga che il Sole giri attorno alla Terra. Ergo, la terapia di Nicolosi non «divide gli psicologi» come titolava Libero di martedì: almeno su questo non c’è nessuna discussione da fare, più nulla da dimostrare. «Negli Usa, la libertà di Nicolosi e della sua scuola non è messa in discussione» scriveva Andrea Morigi. Ma non è vero, anzi: se non è messa in discussione è perché non è neppure considerata. La «scuola» di Nicolosi in ogni caso è stata condannata dall’American Psychiatric Association, dall’American Psychological Association e dal Royal College of Psychiatrists. Infine: David Satcher, Surgeon General degli Usa, nel suo rapporto annuale ha scritto che «non esistono prove scientifiche valide per cui l’orientamento sessuale possa essere cambiato». Null’altro da aggiungere.

Sulla rivalutazione della Carfagna andrei cauto, la signorina vuole fare carriera in politica, con queste dichiarazioni si differenzia dalle altre insignificanti donne del centro destra, conquista consensi a sinistra senza perderli nel suo partito dove ti attaccano seriamente solo se critichi Berlusconi. Gli ultimi rimasti ad avere atteggiamenti omofobi sono certi cattolici come il direttore di radio Maria, un consiglio:se crede nelle idee di Joseph Nicolosi gli conviene metterlo subito all’opera, nel clero cattolico di lavoro ne troverebbe a iosa.
Per essere veramente credibile, queste cose il sig. Facci le dovrebbe scrivere direttamente su quel giornale. Oppure dirle la mattina in diretta a Canale 5. Troppo semplice dirle qui, in un “foglio” di pseudo-sinistra.
Quando Facci,avrà il coraggio di fare una cosa simile, allora, solo allora, riconoscerò a Luca che è stata una buona idea ospitarlo sul Post.
Il post, sotto forma di articolo, è su Libero di oggi, mercoledì 19.
Credo che ne parlerò, inoltre, a Mattino 5 di venerdì.
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facci ma che ci fai a libero!?!
Facci, chapeau.
Come verme qui sopra, e il post di Mantellini, mi chiedo a questo cosa continui a farci a Libero.
Rispetto per le opinioni di tutti, per l’amore del cielo, ma alle opinioni dei beceri spesso replicare è semplicemente tempo perso.
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A proposito di “beceraggine”, miciomannaro ha ragione, ma se si riferisce anche a sé stesso.
Infatti, scrivendo quello che scrivo, il mio è tempo perso. Fatto salvo, ovviamente, l’inutile – a questo punto – rispetto per le opinioni di tutti, per l’amore del cielo.
odus, io mi riferivo a Libero e al Giornale.
Tu sei liberissimo, è proprio il caso di dirlo, di pensare che il becero in questione sia io. Dubito però che da me potresti sentire commenti poco garbati sui gusti sessuali di un Balducci o di un Vendola.
Caro miciomannaro, o uno è libero di pensarla come preferisce – che sia io, Libero, il Giornale, tu, Vendola o Balducci – o qualcuno di questi, pensando ed esprimendosi come meglio gli pare, sia pure garbatamente, è “becero”.
Il problema è: chi ha il diritto di definire il modo di pensare e di esprimersi di un altro “becero” (ma detto in modo garbato) per cui “alle opinioni dei beceri spesso replicare è semplicemente tempo perso”?
Eh, la libertà, la libertà. Per alcuni esiste la libertà dei “non beceri” e la non libertà dei “beceri”.
Personalmente, io che solitamente garbato non sono, proporrei ai garbati di eliminare dal loro vocabolario l’aggettivo “becero” attribuito arbitrariamente ad altri, che siano giornali o giornalisti i quali sono persone come Vendola e Balducci, con gli stessi diritti di libera opinione.
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