Aaron

Io non riesco a togliermi dalla testa l’immagine di Aaron appeso nella sua stanza e, con lui, continuo a vedere morire molte delle mie convinzioni di quando avevo la sua età. Erano anni in cui credevo di aver già fatto grandi cose e, forse, tutto quello che di importante ci fosse da fare: sentivo un grande potere scorrere sotto le dita e avevo la presunzione che tutto potesse essere semplice nella vita. Più tardi avrei scoperto che viviamo in una complessità non districabile con la logica, ma alla fine, spesso, seguendo istinto e cuore, si arriva comunque a una soluzione accettabile. Così non è stato per Aaron.

Con lui condividevo qualche pensiero, come si usa fare fra i giovani saggi e i vecchi ragazzi, perché lui era un giovane saggio, di quelli che non avevano bisogno di uno status sociale per essere riconosciuti nella grandezza e io ero uno di quelli che, nonostante lo status sociale, avevo bisogno del continuo confronto con la velocità di pensieri nuovi e brillanti. Una delle cose che dicevamo spesso era che un giorno saremmo diventati ricchi scrivendo una frase su una maglietta, vendendola via Internet. La frase era su come non si sappia nulla, in fondo, delle vite degli altri. Degli animi, delle sofferenze, da dove veniamo e perché ci comportiamo così, o atteggiamo così, mentre sono sempre tutti pronti a capire, a dare il loro giudizio, basato sulla loro vita. Le nostre erano più grandi, o forse solo diverse, però ci sembrava di soffrire come dei cani qualche volta e quella sera deve essere stata una di quelle, di quelle toste.

L’ultima volta che lo avevo sentito era preoccupato, diceva che avevano giocato sporco e che lo stavano portando come esempio nella punizione, seppellendolo di carta e mettendolo di fronte a cose sempre più concrete, contro cui andavano a sbattere tutte le sue idee, di libertà, di condivisione, di confini cancellati dalle parole. Confini che erano segnati già, mentre ne nascevano di nuovi, creati apposta per contenere lui, come una prigione per le idee, come quelle sbarre che gli promettevano di continuo, da cui non passavano i cavi per il cyberspazio e neppure abbastanza aria per respirare davvero. Io parlavo di lotta, di significati, di fierezza, ma non ero io, in mezzo a quel temporale e, come tutte le cose, anche la peggiore delle tempeste, vista da fuori, ha una forza diversa. Soprattutto c’è tempo per cambiare angolo di visuale e provare a capire, c’è tempo per pensare, senza dover curare una ferita e ritrovarsi con un’altra.

Mi manca. In questi pochi giorni la sensazione della sua assenza va oltre il modo non assiduo e molto discreto di comunicare che avevamo, è come se mancasse una parte di quello che non sono stato io e che non sarà Aaron, è come se il salto generazionale fosse stato, in realtà, una congiunzione, che ora si è rotta, lasciandoci soli.

Buoni e cattivi giornalisti hanno scritto molto su di lui in questi giorni, qualche volta un po’ a sproposito, quasi sempre passando per luoghi comuni e percorsi politicamente corretti, nel tentativo di rispettare la persona pubblica che è stato, ma con la consapevolezza di fondo, di come questo suo gesto definitivo sia stato un andare, ancora una volta, contro le regole e lasciarci tutti troppo sgomenti per avere il coraggio di giudicare davvero.

Fabrizio Re Garbagnati

Fabrizio, in un’altra vita, vendeva computer con la mela morsicata, aveva la barba bionda e una faccia molto seria. Adesso la barba è un po’ più bianca ma sorride molto di più, ascolta e racconta storie, qualche volta lo fa con le parole, altre volte con le sue fotografie.