Scribblitti for dummies

Scribblitti è il mio ultimo progetto. Negli scorsi quattro o cinque anni è difficile che mi sia messo a disegnare qualcosa di figurativo.
C’è stato un momento a cavallo tra Luglio e Settembre dello scorso anno in cui ho realizzato giornalmente delle immagini “riconoscibili”. Il progetto con Federico Bernocchi “Disegni alla Radio” per il suo programma Canicola su Radio Rai2 era talmente assurdo -e reso coerente dai suoi dispacci giornalieri che mi anticipavano i temi della trasmissione 24 ore prima che andasse in onda- che l’affiatamento per portarlo a termine è stato  totale. È anche stato la leva per farmi riprendere brevemente il disegno. È bello avere una intesa basata su una semplice intuizione. È bello avere una forte intesa di questi tempi, pensandoci. A parte quel momento negli anni precedenti, davvero, poche cose.

Non so spiegare il motivo per cui il disegno anni fa ha perso completamente di significato.  Non avevo più strumenti per realizzare qualcosa di interessante molto semplicemente. Credo che con molta disciplina si trova un proprio stile, poi ripetendo in modo sentimentale uno stile si arriva ad essere decorativi. Ero arrivato a quel momento ed ero ossessionato dal trovare qualcosa che mi stimolasse.
Dopo la presenza alla 54° Biennale con una curatrice di Hong Kong che mi ha portato con una grande collettiva a toccare il Wereldmuseum di Rotterdam e il National Fine Arts Museum di Taichung a Taiwan ho mollato tutto quello che stavo facendo e ho mandato avanti una ricerca diversa, a porte chiuse, che mi premeva realizzare e che non è facilmente comprensibile -me ne rendo perfettamente conto- che è riassumibile appunto in “ricerca non facilmente comprensibile“. Ha un suo impianto teorico, una sua coerenza, ma davvero, ormai non mi interessa nemmeno che possa essere compresa qui. Mi interessa solo portarla avanti per conto mio. Dopotutto non è necessario che tutto quello che viene fatto venga esposto ad una audience. Non tutto è disinvoltamente spendibile e teatrale.

Così eccomi ad inizio dicembre, anzi: eccoci. Ero in macchina con un carissimo amico. Lo stavo accompagnando per una commissione che doveva realizzare lungo il corridoio interno di un forno a Modena. Siamo arrivati che erano le sette di sera e i proprietari, dei romani molto simpatici, ci hanno accolto con un affetto raro offrendoci un caffè e della pizza. Tanto caffè e un mare di pizza. Quella bassa e croccante. E ancora caffè. Caffè. Caffè.  Insomma ero lí, il mio amico aveva iniziato i lavori, avrei dovuto aspettarlo un po’ di tempo e ho chiesto di poter fare un disegno anche io alla fine della L del locale senza sapere esattamente cosa avrei realizzato. Così dopo un po’ di tempo mi sono accorto girandomi che un po’ di gente stava guardando la scena, fotografando, filmando dalla vetrata esterna. Ero il più divertito di tutti perché non avevo idea di poter scarabocchiare con un pennarello una parete con il permesso di qualcuno. Mi piaceva quella sensazione, un sacco. Mi piaceva questo ribaltamento di prospettiva in cui se avessi avuto tre anni sarei stato punito e terrorizzato, ma ne avevo trenta e tanto bastava come autorità a far credere che sapevo quello che stavo facendo. E non lo sapevo. Non sapevo cosa sarebbe saltato fuori ma lo stavo facendo comunque, ogni tratto era il prodotto di una ipotesi, e devo dire che questa sensazione di per se era stupenda. Senza un proiettore né dei segni di matita preparatori stavo costruendo una immagine di qualche metro, fluida, salendo e scendendo dalla scala e spostandola di mano in mano. Dopo tre ore avevo realizzato quello che considero il “come è iniziato Scribblitti“. Mesi prima avevo realizzato un disegno molto piccolo a pennarello, ma questo posso considerarlo come il primo delle serie di “Supersized” che ho realizzato. Da una famiglia di fornai simpatici, con un amico a fianco e grazie a del caffè e della pizza.

Fatto quello mi sono reso conto che disegnare delle nuove pareti ogni tanto non avrebbe avuto senso dopo gli ultimi anni e ho preferito creare un format per realizzare delle serie. Anni fa realizzavo attraverso delle interviste via Skype dei disegni basati sui sogni o su dei traumi di persone che mi raccontavano le loro storie.  Questo progetto si chiamava Performances Privées . Era un progetto particolare in cui la distanza giocava un suo ruolo. Dopo quattro interviste, una a settimana per un mese, realizzavo un mash-up visivo dei temi che mi erano stati raccontati e spedivo il materiale, un disegno ad inchiostro su carta molto simile ai disegni della serie  Wonder Lines , questo disegno poteva essere distrutto o nascosto dal collezionista. Scribblitti è in parte una sua evoluzione e in parte una semplificazione -o meglio, quello che rimane delle cose che leggo- di libri che ho studiato negli ultimi anni di estetica, di arte come interazione, di critica teorica rese semplici e dirette.
Volevo realizzare qualcosa di scorrevole, un progetto inclusivo senza distanza tra me e altre persone, senza filtri, in un ambiente che le mettesse a loro agio per partecipare. I bambini scarabocchiano nei muri delle case, così mi è sembrato naturale riprodurre la sensazione più forte di quel momento anche nel nome del progetto che viene dallo “scribble”, lo scarabocchio. Ho scritto il progetto molte volte prima che fosse coerente e lineare dall’inizio alla fine. Così l’ho trasformato e cesellato in una idea di viaggio, di performance, di connessione partecipativa. Insieme.

Scribblitti è diventato prima nella carta mentre lo scrivevo e lo riscrivevo immaginandolo e poi nel reale una performance a tempo che prende all’interno di un mese una città come piattaforma e la trasforma gentilmente in un cluster attraverso venti persone, le loro case e le loro storie e i venti disegni che vengono realizzati al loro interno. Per verificare la cosa ho sottoposto l’idea ad un caro amico -questa storia è fatta da amici dall’inizio alla fine, cari spesso e che mi sopportano, anche- Nicola Giacchè, al tempo responsabile di molti progetti di comunicazione all’interno di Impact Hub a Reggio Emilia e forse la cosa lo ha stimolato, forse gli ho acceso una lampadina o un tergicristallo di qualche suo neurone ancora inesplorato, ma ha cominciato ad aiutarmi per realizzare la prima tappa nella mia città, esattamente come fosse una start-up. Il modo in cui mi sono trattenuto in questi anni è stato spazzato via dal suo entusiasmo e così ho sempre potuto contare su una persona valida con cui confrontarmi e bypassare mille dubbi.

Scribblitti funziona così: ogni persona, ogni coppia o famiglia viene incontrata al mattino. Facciamo colazione insieme e intanto li intervisto prendendo appunti su quello che mi raccontano. Alcune persone sono dei fiumi in piena e mi scrivono già settimane prima dell’incontro raccontandomi  cose molto importanti che desiderano essere comprese al meglio, con altre è necessario sapere fare le domande giuste per cogliere i primi appigli. L’intervista per me è fondamentale. Ognuno ha i propri ricordi, la sua storia, dei temi che mi vengono consegnati o che riesco a trovare attraverso il dialogo, varie tazze di caffè e un buon numero di biscotti.
Al termine della giornata il lavoro è completato e quello che è successo in quel tempo e quello che ho disegnato fanno parte di quel posto e di quelle persone e non sarebbero potuti accadere in un altro luogo, credimi. I disegni sono molto diversi, il modo in cui li eseguo segue l’intesa che ho trovato con le persone in un luogo molto specifico e che rimanda molte informazioni. Ad un certo punto mi sono trovato ad improvvisare ad occhio delle deformazioni che si sviluppavano tra diversi piani come la casa dove ho realizzato un Chewbecca arciere in cui non ho nemmeno idea di come su per la scala ho esteso le linee dell’arco dalla parete verticale al soffitto o cose più particolari come ritrovarmi con un insieme di dati così specifici da realizzare in una stessa casa un circuito interno che descriveva associando ad un animale o un fatto particolare cinque filosofi amati dalla coppia di una casa: Turing, Wittgenstein, Foucault, Baudrillard e Chomsky. Ci sono cose che in effetti non mi sento di raccontare, sono private, e persone con cui ho legato molto che mi hanno raccontato circostanze di vita molto difficili. Di questo tipo di racconti faccio tesoro ma non posso scrivere nulla, qualcosa viene fuori dal disegno ma è il segno di una intesa tra me e la persona. Alcuni sono semplicemente innamorati del ritorno delle cicogne nella propria città e desiderano una elaborazione di quel tema. Altri mi hanno raccontato cose agrodolci, di inusuali proposte di matrimonio e di quello che si è spalancato davanti, immediatamente. Una famiglia che ho incontrato alle sette del mattino per parlare con tutti i membri, mi ha spiegato di un lungo viaggio fatto insieme e un’altra coppia di un furto di microfoni che contenevano qualcosa di particolare durante un tour di una band tra Chicago e l’Italia.

Idealmente mi sembra di vedere che sono capito all’interno del movimento del grande luogo comune della street art. Personalmente dato che pubblico i lavori di Scribblitti su instagram ed altre piattaforme non mi sono mai sentito di mettere quel tipo di hashtag per archiviare con quel riferimento quello che sto facendo. Credo che sia piuttosto importante avere rispetto degli sforzi di altre artisti e di non appropriarsi di riferimenti che appartengono ad una cultura che non si guadagna esattamente con la proprietà transitiva. Allo stesso tempo questa necessità epistemologica di suddividere e definire ogni singola cosa e darle un colore ed uno schieramento non credo che vada applicata in un progetto molto giovane che ha tutto il diritto di modularsi e stiracchiarsi più che striminzirsi per convenienza in una categoria così specifica.

Posso cercare di spiegare qui dopo una quarantina di pareti e persone incontrate in una settantina di giorni che fare parte di una giornata di Scribblitti è una esperienza molto particolare. Molto particolare. Per me, per le altre persone, per la casa e il rapporto che si crea tra questi elementi. Quello che faccio mi rende felice e le persone coinvolte e i visitatori entusiasti. Questo rapporto umano che  rende meglio di ogni altro il polso del progetto e l’impatto che è capace di generare incontro dopo incontro. È abbastanza chiaro che non sia un progetto istituzionale. Flusser definisce l’arte come una droga perché non c’è alcun dubbio spiega, che questa sia un modo per propiziare esperienze immediate. Scribblitti ha quel tipo di visione lí. Si parte al mattino, con uno zaino leggero con le mie cianfrusaglie, dei pennarelli con la punta di feltro e una macchina fotografica e un viaggio verso una persona, una coppia, una famiglia da intervistare per vivere una esperienza di condivisione particolare, in divenire, insieme fino alla sera o a notte fonda fino a che non ho terminato firmando il muro con il mio nome: Hu-Be.

Ieri la redazione de Il Post ha realizzato un articolo su Scribblitti. Le foto che faccio sono a lavori conclusi, spesso tra le dieci di sera o mezzanotte e non c’e’ luce nanturale. Non sono proprio perfettissime ma potete vedere alcune immagini qui.

P.s.- dove andrò prossimamente? Non lo so. Spero di fare un tour in Giappone tra qualche mese e visitare nuove città molto presto.

Re Impact Closeup due

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