Il Post
RSS share on Twitter share on FaceBook

Gente di cui Alfano si è dimenticato andando via

4 luglio 2011

Nel nostro Paese ci sono emergenze che meritano la prima pagina e ci sono emergenze non meno gravi che, con rare quanto lodevoli eccezioni, proprio non riescono a trovare attenzione. È comprensibile che i cumuli di immondizie sulle strade di Napoli, i barconi che scaricano umanità mediterranea a Lampedusa, gli scontri in Val di Susa, si prestino a essere ripresi, fotografati o raccontati a forti tinte. Si crede che il gusto del lettore-telespettatore si soddisfi più facilmente con storie come queste, piuttosto che con quelle banali, ripetitive e tutto sommato fastidiose che possono raccontare le vite umiliate di decine di migliaia di detenuti accatastati nelle carceri italiane.

Una strage di diritti umani si sta consumando nelle nostre città, al di là delle mura di prigioni che sono a tutti gli effetti mondi separati dal resto della società, e riuscire a sensibilizzare l’opinione pubblica su questa emergenza sembra un’impresa colossale. Ci sta provando da mesi Marco Pannella, offrendo il suo corpo smagrito e assetato a testimonianza e denuncia di uno scandalo che ha fruttato all’Italia la condanna della Corte Europea dei diritti dell’uomo per “trattamenti inumani e degradanti”, con risarcimento danni a carico. Infatti, se il sovraffollamento carcerario è un fenomeno che riguarda più della metà dei Paesi membri dell’Ue, la patria di Cesare Beccaria ha un tasso di sovraffollamento del 153%: siamo secondi solo alla Bulgaria.
Nel gennaio 2009, il ministro della giustizia Angelino Alfano aveva parlato di carceri fuorilegge, e quello stesso ministro che ora è segretario nazionale del Pdl aveva annunciato con grande enfasi l’avvio di un grande “piano carceri” con la costruzione di 17mila posti in più entro il 2012. Ci siamo quasi e nessuno più ne parla. È evidente che la soluzione non può consistere nel costruire sempre più carceri, che poi, tra l’altro, dovrebbero essere vigilate da un personale che è sempre più scarso e sottoposto a condizioni di lavoro sempre più estreme.

Marco Pannella, con il suo sciopero della fame e della sete, chiede che si ponga un argine alla deriva dei diritti umani “per impedire il collasso dei tribunali, quindi per evitare che migliaia di persone languiscano in galera in attesa di processo, serve un provvedimento d’urgenza”. Marco Pannella chiede un’amnistia.
È uno di quei provvedimenti cui molti di noi oppongono un rifiuto d’istinto, identificando l’amnistia con l’impunità, correndo con il pensiero a quelli che “la passeranno liscia”. È un pensiero solo apparentemente accettabile, che guarda alla giustizia come alla vendetta della società contro chi ha rotto il patto sociale. Non è la nostra idea di giustizia. Inoltre, il primo a dover rispettare le regole dovrebbe essere chi di quelle regole è la fonte: lo Stato. E in Italia lo Stato non rispetta la sua legge perché tratta in modo inumano i detenuti, e nel breve termine nulla lascia credere che la situazione cambierà: le condizioni igieniche e l’assistenza sanitaria non miglioreranno, il malessere della polizia penitenziaria non diminuirà, le morti dei detenuti (1500 negli ultimi 10 anni) continueranno.

Ho deciso di sottoscrivere l’appello sull’emergenza della giustizia e carceraria perché, nelle condizioni attuali, l’amnistia appare l’unico provvedimento d’emergenza capace di alleggerire l’intollerabile pressione del sovraffollamento e delle sue drammatiche conseguenze. Ovviamente avendo chiaro che ci ritroveremo presto di fronte allo stesso problema se non lo affronteremo in modo diverso da come fatto finora. L’amnistia non servirà cioè a nulla se non si vorranno eliminare gli effetti nefasti di leggi come quelle che mandano in carcere i tossicodipendenti o i clandestini. Non servirà se non si deciderà di imboccare con decisione la strada delle pene alternative. Non servirà se i parlamentari italiani che condividono l’allarme per questa situazione non vorranno far seguire coerenti atti formali alle loro dichiarazioni.

TAG: , , , ,
  • fblom

    Non ho mai stimato Debora Serracchiani, anzi, l’ho sempre trovata piuttosto banale.
    Ma dopo questo intervento ho cambiato idea.

  • maxvader

    Un altro articolo interessante, sul medesimo argomento, che dice le stesse cose ma con un occhio più rivolto alla rieducazione e alla normativa http://denunceinrete.blogspot.com/2011/02/lo-scandalo-delle-carceri-italiane.html
    Preferisco sentir parlare di depenalizzazione di reati piuttosto che di amnistie, chi ha un po’ di memoria ricorda i picchi di reati che sono stati compiuti dopo l’amnistia di qualche anno fa e come in pochissimo tempo le stesse persone in carcere ci siano tornate.
    C’è stato anche chi l’aumento di reati l’ha vissuto sulla propria pelle.
    Parliamo di depenalizzazione, di forme di detenzione alternative al carcere, di nuove strutture da costruire o da ricavare, ma di amnistia per favore no.
    Se la situazione è medioevale non è con risposte medioevali che la risolveremo…

  • Signor D

    Maxvader, senza avvitarci in una spirale di contestazioni (ovvio che c’è fa personalmente l’esperienza dell’aumento di reati, altrimenti…), a me non risulta quanto dici (se non sbaglio parli dell’indulto), e so che quanti tornano in carcere dopo provvedimenti analoghi sono una percentuale ridotta.
    Alfano, comunque, che “ha imbroccato la strada giusta” e “sta seminando bene”, si preoccupa di portare a termine l’aumento dei posti in carcere:
    http://www.ilpost.it/riccardoarena/2011/05/13/business-piano-carceri/
    .
    D

  • Pingback: Normale emergenza | Debora Serracchiani

  • Pingback: Links for 08/07/2011 | Giordani.org

  • luco

    “È uno di quei provvedimenti cui molti di noi oppongono un rifiuto d’istinto, identificando l’amnistia con l’impunità, correndo con il pensiero a quelli che “la passeranno liscia”. È un pensiero solo apparentemente accettabile, che guarda alla giustizia come alla vendetta della società contro chi ha rotto il patto sociale.” Forse. Ma sono convinto a non essere l’unico in questo paese che guarda alla detenzione come una misura protettiva nei confronti del resto della società (sebbene nessuno metta il problema in questi termini, nemmeno la costituzione, se pone l’accento sulla funzione rieducatrice del carcere). Perché non si parla di questo? Troppo facile parlare di “vendetta”, “giusta punizione” “riabilitazione” “diritti degli ultimi”. Sono parole pesanti di cui ci si può riempire la bocca. Parliamo dei fatti maggioritari (concetto difficile per il PD, me ne rendo conto). Diciamo che chi “ha sbagliato” può sbagliare di nuovo, forse è addirittura portato. La vendetta è inutile, la giustizia già è qualcosa ma è una consolazione. La sicurezza garantita per la maggioranza è molto. Quindi occhio a parlare di amnistia, sempre. E diamo uno sguardo ai dati seguenti le precedenti amnistie per favore, soprattutto. Gli effetti psicologici di uno stato che “perdona” sono deleteri. Mica solo quando si parla di evasione, sapete?