C’è chi scuote il capo con sopportazione e c’è chi s’indigna sanguigno, col repertorio svariando da “ma dove siamo arrivati…” a “non si può andare avanti così!”. In realtà nessuno si stupisce più davvero di quelle che si insiste a chiamare le “sparate” della Lega: sono entrate nella quotidianità e, giorno dopo giorno, hanno conquistato con l’abitudine lo spazio da cui si genera la legittimazione. Oggi è il mio collega Salvini che va all’attacco del 2 giugno, ieri era Calderoli che bruciava la pira delle leggi (e che a me ha fatto venire in mente Farenheit 451), prima ancora Castelli chiedeva la croce sul tricolore. Dopo la campagna contro i menù etnici è in arrivo il lancio delle botteghe ‘verdi’ a chilometro zero che alzano il cartello “non vendiamo banane e ananas”.
Non sono solo dichiarazioni e gesti d’impatto momentaneo o superficiale, e non credo si tratti nemmeno solo di tattica politica. Ho invece la sensazione che ci troviamo di fronte ad un fenomeno in cui la comunicazione risulta ad altissimo impatto perché il messaggio politico viene potenziato dall’attivazione di un forte coefficiente simbolico.
Voglio dire che almeno una parte dell’efficacia del messaggio della Lega risiede nella sua capacità di riattivare significati che costituiscono una parte non secondaria dell’immaginario collettivo. Ovvio, si dirà, il rituale simbolico leghista che richiama alla mente gli elementi primari, la terra e la comunità locale, le radici sicure a cui tutti abbiamo bisogno di restare aggrappati, attecchisce bene in tempi di incertezza, precariato e timore sociale.
Ma è una considerazione che mi serve per fare un passo ulteriore. Perché il vero punto, l’interrogativo che mi pongo, è un altro: qual è il serbatoio simbolico cui può e dovrebbe attingere un partito riformista italiano del ventunesimo secolo? Ossia, ci poniamo il problema di istituire una sintonia anche emotiva con il Paese, con la comunità cui ci rivolgiamo?
La Lega, proprio in questi giorni, non si fa scrupolo di modificare un simbolo per eccellenza come la bandiera della provincia di Bergamo, facendola più simile a sé nel colore, espellendo il nome latino per far posto a quello dialettale.
Nel nostro campo, simboli identitari di fortissimo impatto come lo scudo, la falce e il martello, sono stati sostituiti prima da gentili e rassicuranti simboli vegetali, poi da un asettico marchio-logo. L’osservazione non equivale a un giudizio, e chiaramente indietro non si torna. Ma se qualcosa abbiamo perso, dobbiamo trovare altro: qualcosa di terribilmente nuovo.
Qualcosa di terribilmente nuovo
16 commenti
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Rincorrere il “Blut und Boden” degli altri è sempre pericoloso; un tempo c’era chi aveva camicie “brune” o “nere”, ora c’è chi porta disinvoltamente camicie “verdi”; tutto pare innocuo, folkloristico (ma pensiamo a dove potrebbero portare fenomeni come le ronde?); un tempo i “fasci” erano roba di sinistra, presa poi a prestito da un’altra roba che si chiamerà fascismo.
Io ho già abbastanza paura di dove ci possono trascinare con la loro noncuranza, con la loro programmatica approssimazione, con la loro volontà di buttare tutto in rissa (se qualcuno ha in mente ciò che è accaduto in Jugoslavia, credo mi capisca agevolmente) perciò non rincorriamoli sul loro terreno; sono già così pericolosamente grezzi da aver portato l’eloquio, la filosofia e la sociologia del Bar Sport al Governo.
Dovremmo piuttosto dare “ai nostri” l’orgoglio semplice di sentirsi civili, colti, aperti, disponibili, quelli che se gli parli di razza dicono “umana” senza pensarci; quelli che non hanno paura di professare la loro alterità.
Se ci pensi, cara Debora, ci governa una maggioranza che è tutto meno che coesa: è una sintesi di minoranze, a loro volta costituite da altrettanti pervicaci nuclei di interesse. Si coalizzano perché sperano di ricavare qualcosa nell’immediato, di avere qualche regola in meno da rispettare, qualche furbizia da farsi scivolare.
Quello che manca “a noi” è di avere l’orgoglio di affermare di volere un paese normale che chiuda con un presente devastante e dia una prospettiva a una paese devastato.
Inseguire le camicie verdi su qualche farneticazione dell’ultima ora non serve a nulla.
Guardiamo invece se siamo davvero pronti a chiudere con le “nostre” furbizie e forse recupereremo anche voti dal bacino dell’astensione. E’ lì che dobbiamo andare. E’ lì che qualcuno ci aspetta.
Non so, i simbolismi da accampamento di Unni mi sembrano un po’ lontani dal PD onestamente…
Scusa, non per fare il precisino, ma perché hai usato quell’avverbio “terribilmente”?
Posso capire “terribilmente stanco”, “terribilmente doloroso”, “terribilmente triste”…
Ma associarlo a un concetto positivo mi suona un po’ strano. O no?
@raffaeled: è la traduzione semantica dell’incontro fra le parole inglesi “damn” e “fucking” ;p “damn new” e/o “fucking new”. Un po’ new wave, un po’ Lucarelli, un po’ Aldo Nove etc…
La domanda che giustamente si pone Serrachiani è: “qual è il serbatoio simbolico cui può e dovrebbe attingere un partito riformista italiano del ventunesimo secolo?” Giustissima domanda!
La risposta che mi sento d dare è questa: Può un partito riformista del ventunesimo secolo essere la somma dello “scudo crociato e della falce e martello”? Può un partito riformista europeo del ventunesimo secolo non federarsi al Partito dei Socialisti Europei? Può un partito riformista europeo del ventunesimo secolo non rifarsi ai valori socialisti e social-democratici comuni a tutte le case progressiste europee?
Credo che i simboli siano conseguenza delle idee e della visione della società che un partito esprime. Mancando questo mancano di conseguenza anche i simboli.
Serrachini cosa ne pensa?
Serracchiani questa volta trovo il suo intervento apprezzabile. Le faccio notare, però, che anche se non lo può dire esplicitamente la parte maggioritaria del PD sa bene dove sta andando. Sta andando verso il mondo nuovo (titolo ultimo libro di D’Alema), più propriamente verso il nuovo ordine, idiosincrasia di molti nel panorama politico mondiale, anche del Presidente Napolitano, dei presidenti americani e dei Papi dal Concilio Vaticano II in poi.
Quindi la battaglia è tra i valori identitari della terra (ma non la patria), che si è accaparrati furbescamente la lega, i valori della patria (appalto ex AN), e la rinuncia a parte importante della sovranità nazionale a favore di entità governative sovranazionali, ONU (uno nuovo!), FMI, BCE, Commissione Europea ecc. I poteri forti mondiali vanno tutti verso quest’ultima direzione, e a quelli pare accodato il PD, almeno nella sua parte ripeto maggioritaria. Da quelli oggi il PD ricerca legittimità a governare il paese, più che dall’elettorato. Solo che l’immaginario dei poteri forti ruota tutto intorno a numeri, soldi, banche, imprese, indicibili progetti di riequilibrio demografico, vergognose guerre preventive. La libertà individuale, in questo immaginario, pare essere un valore secondario, così come lavoro e diritti in genere, tutto a favore di un bene comune supremo non meglio specificato. Si tratta, concorderà con me, di un immaginario non facilmente comunicabile alle masse, delle quali il partito, almeno fino a nuovo ordine, pare disinteressarsi, accusando di populismo chiunque si agiti un po’ nell’arena politica.
L’abbraccio alla ideologia del nuovo ordine mondiale, secondo me, è il motivo per cui gli azionisti di maggioranza del PD vedono come fumo negli occhi chi vuol far politica nel territorio come Chiamparino e Cacciari, che neanche troppo sotto sotto intenderebbero accordarsi con la Lega, dove possibile, e quindi rimettere in campo la concezione delle identità locali anche dentro il PD, assolutamente contrapposta a quella universalistica, azienda della quale detiene la rappresentanza italiana.
Io, per me, dichiaro spontaneamente che tra identità stracciona, di terra o di patria, e universalismo, preferisco quest’ultimo, perché penso che le conseguenze estreme dell’identità politico-localistica sfocerebbero nell’invivibilità populistica, come ora in alcune parti d’Italia. Altra cosa sarebbe forse l’identità analitica e colta di un Cacciari, ma sono solo sogni elitari…
Comunque, controvento non si va, l’Italia appartiene dal dopoguerra agli Stati Uniti. Ci piaccia o no, l’autodeterminazione con decine di basi Nato e imprecisate ma copiose testate atomiche sul nostro territorio è una bugia non più raccontabile, almeno dopo il bombardamento della Serbia con il consenso di D’Alema e di Scalfaro.
Riprendo le parole della Serracchiani:”
“Perché il vero punto, l’interrogativo che mi pongo, è un altro: qual è il serbatoio simbolico cui può e dovrebbe attingere un partito riformista italiano del ventunesimo secolo? Ossia, ci poniamo il problema di istituire una sintonia anche emotiva con il Paese, con la comunità cui ci rivolgiamo?”
Alcune osservazioni:
a) Il centro sinistra ha da troppo tempo tenuto in non cale la questione dei diritti, del salario, delle pensioni dei lavoratori dipendenti. Che sono mln e mln di persone: tuttora la categoria più vasta dell’Italia. Lo stesso Post su cui stiamo scrivendo, che si colloca evidentemente in quell’area, discetta piacevolemnte dell’universo mondo ma mai di queste cose. Bene. Io sono convinto (-issimo) che sia questo il serbatoio emotivo e qui si trovi la sintonia emotiva. Non nella difesa del clandestino, non nell’istituzione dei DICO, non in certe eccentricità legate al gender, non nelle questioni di lana caprina tipo quella della base USA Dal Molin. Nella paga, nel part time, nella stabilità del lavoro, nella pensione raggiunta non 5 minuti prima di morire. Qui sta l’universo mentale ed emotivo di chi vota o vorrebbe ricominciare a votare centro sinistra. Cosa replichi a un leghista che dice che Treu o D’Alema se ne sbattono dei lavoratori più della Lega medesima?
b) Recuperare simboli e consonanze emotive dopo aver passato decenni a dirsi che la tv non decide le elezioni o ad aver stretto patti scellerati che hanno lasciato in mano ai reazionari il controllo delle tv medesime, diventa praticamente impossibile. Noi stiamo qui, intelligenti (tutti), colti (tutti), belli (qualcuno) a palleggiarci sul web, e cosa dice Mantellini e come replica la Serracchiani e hai visto il Giappone e l’i Pad e la rava e la fava. Fuori da questi maledetti pixel c’è un mondo COMPLETAMENTE diverso, fatto di gente che ha 70 anni (e si aspetta di vivere e votare per altri 20), che manco sa mandare un sms. E che se gli si parlasse di persuasori occulti, penserebbe a a qualcosa che ha a che fare sangue nelle feci. Lasciare la tv in mano al nemico ci ha tolto la comunicazione col grosso, grossissimo, del Paese.
Un simbolo politico è un marchio, come il logo della Nike. Nel caso del logo di un prodotto è il segno che rappresenta l’identità costruita dalla comunicazione pubblicitaria per quel prodotto.
Il simbolo di un partito aggrega un insieme di idee nello stesso modo, ma le idee devono essere costruite al di fuori del simbolo, proprio come gli spot che associano Barilla a famiglia.
La falce e martello era un simbolo forte, ma il contenuto era quello espresso dal Manifesto del partito comunista, un contenuto condiviso, chiaramente espresso, accessibile a tutti.
Nel caso del PD il problema non è nel simbolo, ma nel fatto che il simbolo simboleggia un’aggregazione confusa di quello che resta dopo che si sono abbandonate le bubbole del secolo scorso ma si vuole continuare a essere progressisti.
Bisogna definire meglio e in modo più scultoreo l’identità che c’è dietro. Secondo me risalire alla rivoluzione americana: il diritto alla libertà e alla ricerca della felicità per tutti e il contratto sociale come mezzo per garantire questo fine.
Guarda, da elettore PD estremamente disilluso penso che le nuove leve del PD in cui tutti concentriamo le poche speranze residue dovrebbero smettere di farsi solo delle domande, e cominciare a darci un po’ di risposte e di proposte. Alla fine la differenza più grossa è questa: i Leghisti sbraitano ricette facili e populistiche attirando consensi e voti (senza poi darsi la pena di realizzarle, per fortuna), mentre nel PD si lanciano domande al vuoto; penso sia davvero ora di offrire agli elettori qualcosa di concreto, non di simbolico. E mi rendo conto di quanto sia difficile, per cui un grosso in bocca al lupo.
Da bergamasco aggiungo anche che nessuno sospettava dell’esistensa di una bandiera della provincia fino a qualche giorno fa, quindi ci andrei piano a parlare di simbolo per eccellenza. Mi pare piuttosto la solita strategia leghista di andare a toccare solo cose che non servono a nulla ma che assicurano il massimo polverone mediatico.
Ma come parla?!
“..il messaggio politico viene potenziato dall’attivazione di un forte coefficiente simbolico”.
[sberla] Ma come parla?!
“..una parte dell’efficacia del messaggio della Lega risiede nella sua capacità di riattivare significati che costituiscono una parte non secondaria dell’immaginario collettivo”.
[sberla] E due! Come parla?! Come parla?! Le parole sono importanti! Come parla?!