Sono convinta che le riforme, istituzionali ed elettorali, siano necessarie, e che ci sia un largo consenso in Italia sul superamento del porcellum. Ma ho la sensazione fondata che queste riforme siano quanto di meno interessi i cittadini, a parte forse ciò che tocca la riduzione dei costi e dei privilegi della politica. Dobbiamo fare molta attenzione a non essere identificati come coloro che partecipano a un deprecabile ‘teatrino della politica’, in cui tutti gli attori sono uguali e ugualmente lontani dalle cose che riguardano la gente.
Di fronte alle emergenze del Paese, il Pd non può continuare la sua fase ‘introspettiva’. Dopo l’intervento di Romano Prodi, che ha proposto al Pd una riforma nel senso di un federalismo spinto, alcuni esponenti politici hanno riconosciuto in questa formula uno strumento con cui si sarebbe potuto dare una risposta alla difficoltà ormai costituzionale del Pd di incidere nel nord.
Io mi vado sempre più convincendo che stiamo rimanendo drammaticamente indietro rispetto a questo problema cruciale, tanto da ritenere che sia divenuta una priorità anche rispetto alla discussione sulla forma-partito. A maggior ragione, credo che la risposta alla questione del nord non viene rimettendo in discussione gli assetti del partito. Credo che l’approccio debba essere politico, un approccio cioè che metta al primo posto le scelte e le proposte del Pd per il nord.
Riconosco volentieri al segretario Bersani di aver avviato un’elaborazione che intende dare concretezza all’azione del partito, ma proprio per questo, allora, le problematiche del nord devono acquisire la dignità di punto programmatico saliente del Pd.
In mancanza di ciò, sarà estremamente difficile affrontare anche i problemi del sud, perché la parte più avanzata del Paese deve riuscire a rimanere competitiva con i sistemi globali più dinamici e qualificati. Altrimenti il rischio di un declassamento dell’intero Paese è reale.
Il profondo disagio del nord è stato colto dalla Lega, la quale è stata l’unica a fornire delle risposte, poco importa se adeguate o meno. Si è accreditata come il più credibile interlocutore dei ceti produttivi del nord, lavoratori dipendenti inclusi. Noi non riusciamo a far esplodere la contraddizione di una Lega al tempo stesso padana e romana, perché la nostra proposta è troppo povera per andare al di là della denuncia.
Di fronte a tutto ciò cosa dovrebbe fare il Pd?
Occuparsi della modernizzazione del Paese, dell’alleggerimento dalla burocrazia, in sintesi offrire un sollievo dal peso soffocante dello Stato: questo è quanto si chiede al nord. Io aggiungo che dovremmo perseguire il superamento di certo deteriore corporativismo, conducendo una battaglia culturale di prospettiva e d’avanguardia, che riaffermi il valore di un senso comune che si sta perdendo e sulla cui perdita la Lega specula. Penso allo sgretolamento dei valori del rispetto fiscale, civico e della legalità diffusa.
Qui noi dobbiamo chiedere che lo sviluppo non sia impastoiato dall’invadenza della politica, o meglio dei partiti, troppo implicati nella gestione di ambiti che dovrebbero invece essere loro sottratti, anche perché le logiche che sovrintendono alle nomine prescindono sempre più dalle competenze. E’ una declinazione della questione morale che il Pd dovrebbe acquisire formalmente tra le sue priorità.
Sappiamo bene che il nord non è un sistema unico e chiuso, ma che è fatto di un’articolazione di sottosistemi diversi. Se vogliamo apprestare uno strumento politico capace di intercettare le sue questioni, occorrono strutture stabili di confronto e coordinamento tra realtà locali e regionali del Pd del nord. Per chiarire, dunque, non un Pd del nord, ma forme strette di rapporto su questioni precise e concrete portate avanti dal Pd delle regioni del nord. Questioni che devono essere fatte proprie dal livello centrale del partito.
Se non vorremo rapidamente occuparci di questa emergenza, è sicuro che ci verrà presentato il conto, più salato di quello delle ultime regionali. E sarà un conto che pagherà tutto il Paese, a cominciare dal sud. Non vorrei infatti diventasse realtà la vignetta del ‘comunista’ Economist, che in questi giorni ci raffigura un’Italia tagliata in due, corrispondente in modo inquietante al mai ripudiato progetto secessionista della Lega.


