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Giovedì 9 settembre 2010
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Avvocato, eletta al Parlamento europeo per il Partito Democratico. Il suo sito è Debora Serracchiani. (vedi la sua voce su Wikipedia)

L’ingorgo in Cina e la Corea del Nord su Twitter

26 agosto 2010 - 21 commenti

Due notizie dall’Estremo Oriente mi distolgono dalla cronaca italica e mi fanno sorgere qualche pensiero che si spinge un po’ più in là di dopodomani.
Vengono da due Paesi che ancora si dicono comunisti, la Cina e la Corea del Nord.
L’ideologia ufficiale della Corea del Nord si chiama “Juche”, predica l’autosufficienza nazionale e l’infallibilità del leader, e in base ai suoi dettami sono proibiti i cellulari e Internet. Però ha permesso la creazione di un account Twitter e uno su YouTube, “Uriminzokkiri”, che significa “il nostro popolo”; l’account Twitter ha riscosso un buon successo raggiungendo i 6800 iscritti, mentre sono un’ottantina i video caricati. Il regime intende evidentemente utilizzare la tecnologia per farsi un po’ di pubblicità con qualche slogan lanciato al momento giusto, e chissà, magari aumentare il consenso.
La Corea del Nord è una delle dittature più cupe del mondo, e non so esattamente come stiano le cose dal punto di vista tecnico. Ma non posso evitare di farmi tornare in mente il ruolo giocato proprio da Twitter in Iran nei giorni della cosiddetta “rivoluzione verde”: quei ‘cinguettii’ con i messaggi d’aiuto e le denunce dalle Università aprirono gli occhi al mondo mentre i pasdaran manganellavano giovani manifestanti e studentesse non abbastanza coperte. La Corea del Nord prova oggi a controllare la modernità e a incanalare la sua avanzata tentando di piegarla alle logiche del potere. Alla lunga, dubito che ce la farà.
Mi conforta in questa idea anche la seconda notizia che mi è capitata sott’occhio.
Si tratta dell’enorme ingorgo autostradale che in Cina ha coinvolto, per nove giorni, oltre diecimila veicoli e trentamila persone: per un banale restringimento di carreggiata si sono formati oltre 100 km di coda, che pare saranno smaltiti in un mese. Solo pochi anni fa questo sarebbe stato impensabile. Lo sviluppo dirompente della Cina, che ora è la seconda potenza economica del globo, ha conseguenze parametrate sulle dimensioni di quel Paese e dobbiamo considerare quell’ingorgo come un simbolo degli effetti di una corsa verso la modernità che non si riesce a controllare. Perché qualunque cosa si intenda per modernità, quando le si porge anche solo un dito, bisogna aspettarsi che si prenda almeno tutto il braccio. Se riesce impossibile gestire un ingorgo, c’è da chiedersi come o fino a quando si potrà gestire la voglia di libertà delle persone.
L’illusione di poter controllare gli spazi di libertà individuale che la modernità genera come suo portato è tipica di molti regimi, anche del passato, che hanno tentato di addomesticare il progresso. Intrinseco al progresso della tecnologia, nel nostro tempo, è il movimento espansivo della comunicazione, sui cui canali non corrono solo i dati economici ma anche le emozioni, i pensieri, le aspirazioni dei popoli.
Emuli dei talebani, gli integralisti islamici in Somalia forse hanno capito da dove arriva il pericolo, e dunque ordinano lapidazioni pubbliche per chi ascolta musica e guarda la televisione.
Benigno Zaccagnini nel lontano 1963 alla Camera, riferendosi al Muro di Berlino eretto l’anno innanzi, disse: “Noi sappiamo che anche questo muro verrà abbattuto; e non verrà abbattuto dai carri armati, ma dal cammino travolgente delle idee di libertà, di giustizia e di pace che ovunque avanzano nel mondo”. Zaccagnini morì quattro giorni prima della caduta del muro. Non so se noi faremo in tempo a veder cadere i muri in Corea e in Cina.
Sicuramente, il muricciolo di sabbia che il nostro piccolo raìs ha provato a erigere contro la libertà e la democrazia sta già franando miseramente.

Un partito daccapo

28 luglio 2010 - 37 commenti

Quando ho letto sui giornali che tornavamo a parlare delle primarie, di chi vuol farle, di chi no, di chi sì ma per finta, confesso che ho provato un senso di sconforto. Mi son detta: non è possibile dover tornare sempre daccapo. Siamo usciti dall’ultima assemblea nazionale convinti che noi eravamo il partito delle primarie e ora pare che non sia più così. Mi ha colpito anche la prima reazione degli abitanti dell’Aquila di fronte alla visita dei nostri parlamentari, guidati da Bersani: ci hanno rimproverato per il ritardo con cui il partito si è mosso. Hanno ragione anche loro. Ora è la volta dell’elezione del vicepresidente del Csm: infinite sono le ragioni che si possono portare a giustificazione della scelta di dare appoggio a Vietti. Ma quando un tuo elettore, un militante, ti sventola sotto il naso il curriculum del senatore Udc, e ti fa leggere che è stato due volte sottosegretario di Berlusconi, che è uno dei padri del legittimo impedimento e della depenalizzazione del falso in bilancio… Non c’è più risposta tecnica che tenga.

Quello che una volta si chiamava il “nostro popolo”, e che è fatto di gente di tutte le provenienze, oggi non ti perdona più nemmeno l’impressione di un cedimento alle sirene dell’inciucio. Ancora continuano, i nostri, a ricordare e a rimproverarci le assenze in Aula quando si è votata la pregiudiziale di costituzionalità dello scudo fiscale. E così non basta nemmeno il lavoro, anche tenace, che i gruppi fanno in Parlamento, perché l’ombra del sospetto è in agguato e il commento è: “sì, ma…”. Insomma, torna fuori un problema di credibilità con cui dobbiamo fare i conti, che non che non è più eludibile, e che alla lunga ci può costare caro. Come meravigliarsi se i nostri elettori e iscritti si girano e guardano a Vendola? Ci sarà un significato in quelle cifre date da Ipr nel suo sondaggio? Dicono che nell’ipotesi di primarie, Vendola parte in leggero vantaggio (51%) su Bersani (49%), anche se in Bersani c’è più fiducia. Anzi, proprio il fatto che ci sia più fiducia in Bersani deve farci meditare, e deve farci fare uno scatto. Perché abbiamo tutto quello che ci serve, un segretario legittimato, competenze, radicamento, un sacco di militanti che non aspettano altro che il via. Abbiamo persino un avversario politico indebolito e screditato. Che aspettiamo?

Brancher per i posteri

7 luglio 2010 - 22 commenti

La strana vicenda del ministro del nulla Aldo Brancher è uno dei fatti di maggior spessore tragicomico dell’attuale governo: di Brancher sono arrivate prima le dimissioni che le deleghe. Nato come ministro per l’attuazione del federalismo, dopo le reprimende di Bossi a Pontida era stato ridenominato ministro per la sussidiarietà e il decentramento. Nome misterioso che in concreto dice poco, specie se già in presenza di un ministero per gli Affari Regionali.
Sono ora curiosa di vedere se Berlusconi indicherà un altro nome per ricoprire questo incarico tanto delicato e utile per il bene del Paese: sarebbe doveroso, sentite le minacce di espulsione dal Pdl verso chi avrebbe votato la sfiducia, ma mi permetto di dubitarne.
Sarà così evidente che la nomina di Brancher era dovuta nient’altro che alla necessità di un salvagente per sottrarlo al processo sulla scalata ad Antonveneta. Un’operazione piuttosto sfacciata, o perlomeno maldestra: decisamente troppo anche rispetto a quanto ci ha abituato Berlusconi.
Giocare così con i poteri dello Stato è mancare di rispetto ai cittadini, proprio mentre ci si permette di chiedere loro dei sacrifici non da poco per mettere a posto i conti pubblici. Sprecarli per istituire un ministero ad personam è solo l’ultimo dei segni di poca lucidità del governo.

Qualcosa di terribilmente nuovo

3 giugno 2010 - 16 commenti

C’è chi scuote il capo con sopportazione e c’è chi s’indigna sanguigno, col repertorio svariando da “ma dove siamo arrivati…” a “non si può andare avanti così!”. In realtà nessuno si stupisce più davvero di quelle che si insiste a chiamare le “sparate” della Lega: sono entrate nella quotidianità e, giorno dopo giorno, hanno conquistato con l’abitudine lo spazio da cui si genera la legittimazione. Oggi è il mio collega Salvini che va all’attacco del 2 giugno, ieri era Calderoli che bruciava la pira delle leggi (e che a me ha fatto venire in mente Farenheit 451), prima ancora Castelli chiedeva la croce sul tricolore. Dopo la campagna contro i menù etnici è in arrivo il lancio delle botteghe ‘verdi’ a chilometro zero che alzano il cartello “non vendiamo banane e ananas”.
Non sono solo dichiarazioni e gesti d’impatto momentaneo o superficiale, e non credo si tratti nemmeno solo di tattica politica. Ho invece la sensazione che ci troviamo di fronte ad un fenomeno in cui la comunicazione risulta ad altissimo impatto perché il messaggio politico viene potenziato dall’attivazione di un forte coefficiente simbolico.
Voglio dire che almeno una parte dell’efficacia del messaggio della Lega risiede nella sua capacità di riattivare significati che costituiscono una parte non secondaria dell’immaginario collettivo. Ovvio, si dirà, il rituale simbolico leghista che richiama alla mente gli elementi primari, la terra e la comunità locale, le radici sicure a cui tutti abbiamo bisogno di restare aggrappati, attecchisce bene in tempi di incertezza, precariato e timore sociale.
Ma è una considerazione che mi serve per fare un passo ulteriore. Perché il vero punto, l’interrogativo che mi pongo, è un altro: qual è il serbatoio simbolico cui può e dovrebbe attingere un partito riformista italiano del ventunesimo secolo? Ossia, ci poniamo il problema di istituire una sintonia anche emotiva con il Paese, con la comunità cui ci rivolgiamo?
La Lega, proprio in questi giorni, non si fa scrupolo di modificare un simbolo per eccellenza come la bandiera della provincia di Bergamo, facendola più simile a sé nel colore, espellendo il nome latino per far posto a quello dialettale.
Nel nostro campo, simboli identitari di fortissimo impatto come lo scudo, la falce e il martello, sono stati sostituiti prima da gentili e rassicuranti simboli vegetali, poi da un asettico marchio-logo. L’osservazione non equivale a un giudizio, e chiaramente indietro non si torna. Ma se qualcosa abbiamo perso, dobbiamo trovare altro: qualcosa di terribilmente nuovo.

Liberare il Nord dallo Stato

7 maggio 2010 - 17 commenti

Sono convinta che le riforme, istituzionali ed elettorali, siano necessarie, e che ci sia un largo consenso in Italia sul superamento del porcellum. Ma ho la sensazione fondata che queste riforme siano quanto di meno interessi i cittadini, a parte forse ciò che tocca la riduzione dei costi e dei privilegi della politica. Dobbiamo fare molta attenzione a non essere identificati come coloro che partecipano a un deprecabile ‘teatrino della politica’, in cui tutti gli attori sono uguali e ugualmente lontani dalle cose che riguardano la gente.

(continua…)

Il vero “terzo polo” è la Lega

27 aprile 2010 - 48 commenti

Rispondendo ad Angela Frenda, che mi intervistava per il Corriere della Sera, ho confessato che mi sono incavolata quando ho visto Fini, alla direzione del Pdl, dire cose che somigliano a quelle che diciamo noi.

(continua…)