Lo stato del Movimento 5 Stelle in una foto

Immagino che in parecchi ieri abbiano dovuto sforzarsi per nascondere la soddisfazione di vedere Alessandro Di Battista contestato dai manifestanti che voleva arringare fuori dalla Camera. È stato un momento in cui molti hanno rischiato di provare la stessa sensazione dello scontro Berlusconi-Travaglio ad Anno Zero: la gioia infame di vedere l’inquisitore denudato, il creatore divorato dalla sua creatura. Tre anni fa era già accaduta la stessa cosa alla senatrice Paola Taverna, contestata da alcuni manifestanti alla periferia di Roma. All’epoca il Movimento era in ascesa, le vittorie di Roma e Torino ancora di là da venire e Taverna una figura secondaria nel partito. Ieri è stato diverso. A prendere fischi e insulti è stato il più abile tribuno del Movimento, una delle sue figure più note e riconoscibili.

L’episodio in sé, in realtà, non è molto significativo. Quando Di Battista è uscito dalla Camera era in corso una manifestazione guidata dal “generale Pappalardo”, un eccentrico ex generale dei carabinieri che contesta la legittimità dell’attuale Parlamento. La piccola folla che si era radunata non era certo un gruppo rappresentativo dei sentimenti della popolazione generale. Eppure la fotografia di Di Battista mostra chiaramente una realtà che dovrebbe essere anche troppo evidente a tutti gli osservatori della politica: il Movimento 5 Stelle ha oramai perso il suo momento.

Sono passati esattamente dieci anni dalla sua nascita e, come non mancano di ricordarci i suoi stessi dirigenti, in Italia non è cambiato niente, come se l’ondata moralizzatrice scatenata da Grillo non fosse nemmeno riuscita a sfiorare i palazzi del potere. Il paese è ancora corrotto come dieci anni fa. Ci sono più poveri, più immigrati, più criminalità. I governi continuano a non fare gli interessi delle persone, i potenti continuano ad essere privilegiati. Tre anni fa, pochi giorni dopo essere stata contestata, Taverna cercò di difendersi da queste stesse accuse: «La gente ci dice che non stiamo cambiando le cose: ma noi siamo opposizione, non abbiamo la possibilità di far passare le leggi ora. Non funziona così il Parlamento». È una frase piena di buon senso, ma non è quello che Grillo ha promesso negli ultimi dieci anni. Il Movimento è nato con l’idea che bastasse eleggere un pugno di ragazzi onesti per moralizzare la vita pubblica.

Dieci anni dopo, l’unica cosa che ha ottenuto è una piccola operazione di microcredito finanziata dagli stipendi dei parlamentari. Se poi andiamo a guardare dove il Movimento ha vinto davvero, nei comuni dove governa da solo la situazione è anche peggiore. Roma è una tragedia e la gestione di Torino è continuamente contestata. Una fetta sostanziale degli altri comuni è finita in mezzo ad inchieste o con l’espulsione del sindaco dal Movimento.

Anche se tutto questo non sembra aver pesato più di tanto sui sondaggi, alcuni segnali sembrano indicare che il Movimento stia perdendo seguito anche tra i suoi attivisti più fedeli. Da tre anni, il denaro che viene donato per organizzare la festa del Movimento è sempre meno. Nel 2015 il partito raccolse quasi mezzo milione di euro. L’anno dopo, soltanto 400 mila euro, mentre quest’anno è arrivato a malapena a 350 mila. Soltanto un anno fa, quando sul blog venne messo ai voti il nuovo statuto del Movimento, votarono quasi 90 mila persone. Il mese scorso, alle primarie online del Movimento, meno di 40 mila persone si sono loggate sul sito per scegliere il loro capo partito e candidato presidente del Consiglio. Se queste sono difficoltà condivise da tutti i partiti, che ne sia affetta una formazione giovane e apparentemente dinamica come il Movimento dovrebbe suscitare nei suoi leader particolare preoccupazione.

Intanto, mentre Grillo e i suoi si dibattono in queste difficoltà, l’economia si sta riprendendo. L’occupazione è in crescita e la disoccupazione in calo. Le regioni del Nord sono tornate ai livelli di prima della crisi e, anche se nel paese continuano ad esserci enormi sacche di disagio, la marea sta iniziando a rifluire e le aree in crisi hanno smesso di espandersi. In questa fase i partiti moderati non sembrano più così poco attraenti come quando la crisi mordeva al suo picco. I leader del Movimento hanno fiutato questa aria e si sono affrettati a spostarsi verso il centro. Luigi Di Maio, provvidenzialmente eletto “capo del partito”, ha detto che non bisogna più uscire dall’euro ed è andato a baciare il sangue di San Gennaro. Gli ansiti di ribellione sono spariti dalla retorica del Movimento che sembra ogni giorno di più un partito che corteggia il voto di anziani e pensionati, come fanno tutti gli altri.

E così torniamo alla fotografia di Di Battista, in cui il corpo proteso del deputato e le mani dei suoi contestatori sembrano disegnare una perfetta sezione aurea. E l’immagine di un partito che si è da tempo ritirato da quello che era il suo scopo statutario: convogliare in una forza politica democratica il dissenso che altrimenti sarebbe sfociato in maniera ben più violenta. Come Di Battista davanti ai contestatori, il Movimento è oramai sulla difensiva. Non pensa più a espandersi, ma a tutelare le modeste posizioni che ha già conquistato nei palazzi. Il vuoto che si proponeva di riempire, però, è ancora lì. Non si è spalancato il baratro che molti temevano, ma restano milioni di persone disilluse e arrabbiate, tradite negli anni da una promessa di sviluppo ed equità che non è arrivata. Chi o cosa andrà a riempire quegli spazi che il Movimento non sembra più in grado di occupare è una questione di cui forse molto presto ci dovremo occupare.

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