Perché Macron non è di sinistra

L’ultimo argomento che ha appassionato intellettuali e opinionisti italiani si può riassumere così: a quale modello di sinistra europea dovrebbe ispirarsi la sinistra italiana? Quella del leader laburista inglese Jeremy Corbyn o quella del presidente francese Emmanuel Macron? La risposta, in realtà, è contenuta già nella domanda. Se è di “sinistra” che stiamo parlando, il modello difficilmente può essere Macron e per una semplice ragione: Macron non è di sinistra.

È stato lui stesso a ripeterlo in più di un’occasione. «Ni de droite ni de gauche», né di destra né di sinistra, ha detto spesso, fino a farlo diventare quasi uno slogan informale della sua campagna elettorale – e di solito una buona rule of thumb è che chi dice di non essere né di destra né di sinistra è di destra.

Alle parole sono seguiti i fatti. Il nuovo governo è guidato dal primo ministro Édouard Philippe, dirigente di Les Republicains, il principale partito di centrodestra. Il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, è un ex membro dei Republicains, passato ad En Marche. La priorità di Macron, oggi, è l’approvazione di una nuova legge sul lavoro, molto più avanzata della contestata “Loi Travail” portata avanti durante l’ultimo anno della presidenza Hollande.

La legge ridurrà le tutele contro il licenziamento, diminuirà l’importanza dei sindacati e dovrebbe rendere la contrattazione collettiva derogabile e gerarchicamente inferiore a quella aziendale. Secondo il quotidiano Libération, che ha potuto consultare alcuni documenti riservati, la legge sarà ancora più spinta di quella che il governo sta discutendo pubblicamente.

Si tratta di un governo e di un programma che magari saranno in grado di risollevare la Francia dalla sua stagnazione economica, ma che non si possono definire di sinistra.

Non c’è, ovviamente, nulla di male nelle politiche di destra ed è ovvio che chi ritiene che queste siano le ricette migliori per assicurare crescita economica e prosperità sia felice di vederle diffondersi in tutto lo spettro politico. Ma la storia europea degli ultimi anni ci ha spesso mostrato che quando destra e sinistra divengono indistinguibili, almeno sul piano economico, di solito è la sinistra ad avere la peggio.

Gli scienziati politici hanno dato un nome a questo processo: “pasokizzazione”, dal nome del Pasok, il partito socialista greco, divenuto negli anni praticamente indistinguibile dai suoi rivali di centrodestra e sostanzialmente spazzato via dallo scenario politico. È un fenomeno che nel corso degli ultimi vent’anni è stato comune, in vari gradi, a molti partiti socialdemocratici europei. Il risultato in termini elettorali per la sinistra è ben rappresentato da questo grafico dell’Economist.

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Non è il caso di fare correlazioni troppo strette tra lo spostamento dei socialdemocratici verso il centro e il crollo dei loro consensi. In questi anni c’è stata una crisi economica, che ha colto i socialdemocratici al potere in parecchi paesi. Ognuno di loro, inoltre, ha la sua storia, le sue specificità e stranezze. È un fatto, però, che gli ultimi anni abbiano visto una straordinaria crisi di voti e di ideali per la sinistra creata dal leader laburista Tony Blair con la sua invenzione della “terza via”.

Per il momento, i pochi segni di vitalità di quest’area politica sembrano provenire da quei paesi in cui dirigenti e attivisti hanno invertito questa tendenza e hanno nuovamente spostato l’asse dei loro partiti verso valori e politiche più tradizionali. Corbyn, nel Regno Unito, è solo l’esempio più recente di questo fenomeno. Il successo di Jean-Luc Mélenchon è un altro, mentre altri ancora se ne sono visti in Portogallo, Grecia e Spagna.

Quale strada dovrebbe seguire la sinistra italiana, quindi? La vittoria di Macron mostra che un uomo politico può ancora riuscire a ottenere un consenso straordinario rimanendo su un terreno centrista, se non addirittura di destra, in campo economico. Ma il successo di Macron è il successo di un leader. Matteo Renzi, il cui obbiettivo è giustamente quello di restare rilevante in Italia, fa bene ad avere Macron e non Corbyn come modello. Ma la sinistra è un campo ideologico e politico molto più vasto delle aspettative di un singolo leader politico. Il suo orizzonte è più ampio del respiro corto di un paio di cicli politici. Se questi ultimi vent’anni ci hanno insegnato qualcosa è che se la sinistra vuole restare rilevante non può rassegnarsi a diventare un partito di destra con le bandiere colorate di rosso. 

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