I voucher sono il motivo per cui la sinistra perde

Nell’ultima settimana, MDP, il partito guidato da Roberto Speranza di cui fanno parte i dirigenti usciti dal PD, come Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema, ha minacciato di far cadere il governo se saranno reintrodotti i voucher. Si tratta dei buoni lavoro, cancellati lo scorso marzo per prevenire il referendum sulla loro abolizione proposto dalla CGIL. Anche la sinistra interna al PD ha detto di essere contraria al loro ripristino, così come i sindacati e tutte le altre forze di sinistra più o meno radicale. Lo scontro in corso è una straordinaria parabola che spiega perché la sinistra-sinistra in Italia continui a perdere.

I voucher sono uno strumento che, in un modo o nell’altro, esiste in molti altri paesi europei. In Germania, ad esempio, esistono i “mini-job”, in Belgio i “titres de services”. Voucher e loro equivalenti servono a dare ai datori di lavori uno strumento flessibile per pagare prestazioni di lavoro occasionale. In tutti i paesi che li adottano esistono limiti più o meno stringenti per assicurarsi che vengano utilizzati solo per lo scopo per cui sono stati pensati e non vengano abusati. In Italia i voucher sono stati introdotti per la prima volta nel 2003, come parte del pacchetto Biagi, un’iniziativa appoggiata da numerose forze parlamentari.

All’epoca della loro introduzione, i limiti al loro utilizzo erano molto stringenti, ma con il tempo le regole sono state rese meno rigide. Con la riforma Fornero del 2012, i voucher furono quasi completamente liberalizzati. Tra il 2012 e il 2015 i voucher venduti sono cresciuti di circa cinque volte. Ci sono almeno due ragioni che spiegano questo aumento: erano semplicissimi da acquistare e utilizzare (bastava andare in tabaccheria per comprare un tagliando dell’importo desiderato) ed erano economici, soltanto 2,5 euro su dieci andavano in tasse e contributi, il resto era tutto stipendio del lavoratore.

Diminuire le regole sull’uso dei voucher nel corso degli anni ha probabilmente avuto l’effetto di aumentarne gli abusi, ma dipingere i voucher come la causa principale del precariato è sbagliato. Per prima cosa sono un fenomeno circoscritto. In Italia si lavorano ogni anno 43 miliardi di ore, di cui appena lo 0,3 per cento sono retribuite tramite voucher. In media, nel 2015, ogni percettore di voucher ha guadagnato 500 euro netti. Come ha scritto sul sito Adapt Giuliano Cazzola, si tratta di «una dimensione quantitativa palesemente coerente con il ricorso ai “lavoretti” e alle prestazioni occasionali».

Ma invece di chiedere una correzione della riforma Fornero, di ripristinare qualche limite, come ad esempio il divieto di utilizzarli in alcuni tipi di imprese, sindacati, sinistra PD e sinistra radicale hanno chiesto prima la loro completa abolizione tramite un referendum e oggi pretendono che il loro utilizzo sia limitato solo alle famiglie. È un caso da manuale di lancio del bambino con l’acqua sporca. Eliminare completamente i voucher, invece di correggerli, lascia a imprese e lavoratori soltanto due scelte: interrompere il rapporto di lavoro o tornare a lavorare in nero. Non è vero, come si sente dire spesso, che nella legislazione italiana ci sono già oggi strumenti sostitutivi dei voucher. Al posto dei buoni lavoro si possono usare soltanto contratti complicati e molto costosi in termini di tasse.

Ma questa non è soltanto una battaglia sbagliata per i suoi principi: è una battaglia sbagliata anche perché è combattuta dalle persone sbagliate. Leader come Bersani e D’Alema sono gli stessi che votarono la liberalizzazione della Fornero nel 2012. La CGIL che vuole abolirli è lo stesso sindacato che ha assistito senza protestare a quasi 15 anni di liberalizzazioni dei voucher e, colmo dell’ironia, li ha spesso usati per pagare i suoi dipendenti.

Questa è soltanto una delle innumerevoli incoerenze politiche dell’attuale sinistra, di quella all’interno del PD e di gran parte di quella che sta al di fuori. Oggi, leader come Massimo D’Alema criticano i voucher e le politiche di liberalizzazione del lavoro volute dagli ultimi governi, ma fu proprio lui che al congresso dei DS del 1997 disse di fronte al leader della CGIL Sergio Cofferati, che lo ascoltava dalla platea: «Dobbiamo costruire nuove e più flessibili reti di rappresentanza e di tutela del lavoro».

Dopo anni trascorsi a parlare di flessibilità, di liberalizzazioni e di terza via, oggi la loro opposizione al governo sembra opportunistica e posticcia: e infatti lo è. Non c’è bisogno di immaginare casi ipotetici: cinque anni fa, con un altro governo e un altro segretario del PD, Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani avevano un’idea completamente opposta sui voucher come su molti altri temi. Per milioni di italiani, sono loro e le loro scelte i responsabili della propria precaria situazione economica. Con quale credibilità oggi quegli stessi leader possono sperare di recuperare i voti fuggiti verso l’astensione o verso i partiti populisti?

I voucher sono una battaglia sbagliata, combattuta da leader sbagliati. Questo però non significa che la sinistra, anche la sinistra-sinistra, debba appiattirsi in tutto e per tutto sulle posizioni del governo. I casi di Podemos in Spagna, di Syriza in Grecia e di Corbyn nel Regno Unito insegnano che è ancora possibile recuperare almeno una parte dei consensi perduti. La chiave del loro successo, ancora parziale in alcuni casi, è stata presentarsi come alternative radicali alle politiche del passato, presentando facce, programmi nuovi, spazzando via quella parte di sinistra che fino a poco tempo prima era stata al governo.

Anche la sinistra italiana ha bisogno di leader nuovi che non siano compromessi con il passato e che sappiano scegliere quali sono le battaglie che vale davvero la pena combattere. Ma questi leader non potranno mai emergere fino a che gli anziani patriarchi della sinistra continueranno ad andare in TV, a rilasciare interviste e dichiarazioni. La generazione di D’Alema e di Bersani deve farsi da parte, per il bene della sinistra.

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