Renzi, Berlusconi e i media

Il 26 aprile 2014, pochi giorni prima delle elezioni europee, il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi ammise la sconfitta. Durante un incontro di partito definì il suo rivale, il presidente del Consiglio Matteo Renzi: «Bravo, coraggioso, grande comunicatore». Ammise i pessimi risultati di Forza Italia, che i sondaggi davano al 20 per cento, ma, soprattutto, confessò di essere stato battuto sul suo stesso campo da gioco: per quel 20 per cento, disse, il suo partito doveva ringraziare il cielo, perché Renzi era riuscito a ottenere un “diluvio” di apparizioni televisive.

In realtà non c’era bisogno di Berlusconi per capire che Renzi ha imposto la sua agenda politica ai media italiani. Non soltanto Renzi “fa notizia” con le sue dichiarazioni, gli annunci, le promesse e i provvedimenti che adotta. Renzi riesce anche a far parlare continuamente di sé ed oramai siamo abituati a sentire la frase: «E questa cosa, quale effetto avrà sul governo Renzi?». La scorsa settimana il governo Renzi ha compiuto un anno ed è arrivato il momento di provare a fare un bilancio di questo “diluvio” con un po’ numeri alla mano. Ho deciso di partire dalle parole di Berlusconi e confrontare l’attenzione che hanno ricevuto dai media i due pesi massimi della comunicazione politica: Matteo Renzi e lo stesso Silvio Berlusconi. Per avere un quadro omogeneo, ho confrontato il primo anno del governo Berlusconi IV (maggio 2008 – maggio 2009) con il primo anno del governo Renzi (febbraio 2014 – febbraio 2015).

Partiamo con i grandi giornali e vediamo quanto volte compare la parola “Matteo Renzi” oppure “Silvio Berlusconi” negli articoli pubblicati nel corso dei primi anni dei loro ultimi governi. Secondo l’archivio del Corriere della Sera, nel primo anno del suo quarto governo Berlusconi è stato nominato in un articolo 5.583 volte. Renzi, nel suo primo anno di governo, lo batte di una buona lunghezza finendo nominato 7.539 volte. Repubblica, invece, rimette le cose in pari: 19.099 per Renzi contro 19.702 per Berlusconi. Nell’archivio della Stampa ho invece cercato le volte in cui Renzi e Berlusconi hanno avuto il loro nome in prima pagina: rispettivamente 170 e 163. Sono dati da prendere con le molle, perché non sembra che gli archivi dei quotidiani italiani includano tutti gli articoli pubblicati e probabilmente contengono anche molte ripetizioni. Possiamo però fidarci degli ordini di grandezza che ci mostrano. Possiamo essere abbastanza sicuri che Renzi, almeno per quanto riguarda il numero degli articoli, non ha dominato in modo particolare rispetto a Berlusconi. Ma com’è andata invece con le televisione?

Utilizzando i dati AGCOM ho cercato di fare un conto abbastanza a spanne di quanto tempo i principali telegiornali italiani hanno speso a parlare di Renzi e Berlusconi (vedi nota metodologica più sotto). Qui la vittoria di Berlusconi è totale: all’incirca il 28 per cento del tempo dedicato alla comunicazione politica (quasi un minuto su tre) è stato utilizzato per parlare di Berlusconi o per farlo parlare. Nel suo primo anno di governo Renzi si è dovuto accontentare di un più ridotto 22 per cento. Come ha notato Davide Mancino, un giornalista che si occupa di data journalism, questa differenza è dovuta in particolare alla maggior presenza di Berlusconi sulle reti Mediaset: Renzi invece è stato più presente nei telegiornali RAI.

Fino a qui la situazione sembra abbastanza equilibrata. Renzi e Berlusconi hanno goduto di un livello di attenzione simile da parte dei grandi giornali (anche se non necessariamente positiva, come i dati di Repubblica lasciano immaginare), mentre Berlusconi è riuscito a imporsi di più sulla televisione, sfruttando probabilmente il fatto che metà di quelle televisioni sono di sua proprietà. In altre parole, sembra che lo scorso aprile Berlusconi abbia ammesso la sconfitta troppo presto. Ma c’è un ultimo dato particolarmente interessante e che molto più di tutti questi ci racconta com’è cambiata la politica nei pochi anni che separano Renzi da Berlusconi.

Nel primo anno del suo governo, Berlusconi è stato nominato in un lancio dell’agenzia di stampa ANSA (la più importante che ci sia in Italia) 9.798 volte. Sei anni dopo, Renzi ha fatto praticamente il doppio ed è stato nominato 17.830 volte. Com’è possibile che davanti a risultati tutto sommato simili nei media mainstream, le agenzie di stampa mostrino una vittoria così netta di Renzi? Una risposta mi è stata data da Gianluca Giansante, docente di comunicazione politica all’università LUISS e autore di “La comunicazione politica online”.

«Il punto – mi ha spiegato Giansante – è che la comunicazione politica è diventata molto più veloce in questi ultimi anni. Se prima l’obiettivo del politico era finire sul telegiornale della sera e sulle prime pagine dei giornali la mattina dopo, oggi bisogna cercare di dominare il flusso delle notizie nel corso di tutta la giornata». Come abbiamo visto, Berlusconi è riuscito sostanzialmente a pareggiare lo scontro sui mezzi “tradizionali”: ha ottenuto più o meno le stesse prime pagine di Renzi e lo ha battuto sui TG della sera (sopratutto sui suoi). Ma ha perso sul nuovo fronte.

Racconta ancora Giansante: «Nella nuova comunicazione politica le notizie nascono e si consumano più in fretta, la battaglia per la conquista del consenso non si gioca più sulle 24 ore, ma su blocchi di quattro-cinque ore e per un politico è importante “dominare” la scena costantemente, con commenti, dichiarazioni o annunci. Non basta più quell’unica dichiarazione con cui apriranno i telegiornali della sera». L’enorme numero di lanci dell’ANSA dedicati a Renzi indica che il presidente del Consiglio ha capito perfettamente questo nuovo tipo di comunicazione ed è riuscito a sfruttarla molto bene. Berlusconi aveva ragione a parlare di “diluvio”, anche se le acque che lo hanno sommerso erano quelle dei tweet, delle battute e dei continui lanci di agenzia.

Nota metodologica
I dati che ho utilizzato le la televisioni vengono dai rapporti mensili dell’AGCOM sulle presenze televisive. Ho utilizzato il dato sul “tempo di antenna”, cioè la somma del tempo in cui un politico parla direttamente ai telespettatori e quella del tempo in cui altri parlano di quel politico. Come ha specificato Mancino, per misurare il pluralismo la cosa migliore da fare è misurare il “tempo di parola”, cioè quello in cui il politico parla direttamente, senza intermediazione giornalistica. Ho preferito usare il “tempo di antenna” perché mi interessava soprattutto misurare l’impatto generale della comunicazione politica: quanto Renzi e Berlusconi parlano e fanno parlare di sé, nel bene e nel male. Quanto, insomma, dominano la nostra comunicazione giornalistica, aldilà del fatto che questo avvenga direttamente oppure attraverso un giornalista che commenta o riporta le loro parole. Le percentuali fornite vanno prese con un po’ di cautela: i telegiornali, infatti, hanno ascolti diversi, quindi per ottenere dei dati più affidabili bisognerebbe ponderare le varie percentuali per il numero di ascoltatori. Anche così, però, i dati restano un buon indicatore di tutto il tempo che i media hanno dedicato ai due politici

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