Le novità sui 60 miliardi di corruzione in Italia

In questi ultimi due giorni si è parlato molto del primo rapporto sulla corruzione diffuso dalla Commissione Europea (qui potete leggere la parte in cui si parla dell’Italia). Tra i numerosi dati che conteneva, la stampa italiana si è concentrata in particolare sul costo totale della corruzione in Italia. Secondo la Commissione Europea, la Corte dei Conti italiana avrebbe stimato il costo totale della corruzione nel nostro paese in 60 miliardi, cioè la metà dei 120 miliardi del costo della corruzione in tutta Europa. Ieri avevo scritto che si tratta di una cifra inventata e smentita più volte da numerose istituzioni, tra cui la stessa Corte dei Conti (la storia – che è incredibile – è stata scoperta per la prima volta dal blog Quattrogatti nel 2012).

La prima novità su questo caso non è nemmeno una vera e propria novità. Nel pomeriggio di lunedì 3 febbraio (cioè già ieri) la Commissione Europea ha fatto sapere tramite un comunicato diffuso dall’ANSA (e che non è stato ripreso quasi da nessuna testata) che i 60 miliardi della supposta corruzione italiana non sono comparabili con i 120 miliardi stimati dalla Corte Europea come totale del costo della corruzione perché calcolati in maniera differente. In altre parole, non si può dire che la corruzione italiana è la metà del totale europeo.

Un portavoce della Commissione, però, ha confermato il dato dei 60 miliardi, sostenendo che proviene dalla Corte dei Conti italiana e che quindi spetterebbe alla Corte dei Conti smentirlo. Il problema è che non si riescono a trovare ricerche fatte dalla Corte dei Conti che contengano questo dato. La Commissione Europea ha preferito non spiegare quali fonti abbia utilizzato per attribuire alla Corte dei Conti la stima dei 60 miliardi di corruzione, sottolineando che le note presenti nel rapporto pubblicato ieri contengono tutte le informazioni necessarie. Non è così: le note rimandano a documenti che non contengono la stima. Qui potete leggere le note (si trovano a pagina 4), qui e qui potete leggere i documenti a cui rimandano: da nessuna parte si parla di 60 miliardi.

Davide Del Monte mi ha aiutato a risolvere il mistero, facendomi notare su Twitter il documento in cui la Corte dei Conti per la prima volta ha parlato della stima dei 60 miliardi: si tratta della memoria scritta dal procuratore generale della Corte dei Conti Furio Pasqualucci, pubblicata nel giugno del 2009 (cinque anni fa). Ecco cosa si dice dei famosi miliardi di corruzione:

[…] le stime effettuate dal SaeT (Servizio Anticorruzione e Trasparenza del Ministero della P.A. e dell’innovazione) nella misura prossima a 50/60 miliardi di euro all’anno, costituenti una vera e propria “tassa immorale ed occulta pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini”.

Quindi, se anche il dato fosse corretto, si tratterebbe di una stima elaborata dal SAET, un nuovo ente che era stato creato proprio quell’anno, e non dalla Corte dei Conti, come dice la Commissione Europea. Il problema è che il SAET non ha mai fatto questa stima. Ecco cosa dice il SAET nel rapporto citato da Pasqualucci e pubblicato nel febbraio 2009 (in alto, pagina 10):

Le stime che si fanno sulla corruzione, 50-60 miliardi all’anno, senza un modello scientifico diventano opinioni da prendere come tali ma che, complice a volte la superficialità dei commentatori e dei media, aumentano la confusione ed anestetizzano qualsiasi slancio di indignazione e contrasto.

In altre parole Pasqualucci aveva citato dei dati che lo stesso SAET considerava “opinioni”. Fonti interne alla Corte dei Conti sottolineano che in nessun altro documento ufficiale e in nessuna ricerca della Corte compare la stima dei 60 miliardi. A questo proposito, il presidente della Corte Raffale Squitieri ha dichiarato: «Riguardo ai dati sull’incidenza della corruzione, va precisato che non sussistono criteri univoci sulla base dei quali elaborare stime quantitative; a maggior ragione risulta arduo esprimersi con riguardo alle dinamiche del fenomeno» (grassetto mio).

Ricapitolando: il 27 febbraio 2009 il SAET appena fondato consegna al parlamento un rapporto in cui parla di “stime che si fanno” (cioè stime che girano, non frutto di studi del SAET) e le definisce “opinioni”. Nel giugno del 2009, cioè pochi mesi dopo, il procuratore generale della Corte dei Conti Furio Pasqualucci attribuisce al SAET le stime fatte da non si sa chi e trasforma le opinioni in un’approssimazione credibile. Pasqualucci viene smentito dal SAET nella relazione 2010 (in cui addirittura definisce il dato una “bufala”), dalla stessa Corte dei Conti nel 2012 e da quasi tutti gli altri uffici della pubblica amministrazione che hanno utilizzato questa stima (per l’elenco vi rimando al mio pezzo precedente). Nonostante tutto questo la Commissione Europea ha deciso di utilizzare questa “stima” nel suo rapporto e di attribuirla erroneamente alla Corte dei Conti.

 

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