La ripetitività della tragedia

“Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere”. Questa frase di Kurt Vonnegut da Mattatoio n°5 mi viene ogni volta, da ultima, in provvidenziale aiuto, quando prima la ragione poi l’istinto poi i muscoli involontari hanno terminato il loro lungo corso di reazioni, e io rimango afasico, abulico, sperando che questo senso di letteralmente infantile impotenza mi restituisca almeno una forma di adesione alla realtà.
Se siamo umani, non c’è nulla di intelligente da dire sugli ultimi bombardamenti a Gaza, su questa fase di guerra che non è ancora ufficialmente guerra o lo è appena diversamente dal solito. Le immagini parlano da sole, si dice; ma in definitiva non è nemmeno vero: alle volte le immagini, infilate in un’homepage infastellata di commenti ai mondiali o in una timeline qualunque, non dicono nemmeno nulla. I ragazzi israeliani assassinati, il ragazzo palestinese bruciato vivo, i razzi di Hamas, la ferocia idiota di Benyamin Netanyahu, l’inefficacia politica di Abu Mazen, i cento morti di quattro giorni di raid… Lo scandalo della tragedia lascia il passo, è terribile dirlo ma è innegabile, a una sensazione di ripetitività, di moto inerziale. Le analisi geopolitiche sono delle versioni aggiornate, sempre un po’ al peggio, delle analisi geopolitiche di un anno o cinque o dieci anni fa. Il conflitto israelo-palestinese è diventato una figura retorica che indica qualcosa di irrisolvibile e ricorsivo.
Stamattina leggevo questo editoriale su Internazionale di Gideon Levy, riassumeva l’escalation delle ultime settimane e a un certo punto diceva: “Il seguito, però, è già scritto da un pezzo nelle cronache di tutte le operazioni insensate e sanguinarie condotte a Gaza in ogni epoca. Stupisce, semmai, che da un’operazione militare all’altra sembra che nessuno impari niente. L’unica cosa che cambia sono le armi impiegate”. Ieri leggevo uno status di Ida Dominijanni su Facebook che diceva: “Ho letto vari post e relativi dibattiti su quello che sta succedendo a Gaza. Posso dire una cosa che non piacerà a nessuno? Io la ripetitività del conflitto israelo-palestinese non la reggo più. E nemmeno quella dei relativi dibattiti”. Nel thread che si sviluppava Dominijanni riceveva un po’ di insulti. Pro-Hamas, pro-Netanyahu, occorre schierarsi, le rimproveravano, dire la propria, anzi – come veniva ribadito – occorre urlarla, la propria. Lo sdegno, la rabbia contro l’indifferenza!

È possibile, mi chiedevo, che una posizione come quella di Dominijanni venga scambiata per indifferenza? È possibile che un invito al silenzio, che una resa alla ferale stanchezza venga presa per connivenza? Non solo è possibile, è naturale. Fa parte di una sorta sopravvivenza emotiva pubblica.
Sempre in questi giorni leggevo un bellissimo libro ormai introvabile che fu pubblicato nel 2008 da Isbn, Il sesso del terrore di Susan Faludi. A un certo punto si racconta del linciaggio mediatico a cui fu esposta dopo l’11 settembre Susan Sontag, rea di aver scritto un breve pezzo sul New Yorker che mostrava troppi tentennamenti e punti interrogativi. Aveva incluso frasi del tipo ”Un briciolo di coscienza storica potrebbe aiutarci a capire ciò che è accaduto e cià che sta per accadere?” e “Nessuno dubita che l’America sia forte. Ma non è l’unica dote che deve avere”. Per quel quel breve editoriale Sontag fu appellata da una stampa insolitamente compatta come “un alleato del diavolo”, “una boriosa”, “una squilibrata”, “malata di idiozia morale”, “straordinariamente stupida”… e la cosa continuò per un bel po’ con politici che le auguravano l’inferno e giornalisti che la ridicolizzavano: ce l’hai contro gli stupratori ma tolleri i terroristi.
Ammutolire, fermarsi, non urlare, è un peccato grave di fronte alle immagini di una strage. Non cedere alle reazioni di pancia, un errore da intellettuali vigliacchi.
Ho letto centinaia, anzi migliaia di pagine sul conflitto israelo-palestinese. Insegno storia, mi capita quasi ogni anno di dedicare un approfondimento alla questione. Ci sono dei testi che spiegano in modo scrupoloso, intelligente, storicamente inappuntabile, cosa è accaduto lì negli ultimi 70 anni, e anche prima. Ho letto romanzi, fumetti, ho visto film, speciali tv, anche cartoni animati, compulsato articoli, dossier, infografiche… Ho conosciuto personalmente alcuni che hanno vissuto lì, che c’hanno lavorato, che hanno fatto i volontari, che c’hanno studiato, che c’hanno perso letteralmente la vita, tipo Vittorio Arrigoni. Sono una persona che riconosce la complessità, come moltissimi altri, mi piace chi sottolinea l’importanza dei contesti. Eppure a un certo punto raggiungo una specie di stallo emotivo. Non so più che dire. Non desidero più approfondire. Non mi sorprende, non mi sciocca più nulla. Niente mi aiuta a ragionare.

Un anno fa contattai, perché volevo raccontare la sua storia in modo più approfondito, una donna di cui avevo letto un’intervista su internet. Era su Una città, una rivista fatta benissimo, a cui sono affezionato, e che è composta esclusivamente di interviste – interviste fatte a chiunque, a Zygmunt Bauman come all’operaia appena assunta dalla Zanussi. Questa, una testimonianza senza praticamente domande, l’avevano realizzata Barbara Bertoncin e Mattia Sansavini a Caterina Brau, insegnante in pensione, sopravvisuta all’attentato del 27 dicembre 1985 all’aeroporto di Fiumicino ad opera di un commando terroristico palestinese legato a Abu Nidal – ci furono 13 morti e circa 100 feriti: uno fu Caterina Brau, che perse una gamba.

Quello che mi colpì nell’intervista è che parlava poco del momento della strage, ma parlava del dopo.

Parlava di sé.
“Il ritorno alla vita normale? Mah, in realtà non è stato più come prima.
Ma in fondo nella vita delle persone capita sempre un evento che segna un prima e un dopo, una malattia, la nascita di un figlio, la morte di una persona cara… uno qualsiasi di questi eventi fa in modo che niente sia più come prima.
Prima camminavo molto, ero un tipo abbastanza sportivo, andavo in bici, correvo… Non ho più potuto, però la vita è andata avanti, certo con delle limitazioni. Ma, cosa vuoi, una volta che rischi di morire, poi sì, ti dispiace non fare certe cose, però tutto sommato non è che sia una cosa così terribile.”

Parlava della condizione della vittima.
“All’epoca non c’era niente per le vittime di questo tipo di eventi. Io poi, essendo non-credente da sempre, non c’avevo neanche un sacerdote. Ho avuto l’appoggio dei miei genitori, di mio marito e anche degli amici, che sono stati molto importanti. E poi la gente, ho ricevuto tante attestazioni d’affetto. Dalle istituzioni invece niente. In Italia ancora non erano previsti risarcimenti per le vittime del terrorismo.”

Parlava degli attentatori, dell’unico sopravvissuto del commando, Khaled Ibrahim Mahmoud, arrestato e uscito di galera nel 2008.
“La prima volta che il ragazzo palestinese è stato messo in semilibertà sul Corriere è apparsa l’intervista a una delle vittime, un uomo. Ricordo che era molto arrabbiato che questo giovane potesse andare a coltivare un giardino dopo quello che aveva fatto. Non ricordo il nome, ma siccome non condividevo assolutamente la sua opinione, non mi è venuto neanche in mente di cercarlo.
Quel poveraccio aveva solo diciott’anni. Una storia terribile: aveva perso tutta la famiglia a Sabra e Chatila quand’era ancora un bambino. Se ci pensi, il passaggio tra il suo prima e il suo dopo, quel giorno in cui, a otto anni, è tornato a casa e non ha più trovato i suoi cari, è stato forse peggiore del mio. Dopo quella strage, l’avevano arruolato in un gruppo terroristico che gli deve aver fatto un vero lavaggio del cervello e alla fine si è ritrovato in questa situazione con i compagni morti. Perché sono morti tutti tranne lui. Erano quattro e tre sono morti; c’era anche il famoso quinto uomo che doveva essere il capo, ma non si è presentato…
Che dire? A diciott’anni è facile sbagliare, coinvolgersi in cose più grandi, essere additato come l’autore… cioè, lui sicuramente ha sparato, lo ammette, non è che neghi questo fatto, però secondo me lui era una pedina in un ingranaggio più grande. Questa vicenda del Medio Oriente non è mai del tutto chiara, non si sa chi spara a chi.
Comunque ha fatto 26 anni e ora è fuori. Va bene così. È giusto che abbia un’altra opportunità. È quello che penso anche dei terroristi nostrani: devono pagare però è giusto che poi abbiano un’altra possibilità.
Capisco che per una vittima sia difficile accettarlo, ancor di più per i familiari, perché magari ti hanno tolto un padre, però quando si è giovani si fanno un sacco di cavolate.”

E parlava del perdono, della possibilità di una rappacificazione.
“No, non ho mai pensato di incontrarlo. In fondo facciamo parte della stessa storia ma con ruoli diversi, siamo due che si sono sfiorati per caso.
Non posso dire che mi sia indifferente perché ho comunque seguito le sue vicende da lontano, ci ho pensato ogni tanto a come stava, a cosa voleva dire per lui essere l’unico vivo del gruppo, però non ho mai avuto il desiderio di incontrarlo. Credo che sarebbe malsano, per tutti e due; no, non mi piace neanche l’idea. Voglio dire, non lo odio, ma non lo amo neanche. Queste cose all’italiana del perdonismo, del Carramba che sorpresa, non fanno per me.
È successo, te ne devi fare una ragione, dopodiché, senza perdonare, senza odiare, le strade si dividono…”

Questa di Caterina Brau insomma è una pagina che ho salvato sul desktop. (Qui c’è tutta l’intervista). E mi ricordo che quando – dopo essermi preparato, documentato su quegli anni, Abu Nidal, i suoi rapporti conflittuali con Arafat e ambigui con il Mossad, ma anche i dilemmi etici sul tema del perdono, i ragionamenti sul paradigma della vittima – telefonai a questa donna, sapevo non solo citare a memoria dei passi di quest’intervista,  ma dimostrarle che avevo fatto mio il suo punto di vista. Volevo che me ne parlasse ancora, che ci potessimo incontrare anche, dal vivo, e che potesse svolgere, attraverso la sua semplice presenza umana, una funzione testimoniale, facile da utilizzare, utile come bussola in tempi di risentimenti e desideri di semplificazione e vendetta come questi. Mi rispose che non voleva parlarne più di quella storia, che la vita va avanti, e che tutto quello che aveva da dire, l’aveva detto nell’intervista. Insistetti, ma poi, di fronte alla sua reticenza, accettai. Lì per lì ci restai male. Ma come, mi dicevo, sei riuscita a fare un percorso personale certo doloroso, eppure così chiaro e consapevole, e adesso non lo condividi?
Ecco, oggi, a distanza di un anno, capisco perfettamente il perché di quel no.

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