Her, il film da carini

Se i fighetti più o meno quarantenni sentivano il bisogno di un film di culto da vedere con il fidanzato/la fidanzato/la tipa o il tipo con cui uscire la prima volta, ora ce l’hanno. Her è il prodotto per loro. Spike Jonze ha trovato il modo di raccontare la storia dell’amore alienato e presuntamente romantico tra un hipster (Theodore) con la faccia gigiona di Joacquin Phoenix e un sistema operativo (Samantha) con la voce perennemente preorgasmica di Scarlett Johansson girando un estenuante videoclippone di 126 minuti instagrammato degli Arcade Fire, con interventi di Owen Pallett.

Uno si chiede: un uomo si innamora di un sistema operativo?! Che storia assurdissima!! Non è stranissimo, eh?! È la stessa domanda che deve aver posto Jonze ai produttori, e questi l’hanno scambiata per un’idea di un film. Così Jonze l’ha sceneggiato e l’ha girato, e ha vinto anche un Oscar che ha premiato questo film di fantascienza innocuo e leccatissimo, prendendolo per una visione capace di raccontare le inquietudini contemporanee. Eh, la gente che sta sempre sui social network e non si parla tra loro… La gente dovrebbe più parlarsi tra loro: la morale sociale del film.

Rinunciando alla postmoderna disperazione esistenziale di Charlie Kaufman (con cui aveva fatto Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee), senza l’immaginazione iperemotiva di Dave Eggers (con cui aveva realizzato Nel paese delle creature selvagge), Jonze rimane da solo a pensare che scrivere neghittosi e interminabili dialoghi sul nulla e fare continue panoramiche delle città sia qualcosa che ha a che fare con la profondità. Il risultato è un Terrence Malick dei poracci che mette in scena una distopia partorita dalla mente di un adolescente irritante e spocchioso.

Joaquin Phoenix ha una faccia similmente irritante. Femmineo, maschilista nella sua forma più comune oggi (passivo-aggressivo), con un sorriso ottuso sempre pronto a venire alle labbra, camicie con il collo alla coreana dai colori pastello che cambia a ogni scena (per creare un’estetica Fisher Price), pantaloni di lanetta a vita altissima che invece tiene per tutto il film (per creare un senso freudiano di castrazione nel personaggio), cardigan, borsello, scarpe da boscaiolo, e occhiali tartarugati che si preme sul naso ogni trenta secondi (per farci immedesimare con l’amico più epidermicamente fastidioso che conosciamo): questo è il nostro eroe.

Siamo in un futuro non troppo lontano, in cui la tecnologia dei device la fa da padrona. E Theodore lavora per un sito che offre il servizio di scrivere lettere a mano per chi ne ha voglia e bisogno. Il resto del tempo lo passa a giocare ai videogiochi, guarda porno, e sta in chat. Un coglione. Simile a noi, quando siamo coglioni.
Aveva una moglie, ma si sono lasciati un annetto fa e da allora lui è triste. Prima era felice – ehi, smarmella con scene con luce malickiana di ricordo in cui ci si butta i cuscini in faccia, oppure ci si infila dei coni stradali in testa (sic!) – e quindi rimpiange quei tempi e non trova una donna con cui essere di nuovo felice. Esce con una, si diverte, ma poi lei non ci sta. (“Ehi sono ubriaca ma sto bene con te!”, “Anche io sono ubriaco e sto bene con te”… “Ma non è che poi tu mi porti a letto e poi sparisci come tutti gli altri?” “Non lo so”: ah, le relazioni di oggigiorno…).
Ma come tutti i personaggi imbelli, risucchiati dalle microscopiche ubbie private che potrebbero fregare solo chi è altrettanto narciso e autodiretto, ha un’amica, che si chiama Amy, che è interpretata da Amy Adams, che progetta videogiochi con le mamme che devono fare tutti i lavori di casa perfettamente, gira documentari sulla gente che dorme, e si è sposata con un uomo con cui poi litiga e lui diventa un monaco buddista – e qui il pubblico dovrebbe dire Quante cose strane questa Amy!, e poi, ogni tanto, ridere.

Theodore compra questo sistema operativo che è una specie di applicazione modello evoluto di un Siri per Iphone, lo installa e in realtà questo sistema operativo sembra più intelligente di un sistema operativo normale. Fa una cosa che in genere i sistemi operativi non fanno: pensa, ma soprattutto flirta. E così Theodore ci casca, e sta tutto il tempo a chiacchierare con lei. Passano un periodo buono, poi c’è un periodo brutto, poi di nuovo buono, alla fine (spoiler) Theodore realizza che Samantha, essendo un sistema operativo, flirta con tante altre persone (migliaia di acquirenti), e quindi ha un’epifania che lo immalinconisce ma lo fa crescere. Crescere – nell’idea del film per cui le persone di quarant’anni hanno tutti un’età psicologica di otto – vuol dire andare a chiedere scusa alla moglie con cui si è comportato male. Mannaggia al diavoletto – e il film finisce. Scena di Theodore e Amy che guardano Los Angeles intontiti (anche lei Amy si è comprata e ora è innamorata di un sistema operativo che l’ha abbandonata lasciandola nell’infelicità). Altra Los Angeles, altri Arcade Fire, una tirata su di occhiali, altro smarmellamento.

È incredibile come un film così noioso (Jonze aveva realizzato nel 2010 I’m here, un mediometraggio già lungo di suo che però esauriva molto meglio il tema) e conformista abbia riscosso tutto questo riconoscimento. Quattro stellette, cinque stellette, un Oscar per la migliore sceneggiatura originale: tanto successo con il minimo sforzo, quello di aver leggiucchiato su qualche rubrica di Wired la versione più o meno à la page del dibattito sulle perversioni possibili della tecnologia; aver saccheggito tematiche e atmosfere della narrativa indipendente americana, e aver ridotto il tutto alla versione di uno spot della Morellato. Il risultato è un Lost in translation al cubo, in cui non ci sono manco più le smorfie stranianti di Bill Murray né le labbra tumide di Scarlett Johansson.

Ma c’è una colpa in più. Quello che Jonze non racconta – ed è questa la mancanza più evidente che fa di Her un film reazionario – è la società, il mondo. Il mondo – una Los Angeles anonimissima – è relegato a fare da sfondo elegante e suadente. E il fatto che tutti siano inseriti in questa distopia soft non crea nessuna questione di tipo etico, politico, sociale; un decimo di puntata di Black Mirror – per citare una serie che fa un lavoro molto simile sulla fantascienza distopica da tecnologia invadente – vale dieci Her, proprio perché – semplicemente – nel raccontare l’evoluzione della tecnologia la mette in contrasto con la forza di un umano diventato chissà cosa. Black Mirror, come tutta la fantascienza distopica, pensate a 1984, ci lascia con un vuoto nello stomaco. Her con una melassa sintetica a colare lungo tutto l’apparato digerente. L’importante, sembra dire Jonze, è essere cute, carineggiare, fare delle smorfiette e dei sorrisi, saper sentire la musica giusta, comprarsi dei vestiti vintage, e trovarci qualcuno che ce li stiri. L’ideologia hipster svela qui tutta la sua forma di sottocultura regressiva: l’adesione passiva all’ideologia dominante, attraverso l’appartenenza a nicchie di sedicente autenticità. Del resto, della società, del mondo, di cosa esista oltre i nostri sguardi languidi, in fondo chi se ne fotte, basta una tazza calda da sorseggiare con la testa appoggiata al finestrino di un treno diretto chissà dove.

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