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Lo spettacolo della realtà

1 settembre 2011

Intanto una precisazione: negli Stati Uniti reality è semplicemente il contrario di fiction, un macrogenere che raccoglie sotto la sua ala il Grande Fratello come il ciclo estivo di documentari della HBO. Insomma, la parola in sé non ha un collegamento univoco e immediato con quella che noi amiamo definire “tv spazzatura”. L’unica discriminante è che si tratti di uno show non sceneggiato: che a parlare siano animali, casalinghe, indigeni dell’Amazzonia o del New Jersey, l’importante è che nessuno gli abbia scritto le battute.

Poi: inutile ribadire che i reality (nell’accezione italiana del termine, questa volta) fatti sono meglio di quelli fatti qui. Ma serve a poco trastullarci (non pensavo che avrei mai scritto “trastullarci” in vita mia) con l’idea che qui le cose non le sappiamo fare, che non c’è più rispetto, signora mia, eccetera. Nel 2001, un anno dopo il suo debutto negli USA, Italia1 ha comprato il format di Survivor (reality che è tra i più belli e seguiti di sempre): la prima edizione ha fatto ascolti bassissimi, l’esperienza si è chiusa lì e due anni dopo si è trasformata nell’Isola dei Famosi, su RaiDue, grandissimo successo di pubblico. Quindi, ecco, a conti fatti e con le dovute puntualizzazioni che non è né tempo né luogo, mi azzarderei a dire che sì, meno budget e meno know-how e quello che vi pare, ma forse è proprio il pubblico a essere diverso.

Una volta chiarito il concetto di “bravi americani”, arriviamo al concetto di “cattivi americani”. O meglio: non è tutto oro quello che luccica. O meglio: sì, bravi, ma non immuni alle porcate. O meglio: mi vendo mia nonna per un punto di share in più.

Un marito nel reality per eccellenza sulle mogli, cioè The Real Housewives of-aggiungete località a caso, si è suicidato un paio di settimane fa. Non poteva reggere lo stress, si dice, dello stile di vita richiesto dal programma. Sua moglie aveva appena chiesto il divorzio, lui era pieno di debiti e si millantava l’imminente pubblicazione di un libro che avrebbe svelato al pubblico le sue torbide preferenze sessuali.

La reazione dei produttori è stata semplice e immediata: pieno supporto alla famiglia, vicini in questa situazione di dolore bla bla comunicato stampa bla, e adesso rimbocchiamoci le mani e giriamo un episodio speciale sulle reazioni del cast al suicidio del loro “collega” e vicino di casa. La stampa si indigna: sappiamo già che sarà un successo.

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  • http://blogs.bestmovie.it/gabrieleferrari/ Lele

    L’idea che mi sono fatto io (e chiedo conferme e/o smentite, non essendo un esperto di cose della tv ma solo un osservatore discretamente interessato) è che la differenza tra Usa e Italia stia nel riconoscere non le esigenze del pubblico, ma l’esistenza dei pubblici. Parlo e.g. delle serie tv, che in Italia sono inserite nello stesso calderone dei cartoni animati negli anni ’80, delle fiction delle 20:30 e delle miniserie Rai su Papa Fulgenzio XLII. Cioè, i palinsestisti (!) americani riconoscono che ci sono quelli a cui interessa tenere la tv accesa in sottofondo mentre si fa altro e quelli che si fanno le nottate in attesa della nuova puntata di Dexter, quelli che i gruppi di amici per guardare America’s Got Talent e quelli che l’equivalente del Gambero Rosso. E così ogni programma è inserito in una categoria mentale e trattato di conseguenza: non esiste che una serie venga trasmessa in ordine sparso, sospesa, che vengano eliminate delle stagioni intere dalla programmazione come accade da noi. Perché chi guarda Lost vuole guardare Lost in un certo modo. Da noi una puntata di Un posto al Sole e una puntata di Breaking Bad uguali sono: roba da sbattere in un certo orario per riempire quaranta minuti di spazio.
    Poi magari sbaglio, eh.

  • cachorroquente

    Oltre alla programmazione quello che uccide le serie TV americane in Italia è il doppiaggio.
    Già per quanto riguarda i film, alla faccia della retorica su “i doppiatori più bravi del mondo”, la qualità del prodotto finale è spesso inadeguata (specie in opere che non sono di grande richiamo, per non parlare di veri e propri obbrobri come i film multilingui in originale, monolingui nella versione italiana tipo brother di Kitano), figuriamoci per i telefilm che vengono doppiati in fretta e sempre dalla stessa manciata di attori, senza alcun rispetto per i timbri e i registri originali, con un effetto di appiattimento devastante.
    E non è solo una questione di recitazione: le serie TV americane sono prodotti sempre più in linea con il meglio del cinema, quindi ci sono missaggi sonori complessi, conversazioni sussurrate e semicoperte dai rumori di scena, e di tutto questo non resta niente.

    Per quanto riguarda i reality io ammetto il mio pregiudizio, sarò reazionario ma non capisco perchè devono interessarmi. Di quelli americani mi capita qualche volta di vederne pochi secondi su MTV facendo zapping, e mi sembrano inguardabili (ma anche là il doppiaggio non aiuta…).

  • http://blogs.bestmovie.it/gabrieleferrari/ Lele

    Il doppiaggio è una vexata quaestio della quale non si verrà mai a capo. Almeno per altri venti/trent’anni: tempo che i giovani di oggi, cresciuti con streaming e Itasub, diventino gli adulti di domani, e la si smetta con questa arretratezza italiota dei film doppiati. Quest’estate sono stato in vacanza in Slovenia: lì film e telefilm li proiettano in originale con i sottotitoli. A noi invece toccano obbrobri tipo http://www.youtube.com/watch?v=HGUJN-gFH4w o tipo Inglourious Basterds.
    Probabilmente è vero che abbiamo i doppiatori migliori del mondo: ma è una valutazione relativa a un panorama povero di Paesi che doppiano, non assoluta.

  • plato

    è sul genere

  • miriam

    @Trecool: ma “Say yes to the dress” non è lo stesso “Abito da sposa cercasi” che ci becchiamo anche noi italiani su Real Time?

    Di reality made in Usa ne seguo con continuità solo un paio, Project Runway e The Amazing Race. Quest’ultimo riesco a descriverlo agli amici solo come “caccia al tesoro a coppie, intorno al mondo”, senza rendere minimamente l’idea, e loro giustamente storcono il naso; se uso la parola “reality”, poi, mi dicono “non guarderò mai quella roba!”.
    Il problema è che, abituati ai “nostri” standard, non riusciamo a immaginarci quanto un prodotto come TAR possa essere appassionate e ben fatto (pur rimanendo sempre un’innocua caccia al tesoro: è proprio intrattenimento per famiglie) e lontano anni luce dall’inutilità e dalla morbosità dei reality made in Italy.