Il Post
RSS share on Twitter share on FaceBook

Game of Thrones (senza spoiler)

27 giugno 2011

Ho chiacchierato più volte, con quel piacere di elencare banalità tipico delle chiacchiere tra amici, del futuro di un cinema che sembra costretto a creare, per sopravvivere, la Spettacolarità Visiva, spesso a discapito della storia. Le chiacchiere vanno sempre a finire dicendosi che toccherà alla tv raccontare le belle storie, finché il cinema non riuscirà (e ci riuscirà, ci sta già riuscendo) a coniugare i due aspetti.

Ci sono poi storie che solo la tv, per una banalissima questione di formato (più spazio, più tempo, più episodi), può raccontare. Game of Thrones è una di queste.

Tratta da Le cronache del ghiaccio e del fuoco, saga fantasy ancora incompleta di un anziano signore americano che risponde al nome di George R. R. Martin, non offre in sé nulla che faccia gridare all’innovazione: l’ottima sceneggiatura, la regia (quasi) sempre magistrale, i costumi curati nel dettaglio, la notevole recitazione anche da parte di attori esordienti sono elementi che stupiscono nella loro costante compresenza, ma non sono in sé innovativi e non dovrebbero essere considerati tali.

La prima cosa da notare, e inserire immediatamente in un discorso più generale, è la morte dei generi. Tutti quelli (mi ci includo) che hanno storto il naso di fronte a Game of Thrones e la sua innominabile etichetta fantasy, già dal primo episodio si sono ricreduti, hanno dimenticato orchetti, elfi e hobbit e si sono semplicemente lasciati coinvolgere dalla storia. Che è una storia fighissima per chi ama le lunghe saghe con tanti personaggi: parla, come già racconta il titolo, dell’avvicendamento sull’Iron Throne (in italiano Trono di spade) delle famiglie più potenti dei Sette regni, tra battaglie, intrighi, rapimenti, decapitazioni, sesso, nani, bastardi e ballerine.

La componente fantastica è del tutto relegata a poche creature che trascendono la normalità e a un mondo che non corrisponde alla nostra geografia, ma ricalca molti dei costumi medievali. Il resto è politica, potere e uomini molto grossi con spade molto grosse.

Pensateci: nessuno ha guardato Lost perché era una serie di fantascienza. Gli autori sono stati molto furbi in questo, evitando di ammettere, durante i primi anni, che la soluzione dei misteri non sarebbe stata rigidamente scientifica. Forse non proprio ortodosso per una questione di onestà verso lo spettatore, ma ineccepibile mossa commerciale: nessuno vuole vedere il proprio prodotto incasellato in un genere e considerato solo dagli affezionati a quel genere, e aggiungerei giustamente. Dal punto di vista artistico e creativo vuoi che a definire il tuo prodotto sia la storia, la dinamica tra i personaggi, lo stile di racconto. Dal punto di vista commerciale è, come dicevo, pericolosissimo rischiare di attirare l’esclusiva attenzione, sempre terreno minato di critiche e finezze di genere, degli appassionati.

Forse un esempio più efficace da affiancare a Game of Thrones è Battlestar Galactica. Ci sono le astronavi e i robot e colonie su tanti pianeti diversi, ma il punto non è la fantascienza: poche altre serie sono riuscite così bene a inquadrare una condizione umana e a raccontare una grande storia.

Questo il punto: raccontare storie che siano grandi, che riempiano lo spazio dell’immaginazione e stimolino riflessioni più articolate.

Ah, ieri sera è ricominciato True Blood: a proposito di raccontare molto bene una storia molto scadente, con tanti effetti speciali*.

* no, non mi riferisco alle esplosioni, ma agli elementi coreografici di contorno che distraggono dalla sostanza.

TAG: , , , ,